Il primo numero del “DII NEWS”!

DII NewsE’ uscito il primo numero della rivista DII NEWS, la pubblicazione del Dipartimento di Ingegneria Industriale che si pone l’obiettivo di rappresentare un interlocutore privilegiato con il territorio e il suo ambito industriale e di innescare nuove prospettive di innovazione tecnologica.

Il numero è scaricabile qui: DII_NEWS_ n.5_gennaio2014.

Ricerca di eccellenza e trasferimento tecnologico

ingegneriaC’è chi vuole una ricerca trentina prestigiosa a livello internazionale, e c’è chi vuole una ricerca trentina che abbia ricadute tangibili sul territorio. Le due cose sono – ad oggi – abbastanza incompatibili, e per conciliarle al meglio – come in fondo è auspicato da tutti – serve innanzitutto mettere a fuoco la questione e trovare delle soluzioni adeguate.
Commentando alcune critiche sul calo della produttività scientifica della Fondazione Fbk, il presidente – prof. Egidi – ha dichiarato: “Rispetto al calo dei risultati, abbiamo scoperto che si è verificato laddove i ricercatori si sono dedicati al trasferimento tecnologico”. Questo è un po’ il nocciolo della questione: è difficile per un ricercatore – certo, non impossibile ma molto difficile – occuparsi con successo di attività di trasferimento tecnologico verso l’industria e pure di attività di ricerca di punta, quella che serve a raggiungere e mantenere un’adeguata caratura scientifica internazionale. Il motivo è presto detto. Le attività di trasferimento tecnologico riguardano temi di specifico interesse delle aziende che partecipano e sovvenzionano la ricerca, le quali, quasi sempre, vogliono essere esclusive proprietarie dei risultati e non ne permettono la pubblicazione anche quando sarebbe di rilievo. D’altro canto per eseguire ricerche in settori di punta e, spesso, di limitato interesse industriale, è necessario accedere a finanziamenti istituzionali, nazionali o europei. Ciò implica una notevole e lunga attività istruttoria con risultati incerti. Dunque: o il ricercatore spende molto tempo alla caccia di finanziamenti istituzionali e conduce ricerche che consentono di pubblicare sulle riviste di prestigio (permettendo così al centro di ricerca di appartenenza di scalare le classifiche internazionali), o si concentra sulle attività di trasferimento tecnologico, collaborando molto con le industrie ma pubblicando meno.
Una soluzione al problema potrebbe essere quella di fare in modo che i ricercatori dedichino parte del proprio tempo alla ricerca industriale ma non siano da questa assorbiti fino al punto da penalizzare la ricerca che si traduce in produzione scientifica. Si potrebbe quindi sostenere chi si occupa di trasferimento tecnologico (attraverso diverse forme: dai programmi di sviluppo agli accordi di programma o altro) in modo da consentire a questi ricercatori di svolgere anche un’adeguata ricerca di punta senza dover inseguire i finanziamenti, rischiando di fare male sia l’una che l’altra attività.
Il problema della difficile compatibilità tra ricerca di punta e trasferimento tecnologico non è certo solo trentino. Ma in Trentino si potrebbero cercare le forme per superarlo, a beneficio di tutti. Qui è stata avanzata una proposta, ma non è certo l’unica.

L’ambiente nel mercato

masoE’ abbastanza diffusa la convinzione che le risorse ambientali – come le foreste, i corsi d’acqua, i laghi – possano essere governate al meglio solo dall’amministrazione pubblica, considerata più attenta dei privati a gestire i beni comuni. In realtà, questo non è necessariamente vero. In molti casi, infatti, una gestione operante in un regime di mercato – con i necessari organi di controllo e tutela – può rivelarsi assai vantaggiosa per il territorio, sia in termini economici che ambientali. Nella nostra Regione questo è documentato da diversi esempi, dai quali si può sicuramente trarre utile insegnamento.

In Trentino, la Magnifica Comunità di Fiemme da secoli gestisce il patrimonio boschivo collettivo con un occhio attento al mercato e con ricadute notevoli per gli abitanti della valle che, in buona sostanza, sono i proprietari dei boschi. Nel passato i ricavi della vendita del legname hanno permesso la costruzione di un ospedale, di una stazione delle autocorriere, di strade e la distribuzione di proventi agli abitanti, che sono quindi stimolati a rispettare le foreste stesse e a gestirle al meglio, affinchè possano continuare a dare i loro frutti. Questo tipo di gestione non ha quindi comportato un degrado delle risosorse (degli alberi, del sottobosco, degli animali che vi abitano, dei corsi d’acqua) come molti potrebbero temere, ma ha invece favorito la loro preservazione nei secoli, tanto che la Comunità ha ottenuto anche una prestigiosa “eco-certificazione”. In Alto Adige, più del 50% della superficie boschiva appartiene ad aziende singole (i masi) che dalla loro gestione oculata delle risorse traggono ancora oggi la loro ricchezza economica. Senza degradare il territorio. Anzi, curandolo con l’attenzione che si riserva alle attività che forniscono il proprio sostentamento.

Il legname, evidentemente, è la principale risorsa offerta dalle foreste. Va quindi seguita con interesse l’attività dell’Osservatorio delle produzioni trentine, tesa a valorizzare la filiera foresta-legno e favorire così la crescita economica del settore. Ma i boschi offrono anche altre opportunità: la pesca (le cui potenzialità di ulteriore sviluppo sono notevoli, come confermato dal grande successo della recente fiera di Riva del Garda), l’escursionismo, il camping, lo sport, il bird-watching. L’auspicio è che si impari dalla nostra tradizione e non si abbia timore ad affidare agli incentivi del mercato la valorizzazione di queste risorse, quando le regole lo permettono. I vantaggi potrebbero essere molti. Per le comunità, gli investitori e anche la qualità dell’ambiente.

(dal Corriere del Trentino del 20 aprile 2007)

Ricerca e territorio

ricercaNumerose aree dell’ateneo trentino conducono da anni ricerca di alto livello collaborando con industrie di ogni parte del mondo; molto spesso – è il caso ad esempio del Dipartimento di Ingegneria Industriale – le ricerche svolte con aziende trentine o del triveneto costituiscono una quota minoritaria. Da più parti – tuttavia – è espresso l’auspicio di una maggiore collaborazione tra ricerca locale e aziende del territorio: come fare per favorirla?

L’industria è concentrata sullo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei prodotti con un atteggiamento molto dinamico: per stare sul mercato, infatti, deve innovare e – se il caso – lanciarsi in nuovi settori che aprono possibilità di competizione; per questo ha bisogno di ricerca eccellente a cui ricorrere con grande tempismo. Il mondo della ricerca, d’altra parte, ha bisogno di tempo per sviluppare competenze di alto livello (spesso tra molte difficltà – come ben sappiamo): nell’uso delle strumentazioni, nello sviluppo delle capacità di calcolo e di interpretazione, nella predisposizione di una rete internazionale di collaborazioni. E’ naturale quindi che ci sia un certo sfasamento tra il mondo dell’industria e quello della ricerca di uno stesso territorio; nessun ricercatore dell’ateneo trentino si può pertanto sentire sminuito se un’industria del territorio si rivolge altrove (in Italia o all’estero) per affrontare al meglio una specifica esigenza di ricerca; analogamente, non può sorprendere se molte industrie anche straniere si rivolgono a ricercatori trentini che hanno maturato forti competenze su particolari tematiche.

Tuttavia è sicuramente auspicabile che crescano le collaborazioni e le sinergie tra industrie e centri di ricerca del medesimo territorio: la prossimità e gli obiettivi comuni costituiscono una molla formidabile, e le ricadute sono positive per tutti. Preso atto che questa non può però essere la regola generale (il rischio sarebbe quello di perdere efficacia sia nella ricerca sia nello sviluppo industriale), per favorire le collaborazioni si possono percorrere diverse strade. Una di queste prevede il finanziamento di ricercatori su determinati ambiti di ricerca di interesse industriale; è una via molto perseguita nel mondo anglosassone dove è usuale incontrare ricercatori – e dunque interi laboratori – che lavorano su progetti di un particolare settore industriale. Una seconda strada è quella di sostenere iniziative industriali stimolate dalla ricerca; in tale ottica l’università può anche diventare una risorsa che precorre i tempi, indicando nuovi ambiti di sviluppo produttivo, nuove possibilità di mercato, nuovi metodi e materiali sui quali far nascere iniziative produttive non ancora presenti sul territorio.

Per percorrere con successo queste e altre strade è naturalmente necessaria una decisa programmazione e pure una certa disponibilità di tutti a mettersi in gioco.

(dal Corriere del Trentino del 1 agosto 2013)

Scegliere la facoltà

ingegneriaIn questo periodo molti studenti freschi di maturità sono chiamati a scegliere quale corso di laurea affrontare e in quale sede. Un aiuto a questa decisione è fornito dalle classifiche degli Atenei italiani, stilate annualmente dal Censis e dal Sole24-Ore. I risultati di questi studi, tuttavia, sono spesso discordanti: è già capitato, ad esempio, che la classifica del Censis ponga le diverse Facoltà dell’Università di Trento ai primissimi posti in Italia, mentre la graduatoria del Sole 24-Ore veda il nostro Ateneo assai più indietro. Com’è possibile una diversità di valutazione così marcata? Come può uno studente comprendere queste differenze e operare una scelta adeguatamente consapevole?

I diversi risultati delle due classifiche sono determinati dai differenti parametri considerati. La classifica del Censis tiene conto di cinque indicatori: la produttività, la qualità della didattica, il profilo dei docenti, la qualità della ricerca ed i rapporti internazionali. Gli ottimi risultati delle facoltà trentine sono soprattutto determinati dall’elevata qualità della ricerca e dall’estesa e qualificata rete di rapporti internazionali. La classifica stilata dal Sole-24Ore considera sette parametri, riassumibili nei seguenti indicatori: produttività, qualità della didattica, attrattività, capacità di autofinanziamento. La (relativamente) bassa valutazione dell’Ateneo trentino è dovuta alla ridotta attrattività (anche se sempre più studenti vengono a studiare a Trento da fuori regione) ed al fatto che, a differenza del Censis, non è considerata la qualità della ricerca e dei rapporti internazionali.

Il dato complessivo delle due classifiche è quindi un parametro poco indicativo e nella scelta ogni studente dovrebbe piuttosto capire quale aspetto è più importante per i propri obiettivi; se – ad esempio – preferisce l’opportunità di realizzare un’esperienza all’estero, o l’accessibilità alle attività di ricerca, o la facilità di terminare gli studi in modo regolare magari sacrificando un po’ la qualità della preparazione. E’ tuttavia abbastanza curioso che entrambe le classifiche non prendono in considerazione gli sbocchi occupazionali dei laureati. La scelta di un corso di laurea e della sede dove seguirlo, infatti, non dovrebbe prescindere dalla valutazione delle opportunità lavorative date dal titolo conseguito, oltre che – evidentemente – dalle proprie inclinazioni personali. Ad integrazione delle due classifiche è quindi opportuno che il neo-diplomato consulti anche i dati disponibili sugli sbocchi occupazionali, come quelli raccolti da AlmaLaurea. Un parametro di semplice utilizzo è la percentuale di laureati del 2003 che nel 2006 hanno trovato occupazione. I dati di AlmaLaurea mostrano come le Facoltà trentine si posizionino – tranne un caso – ben sopra la media nazionale, con risultati di assoluto rilievo. Ad esempio, la percentuale di laureati trentini in Economia occupati a tre anni dalla laurea è l’81,3%, contro il 77,8% della media nazionale; quelli d’Ingegneria è il 94,6% contro una media nazionale del 91% (in questa particolare graduatoria Ingegneria di Trento è quarta in Italia).

Le classifiche del Censis e del Sole 24-Ore sono quindi un utile guida nella scelta della carriera universitaria solo se lo studente soppesa ogni singolo indicatore e se valuta anche le proprie inclinazioni e le opportunità dischiuse dal titolo di studio verso il difficile mercato del lavoro.

(da un edit sul Corriere del Trentino del 28 agosto 2007)

L’importanza della forma (e della superficie)

Foto 1Perché amiamo un prodotto? vale a dire: l’importanza della forma e della superficie nel product design.

Questo è stato l’argomento del 4° Materials Design Workshop, che si è tenuto martedì 7 maggio presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento; un appuntamento ormai tradizionale, diventato un punto di incontro e discussione fra il mondo tecnico e quello del designer.

Grande affluenza di pubblico, oltre 200 persone: progettisti, designer, tecnici industriali, studenti universitari, di Accademie e di istituti d’Arte, provenienti dal Nord Italia, alcuni anche dall’estero, tutti convenuti a Trento per discutere sul metodo di rendere un prodotto/oggetto veramente appetibile all’utente, “amabile” dal suo possessore.

I relatori di livello internazionale – citiamo fra gli altri Alessandro Vecchiato di Foscarini; Marc Sadler, uno dei designer mondiali più famosi; Rodriguo Rodriquez vice presidente di Flos e presidente di Materials Connexion Italia; Luigi Bandini Buti, il padre dell’ergonomia in Italia e presidente di design for All; Aldo Bottoli grande esperto di gestione del colore – hanno condotto il pubblico a riflettere sul rapporto oggetto/utente, seguendo anche le più recenti indicazioni delle neuroscienze. Inconsciamente e automaticamente – infatti – ognuno interpreta gli input sensoriali e si crea un´immagine, positiva o negativa, di un prodotto; da qui la grande importanza per il designer di saper gestire tali aspetti in modo da creare il “prodotto perfetto”.

Grande attenzione dunque al colore, alle superfici touch e alle tecniche di progettazione e realizzazione come il rapid prototyping nonché a tutti gli aspetti che generano una sensazione di piacevolezza e soddisfazione nell’utente.
A corollario delle presentazioni un´esposizione di nuovi materiali, prodotti smaltati, polimeri soft che ha permesso ai presenti di dare sostanza alle parole dei relatori.

Ecco un resoconto sull’iniziativa sul giornale locale l’Adige: adige workshop 2013

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La ricerca cenerentola

stent

Stent per impieghi biomedici; esempio di prodotto di ricerca avanzata.

Da anni ormai la crescita economica italiana è in una fase di preoccupante rallentamento, se non stagnazione, in gran parte imputabile alla ridotta importanza assegnata alla ricerca industriale. In Italia, infatti, si è sempre preferito mantenere una forte produzione di beni a basso contenuto tecnologico anziché investire con decisione nella ricerca ed entrare in settori innovativi, come fatto ad esempio in Germania e in Francia. Questo ci espone maggiormente alla concorrenza dei paesi emergenti ed ai pericoli dello spostamento di nostre imprese in aree con minor costo della manodopera. In Trentino la situazione non è migliore del resto d’Italia e le incertezze sul futuro di alcune aziende locali ne sono una testimonianza tangibile. Come potenziare quindi la ricerca e favorire l’innovazione industriale?

Di sicuro all’orizzonte non si scorgono ricette miracolose. Diversi studi, tuttavia, concordano sulla necessità di indirizzare l’intervento pubblico verso tre direttrici principali. La prima riguarda il miglioramento delle condizioni di contorno (infrastrutture, burocrazia, accesso al credito) che facilitano gli investimenti, anche dall’estero. La seconda riguarda il sostegno alla ricerca “radicale”; quella, per intenderci, di confine, portata avanti da piccole e giovani aziende in settori di punta. E’ una scommessa sul futuro: la speranza è che queste iniziative imprenditoriali diventino una realtà forte e trascinante per il territorio. La terza direttrice, infine, riguarda il supporto alla ricerca “incrementale”, quella delle grandi industrie, che per crescere e consolidare il proprio mercato devono ottimizzare le procedure produttive e migliorare costantemente la competitività dei loro prodotti.

Quest’ultima direttrice è quella più importante e forse quella più difficile da perseguire. Spesso, infatti, i finanziamenti pubblici alle imprese incidono poco sulla loro competitività, e si rivelano una “anticipazione” di investimenti che le imprese avrebbero comunque sostenuto. Occorre quindi calibrare al meglio tali interventi, focalizzandoli solo sulle azioni innovative e, in particolare, sulle ricerche orientate allo sviluppo di prodotti con caratteristiche non uguagliabili dalle industrie dei paesi emergenti.
La ricerca è la principale risorsa che abbiamo per potenziare il tessuto industriale di un territorio: è sicuramente saggio e previdente sostenerla con convinzione ed efficienza.

(tratto da un edit sul Corriere del Trentino del 6 ottobre 2007)

Arte e tecnologia

MartLe opere dell’arte contemporanea sono sovente realizzate con materiali che possono invecchiare e degradare nel tempo. Non sempre, infatti, gli artisti conoscono perfettamente il materiale che hanno scelto per dare vita alla loro creatività, e non sono quindi in grado di prevedere come si conserverà in futuro. La cosa non deve peraltro meravigliarci, perché non è facile per nessuno conoscere tutte le caratteristiche dei numerosi materiali che sono continuamente sviluppati dalla ricerca scientifica.

Il problema della conservazione e del restauro delle opere è quindi molto sentito ed è, allo stesso tempo, assai complesso, dato che richiede specifiche conoscenze e la capacità di utilizzare sofisticate attrezzature di analisi, per interpretare i fattori di degrado e saper predisporre così le relative contromisure. La cosiddetta “scienza della conservazione” ha dunque bisogno dell’integrazione di competenze molto diverse tra loro, che difficilmente possono essere riscontrate, a livelli di eccellenza, in un unico ambito territoriale. Il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (Mart) di Rovereto e il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento possiedono le competenze per dar vita ad una forte collaborazione e quindi ad eccellenti opportunità di crescita per il territorio. Si pensi alle ricadute provenienti dallo sviluppo di nuove tecniche di indagine e di conservazione, esportabili anche in altri settori dell’arte ed in altri musei, italiani o stranieri. O quelle derivanti dalla possibilità di partecipare a progetti internazionali, di attirare artisti e studiosi da tutto il mondo, di dare vita ad attività economiche: nel design, nell’architettura, nella pubblicità, nel cinema.

Quando si parla di arte e di alta tecnologia applicata all’arte, in Italia giochiamo in casa. Sarebbe assai saggio sfruttare al meglio questa opportunità che abbiamo in Trentino, ed innescare una serie di attività in grado di produrre effetti positivi in molteplici settori, sia culturali che economici.

(da un edit sul Corriere del Trentino del 21 febbraio 2007)

Non molliamo il manifatturiero!

industria

La principale risorsa economica dell’Italia è attualmente costituita dall’industria meccanica, il cui bacino più consistente è formato da numerose, piccole e medie industrie (Pmi). Certo, il “made in Italy” – dalla moda all’arredamento – è un settore trainante per la nostra economia; ma è al secondo posto, dopo l’industria meccanica, che ci vede leader in Europa e che guida le nostre esportazioni. Un solo dato chiarisce bene la dimensione di questo fenomeno: l’industria meccanica italiana fattura più di tutte le industrie farmaceutiche europee messe insieme.

E’ quindi evidente la necessità di favorire lo sviluppo – anche a livello locale – di questo settore, vero motore di una possibile ripresa dell’economia italiana. Due sembrano essere le direttrici principali lungo le quali agire. La prima riguarda la necessità d’incentivare la formazione professionale in campo scientifico e tecnologico. In Italia, è ben noto, ci sono pochi ingegneri e tecnici intermedi. Di tutti i laureati, quelli che provengono da facoltà scientifiche da noi sono il 30% in meno che in Europa; per non parlare della Cina, che laurea 800mila ingegneri all’anno. La seconda direttrice riguarda la necessità di favorire la ricerca industriale delle Pmi. Fino ad oggi le industrie italiane di medie e piccole dimensioni del settore meccanico-manifatturiero sono riuscite a competere nel mercato globale grazie alla loro elevata flessibilità, cioè alla loro capacità di reinventarsi continuamente e seguire, con tempestività, le esigenze dei clienti. Queste imprese, tuttavia, riescono a fare poca ricerca e sviluppo, sia per i limiti della loro ridotta dimensione che per l’elevata difficoltà ad accedere ai finanziamenti dei progetti nazionali e locali, che sono di più agevole appannaggio per le imprese di grandi dimensioni, le quali hanno maggiori risorse e possono permettersi di attendere i tempi lunghi delle procedure di valutazione dei progetti e di erogazione dei contributi.

La sfida si fa però sempre più difficile, ed è urgente concretizzare alcuni interventi. In primis, occorre favorire la formazione di ingegneri e tecnici tramite, ad esempio, specifiche borse di studio o mediante sconti sulle tasse di iscrizione agli studenti più meritevoli. Poi va incoraggiata la ricerca scientifica e tecnologica nelle imprese di medie e piccole dimensioni, promuovendo una maggiore rapidità di fruizione degli incentivi. Una via potrebbe essere quella di adottare degli incentivi permanenti alla ricerca, basati su specifiche agevolazioni fiscali, in modo che le Pmi possano trarre ulteriore dinamismo da processi di innovazione magari di ridotto respiro ma tempestivi, cioè in grado di dare rapide risposte alle esigenze dei clienti.

(elaborato da un edit sul Corriere del Trentino del 20 giugno 2007)

Scienza, felicità e sviluppo

Una ricerca informa che gli scandinavi e gli abitanti di Irlanda, Olanda e Belgio sono coloro che, in Europa, si dichiarano più felici. E gli italiani? Sono nelle retrovie della classifica, nonostante l’elevata qualità della vita nel Belpaese. Penso sia utile riflettere su questi dati.

E’ evidente che una classifica che misura la felicità delle persone va trattata con cautela, anche se è redatta in modo serio. Non si può tuttavia evitare di notare come la classifica presentata sia molto simile a molte altre, che sono incentrate su temi assai diversi. I paesi europei più felici, infatti, sono anche quelli dove è maggiore la diffusione delle conoscenze scientifiche, è maggiore il numero di ricercatori e di investimenti in ricerca e sviluppo, ed è maggiore – di conseguenza, direi – la capacità di innovazione e sviluppo del territorio.

Certo, la felicità delle persone dipende da numerosi fattori, come il livello di democrazia (parametro usato dagli autori della ricerca per confrontare paesi dei vari continenti), la qualità delle politiche per il welfare e, soprattutto, l’equità sociale. Ma non è insensato pensare che anche una diffusa consapevolezza scientifica, capace di spingere la leva dell’innovazione, possa promuovere il benessere economico e sociale del territorio, e quindi la felicità delle persone che vi abitano. Non solo. Una diffusa consapevolezza scientifica mette al riparo anche dalle molte e spesso esagerate paure contemporanee legate allo sviluppo tecnologico, e che trovano proprio nella scarsa fiducia nella scienza una formidabile amplificazione che origina insicurezza e infelicità.

Un recente rapporto su Scienza, Tecnologia e Opinione Pubblica in Trentino evidenzia come in provincia di Trento il livello di consapevolezza scientifica e di fiducia nella scienza sia sostanzialmente simile a quello dei paesi scandinavi. Significa che i Trentini sono più felici degli altri italiani? A leggere un recentissimo rapporto Istat (scaricabile qui sotto) sembrerebbe di si… Che sia dunque vero che una maggiore diffusione delle conoscenze scientifiche implica una maggiore felicità?

felicità trentino

(ripreso da un edit sul Corriere del Trentino del 24 ottobre 2008)

La metallurgia, tra crisi e sviluppo

Non è un bel momento per la metallurgia in Italia. I maggiori impianti siderurgici nazionali – a Taranto, Piombino, Terni – sono a rischio chiusura a causa della crisi e di problemi ambientali. Anche in Trentino l’acciaieria di Borgo Valsugana sta affrontando una fase critica, nella risoluzione di problemi di inquinamento e di trasferimento di proprietà. Il convegno nazionale di metallurgia, che si apre il 7 novembre a Trento ed è organizzato dall’associazione italiana di metallurgia con il dipartimento di Ingegneria dei Materiali dell’Università di Trento, è dunque un’occasione preziosa per rilanciare l’immagine della metallurgia italiana, e trovare nuovi stimoli e idee di innovazione industriale.

Lo sviluppo scientifico e tecnologico della matellurgia ha segnato i progressi dell’umanità, dagli albori ai giorni d’oggi. I primi passi tecnologici dell’uomo sono stati scanditi dalla scoperta del rame e del bronzo, e poi da quella del ferro e dell’acciaio. I prodotti metallurgici costituiscono ancora oggi gran parte degli oggetti che usiamo tutti i giorni (dalla lavatrice all’automobile) e rappresentano una componente rilevante del tessuto produttivo italiano, che trova nell’industria manifatturiera punte di eccellenza internazionale.

Purtroppo la produzione dei metalli comporta pure la formazione di sostanze indesiderate, come scorie da smaltire in discariche speciali (o da valorizzare in applicazioni particolari), o polveri fini, da filtrare e catturare prima che possano scappare nell’ambiente. Sono “effetti collaterali” ineliminabili alla radice, ma che possono essere contenuti e controllati mediante opportuni – anche se spesso costosi – interventi tecnici, frutto di una ricerca tecnologica sempre attiva, nella consapevolezza che solo lo sviluppo di soluzioni amiche dell’ambiente e delle persone che ci vivono può garantire la sopravvivenza e lo sviluppo del settore.

Al convegno di Trento è prevista la presentazione di più di 150 memorie scientifiche, e la presenza dei migliori esperti del settore che si confronteranno su temi vecchi, come la produzione e l’utilizzo delle leghe di rame o dell’acciaio, e nuovi, come lo sviluppo di speciali leghe smart o di nuovi metodi di produzione. La grande partecipazione scientifica testimonia la vitalità del settore che ancora contribuisce a trainare la nostra economia. La speranza è che alcune delle novità che saranno presentate durante il convegno potranno trovare applicazione utile, nel migliorare le produzioni esistenti o nell’attivare nuovi start up, vale a dire nuove occasioni di crescita come finora la metallurgia è sempre stata capace di fare.

(dal Corriere del Trentino del 27 ottobre 2012)

Software libero

Fino a qualche tempo fa il cosiddetto “software libero” – come il sistema operativo Linux – era visto con un certo sospetto: una cosa da eccentrici appassionati del computer, poco adatto per chi invece ha bisogno di programmi semplici e concreti per il lavoro di tutti i giorni. Ora le cose sono cambiate, come dimostrato dalla recente approvazione del disegno di legge provinciale sul software libero.

Il dirigente provinciale Sergio Bertotti ha illustrato, in un’intervista al Corriere del Trentino, la “grande sfida” che toccherà nei prossimi 5 anni gli enti pubblici, chiamati ad adottare un nuovo tipo di software, e quindi nuovi programmi informatici per le loro attività. L’impegno non mancherà: nell’adattamento e personalizzazione dei programmi (che in alcuni casi sono di nicchia e dunque difficili da trovare pronti all’uso), nel recupero dei dati storici archiviati con i programmi precedenti, nella verifica delle compatibilità tra le diverse amministrazioni. Per non dire della necessità di preparare gli utenti all’uso di nuove procedure e quindi di approntare corsi informatici ad hoc. A tutto questo si aggiunge anche la naturale barriera psicologica verso il cambiamento. Quando si padroneggia bene uno strumento di lavoro è difficile abbandonarlo per affrontare la fatica – e le incognite – di imparare ad usarne uno nuovo, che magari sulle prime dà più problemi che vantaggi.

La “sfida” dunque c’è, ma il bilancio costi-benefici è senz’altro a favore dei benefici. Innanzitutto, imparare i nuovi programmi non sarà così difficile come può sembrare in prima battuta, e una volta superata l’iniziale barriera psicologica, la maggiore libertà di uso e di adattamento dei programmi alle proprie esigenze porterà vantaggi concreti e anche una notevole soddisfazione. E poi ci sono i vantaggi “tecnici”, dati soprattutto dall’elevata flessibilità nella gestione dei dati storici, come ben ricordato da Bertotti. Ho lasciato per ultimo i vantaggi economici – assai importanti in questi tempi di “spending review” – dati dal risparmio sull’acquisto delle licenze; saranno risparmi sul medio-lungo periodo, difficili naturalmente da quantificare visto che ci sono anche altri costi, e determinati pure da come la sfida sarà affrontata e vinta.

A ben guardare la sfida del software libero assomiglia molto alle tante prove che abbiamo davanti in questo periodo di crisi e cambiamenti, e che potranno essere superate solo se siamo disposti a metterci in gioco con coraggio e determinazione.

(dal Corriere del Trentino del 9 agosto 2012)

Petrolio, vacanze e shopping

Gli esperti di questioni energetiche sembrano tutti concordi nel ritenere che l’era del petrolio a basso costo sia ormai finita. Non si tratta di una convinzione da poco. Un alto prezzo del petrolio, infatti, implica un costo elevato dell’energia e quindi, in modo più o meno marcato, di ogni prodotto d’uso comune: dai libri alle automobili, dai gelati ai pacchetti turistici. Gli effetti sulle spese si fanno sentire e non potranno che aggravarsi nel futuro in questo periodo di crisi.

Dall’ultima crisi petrolifera (erano gli anni Ottanta) fino al 2004 la quotazione del petrolio ha oscillato tra i 15 ed i 30 dollari al barile: meno dell’acqua minerale, se consideriamo che un barile equivale a 159 litri. Questo basso costo ha trainato il forte sviluppo economico e sociale delle società industriali, visto che al prezzo del petrolio è legato quello dell’energia nonchè dei trasporti e – in un complesso mosaico d’interazioni – di ogni prodotto di consumo.

Da allora il prezzo del petrolio è aumentato notevolmente e ora si è da tempo assestato sopra i cento dollari al barile (dopo un crollo momentaneo intorno nel 2009 – si veda il grafico a lato). Le conseguenze (evidenti sotto gli occhi di chiunque) sono i continui aumenti dei prezzi di quasi tutti i beni di uso quotidiano – non solo della benzina – e gli inevitabili cali nei consumi. Anche in Trentino si stanno registrando trend in sensibile discesa negli acquisti e si fanno sempre più strada strategie di “shopping” attente alla convenienza economica. Trovo assai indicativo, a questo proposito, che sempre più trentini si rivolgano ai discount per gli alimentari e si spingano fuori provincia (soprattutto in Veneto) per i beni di maggior valore (come i mobili e gli elettrodomestici), in negozi specializzati con prezzi assai più bassi che da noi.

Gli esperti come Alberto Clô – autore di varie pubblicazioni sul tema e tra queste “Il rebus energetico” edito da “Il Mulino” –  ritengono che l’attuale quotazione del petrolio sia dovuta alla carenza di investimenti (in nuove esplorazioni come in impianti di estrazione e lavorazione) che fa temere possibili squilibri futuri tra domanda ed offerta. L’elevato prezzo ha quindi cause strutturali, che difficilmente saranno risolte nel breve periodo: anche se è difficile fare previsioni, appare improbabile che il valore dell’ ”oro nero” possa tornare ai livelli ante 2004. Non ci sarà pertanto da meravigliarsi se il problema dell’alto costo del petrolio determinerà in modo crescente l’agenda politica sia nazionale che internazionale e limiterà il potere d’acquisto dei consumatori. Con conseguenze non trascurabili – tra le altre cose – per i settori del commercio e del turismo così importanti per l’intero Paese.

(da un edit sul Corriere del Trentino del 13 agosto 2008)

Investire nella sicurezza

L’ennesimo incidente mortale causato dal ribaltamento del suo trattore (ieri a Terzolas, in Trentino), ha riportato all’attenzione di tutti il problema degli infortuni sul lavoro. Il recente rapporto del Censis assegna all’Italia la maglia nera d’Europa in tema di sicurezza sul lavoro, e il recente rapporto dell’unità operativa dell’Azienda Sanitaria, mostra come in Trentino gli incidenti sono più numerosi della media nazionale anche se meno gravi.

La tutela della salute dei lavoratori è affidata soprattutto a normative che obbligano le aziende a adottare misure atte a prevenire gli infortuni. Tali misure, tuttavia, pesano molto sui bilanci, anche perché la stragrande maggioranza delle aziende italiane è di piccole dimensioni e fatica a trasferire tali costi sui prodotti finali. Le aziende tendono quindi a minimizzare le spese in sicurezza adottando solo le procedure strettamente obbligatorie. Tale approccio, evidentemente, non può funzionare al meglio. Lo dimostrano i numeri ed il fatto che da decenni le modalità degli infortuni sul lavoro sono sempre le stesse: cadute dall’alto, nei cantieri edili; ribaltamento dei trattori, nelle aziende agricole; schiacciamento nelle presse, nelle aziende meccaniche; interventi di manutenzione pericolosi, nelle aziende chimiche.

Per contrastare il problema con maggiore decisione è quindi necessario cambiare strategia e puntare sulla sensibilizzazione delle persone al problema sicurezza sul lavoro, con campagne di informazione mirate ed efficaci, ad iniziare dai programmi scolastici. E questo non solo sull’onda emotiva degli incidenti ma in modo continuo, costante. In questo modo si può creare una diffusa “cultura della sicurezza” che permetta di affrontare il problema agendo sia dall’interno delle aziende che dall’esterno. Dall’interno, perché solo dirigenti e lavoratori convinti dell’importanza della sicurezza predispongono e rispettano le procedure dettate dalle normative. Dall’esterno, perché è fondamentale che anche la società ed il mercato premino le aziende attente alla sicurezza, con sgravi fiscali o assegnando loro vantaggi competitivi in confronto di altre aziende dello stesso settore. Conosco una ditta del veronese che produce pezzi meccanici per una multinazionale americana la quale – per motivi d’immagine e per non subire ritardi nelle consegne – richiede alle sue aziende fornitrici il rispetto di elevati standard di sicurezza sul lavoro, pena la rescissione del contratto.

Anche in Italia la cultura della sicurezza sul lavoro dovrebbe permeare la coscienza sociale, così che gli infortuni possano diminuire sempre di più, come accade da anni in tutti i paesi più industrializzati.

Innovazione e tradizione per lo sviluppo

Meglio puntare sulla meccanica convenzionale o sulle nano-tecnologie? Sull’agricoltura biologica o sugli Ogm? In poche parole: per lo sviluppo sociale ed economico di un territorio è meglio affidarsi alla forza della tradizione o è necessario innovare senza indugi?

E’ – questo – un dilemma particolarmente sentito dove la cultura della tradizione è molto radicata e dove è pure assai importante promuovere lo sviluppo del tessuto economico. Da molte analisi si evince che l’attuale stagnazione dell’economia italiana è causata dalla perdita di competitività nei settori ad alta tecnologia, come le macchine elettriche e le telecomunicazioni. Gli stessi studi, tuttavia, evidenziano come i settori che hanno tenuto in questi anni sono proprio quelli convenzionali, legati al made in Italy (il tessile, la meccanica varia). Ci sono insomma argomenti validi per entrambe le posizioni: per chi vuole promuovere lo sviluppo recuperando le posizioni perse nell’high-tech, e per chi vuole invece promuoverlo spingendo sulle nostre forze tradizionali, rafforzandole con la creatività e l’inventiva italiana.

Sono però convinto che siamo di fronte ad un falso dilemma, alla tendenza “naturale” di vedere le cose per forza in modo dicotomico, dividendole cioè in due parti opposte (di cui, di solito, una considerata giusta e l’altra sbagliata). Ma questa spontanea semplificazione, utile nelle decisioni di emergenza, è sicuramente limitante nelle scelte progettuali. Per cui nella programmazione delle attività di sviluppo è meglio maturare una visione più ampia. E quindi elaborare strategie vincenti innestando l’innovazione sulla tradizione: ad esempio, producendo oggetti tradizionali con tecniche innovative o usando l’innovazione per dare una veste nuova, e più accattivante, a prodotti tradizionali. Oppure permeando le attività più innovative col gusto della tradizione: ad esempio, usando la cultura locale per attrarre risorse dall’estero (come ricercatori o investimenti) o per conferire caratteristiche più accoglienti e rassicuranti ai prodotti dell’alta tecnologia.

Nei diversi territori italiani ci sono molte armi da usare per favorire lo sviluppo: è importante impegnarsi in tutte le direzioni promettenti, evitando le posizioni estreme, cioè di arroccarsi nella strenua difesa della tradizione o di ergersi a fieri paladini dell’innovazione a 360 gradi.

(dal Corriere del Trentino del 12 settembre 2008)

Ripartiamo dalle idee

“Ripartiamodalleidee”: è lo slogan di un concorso di idee per l’innovazione imprenditoriale, lanciato dal Corriere della Sera. Possiamo aggiungere: ripartiamo anche dalla capacità di investire dell’intero sistema Italia nei progetti imprenditoriali. Nell’attuale tempo di crisi economica, infatti, è fondamentale stimolare la crescita di nuove idee imprenditoriali e – allo stesso tempo – di un atteggiamento generale orientato all’investimento, in modo che queste idee possano diventare realtà.

Anche in Trentino sono state lanciate in questi anni diverse iniziative con queste finalità. Due si sono appena concluse. Una è il premio ‘D2T Start Cup’, promosso da “Trentino sviluppo”. Si tratta di una gara rivolta a giovani aspiranti imprenditori. I partecipanti sono seguiti nello sviluppo dell’idea, e in particolare nella preparazione del piano economico. I vincitori guadagnano subito un premio che permette loro di avviare concretamente il loro progetto. Il premio D2T Start Cup è giunto alla sesta edizione, e numerosi progetti premiati nel passato sono diventati delle promettenti realtà; anche il vincitore di quest’anno, il gruppo Abete che ha ideato una innovativa progettazione di edifici modulari in legno, ha le carte in regola per raggiungere ottimi risultati economici. L’altra iniziativa è il premio ‘InnovAction Lab’, promosso da Trento Rise, un’organizzazione che si occupa di tecnologia dell’informazione, alla quale coopera anche l’Università di Trento e la Fondazione Kessler (Fbk). L’iniziativa, rivolta a studenti e ricercatori, ha raccolto un gran numero di adesioni, e i partecipanti hanno imparato come si trasforma un’idea in un “business plan”, e come si presenta il progetto ai possibili investitori.

Questi sono solo alcuni esempi. Sia a livello nazionale che a livello locale, da qualche anno sono organizzate molte iniziative per stimolare soprattutto i giovani a lanciarsi nel mondo imprenditoriale con idee nuove ed entusiasmo. E’ un’attività assai lodevole perché l’avviamento di una nuovo progetto imprenditoriale richiede molta energia e altrettanto coraggio: le barriere che frenano anche i più motivati sono infatti molte, e tra queste c’è sicuramente la difficoltà a reperire i finanziamenti. “Tante idee e pochi investitori”, si potrebbe dire per definire con un altro slogan la situazione italiana. Per questo sarebbe necessario abbinare alle iniziative di “stimolazione delle idee”, anche iniziative di “stimolazione al rischio d’impresa”, che inducano i possibili investitori a rischiare maggiormente nei nuovi progetti. Penso ad iniziative culturali ma anche a iniziative concrete, come specifici incentivi fiscali.

Per rilanciare la nostra economia serve uno sforzo a 360 gradi: nuove idee, nuovi progetti, e anche una rinnovata attitudine ad investire, a dare fiducia alle nuove iniziative.

(dal Corriere del Trentino del 9 giugno 2012)

Meritocrazia e sviluppo

Il sistema economico e sociale di un territorio cresce nel modo migliore se le diverse posizioni professionali e dirigenziali sono occupate dalle persone più capaci e meritevoli. In Italia non sempre è così. Non possiamo quindi che guardare con fiducia ai dati sugli sbocchi occupazionali dei dottori di ricerca dell’Università di Trento, sbocchi che sembrano dipendere soprattutto dalla preparazione specifica dei dottori piuttosto che dalle loro caratteristiche sociali d’origine.

E’ ben noto che nel nostro Paese il reddito e la posizione sociale determinano in buona parte il curriculum degli studi e la carriera lavorativa dei giovani. La possibilità di frequentare le migliori scuole superiori e le migliori Università, infatti, è spesso preclusa a molti validi studenti provenienti da famiglie poco abbienti o con minor livello di istruzione, o è resa loro difficile dall’elevato costo della vita nelle città universitarie. Anche l’inserimento nel mondo del lavoro è spesso impedito ai più meritevoli da barriere d’ingresso che con la bravura e la competenza hanno spesso poco a che fare. E’ evidente, tuttavia, che la società intera perde quando i posti dirigenziali e le professioni più rilevanti – come i dirigenti della pubblica amministrazione, i medici, i notai o i docenti tanto per fare alcuni esempi – non sono occupati dai più capaci ma da chi può sfruttare un più favorevole contesto di provenienza.

Una recente indagine sugli esiti occupazionali dei dottori di ricerca (cioè dei laureati che hanno conseguito il dottorato di ricerca dopo altri tre anni di studio) degli atenei di Trento, Milano e Milano Bicocca, ha evidenziato come il loro destino occupazionale non dipende dalle rispettive origini sociali. Certo, i dottori di ricerca sono pochi rispetto ai laureati, ma rappresentano la figura professionale col più elevato livello di formazione, in grado – almeno potenzialmente – di incidere maggiormente sullo sviluppo economico di un Paese. Il fatto che l’occupazione dei dottori di ricerca dipenda soprattutto dal loro merito e dalle loro capacità individuali è quindi un segnale molto positivo. E’ un segnale debole, ma da seguire con attenzione.

(dal Corriere del Trentino del 21 novembre 2007)

Don Guetti e il metodo scientifico

il libro di don Farina

Don Lorenzo Guetti è stata una personalità veramente eclettica, un grande protagonista della storia del Trentino: sacerdote d’avanguardia, giornalista, deputato al parlamento di Vienna, fine economista con ben chiara l’importanza dell’analisi statistica dei dati, vale a dire del cosiddetto “metodo scientifico”. Ed è su quest’ultimo punto che vorrei soffermare l’attenzione, dopo aver letto l’ultimo libro di Marcello Farina dedicato a don Guetti, curato di montagna.

Il poetico e scrupoloso testo di don Farina, “E per un uomo la terra” edito da Il Margine, ci presenta la straordinaria figura di don Guetti, con la sua intuizione della cooperazione in un momento – la fine dell’ottocento – contrassegnato dalla più grande crisi economica che l’Europa abbia conosciuto; una crisi che ha causato un’intensa emigrazione verso le Americhe per sfuggire ai morsi della fame. Ed è proprio analizzando il fenomeno dell’emigrazione e riflettendo se essa fosse positiva o negativa, che don Guetti ha osservato in uno dei suoi tanti scritti: “Era impossibile, od almeno assai imprudente cosa, dettare una sentenza perentoria senza aver alla mano le prove convincenti dei fatti. Erano dunque necessari in proposito dei dati statistici”. Queste righe esemplificano con chiarezza l’importanza che rivestiva per don Guetti il metodo scientifico, che richiede la raccolta di tutte le informazioni possibili, la proposta di una razionale ipotesi interpretativa dei dati, e infine la verifica delle conclusioni con le dinamiche della realtà. Un metodo rigoroso che permette di formulare al meglio le risposte alle esigenze sociali senza dover ricorrere a ipotesi fantasiose che inevitabilmente si avanzano quando manca la conoscenza dei fatti. Cosa questa, per don Guetti sicuramente improponibile vista la sua forte idea di “galantomismo” (cioè dell’essere galantuomo, onesto) soprattutto nel servizio verso gli altri.

E la visione scientifica di don Guetti si è manifestata anche nella sua attività pedagogica, come nei corsi di formazione professionale. Come si poteva passare, scrive don Farina, “a un’agricoltura specializzata, se non si sperimentavano migliori colture, migliori allevamenti, migliori tecniche, cioè nuove conoscenze?”. Era chiaro a don Guetti che nella crisi non pagava chiudersi nel fatalismo, come capitava a molti suoi compaesani, ma bisognava reagire ricercando nuove conoscenze, proponendo nuovi progetti con il rigore del metodo scientifico. E questo lui fece, nell’attività di malga, nella selezione delle specie bovina e suina, nell’apicoltura, nel credito agrario.

Il rigore del metodo scientifico, imperniato sull’esigenza di conoscere bene prima di giudicare e intervenire, è importante in ogni momento ma diventa urgente quando la crisi economica è opprimente e decisioni sbagliate possono avere tragiche conseguenze. Certo, la crisi economica che viviamo oggi è meno drammatica di quella vissuta verso la fine dell’ottocento, ma sono convinto che ci sbaglieremmo di grosso se trascurassimo l’insegnamento di don Lorenzo Guetti, che il testo di don Farina ha il merito di riproporci in tutto il suo valore.

(dal Corriere del Trentino del 27 dicembre 2011)