La presentazione dei laboratori del DII

dii-labsIn questo ultimo numero del DII News (dii-news-laboratori), sono presentati i nuovi laboratori, nella nuova sede di Povo al Polo Scientifico Tecnologico F. Ferrari.

L’organizzazione dei laboratori è finalizzata a garantire la funzionalità degli strumenti e la corretta conduzione delle ricerche scientifiche in corso, favorendo il più possibile l’accesso agli strumenti da parte di tutti i docenti e i ricercatori coinvolti. Con il trasferimento nelle nuove strutture, infatti, si è colta l’occasione per ristrutturare i laboratori in aree di attività, in modo da permettere scambi fruttuosi e sinergici tra i ricercatori dei diversi campi di studio.

Nei laboratori a piano terra, vale a dire localizzati allo stesso piano degli uffici dei docenti, sono posizionate prevalentemente attrezzature delicate, mentre nei laboratori interrati sono installate sia attrezzature delicate che attrezzature pesanti, come strumenti per prove meccaniche, macchine di processing e di misura, robot antropomorfi, banchi per la prototipazione, simulatori di guida, centro di fresatura, solo per fare alcuni esempi.

I laboratori del DII sono suddivisi in tre sezioni (materiali, meccatronica, e ricerca operativa; il laboratorio di ricerca operativa è parte dei laboratori leggeri a piano terra), che riflettono le tre anime del dipartimento; la struttura e organizzazione dei laboratori, tuttavia, è orientata a favorire l’integrazione delle diverse attività, che hanno il comune obiettivo della ricerca in ambito industriale.

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UN SISTEMA FRENANTE A BASSO IMPATTO AMBIENTALE

Le ricadute industriali del progetto di ricerca Lowbrasys finanziato dal Programma europeo Horizon 2020

Claudio Nidasio
di Claudio Nidasio
Lavora presso la Divisione Supporto alla Ricerca Scientifica e al Trasferimento Tecnologico dell’Università di Trento.

Intervista di Claudio Nidasio a Giovanni Straffelini 

Sinergia, innovazione e competenze internazionali sono gli elementi vincenti di Lowbrasys (a LOW environmental impact BRAke SYStem), un nuovo progetto di ricerca che coinvolge anche l’Università di Trento con l’obiettivo di sviluppare un sistema frenante

innovativo a basso impatto ambientale. Il progetto, che ha ottenuto i finanziamenti del prestigioso bando Horizon 2020 della Commissione Europea con un importo di 7 milioni di euro, nasce dalla collaborazione di realtà industriali e accademiche. Ne parliamo con il responsabile locale Giovanni Straffelini, professore ordinario del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento.

Professor Straffelini, ci può riassumere i principali obiettivi del progetto Lowbrasys?

L’obiettivo di Lowbrasys è duplice: sviluppare un sistema intelligente all’interno del quale applicare materiali più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati e realizzare un sistema frenante “smart”. Sì, perché ogni frenata produce delle piccole particelle di usura, molte delle quali cadono per terra o, come sappiamo bene, sul cerchione della ruota, ma molte, quelle più piccole, entrano in atmosfera e poi le respiriamo. L’obiettivo è dunque quello di studiare strumenti, comportamenti e procedure di guida capaci di produrre meno emissioni in atmosfera dal sistema frenante, mediante lo sviluppo di una nuova generazione di tecnologie, materiali, consigli e proposte legislative che possano migliorare l’impatto della guida sulla salute e sull’ambiente.
Lowbrasys darà vita a un sistema e a una filiera intelligenti all’interno dei quali sviluppare e applicare materiali che possano essere più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati per realizzare un sistema frenante altamente intelligente. Il progetto ha anche lo scopo di studiare strumenti, comportamenti e verificare le procedure affinché, guidando meglio, si possano avere meno emissioni.

Il progetto è risultato vincitore del bando Horizon 2020 nell’ambito della Call “Mobility for Growth” finanziato dalla Commissione europea. Qual è l’impatto che i risultati del progetto potranno avere a livello europeo?

Noi speriamo che il progetto possa avere un impatto rilevante nell’area europea, poiché indirizza l’innovazione verso un trasporto più pulito ed efficiente. Inoltre, esso intende contribuire alla transizione verso veicoli a zero emissioni negli agglomerati urbani per migliorare la qualità dell’aria nelle città nel medio periodo, creando standard ‘Super Low Emission Vehicles’. Inoltre cercherà di migliorare la conoscenza del processo del sistema di frenata per renderlo più efficiente anche dal punto di vista ambientale.

Il progetto coinvolge un parternariato pubblico e privato composto da università, centri di ricerca e industria. Quali sono le competenze dei diversi attori?

Cinque tra le più autorevoli realtà in campo industriale automotive e cinque tra i più importanti istituti di ricerca ed università internazionali hanno dato vita al progetto. In particolare l’idea nasce dalla collaborazione di Brembo, leader mondiale nella progettazione, sviluppo e produzione di sistemi frenanti, Ford, Continental Teves, Federal Mogul, Flame Spray, insieme all’Istituto Mario Negri impegnato nella ricerca biomedica e sull’impatto degli inquinanti su ambiente e salute, alla Technical University of Ostrava, al KTH Royal Institute of Technology, al Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento e al Joint Research Centre della Commissione Europea. È inoltre coinvolto il parco scientifico e tecnologico Kilometro Rosso che ospita al suo interno due dei dieci partner del progetto (Brembo che ne è capofila e l’Istituto Mario Negri).

Da un punto di vista tecnico quali sono le competenze che verranno messe in gioco?

Lowbrasys è un progetto di sviluppo pre-industriale, che partendo dall’attuale processo di produzione del sistema frenante e dall’utilizzo dei veicoli su strada, va ad operare in sintesi in diverse aree: riduzione, prevenzione, simulazione, test, validazioni e raccomandazioni, un processo rigoroso per identificare materiali intelligenti e sistemi che, affiancati ad un comportamento ottimale su strada, possano portare a una riduzione del 50% dei particolati.
Le principali tecnologie che verranno sviluppate riguarderanno: i nuovi materiali per i dischi e le pastiglie dei freni, al fine di ridurre le particelle e avere un minore impatto; una nuova strategia di controllo del sistema frenante; una tecnologia di svolta per catturare le micro e nano particelle vicino a dove vengono emesse, in modo da non disperderle. Lowbrasys prevede anche lo sviluppo di un approccio integrato tra il nuovo sistema frenante, i componenti e il controllo di sistema da poter installare sul cruscotto; il miglioramento delle tecniche di misurazione e di conoscenza dell’effetto dei materiali del sistema frenante e uno studio sulle migliori pratiche di comportamento nella guida.
Segnalo infine che nell’ambito del progetto di ricerca verrà organizzato un workshop a Trento presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale (29-30 settembre 2016) di analisi e confronto tecnico scientifico dal titolo: “New materials and technology for disc-pad brake system”.

(da UniTN KNOWTRANSFER, numero 15, anno 6, luglio 2016)

Ultimo DII News!

DII NewsEcco l’ultimo numero del DII News. Buona lettura!

DII News6

Gli studenti del DII

dii-nEcco l’ultimo numero del DII News (scarica DII News n9_2) dedicato agli studenti del DII. Buona lettura!

Ultimo numero del DII News!

DII NewsE’ uscito l’ultimo numero del DII News, la rivista di informazione del Dipartimento di Ingegneria Industriale (DII) dell’Università di Trento.
Il numero è scaricabile DII News-4.

Friction and Wear

FrictionThis book introduces the basic concepts of contact mechanics, friction, lubrication, and wear mechanisms, providing simplified analytical relationships that are useful for quantitative assessments. Subsequently, an overview on the main wear processes is provided, and guidelines on the most suitable design solutions for each specific application are outlined. The final part of the text is devoted to a description of the main materials and surface treatments specifically developed for tribological applications and to the presentation of tribological systems of particular engineering relevance. The text is up to date with the latest developments in the field of tribology and provides a theoretical framework to explain friction and wear problems, together with practical tools for their resolution. The text is intended for students on Engineering courses (both bachelor and master degrees) who must develop a sound understanding of friction, wear, lubrication, and surface engineering, and for technicians or professionals who need to solve tribological problems in their work.

per ulteriori informazioni: qui

 

Rosetta e la cometa

L’astronave Rosetta, con indicati alcuni tra gli strumenti scientifici, tra cui i due occhi di OSIRIS, VIRTIS e GIADA. Sul retro sporge parte del modulo di atterraggio Philae. Sulla destra si vede uno dei due pannelli solari, i più grandi ed efficienti mai lanciati nello spazio. Foto ottenuta nel 2002 in fase di montaggio finale nei laboratori di Alenia Spazio a Torino.

L’astronave Rosetta, con indicati alcuni tra gli strumenti scientifici, tra cui i due occhi di OSIRIS, VIRTIS e GIADA. Sul retro sporge parte del modulo di atterraggio Philae. Sulla destra si vede uno dei due pannelli solari, i più grandi ed efficienti mai lanciati nello spazio. Foto ottenuta nel 2002 in fase di montaggio finale nei laboratori di Alenia Spazio a Torino.

La stele di Rosetta ha permesso di decifrare – nel 1816 – i geroglifici egizi e di capire così una delle più grandi civiltà umane del passato. La missione spaziale Rosetta sta entrando nel vivo e ci aspettiamo che permetta di gettare una luce sui molti misteri sull’origine del sistema solare e della Terra. Tutto ciò con il contributo, possiamo aggiungere, anche della ricerca trentina.

Un grande entusiasmo ha accompagnato la discesa sulla cometa Churiumov-Gerasimenko del modulo Philae, trasportato dall’astronave Rosetta, tanto che molti hanno paragonato l’evento allo sbarco dell’uomo sulla Luna. In effetti, siamo davanti ad un’impresa formidabile, resa possibile dalla collaborazione scientifica tra numerosi enti di ricerca e università europee. Anche l’Italia ha dato fatto la sua parte. Diverse aziende, tra le quali Alenia Space e Finmeccanica, e numerosi scienziati di vari centri di ricerca italiani hanno partecipato allo sviluppo dei moduli dell’astronave; penso al Politecnico di Milano, al CISAS dell’Università di Padova, e al Cnr, solo per fare alcuni esempi. Ma anche la ricerca trentina è presente in questo progetto, e mi riferisco in particolare al Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento, tramite il prof. Mariolino De Cecco e la sua equipe di Meccatronica, i quali hanno partecipato attivamente al gruppo internazionale che ha progettato e costruito Osiris, uno dei moduli principali dell’astronave. Osiris ha studiato la superficie della cometa e ha permesso l’individuazione del punto ottimale di atterraggio di Philae; ora indagherà le caratteristiche dei minerali e gas presenti sulla cometa, cercando insomma di capire cosa c’è lassù.

Mariolino ha partecipato al risveglio di Rosetta – dopo dieci anni di ibernazione – e in particolare a quello di Osiris, coordinando la messa a punto del software di gestione dei telescopi. “Si ritiene”, afferma con comprensibile trepidazione, “che una buona parte dell’acqua degli oceani terrestri possa essere stata rilasciata dalle tante comete che hanno colpito il nostro pianeta durante le prime fasi della sua esistenza”. E l’acqua, lo sappiamo dai tempi di Talete, è l’elemento base della vita, addirittura il luogo dove la vita è nata. Insomma, il progetto comporterà numerose ricadute tecnologiche per le aziende e istituti di ricerca che vi hanno preso parte, e porterà pure – Mariolino ne è sicuro e anche noi lo auspichiamo – “una svolta storica alla conoscenza delle nostre origini”.

(dal Corriere del Trentino del 16 novembre 2014)

DII News, secondo numero!

DII news 2Ecco in anteprima il secondo numero del “DII News”, la rivista di informazione del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento.
Questo numero è dedicato all’internazionalizzazione, sia nel campo della ricerca che di quello della didattica.
Buona lettura!
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Frenare l’inquinamento da polveri sottili

RebrakeOgni automobilista sa che periodicamente deve sostituire le pastiglie freno della propria vettura perché si usurano. Ma dove finiscono i frammenti di usura? Ai lati della strada, si legge in uno dei tanti libretti dedicati alle domande strane. No, questa è solo metà della storia: infatti, metà dei frammenti di usura (più o meno..) entra nell’atmosfera e contribuisce all’inquinamento da polveri sottili (le ben note Pm10, Pm2,5 e così via) dell’aria che respiriamo.

Sarà un contributo trascurabile penseranno in molti. Non proprio. Grazie al continuo miglioramento della qualità delle benzine e del funzionamento dei motori, le emissioni di polveri sottili dal tubo di scappamento delle automobili sono diminuite tantissimo negli ultimi anni, tanto che oggi sono sostanzialmente comparabili a quelle dovute all’usura del sistema frenante. Dunque se si vuole raggiungere l’obiettivo UE 2020 di riduzione delle emissioni totali di polveri sottili del 47% entro il 2020, è necessario “attaccare” il problema da tutte le direzioni, e considerare pure il sistema disco freno pastiglia.
E’ in questo ambito che si inserisce il progetto REBRAKE finanziato dall’Unione Europea con 2 milioni di Euro, e svolto in collaborazione tra il Dipartimento di Ingegneria dei Materiali, la Brembo (azienda leader nella produzione di sistemi frenanti) e il Royal Institute of Technology (KTH) di Stoccolma. Si tratta di un progetto IAPP (Industry-Academia Partnerships and Pathways) attraverso il quale l’Unione Europea promuove collaborazioni dirette tra le industrie e il mondo accademico su specifici programmi di ricerca.

FP7-gen-RGBIl progetto si svilupperà in diverse fasi. Inizialmente saranno raccolte informazioni sulla quantità e le modalità di diffusione nell’ambiente circostante delle particelle – PM10 e non solo – prodotte dal consumo di dischi freno e pastiglie. Verranno analizzate polveri raccolte realizzando prove di laboratorie (con tribometri di tipo pin-on-disc attrezzati ad aspirare i frammenti di usura) e pure polveri raccolte ai bordi delle strade dove le automibili sono costrette a frenate decise. Verranno quindi realizzati dei modelli di emissione cercando di capire i meccanismi di usura e come essi sono determinati dalle caratteristiche dei materiali e delle condizioni di frenata. Il ruolo dei materiali appare assai critico, visto che le pastiglie freno sono realizzate in materiali compositi contenenti decine di “ingredienti”, ognuno con un suo specifico ruolo. Successivamente, il progetto si propone di avviare la progettazione di impianti frenanti formati da nuovi tipi di pastiglie (e, eventualmente, nuovi tipi di dischi freni; attualmente essi sono realizzati in ghisa grigia perlitica), che permettano di raggiungere l’obiettivo ultimo del programma: offrire al mercato sistemi in grado di combinare all’efficacia e alla sicurezza funzionale, una forte attenzione ai temi ambientali.

Esempio di nanopolvere emessa durante una frenata.

Esempio di nanopolvere emessa durante una frenata.

Non è escluso che dalla ricerca emerga anche la necessità di proporre nuove strategie di gestione del traffico con l’obiettivo di ridurre il numero e l’intensità delle frenate dei veicoli; un esempio può essere la riduzione del numero di semafori per favorire lo scorrimento costante e a velocità contenuta dei veicoli.

Il progetto REBRAKE avrà una durata di quattro anni, e coinvolgerà a tempo pieno una ventina tra ricercatori e dottorandi. Per chi volesse seguirne lo sviluppo, segnaliamo il sito ufficiale del progetto: http://www.rebrake-project.eu/Pages/home.aspx

I responsabili trentini del progetto sono Giovanni Straffelini e Stefano Gialanella del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento.

(dal “Trentino Industriale” di dicembre 2013)

Il primo numero del “DII NEWS”!

DII NewsE’ uscito il primo numero della rivista DII NEWS, la pubblicazione del Dipartimento di Ingegneria Industriale che si pone l’obiettivo di rappresentare un interlocutore privilegiato con il territorio e il suo ambito industriale e di innescare nuove prospettive di innovazione tecnologica.

Il numero è scaricabile qui: DII_NEWS_ n.5_gennaio2014.

Ricerca di eccellenza e trasferimento tecnologico

ingegneriaC’è chi vuole una ricerca trentina prestigiosa a livello internazionale, e c’è chi vuole una ricerca trentina che abbia ricadute tangibili sul territorio. Le due cose sono – ad oggi – abbastanza incompatibili, e per conciliarle al meglio – come in fondo è auspicato da tutti – serve innanzitutto mettere a fuoco la questione e trovare delle soluzioni adeguate.
Commentando alcune critiche sul calo della produttività scientifica della Fondazione Fbk, il presidente – prof. Egidi – ha dichiarato: “Rispetto al calo dei risultati, abbiamo scoperto che si è verificato laddove i ricercatori si sono dedicati al trasferimento tecnologico”. Questo è un po’ il nocciolo della questione: è difficile per un ricercatore – certo, non impossibile ma molto difficile – occuparsi con successo di attività di trasferimento tecnologico verso l’industria e pure di attività di ricerca di punta, quella che serve a raggiungere e mantenere un’adeguata caratura scientifica internazionale. Il motivo è presto detto. Le attività di trasferimento tecnologico riguardano temi di specifico interesse delle aziende che partecipano e sovvenzionano la ricerca, le quali, quasi sempre, vogliono essere esclusive proprietarie dei risultati e non ne permettono la pubblicazione anche quando sarebbe di rilievo. D’altro canto per eseguire ricerche in settori di punta e, spesso, di limitato interesse industriale, è necessario accedere a finanziamenti istituzionali, nazionali o europei. Ciò implica una notevole e lunga attività istruttoria con risultati incerti. Dunque: o il ricercatore spende molto tempo alla caccia di finanziamenti istituzionali e conduce ricerche che consentono di pubblicare sulle riviste di prestigio (permettendo così al centro di ricerca di appartenenza di scalare le classifiche internazionali), o si concentra sulle attività di trasferimento tecnologico, collaborando molto con le industrie ma pubblicando meno.
Una soluzione al problema potrebbe essere quella di fare in modo che i ricercatori dedichino parte del proprio tempo alla ricerca industriale ma non siano da questa assorbiti fino al punto da penalizzare la ricerca che si traduce in produzione scientifica. Si potrebbe quindi sostenere chi si occupa di trasferimento tecnologico (attraverso diverse forme: dai programmi di sviluppo agli accordi di programma o altro) in modo da consentire a questi ricercatori di svolgere anche un’adeguata ricerca di punta senza dover inseguire i finanziamenti, rischiando di fare male sia l’una che l’altra attività.
Il problema della difficile compatibilità tra ricerca di punta e trasferimento tecnologico non è certo solo trentino. Ma in Trentino si potrebbero cercare le forme per superarlo, a beneficio di tutti. Qui è stata avanzata una proposta, ma non è certo l’unica.

La fiaccola delle universiadi

fig3In questi giorni hanno luogo in Trentino le Universiadi invernali; atleti da più di 50 nazioni si stanno confrontando sulle piste innevate del Trentino.
Con un tocco di “ingegneria dei Materiali”. Si perché la fiaccola che ha aperto i giochi è stata progettata dal team di Stefano Rossi, del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento.
Si chiama “genziana delle alpi” e nel suo design si fonde tradizione e innovazione.
Tradizione: materiali quali il legno e la fiamma alimentata da cera vegetale e juta di riciclo. Inoltre l’ovale di smalto porcellanato, rivestimento antico con un’aura di regalità, depositato artisticamente in modo da creare un esemplare diverso dall’altro.
innovazione: il materiale che costituisce la torcia: TSteel acciaio inossidabile con un sottile rivestimento ceramico che dona colore ed effetti ottici e, nello stesso tempo, propreità tecniche elevate; LG HI Macs – pietra artificiale; composito a fibre di carbonio.
5 sport rappresentati con 5 classi di materiali diversi e 5 colori diversi uno per ogni petalo della genziana.

Collaborazione nella progettazione Arch. A. Titone (imola) acciaio TSteel e taglio; laser Steelcolor (Pescarolo e Uniti Cr) lavorazioni dei simboli fatte presso: DII-Uni Trento; Libera Università di Bolzano, Istituto Max Valier di Bolzano. Ovale di rame smaltato fatto presso Liceo Artistico Vittoria Trento.

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Ingegneri italiani verso la Germania

germaniaTutti sanno dei turisti tedeschi che scendono in Italia per le vacanze e lo shopping nei centri più attraenti del Belpaese. Pochi – probabilmente – sanno delle molte industrie tedesche che scendono ora in Italia per reclutare ingegneri per le loro aziende.

La notizia è stata riportata con risalto dalla stampa nazionale: l’associazione germanica degli ingegneri (la VDI) ha preparato uno specifico manuale per convincere i laureati italiani in ingegneria a sottoporre i loro curricula alle aziende tedesche che sono alla ricerca di più di 70 mila ingegneri (oltre il doppio di quanti si laureano ogni anno in ingegneria in Italia!). Finora hanno bussato alle porte del Politecnico di Milano – che conta punte di eccellenza e alti numeri – ma non passerà tanto tempo che si rivolgeranno pure ai laureati della nostra regione. Le aziende tedesche infatti – richiedono laureati con buona padronanza non solo dell’inglese ma anche del tedesco; ora, la conoscenza del tedesco non è molto diffusa in Italia, e la possibilità di trovare laureati nella nostra regione con buona conoscenza di tale lingua è senz’altro più elevata che altrove.

I motivi di tale interesse sono molteplici. Da una parte c’è la forte crescita dell’industria tedesca che, spinta soprattutto dal settore dell’energia, ha bisogno di più ingegneri di quanto le università locali riescano a sfornare. Dall’altra – tuttavia – c’è anche la necessità e il desiderio dei giovani italiani di cercare lavoro all’estero per valorizzare al meglio le proprie capacità. Da noi il ruolo dell’ingegnere industriale non è particolarmente considerato: le numerosissime industrie medio-piccole italiane tendono a preferire i diplomati ai laureati (perdendo così forti impulsi all’innovazione e alla crescita) e gli ingegneri neo-assunti sono relativamente sottopagati. Una recente ricerca del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (il CNI) riporta dati tanto chiari quanto deprimenti: ad un anno dalla laurea, un ingegnere italiano percepisce in media 1236 Euro al mese, mentre in Europa guadagna in media 2108 Euro (e in Germania probabilmente ancora di più).

Già oggi il 10% dei laureati in ingegneria in Italia è occupato all’estero (come illustrato ancora dall’indagine del CNI); la fuga dei cervelli – come si dice – è dunque destinata a crescere. Non è di sicuro una prospettiva allettante. Sia per un discorso economico (l’ingente investimento richiesto allo Stato per ogni laureato), sia in vista di una ripresa del settore manifatturiero nostrano che – pare – si sta lentamente avviando, e potrà concretizzarsi solo potendo fare affidamento sulle risorse migliori.

(dal Corriere del Trentino del 27 novembre 2013)

Frenare le polveri sottili


RebrakeGrazie al continuo miglioramento della qualità delle benzine e del funzionamento dei motori, le emissioni di polveri sottili dal tubo di scappamento delle automobili sono diminuite tantissimo negli ultimi anni, tanto che oggi le emissioni dovute all’usura del sistema frenante sono di entità comparabile.

Se si vuole raggiungere l’obiettivo UE 2020 di riduzione delle emissioni totali del 47% entro il 2020, è dunque necessario “attaccare” il problema da tutte le direzioni, e considerare dunque anche il sistema disco freno pastiglia.

E’ in questo ambito che si inserisce il progetto REBRAKE, svolto in collaborazione tra il Dipartimento di Ingegneria dei Materiali (con responsabilità scientifica del sottoscritto e del collega prof. Gialanella), la Brembo (azienda leader nella produzione di sistemi frenanti) e il Royal Institute of Technology (KTH) di Stoccolma. Si tratta di un porgetto IAPP (Industry-Academia Partnerships and Pathways) attraverso il quale la Comunità Europea promuove collaborazioni dirette tra le imprese industriali e il mondo accademico su specifici programmi di ricerca. Il finanziamento ammonta a 2 milioni di euro.

Il progetto si svilupperà in diverse fasi. Inizialmente sarà necessario raccogliere e analizzare informazioni sulla quantità e le modalità di diffusione nell’ambiente circostante delle particelle – PM10 e non solo – prodotte dal consumo di dischi freno e pastiglie, i due componenti usurabili del sistema frenante. Successivamente, rielaborando le informazioni raccolte, il progetto si propone di avviare la progettazione di impianti frenanti che permettano di raggiungere l’obiettivo ultimo del programma: offrire al mercato sistemi in grado di combinare all’efficacia e alla sicurezza funzionale, una forte attenzione ai temi ambientali.

Ecco il sito del progetto rebrake.

Ricerca e territorio

ricercaNumerose aree dell’ateneo trentino conducono da anni ricerca di alto livello collaborando con industrie di ogni parte del mondo; molto spesso – è il caso ad esempio del Dipartimento di Ingegneria Industriale – le ricerche svolte con aziende trentine o del triveneto costituiscono una quota minoritaria. Da più parti – tuttavia – è espresso l’auspicio di una maggiore collaborazione tra ricerca locale e aziende del territorio: come fare per favorirla?

L’industria è concentrata sullo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei prodotti con un atteggiamento molto dinamico: per stare sul mercato, infatti, deve innovare e – se il caso – lanciarsi in nuovi settori che aprono possibilità di competizione; per questo ha bisogno di ricerca eccellente a cui ricorrere con grande tempismo. Il mondo della ricerca, d’altra parte, ha bisogno di tempo per sviluppare competenze di alto livello (spesso tra molte difficltà – come ben sappiamo): nell’uso delle strumentazioni, nello sviluppo delle capacità di calcolo e di interpretazione, nella predisposizione di una rete internazionale di collaborazioni. E’ naturale quindi che ci sia un certo sfasamento tra il mondo dell’industria e quello della ricerca di uno stesso territorio; nessun ricercatore dell’ateneo trentino si può pertanto sentire sminuito se un’industria del territorio si rivolge altrove (in Italia o all’estero) per affrontare al meglio una specifica esigenza di ricerca; analogamente, non può sorprendere se molte industrie anche straniere si rivolgono a ricercatori trentini che hanno maturato forti competenze su particolari tematiche.

Tuttavia è sicuramente auspicabile che crescano le collaborazioni e le sinergie tra industrie e centri di ricerca del medesimo territorio: la prossimità e gli obiettivi comuni costituiscono una molla formidabile, e le ricadute sono positive per tutti. Preso atto che questa non può però essere la regola generale (il rischio sarebbe quello di perdere efficacia sia nella ricerca sia nello sviluppo industriale), per favorire le collaborazioni si possono percorrere diverse strade. Una di queste prevede il finanziamento di ricercatori su determinati ambiti di ricerca di interesse industriale; è una via molto perseguita nel mondo anglosassone dove è usuale incontrare ricercatori – e dunque interi laboratori – che lavorano su progetti di un particolare settore industriale. Una seconda strada è quella di sostenere iniziative industriali stimolate dalla ricerca; in tale ottica l’università può anche diventare una risorsa che precorre i tempi, indicando nuovi ambiti di sviluppo produttivo, nuove possibilità di mercato, nuovi metodi e materiali sui quali far nascere iniziative produttive non ancora presenti sul territorio.

Per percorrere con successo queste e altre strade è naturalmente necessaria una decisa programmazione e pure una certa disponibilità di tutti a mettersi in gioco.

(dal Corriere del Trentino del 1 agosto 2013)

Scegliere la facoltà

ingegneriaIn questo periodo molti studenti freschi di maturità sono chiamati a scegliere quale corso di laurea affrontare e in quale sede. Un aiuto a questa decisione è fornito dalle classifiche degli Atenei italiani, stilate annualmente dal Censis e dal Sole24-Ore. I risultati di questi studi, tuttavia, sono spesso discordanti: è già capitato, ad esempio, che la classifica del Censis ponga le diverse Facoltà dell’Università di Trento ai primissimi posti in Italia, mentre la graduatoria del Sole 24-Ore veda il nostro Ateneo assai più indietro. Com’è possibile una diversità di valutazione così marcata? Come può uno studente comprendere queste differenze e operare una scelta adeguatamente consapevole?

I diversi risultati delle due classifiche sono determinati dai differenti parametri considerati. La classifica del Censis tiene conto di cinque indicatori: la produttività, la qualità della didattica, il profilo dei docenti, la qualità della ricerca ed i rapporti internazionali. Gli ottimi risultati delle facoltà trentine sono soprattutto determinati dall’elevata qualità della ricerca e dall’estesa e qualificata rete di rapporti internazionali. La classifica stilata dal Sole-24Ore considera sette parametri, riassumibili nei seguenti indicatori: produttività, qualità della didattica, attrattività, capacità di autofinanziamento. La (relativamente) bassa valutazione dell’Ateneo trentino è dovuta alla ridotta attrattività (anche se sempre più studenti vengono a studiare a Trento da fuori regione) ed al fatto che, a differenza del Censis, non è considerata la qualità della ricerca e dei rapporti internazionali.

Il dato complessivo delle due classifiche è quindi un parametro poco indicativo e nella scelta ogni studente dovrebbe piuttosto capire quale aspetto è più importante per i propri obiettivi; se – ad esempio – preferisce l’opportunità di realizzare un’esperienza all’estero, o l’accessibilità alle attività di ricerca, o la facilità di terminare gli studi in modo regolare magari sacrificando un po’ la qualità della preparazione. E’ tuttavia abbastanza curioso che entrambe le classifiche non prendono in considerazione gli sbocchi occupazionali dei laureati. La scelta di un corso di laurea e della sede dove seguirlo, infatti, non dovrebbe prescindere dalla valutazione delle opportunità lavorative date dal titolo conseguito, oltre che – evidentemente – dalle proprie inclinazioni personali. Ad integrazione delle due classifiche è quindi opportuno che il neo-diplomato consulti anche i dati disponibili sugli sbocchi occupazionali, come quelli raccolti da AlmaLaurea. Un parametro di semplice utilizzo è la percentuale di laureati del 2003 che nel 2006 hanno trovato occupazione. I dati di AlmaLaurea mostrano come le Facoltà trentine si posizionino – tranne un caso – ben sopra la media nazionale, con risultati di assoluto rilievo. Ad esempio, la percentuale di laureati trentini in Economia occupati a tre anni dalla laurea è l’81,3%, contro il 77,8% della media nazionale; quelli d’Ingegneria è il 94,6% contro una media nazionale del 91% (in questa particolare graduatoria Ingegneria di Trento è quarta in Italia).

Le classifiche del Censis e del Sole 24-Ore sono quindi un utile guida nella scelta della carriera universitaria solo se lo studente soppesa ogni singolo indicatore e se valuta anche le proprie inclinazioni e le opportunità dischiuse dal titolo di studio verso il difficile mercato del lavoro.

(da un edit sul Corriere del Trentino del 28 agosto 2007)

L’etica in ateneo

codice eticoUna recente ricerca realizzata dagli studenti di Giurisprudenza ha fornito un affresco assai vivace della loro percezione dell’etica nell’Università di Trento; e le sorprese non mancano. Il gruppo di lavoro hanno condotto l’indagine col fine di fornire un contributo di riflessione ai nuovi organi dell’Ateneo trentino chiamati a redigere il Codice Etico dell’Università. E già qui viene il primo riscontro: pochi studenti appaiono informati dell’esistenza e del significato del Codice Etico, un documento che ogni Ateneo italiano deve stilare per fissare le regole di condotta che dovrebbero guidare i comportamenti di tutti i suoi membri.

Questo primo risultato non sorprende più di tanto: come sovente succede anche in altri ambiti, la comunicazione tra le istituzioni e la base – se così si può dire – non è sempre delle migliori, e anche nel nostro Ateneo va sicuramente perfezionata. Più interessanti e, direi pure, assai più sorprendenti sono i riscontri relativi ai comportamenti non etici perpetrati dagli studenti verso i loro compagni. Qui la critica è chiara: occupazione abusiva dei posti nelle aule, sottrazione di oggetti dimenticati… sono esempi di comportamenti considerati gravi e riscontrati in modo frequente. Difficile proporre dei rimedi infallibili, ma la denuncia presso chi di dovere appare la strada quasi obbligata. Altrettanto inattesi sono i rilievi sui comportamenti non etici realizzati dai docenti verso gli studenti. La vulgata è nota a tutti, e parla di professori che maltrattano gli studenti presentendosi in ritardo a lezione, dosando ironia e perfidia agli esami e via elencando. Ma tali comportamenti gravi sono però assai rari, tanto da essere percepiti come delle tristi eccezioni dagli studenti che hanno partecipato alla ricerca. Che anni di attenzioni e richiami verso una migliore qualità della didattica, scanditi da questionari e voti ai professori abbiano finalmente dato i loro frutti?

Forse si, ma il corpo docente dell’Ateneo trentino non deve di certo rallegrarsi troppo. A far tornare tutti coi piedi per terra ci ha pensato la recente e influentissima classifica delle università del mondo, stilata dall’istituto londinese QS. Se l’Ateneo trentino veleggia nelle prime posizioni tra le Università italiane (mostrando tuttavia un certo cedimento negli ultimi anni), il confronto con gli istituti esteri è disarmante. Fanno soffrire, in particolare, la reputazione della ricerca e della nostra capacità di laureare studenti particolarmente ambiti dal mondo del lavoro. Dunque, è certo fondamentale che il corpo docente sappia trattare gli studenti con considerazione e rispetto, ma è altrettanto decisivo che sappia prepararli al meglio, impostando corsi efficaci, di eccellenza e ben apprezzati da chi dovrà assumerli. Si tratta di un punto che gli studenti forse non sanno ancora valutare (e che di certo non sarà inserito nel Codice Etico); ma si tratta – a guardar bene – di un compito che ogni docente dovrebbe sentire come profondamente etico, come una propria imprescindibile mission morale.

(dal Corriere del Trentino del 5 giugno 2013)

L’importanza della forma (e della superficie)

Foto 1Perché amiamo un prodotto? vale a dire: l’importanza della forma e della superficie nel product design.

Questo è stato l’argomento del 4° Materials Design Workshop, che si è tenuto martedì 7 maggio presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento; un appuntamento ormai tradizionale, diventato un punto di incontro e discussione fra il mondo tecnico e quello del designer.

Grande affluenza di pubblico, oltre 200 persone: progettisti, designer, tecnici industriali, studenti universitari, di Accademie e di istituti d’Arte, provenienti dal Nord Italia, alcuni anche dall’estero, tutti convenuti a Trento per discutere sul metodo di rendere un prodotto/oggetto veramente appetibile all’utente, “amabile” dal suo possessore.

I relatori di livello internazionale – citiamo fra gli altri Alessandro Vecchiato di Foscarini; Marc Sadler, uno dei designer mondiali più famosi; Rodriguo Rodriquez vice presidente di Flos e presidente di Materials Connexion Italia; Luigi Bandini Buti, il padre dell’ergonomia in Italia e presidente di design for All; Aldo Bottoli grande esperto di gestione del colore – hanno condotto il pubblico a riflettere sul rapporto oggetto/utente, seguendo anche le più recenti indicazioni delle neuroscienze. Inconsciamente e automaticamente – infatti – ognuno interpreta gli input sensoriali e si crea un´immagine, positiva o negativa, di un prodotto; da qui la grande importanza per il designer di saper gestire tali aspetti in modo da creare il “prodotto perfetto”.

Grande attenzione dunque al colore, alle superfici touch e alle tecniche di progettazione e realizzazione come il rapid prototyping nonché a tutti gli aspetti che generano una sensazione di piacevolezza e soddisfazione nell’utente.
A corollario delle presentazioni un´esposizione di nuovi materiali, prodotti smaltati, polimeri soft che ha permesso ai presenti di dare sostanza alle parole dei relatori.

Ecco un resoconto sull’iniziativa sul giornale locale l’Adige: adige workshop 2013

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