Presentazione a Cortina!

giovanni straffelini

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I nuovi ricercatori del DII!

Ecco l’ultimo numero del “DII News”: scaricabile i nuovi ricercatori del DII

Quel dialogo possibile tra fede e scienza

A Trento insegna un professore di ingegneria che, oltre a pubblicazioni e volumi inerenti il suo ambito di ricerca (la metallurgia), vanta al suo attivo ben tre libri che si occupano di teologia. Giovanni Straffelini è ormai un nome conosciuto almeno a livello locale, soprattutto per il suo
coraggioso desiderio di far dialogare – forse di rendere compatibili – la fede e la scienza. Questa è una sfida centrale per il tempo contemporaneo, in cui il linguaggio scientifico è diventato il paradigma per eccellenza del modo di guardare il mondo.
Straffelini, persona esigente e attenta, pensa che la fede cristiana possa trovare appoggi e non smentite proprio nelle più sofisticate e innovative teorie scientifiche. In “Uno e Trino. Dio, la Trinità, la scienza” (questo il titolo del volume, edito da Landau, uscito poche settimane fa), l’autore dà un originale interpretazione – scientifica e teologica – di quelli che lui, e non solo lui, chiama i tre “Big bang”: la nascita dell’universo, il sorgere della vita sul nostro pianeta e infine l’evolversi delle specie viventi che ha portato all’homo sapiens e alla sua coscienza consapevole e libera. La scienza continua a indagare questi enigmi con il suo metodo
precipuo benché alcuni teorici sostengono che questi abissali passaggi non potranno mai essere completamente compresi dalla razionalità umana.
Non è possibile riassumere in poche righe il complesso ragionamento di Straffelini. Conscio di entrare in un terreno impervio, l’autore cerca una strada possibile tra gli articoli tradizionali del Credo cristiano – che ruotano attorno alla visione trinitaria di Dio – e le ipotesi scientifiche. Ovviamente non si può “dimostrare” l’esistenza di Dio per via “razionale”, cioè in un certo senso indubitabile: se così fosse invece verrebbe meno una delle principali caratteristiche dell’uomo, cioè la sualibertà. La ragione tuttavia – così sostiene Straffelini – non solo lascia spazi per il mistero ma si lega ad esso in una connessione fruttuosa, che non elimina la diversità degli ambiti. Per questo il professore non parla di “prove” oggettive ma di “rimandi ragionevoli” e di “possibilità razionale” delle principali verità della fede cristiana. L’esito di tale impostazione può creare discussioni e obiezioni. Questo è un ulteriore merito del libro. Per Straffelini la scienza può generare analogie e intuizioni in grado di gettare luce per una migliore interpretazione della rivelazione basata sulla Scrittura. Il credente non deve aver paura della scienza. La fede è invece una via possibile per capire il mondo senza rinunciare a nessuna prerogativa della razionalità.
In questo senso l’autore si colloca nel solco della riflessione di Teilhard de Chardin (non citato apertamente nel libro ma comunque presente), il gesuita scienziato e teologo, che più di altri ha cercato di “tenere insieme” la fede e la scienza, in primis attraverso uno studio approfondito
della teoria dell’evoluzione. Il pericolo insito in questo approccio è quello di voler creare il “sistema” capace di rendere razionale ciò che invece sfugge a qualsiasi logica categoriale. Non solo il mistero di Dio deborda dalla razionalità, ma pure la presenza del male e della morte – se non la guardiamo in una prospettiva naturalistica – mette in discussione ogni tentativo di comprensione. Il predominio del discorso scientifico razionale finisce per far diventare filosofia la religione. È questo il rischio principale della stessa teologia quando pretende di staccarsi dal dato biblico che invece è frammentario, contraddittorio, esaltante e oscuro, proprio come la vita.
(da “Vita trentina”, 12 novembre 2017)

Cattedra del confronto 2017

cattedra_2017

Scienza e fede in dialogo a Tuenno

tuennoIl tema della 14° Settimana culturale di Tuenno sarà, quest’anno, dedicato ad un tema antico e modernissimo che, come in passato ha posto, anche oggi pone problemi, suscita interrogativi, innesca dibattiti vivacissimi e, a volte, scontri (pacifici ma asperrimi) tra due opposte opinioni: chi ritiene che tra fede e scienza non possa che esserci inconciliabilità totale, e quindi scontro teoretico permanente, e chi pensa, invece, che un dialogo proficuo sia possibile; possibile e fecondo. Del resto, vi sono stati, e vi sono, scienziati che si proclamano atei, e altri che invece, si dicono credenti. Per alcuni è “senza senso” credere nella Trascendenza, perché basterebbe la Scienza a spiegare tutto; il di più, affermano, è superstizione. Per altri, invece, la Scienza, da sola, non basta a rispondere alle grandi domande dell’esistenza, e l’ipotesi Dio rimane decisiva per una vita “di senso”.
Con una carrellata storica che guarderemo al passato (come dimenticare il processo al quale l’Inquisizione sottopose il grande Galileo?), ma anche agli eventi più recenti, alle aperture del Concilio Vaticano II, ai dibattiti in altre religioni (dall’Ebraismo all’Islam), all’attualità. Saremo accompagnati e guidati da esperti di varia provenienza culturale, storica, filosofica e religiosa: e perciò la Settimana del prossimo novembre offrirà ai suoi affezionati “abbonati” un ventaglio di opinioni, riflessioni, prospettive che certamente arricchiranno gli ascoltatori.
Uno spettacolo finale, il sabato conclusivo, offrirà un teatro, o un film che illustrerà un aspetto particolare del rapporto fede-scienza nella storia dell’Occidente. Un modo per continuare a dibattere un tema inesauribile…

Programma:

Lunedì 7 novembre – ore 20.30 INTRODUZIONE ALLA SETTIMANA DI STUDIO

Maria Teresa Giuriato, assessore alla Cultura Comune di Ville d’Anaunia FEDE E SCIENZA

Dott.ssa Milena Mariani (teologa) Prof. Renzo Leonardi (fisico) Moderatore:Prof. Francesco Ghia

Martedì 8 novembre – ore 20.30 EVOLUZIONISMO o CREAZIONISMO

Prof.Giovanni Straffelini (direttore vicario del Dipartimento di ingegneria industriale) Prof. Giorgio Vallortigara (neuroscienziato, prorettore alla ricerca) Moderatore: Prof. Marco Andreatta (matematico, Presidente del MUSE)

Mercoledì 9 novembre – ore 20.30 IL CASO GALILEI

Prof.ssaSelene Zorzi (teologa) Luigi Sandri (giornalista ed esperto di questioni bibliche ed ecumeniche)

Giovedì 10 novembre – ore 20.30 CONFLITTO, INDIFFERENZA, ALLEANZA

Prof. Paul Renner (teologo) Avv. Alexander Schuster (docente univ.) Moderatore: Luigi Giuriato

Venerdì 11 novembre – ore 20.30 DIALOGO TRA FEDE E SCIENZA

Prof.ssa Simonetta Giovannini Dott.ssa Batul Hanife Avv. Mauro Bondi Moderatore: Luigi Sandri

Sabato 12 novembre – ore 20.30 CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI STUDIO LA TEORIA DEL TUTTO un film di James Marsh

Quello che avreste voluto sapere del calcio (ma non avete mai osato chiedere)

calcioIn attesa del Campionato di calcio, propongo alcuni numero tratti dall’ottimo libro “Tutti i numeri del calcio”, di C. Anderson e D. Sally (Mondadori). Molte cose sono sicuramente note agli appassionati, ma molte altre sono forse nuove, magari inaspettate, sicuramente intriganti.

Per cominciare:

1) E’ vero che una squadra che ha segnato un gol ne subisce facilmente subito uno?
No: i minuti successivi al gol sono quelli in cui è meno probabile che la squadra che ha segnato subisca un gol.
2) Sono utili i calci d’angolo?
No: non c’è correlazione tra corner battuti e gol fatti. I corner sono sostanzialmente inutili, solo uno su 5 frutta un tiro in porta! Una squadra segna su corner una volta ogni 10 partite… (meglio batter corto e tenere il possesso per evitare i contropiedi, come molte squadre oggi effettivamente fanno).

Bravura e… fortuna!
Nel calcio conta la fortuna & la bravura. E’ vero che più i giocatori sono bravi (e pagati) e più numerosi sono i tiri in porta, ma solo un tiro in porta su 8 finisce in gol… Dunque, di norma non vince chi tira più in porta o completa più passaggi: la squadra più forte (sia nel senso di più quotata sulla carta, sia che tira più volte in porta) vince in media la metà delle partite che gioca.

Attaccanti e gol
Il 44% dei gol sono “fortunati” cioè conseguenza di deviazioni fortuite, cross lunghi, contrasti sbagliati, palla che rimbalza storta…
Il punteggio più comune è 1-1 (seguito da: 1-0, 2-1, 2-0, 0-0, 0-1). Più del 30% delle partite finisce con al massimo 1 gol. In media si segna 2.6 gol a partita.
I gol non sono tutti uguali:
• 1 gol rende in media 1 punto (e dunque segnare almeno un gol a partita garantisce la salvezza)
• 2 gol rendono 2 punti
• 3 gol rendono 2,5 punti (il secondo gol è quindi quello più prezioso e la squadra che mira a vincere il campionato dovrebbe puntare a fare due gol a partita)
• 4 gol: vittoria pressoché sicura (farne di più non serve).
• 0 gol? Rendono circa ¼ di punto.
I gol dunque non sono tutti uguali e la bravura di un giocatore (attaccante) dovrebbe essere pesata sul “valore” del gol fatto.
Nel 1995, la Fifa ha portato da 2 a 3 i punti per ogni vittoria: sono aumentati i cartellini gialli (cioè il gioco offensivo) ma non i gol.

Difensori e gol subiti
Le squadre che segnano di più vincono il campionato nel 50% dei casi. E naturalmente chi ha la difesa più efficace (subisce meno gol) ha 50% (55% in Italia) probabilità di vincere il campionato.
Ma attenzione:
• segnare 10 gol in più riduce il numero di sconfitte del 1.76%
• subire 10 gol in meno riduce il numero di sconfitte del 2.35%
Quindi: avere una buona difesa è fondamentale se si vuole vincere il campionato.
Gol subiti a partita:
• 0 gol, in media frutta 2.5 punti (più del doppio che fare un gol!)
• 1 gol, in media frutta 1,5 punti (più che fare un gol!)
• 2 gol, in media frutta 0,5 punti
Nonostante gli attaccanti siano preferiti ai difensori, una buona difesa è più vantaggiosa di un buon attacco (e i difensori migliori non entrano mai in tackle). Insomma è meglio non perdere che vincere, anche se sembra il contrario.
In media in 90 minuti:
• un difensore tocca la palla: 63 volte
• un centrocampista tocca la palla: 73 volte
• un attaccante tocca la palla: 51 volte (soltanto..)

Quanto è importante il possesso palla?
Più che di possesso palla si dovrebbe parlare di controllo della palla; la stragrande maggioranza delle cose che un giocatore fa, le fa senza palla (in media un giocatore tocca palla per 1% del tempo che trascorre in campo). Il possesso palla è uno sforzo collettivo e denota l’abilità della squadra più che la bravura del singolo; la bravura più importante del singolo è quella di farsi trovare nel posto giusto per ricevere il passaggio.
Le squadre che passano meglio (75 – 80% dei passaggi completati), tengono più la palla, non la cedono dunque all’avversario, sono meno inclini ai contropiedi, fanno più tiri in porta e dunque più gol, e tendono ad essere vincenti.
Completare tanti passaggi è dunque una buona cosa, anche se l’arma più potente è: evitare di perdere palla (che può condurre facilmente alla sconfitta).
In ogni caso per vincere il campionato non basta la massima efficienza (fare poco ma farlo bene), occorre fare molto: molto possesso palla (più dell’avversario, dunque più del 50% in media), finalizzato ai tiri in porta (ovviamente l’efficienza non guasta..).

Gli stipendi dei giocatori
I soldi contano: spendere in un anno meno della media delle squadre del campionato significa alta probabilità di retrocessione.
I giocatori bravi costano di più (più gli attaccanti dei difensori..), ma la criticità maggiore è l’anello debole. Sono più influenti i giocatori scarsi che quelli forti. Dunque è più importante investire (pagare di più) nel ruolo più debole che sostituire un giocatore già adeguatamente forte (trascurando naturalmente l’effetto di indebolimento dell’avversario).
Stipendi dei giocatori e posizione in classifica vanni di pari passo con una dipendenza lineare e molto significativa.

Le espulsioni
Sono dannosissime. Subire un’espulsione riduce di 1/3 l’aspettativa media di punti ad incontro. Giocare in 10 contro 11 significa spesso la sconfitta.
I giocatori più scarsi (meno precisi nei passaggi, etc.) sono quelli che in media ricevono più cartellini rossi (anche i giocatori provenienti da stati poveri e con alto conflitto sociale tendono ad essere più fallosi in campo).
Un’espulsione pesa tanto quanto il fattore campo.

Le sostituzioni (e allenatore)
Quando una squadra è in svantaggio, l’allenatore dovrebbe fare il primo cambio entro il 58° minuto, il secondo entro il 73°, il terzo entro il 79°. Se una squadra non sta perdendo, non è importante quando è fatta lo sostituzione.
Infatti, una situazione di svantaggio è spesso dovuta all’anello debole che va dunque individuato e sostituito (almeno con un cambio fresco) prima possibile.
Con questa regola c’è il 52% di probabilità di rimontare (almeno al pareggio).
In ogni caso, l’allenatore non svolge un ruolo particolarmente importante, e può incidere per un 19% dei punti totalizzati da una squadra (nel breve periodo del campionato; sul lungo termine l’allenatore può contare di più, scoprendo e formando i giocatori).
Notare che anche nel calcio vale il principio della ‘regressione verso la media’: se un allenatore (ma anche un giocatore, e la squadra) un anno fa particolarmente bene, è assai probabile che l’anno successivo faccia meno bene, tendendo verso un comportamento medio generale (in riferimento alla categoria).
Da questo punto di vista serve poco cambiare l’allenatore: in genere si sostituisce dopo una striscia di sconfitte consecutive, per cui è normale che – dopo la sostituzione ma indipendentemente dalla sostituzione – la squadra cominci a migliorare. In genere sostituire l’allenatore comporta solo un effetto placebo.

Calci di rigore
8% dei gol (66% su azione; 2.8% su punizione; molti casuali..)
probabiltià di segnare da un tiro in porta su azione: 12%
probabilità di segnare su rigore: 77%
Il giocatore che ha paura sbaglia di più: la paura si veda da cosa fa dopo che ha posizionato la palla: se il giocatore non si gira ma indietreggia rimanendo rivolto verso il portiere in senso di sfida ha maggiore probabilità di segnare.
“Lotteria dei calci di rigore”: la squadra che batte per prima vince in oltre il 60% dei casi.

Un libro per Erdogan

foglioAl direttore del Foglio – M’intriga sapere quale libro l’ottima Mancuso consiglierebbe a Erdogan. E’ previsto un supplemento alla pagina odierna?

“Ancòra”, di Hakan Gunday, scrittore turco: la storia di un ragazzino che fa passare i migranti e che gioca con loro come se fossero personaggi di un videogioco.

(da Il Foglio del 5 agosto)

UN SISTEMA FRENANTE A BASSO IMPATTO AMBIENTALE

Le ricadute industriali del progetto di ricerca Lowbrasys finanziato dal Programma europeo Horizon 2020

Claudio Nidasio
di Claudio Nidasio
Lavora presso la Divisione Supporto alla Ricerca Scientifica e al Trasferimento Tecnologico dell’Università di Trento.

Intervista di Claudio Nidasio a Giovanni Straffelini 

Sinergia, innovazione e competenze internazionali sono gli elementi vincenti di Lowbrasys (a LOW environmental impact BRAke SYStem), un nuovo progetto di ricerca che coinvolge anche l’Università di Trento con l’obiettivo di sviluppare un sistema frenante

innovativo a basso impatto ambientale. Il progetto, che ha ottenuto i finanziamenti del prestigioso bando Horizon 2020 della Commissione Europea con un importo di 7 milioni di euro, nasce dalla collaborazione di realtà industriali e accademiche. Ne parliamo con il responsabile locale Giovanni Straffelini, professore ordinario del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento.

Professor Straffelini, ci può riassumere i principali obiettivi del progetto Lowbrasys?

L’obiettivo di Lowbrasys è duplice: sviluppare un sistema intelligente all’interno del quale applicare materiali più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati e realizzare un sistema frenante “smart”. Sì, perché ogni frenata produce delle piccole particelle di usura, molte delle quali cadono per terra o, come sappiamo bene, sul cerchione della ruota, ma molte, quelle più piccole, entrano in atmosfera e poi le respiriamo. L’obiettivo è dunque quello di studiare strumenti, comportamenti e procedure di guida capaci di produrre meno emissioni in atmosfera dal sistema frenante, mediante lo sviluppo di una nuova generazione di tecnologie, materiali, consigli e proposte legislative che possano migliorare l’impatto della guida sulla salute e sull’ambiente.
Lowbrasys darà vita a un sistema e a una filiera intelligenti all’interno dei quali sviluppare e applicare materiali che possano essere più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati per realizzare un sistema frenante altamente intelligente. Il progetto ha anche lo scopo di studiare strumenti, comportamenti e verificare le procedure affinché, guidando meglio, si possano avere meno emissioni.

Il progetto è risultato vincitore del bando Horizon 2020 nell’ambito della Call “Mobility for Growth” finanziato dalla Commissione europea. Qual è l’impatto che i risultati del progetto potranno avere a livello europeo?

Noi speriamo che il progetto possa avere un impatto rilevante nell’area europea, poiché indirizza l’innovazione verso un trasporto più pulito ed efficiente. Inoltre, esso intende contribuire alla transizione verso veicoli a zero emissioni negli agglomerati urbani per migliorare la qualità dell’aria nelle città nel medio periodo, creando standard ‘Super Low Emission Vehicles’. Inoltre cercherà di migliorare la conoscenza del processo del sistema di frenata per renderlo più efficiente anche dal punto di vista ambientale.

Il progetto coinvolge un parternariato pubblico e privato composto da università, centri di ricerca e industria. Quali sono le competenze dei diversi attori?

Cinque tra le più autorevoli realtà in campo industriale automotive e cinque tra i più importanti istituti di ricerca ed università internazionali hanno dato vita al progetto. In particolare l’idea nasce dalla collaborazione di Brembo, leader mondiale nella progettazione, sviluppo e produzione di sistemi frenanti, Ford, Continental Teves, Federal Mogul, Flame Spray, insieme all’Istituto Mario Negri impegnato nella ricerca biomedica e sull’impatto degli inquinanti su ambiente e salute, alla Technical University of Ostrava, al KTH Royal Institute of Technology, al Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento e al Joint Research Centre della Commissione Europea. È inoltre coinvolto il parco scientifico e tecnologico Kilometro Rosso che ospita al suo interno due dei dieci partner del progetto (Brembo che ne è capofila e l’Istituto Mario Negri).

Da un punto di vista tecnico quali sono le competenze che verranno messe in gioco?

Lowbrasys è un progetto di sviluppo pre-industriale, che partendo dall’attuale processo di produzione del sistema frenante e dall’utilizzo dei veicoli su strada, va ad operare in sintesi in diverse aree: riduzione, prevenzione, simulazione, test, validazioni e raccomandazioni, un processo rigoroso per identificare materiali intelligenti e sistemi che, affiancati ad un comportamento ottimale su strada, possano portare a una riduzione del 50% dei particolati.
Le principali tecnologie che verranno sviluppate riguarderanno: i nuovi materiali per i dischi e le pastiglie dei freni, al fine di ridurre le particelle e avere un minore impatto; una nuova strategia di controllo del sistema frenante; una tecnologia di svolta per catturare le micro e nano particelle vicino a dove vengono emesse, in modo da non disperderle. Lowbrasys prevede anche lo sviluppo di un approccio integrato tra il nuovo sistema frenante, i componenti e il controllo di sistema da poter installare sul cruscotto; il miglioramento delle tecniche di misurazione e di conoscenza dell’effetto dei materiali del sistema frenante e uno studio sulle migliori pratiche di comportamento nella guida.
Segnalo infine che nell’ambito del progetto di ricerca verrà organizzato un workshop a Trento presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale (29-30 settembre 2016) di analisi e confronto tecnico scientifico dal titolo: “New materials and technology for disc-pad brake system”.

(da UniTN KNOWTRANSFER, numero 15, anno 6, luglio 2016)

La logica sbagliata degli anti-creazionisti

Cioccolatini,jpgIl fisico Guido Tonelli sulla Lettura del Corriere della Sera parla di “choc culturale” causato dal futuro incontro con gli extraterrestri… Meglio aspettare seduti, mi verrebbe da dire… Ma il punto è un altro, ben evidenziato dal titolo a dir poco sconvolgente dell’articolo di Tonelli: “C’è vita nell’universo, molta vita”.
Qui il tema è chiaro e richiama la nota posizione dello scienziato ateo Richard Dawkins che per spiegare l’impossibilità statistica delle vita sulla Terra si rifà alla “magia dei grandi numeri”. Ai numeri “che fanno impressione”, come dice Tonelli, ai “miliardi di miliardi” di Terre simili alla nostra che esistono nell’universo per cui “non c’è motivo di credere che acqua e materia organica siano componenti ultra rari”. E quindi – ecco il passaggio scientificamente inaccettabile ma ben caro a tanti divulgatori stranieri e nostrani – “c’è molta vita nell’universo” e non ci dovremmo certo meravigliare se è pure comparsa sulla nostra Terra. Altro che Creatore!

Scienza, religione e comportamento morale

Giovanni Straffelini & Piergiorgio Cattani
I metodi della scienza possono essere usati con successo anche per indagare il comportamento dell’uomo, compreso quello religioso. L’importante è usarli con accortezza ed evitare – per quanto possibile – valutazioni eccessivamente semplificate o parziali, come quelle esposte da Girotto e Vallortigara nel loro articolo “Così è nato il timor di Dio” (10 aprile 2016).
Il tema riguarda la nascita delle religioni e, in particolare, il senso morale insito in determinate credenze. La visione scientifica più diffusa sostiene che la prospettiva religiosa sarebbe scaturita da una visione fortemente antropomorfa dei nostri progenitori, che li spingeva ad interpretare ogni evento naturale come intenzionale, e dunque causato da una o più divinità. Naturalmente ciò che destava maggiore coinvolgimento e inquietudine erano soprattutto gli eventi negativi, quelli che comportavano disgrazie o sfortune. Essi dipingevano dunque le divinità come irascibili e vendicative, che potevano essere rabbonite solo con sacrifici, ritualità e atteggiamenti di ossequio e sottomissione. La concezione del divino – spiegano Girotto e Vallortigara nell’articolo citato – subì una notevolmente trasformazione nel periodo tra il 500 e il 300 a.C., con la nascita di nuove dottrine, come il confucianesimo, l’induismo e lo stoicismo, che misero in primo piano il comportamento morale dell’uomo, caratterizzato da compassione verso il prossimo, moderazione, vita quotidiana disciplinata. L’interpretazione classica attribuisce tale cambiamento al comportamento cooperativo all’interno dei gruppi sociali, favorito dalle prescrizioni di queste dottrine che sostenevano i comportamenti morali; esso avrebbe reso tali gruppi più coesi, fornendo loro un notevole vantaggio competitivo rispetto ai gruppi indeboliti da lotte intestine per il potere e l’acquisizione di vantaggi e privilegi di vario tipo.
Girotto e Vallortigara sostengono che la “freccia causale” potrebbe però andare nell’altra direzione: “si potrebbe in effetti pensare che all’origine delle religioni morali vi sia lo sviluppo umano e non il contrario”. Non furono dunque i codici morali sostenuti dalle religioni (e, per il credente, instillati da Dio nella coscienza dell’uomo, mediante una rivelazione dall’esterno o un’intuizione interiore) a favorire comportamenti vantaggiosi per sé e per il gruppo di appartenenza, ma sarebbe stata la crescita economica e la conseguente ricchezza a favorire la comparsa delle dottrine morali. Tale idea sarebbe supportata da una recente ricerca, coordinata dallo psicologo francese Nicolas Baumard, che ha studiato proprio i fattori economici e sociali alla base del grande cambiamento osservato nel 500/300 a.C. in diverse regioni del mondo. Ma perché una maggiore ricchezza avrebbe favorito la nascita di religioni morali? Girotto e Vallortigara condividono una delle proposte di Baumard e collaboratori, e ritengono che vivere in ambienti poveri favorisce strategie a breve termine (meglio l’uovo oggi, si potrebbe dire), mentre una maggiore ricchezza stimolerebbe comportamenti a lungo termine (la cooperazione, in attesa, ad esempio, della gallina domani).
Ora, è evidente che questa interpretazione, come un po’ tutte quelle proposte da questo tipo di studi, è abbastanza controversa, e proprio il metodo scientifico dovrebbe stimolare maggiore approfondimenti prima di trarre conclusioni troppo semplicistiche in un verso o nell’altro. Un editoriale sullo stesso numero di “Current Biology”, la rivista che ha pubblicato il lavoro di Baumard, evidenzia come un recente lavoro di Botero e collaboratori abbia mostrato come la credenza in divinità moralizzanti sia prevalente in società povere, suggerendo dunque come le religioni a sfondo morale nascono dove la sopravvivenza è più difficile rispetto a un contesto dove ci sono maggiori agi e ricchezze. Una visione opposta a quella sponsorizzata da Girotto e Vallortigara. Tale considerazione appare peraltro in accordo con la situazione attuale: la sensibilità religiosa è più diffusa nelle società povere che in quelle ricche. Altre valutazioni propendono per una direzione causale tra atteggiamento morale e vantaggio economico. Ad esempio, è facile mostrare come tale causalità comporti una maggiore cooperazione tra i membri del gruppo grazie ai vantaggi dovuti a soluzioni del dilemma del prigioniero promossi dalla visione religiosa e morale (in tale contesto si parla anche di “etica efficiente”).
Per il credente, naturalmente, tutte queste osservazioni sono interessanti ma non decisive per quanto riguarda la sua fede. Nulla impedisce, infatti, di vedere nei meccanismi dell’evoluzione per selezione naturale – comunque si siano dispiegati nel tempo – il modo tramite il quale Dio ha indirizzato il suo Logos creativo. E nulla vieta di pensare – anzi! – che l’evoluzione culturale dell’uomo abbia aiutato, e aiuti ancora, a perfezionare la comprensione di Dio (prima vendicativo, poi amorevole). Quello che desta maggiori perplessità è però l’approccio generale di questi studi e che pure i due studiosi sembrano avere nei confronti delle religioni, in particolare dell’atteggiamento dei credenti. È abbastanza limitativo pensare – ad esempio – che una persona di fede si comporti in un determinato modo semplicemente perché ha timore che Dio le infligga una punizione ora o nell’aldilà, oppure per ottenere un premio. Sottesa a questa impostazione sta un sottile pregiudizio verso i credenti, giudicati alla stregua di bambini, a fronte degli “adulti” scienziati. Ciò non fa bene al dibattito intellettuale.

(tratto da IL MARGINE, anno 36, 2016, 5, 25-28)

Il mito della dieta

Mito dietaSpesso i suggerimenti delle diete si basano su prove insufficienti e c’è riluttanza a cambiare linea quando le evidenze indicano nuove prospettive, diverse dalle convinzioni consolidate; per questo in giro c’è tanta confusione! Il libro di Tim Spector, “Il mito della dieta” (Bollati Boringhieri, 2015), mette chiarezza scientifica sulle diete e molti aspetti del tema fondamentale cibo-salute. Qui sono riportati alcuni punti che a mio avviso sono particolarmente interessanti.
La tendenza ad ingrassare dipende naturalmente dalla quantità di cibo che si mangia giornalmente e dal moto che si fa; poi dipende dai geni e dal microbioma, il mondo dei minuscoli microbi che abitano il nostro intestino.
La maggior parte dei microbi sono fondamentali per la nostra salute; nonostante la cattiva fama, solo una piccola parte delle milioni di specie esistenti sono nocive per l’uomo. Tutti nasciamo senza microbi ma tale condizione dura pochi millisecondi; già durante la nascita siamo contaminati da molti (utili) microbi. Da adulti abbiamo qualche chilogrammo di microbi nell’intestino crasso. Differenze minime tra i microbi dell’intestino possono spiegare molti legami tra dieta e salute; ad esempio perché una dieta povera di grassi ad alcuni fa bene e ad altri fa male. Il digiuno intermittente può stimolare i microbi buoni se noi giorni in cui si mangia si fa una dieta varia e povera di cibi industriali (troppo raffinati).

I grassi
Non bisogna certo esagerare coi grassi ma alcuni grassi nella dieta sono essenziali. Il grasso rappresenta un terzo del nostro peso e non potremmo vivere senza grassi.
I grassi sono di vari tipi: saturi, insaturi, trans (con numerosi sottotipi).
Grassi saturi: da carne e latticini, tradizionalmente identificati come cattivi. I trigliceridi sono un sottogruppo (si trovano in olio di palma e di cocco, quest’ultimo inspiegabilmente celebrato come benefico).
I formaggi contengono il 30-40% di grassi saturi, e molti microbi benefici (come i lattobacilli). Più artigianale è la lavorazione e più vari sono i microbi che crescono dentro e sopra i formaggi (e che possono preservare il microbioma a chi deve assumere antibiotici). Nb: i formaggi industriali contengono solo tracce di batteri vivi.
Non c’è legame tra i grassi saturi assunti e l’insorgenza di malattie cardiache. Anzi i formaggi tradizionali (ma non il burro) proteggono dalle malattie cardiache.
Anche lo yoghurt è una fonte di grassi saturi. Gli yoghurt sono anche probiotici perché contengono molti batteri “amici dell’intestino” (lattobacilli & bifidobatteri). Sono benefici anche se il loro effetto non va enfatizzato troppo (anche perché i geni svolgono un ruolo importante sul numero e tipo di batteri che crescono meglio nel nostro intestino). Comunque meglio che lo yoghurt sia naturale (e povero di zuccheri).
Riepilogando, non bisogna evitare a tutti i costi i cibi con grassi saturi, come i latticini; anzi, essi contengono microbi che fanno bene, soprattutto se prodotti in modo artigianale e con pochi zuccheri; è probabile che anche gli stessi grassi saturi svolgano un effetto positivo sulla salute.
Grassi insaturi: dalla carne (che contiene grassi saturi, insaturi e proteine), oli vegetali come l’olio d’oliva, la frutta secca. L’evidente successo della dieta mediterranea mostra come l’olio di oliva extravergine sia altamente benefico (cosa confermata anche da numerosi studi).
Grassi polinsaturi: come gli omega 3, omega 6, ritenuti buoni anche se omega 6 è meglio del più celebrato omega 3.
Grassi trans: sono i peggiori; si trovano nei cibi industriali (ricchi di grassi trans, zuccheri e sale), nella margarina e nei fritti. Da evitare! (cibo spazzatura).
Le proteine
Da animali (manzo, pollo: 30%; pesce come salmone-tonno: >20%), da vegetali (legumi e frutta secco: 24%, soia: 12%), da latte (3%).
Basandosi si valutazioni evoluzionistiche (l’ominizzazione è avvenuta con l’adozione di una dieta ricca di carne), esistono diete per dimagrire, come la dieta Atkins, che consigliano di mangiare molta carne e pochi carboidrati. I dati sono però dubbi perché come sempre ogni persona reagisce diversamente alle diete (dipendentemente dai geni, microbioma e qualità della vita in generale).
La carne contiene sostanze essenziali come la vitamina B12, zinco e ferro che scarseggiano in frutta e verdura (il mancato consumo di carne provoca una grave carenza di vitamina B12). Tuttavia molti studi osservazionali (non trial randomizzati) hanno mostrato che il consumo di carne rossa aumenta il rischio di malattie cardiache e del cancro, mentre non è chiaro il ruolo del pollame (tranne naturalmente quello contenuto in prodotti industriali; in genere i prodotti industriali come salsicce, prosciutto e salame sono sempre più dannosi). “Mangiare in sandwich con la pancetta o un hot dog al giorno riduce la speranza di vita di due anni”.
La colpa non è però dei grassi della carne ma probabilmente dei microbi intestinali che trasformano la L-carnitina in TMAO tossico.
Pesce: certo non fa male ed è ricco di nutrienti ma non fa meglio di altri tipi di carne.
Consiglio spannometrico: mangiare carne rossa una volta alla settimana o una volta ogni due settimane; mangiare pesce una o due volte alla settimana. E’ inoltre fondamentale una lunga masticazione prima di inghiottire.
Chi non mangia carne può assumere le proteine dai vegetali che forniscono quasi tutti i nutrienti assunti dai carnivori tranne la vitamina B12.
Il latte vaccino contiene il 3% di proteine, 2-3% di grassi saturi, molti nutrienti tra cui il calcio e calorie. Dove si beve più latte la statura degli abitanti è più elevata (attualmente il record è dell’Olanda) e per molti (come l’OMS) la statura media lata è indice di buona salute (in media).
Carboidrati: zuccheri
Zucchero (saccarosio): 50% glucosio e 50% fruttosio. Troppo zucchero fa male (è una delle cause di accumulo di grasso nel corpo) e il fruttosio è il componente “cattivo”. A tutti piace le zucchero perché cercare i frutti dolci (e quindi non velenosi) è un istinto naturale dell’uomo.
Il problema è che oggi ingeriamo troppo zucchero perché è dappertutto. Una lattina da 33cc di Coca Cola contiene 140 calorie e più di 8 cucchiai di zucchero (la maggioranza dei succhi di frutta ne contiene ancora di più; stesso dicasi per le bibite gassate). Il 70% dei cibi industriali contiene zucchero aggiunto.
La tendenza all’obesità è strettamente legata al consumo di zucchero e la preferenza verso lo zucchero ha una forte componente genetica.
Inoltre lo zucchero marcisce i denti perché un microbo, lo Strep. Mutans, ne è molto ghiotto e produce acido lattico che buca lo smalto (e il colluttorio uccide i microbi buoni).
(attenzione al “mito della colazione”; saltare due pasti, e dunque cenare soltanto, con grande assortimento, potrebbe essere assai vantaggioso).
Fibre
Le fibre sono le parti del cibo che non vengono digerite; possono essere solubili (come nei fagioli e la frutta, le fibre fermentano nel colon) o insolubili (cereali integrali, frutta secca, semi, bucce..). Le fibre fanno bene: assorbono l’acqua e favoriscono il transito intestinale (anche se non è confermato che la mancanza di fibre favorisca l’insorgere del tumore al colon).
Perché le fibre fanno bene alla salute? Il fatto è che sono prebiotici, cioè sostanze che fertilizzano i microbi del colon (soprattutto i bifidobatteri). Le fibre non digerite permettono dunque ai microbi di proliferare. I cibi che contengono più prebiotici (come l’inuluna) sono: radice di cicoria, topinambur, foglie di tarassico, porri, cipolle, aglio, asparagi, crusca di grano, broccoli, banane, alcuni tipi di frutta secca (inulina: 65% nella cicoria, 1% nella banana). Bastano 6 g al giorno (10 banane o 1 cucchiaio di cicoria o topinambur a dadini).
Ci sono prebiotici anche nel pane e nel pancarrè.
Cacao e caffeina
Ci sono prove affidabili (ma non certe) che il cacao presente nel cioccolato aiuti a ridurre i fattori di rischio cardiaco. Il cacao contiene flavonoidi, grassi insaturi, e i microbi se ne nutrono fabbricando utili sottoprodotti come il butirrato. Naturalmente meglio mangiare il cioccolato fondente.
La caffeina è la sostanza psicoattiva più diffusa. Pare che bere fino a 6 tazze di caffè al giorno non faccia male (non bisogna esagerare perché può dare dipendenza); un consumo moderato (3-4 tazzine) riduce il rischio di mortalità del 8% e il rischio di malattie cardiache del 20%. Il caffè contiene molti grassi insaturi (polifenoli) e fibre (mezzo grammo per tazza; il tè non contiene le fibre).
Anche la preferenza per il caffè ha una forte componente genetica.
Alcol
L’eccesso di alcol fa male, favorendo le malattie cardiache e i tumori. Tuttavia il consumo con moderazione può fare bene al cuore, perché favorisce un aumento della diversità microbica.
Spannometricamente: un bicchiere di vino (pieno di polifenoli) va bene; i superalcolici no.
Vitamine
E’ fondamentale mantenere il livello normale di vitamine nell’organismo: dieta bilanciata con frutta e verdure, e un po’ di carne di tanto in tanto. Gli integratori multivitaminici non apportano benefici di alcun tipo. Neppure l’assunzione di vitamina C rafforza le difese immunitarie o riduce il rischio di prendere il raffreddore.
Vitamina D: stare al sole 10-15 minuti al giorno in estate e mangiare pesce azzurro in inverno (evitando le scottature; paradossalmente la carenza di vitamina D favorisce la recidiva dei melanomi).
Ultime osservazioni
Non esagerare con gli antibiotici che riducono il microbioma. Attenzione anche alle carni di produzione industriale (compresi i pollami) cresciuti con mangimi “speciali” contenenti antibiotici.
Evitare l’ossessione per l’igiene: troppa igiene può favorire le allergie. Le indicazioni sulle etichette degli apporti calorici non sono indicative; sia perché l’informazione (le calorie) sono calcolate con relazioni vecchie sia perché l’informazione in sé è poco utile, nel senso che non è esaustiva. Il colesterolo non è un pericoloso criminale (e non è un buon indicatore dei grassi nel sangue; più che il colesterolo sarebbe utile determinare la proteina apoB nel sangue).
In generale, le persone magre non diventano grasse, sono quelle leggermente sovrappeso che rischiano di diventare obese con tutte le conseguenze che ne possono derivare.

 

 

Gli studenti del DII

dii-nEcco l’ultimo numero del DII News (scarica DII News n9_2) dedicato agli studenti del DII. Buona lettura!

L’universo morale di “Inside Out”

Inside out“Inside Out”: la crescita di una ragazzina raccontata tramite le evoluzioni delle emozioni viste come buffi personaggi nella sua mente. Un cartone animato, più per adulti che per bambini, certamente da vedere. Antonio Polito sul “Corriere della Sera” commenta come gli sceneggiatori si siano dimenticati di due personaggi fondamentali: la razionalità e il libero arbitrio. Sul primo si può essere d’accordo. La capacità di ragionamento logico, induttivo e deduttivo, si sviluppa nei primi anni di vita e contraddistingue gli esseri umani dalle altre specie viventi. Meritando un personaggio a sé, anche se ogni scelta razionale è comunque intrecciata con i sentimenti. Ben diverso è il discorso sul libero arbitrio e qui gli sceneggiatori non hanno sbagliato in nulla. La protagonista, scrive Polito, “vive in un universo morale in cui non c’è spazio per la responsabilità individuale, e di fatto non c’è libertà; dunque non ci può essere colpa e peccato”. In effetti è così; se ci limitiamo a guardare ogni persona dal solo binario della scienza, vediamo proprio questo: l’assenza dell’anima, cioè di ogni Io/Sé che presiede a tutte le attività, compresi le manifestazioni dei sentimenti. In tale ottica non c’è libero arbitrio perché tutto ciò che facciamo è determinato dal cervello (e tutto non poteva andare diversamente), e noi abbiamo solo un’illusione di libertà, e un’illusione di responsabilità. Solo ponendoci anche sul binario della fede potremmo pensare a un ente esterno non fisico (chiamiamolo Dio) capace di intervenire nella profondità della nostra materia per donarci la bellezza della nostra anima-coscienza e un vero (non illusorio) soffio di libertà. Ma parlare di Dio, oggi, è intellettualmente sconveniente, e non sorprende dunque che nessuno lo abbia fatto commentando “Inside Out” (e pochi lo facciano riflettendo sulla natura umana).

(da Italians, del 5 ottobre 2015)

Ultimo numero del DII News!

DII NewsE’ uscito l’ultimo numero del DII News, la rivista di informazione del Dipartimento di Ingegneria Industriale (DII) dell’Università di Trento.
Il numero è scaricabile DII News-4.

Commenti al manifesto per scettici

libro nuovo2Riporto alcuni commenti al libro “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”, tratti da ibs e amazon.

Luca (01-10-2014) Libro che tratta argomenti delicati, come lo sono scienza e fede, con una semplicità e capacità di spiegazione davvero speciale! Si legge tutto di un fiato e suscita delle domande di fronte alle quali è davvero una sfida riuscire a decidere da che parte stare. Libro consigliatissimo, davvero interessante; da sottolineare l’umiltà dell’autore che non vuole dare risposte (e chissà se ce ne saranno mai!)ma semplicemente invita a mettere da parte le proprie idee e convinzioni radicate per lasciare spazio al DIALOGO e alla RIFLESSIONE.
Voto: 5 / 5

camilla (29-07-2014)
Siamo davanti a un libro che si legge tutto d’un fiato, e che spiega in modo chiaro il rapporto scienza/fede illustrando come si possa razionalmente credere in Dio. Se potessi lo adotterei per le ultime classi delle superiori, dove si possono affrontare questi temi con una certa possibilità di sollecitare la curiosità dei ragazzi e il loro desiderio di riflessione.
Voto: 5 / 5

Di bilancino il 10 ottobre 2014
Bel libro, offre interessanti spunti di riflessione.
Non sono propriamente credente ma l’ho comunque apprezzato.
Si legge bene, mi sento di consigliarlo a tutti credenti e non.

Di Alessandro il 20 ottobre 2014
Ho trovato il libro ricco di spunti ed ho apprezzato l’approccio “ingegneristico” a problematiche che di solito vengono trattate in modo dogmatico.

Il Big Bang al Muse

Oltre il limiteOggi sappiamo con ragionevole certezza che l’Universo non esiste da sempre, come pensava Aristotele, ma ha avuto un inizio, quasi 14 miliardi di anni fa. Con gli strumenti della scienza possiamo indagare le epoche più remote e avvicinarci a capire l’origine, il “Big Bang”; il quale, però, costituisce forse un limite invalicabile per la nostra conoscenza, che ci lascia con molti dubbi: cosa c’era prima? come ha avuto inizio il tutto?

“Oltre il limite” è il titolo di una mostra assai bella e spettacolare aperta al Muse da poco, e che si propone di avvicinare i molti visitatori ai misteri dell’origine dell’universo, mostrando come la scienza affronti questo viaggio ai confini della conoscenza. Più ci avviciniamo al Big Bang, tuttavia, e più la nostra visione diventa nebulosa e sfuocata, e per capirci qualcosa dobbiamo appoggiarci a ipotesi e teorie. In questo viaggio ci accompagnano dunque molti scienziati, tra i quali Einstein, il padre della teoria della relatività; la quale è un modello potente ma insufficiente quando ci avviciniamo ai primissimi istanti di vita dell’Universo. Qui abbiamo bisogno di una teoria diversa, la cosmologia quantistica, che ci restituisce un quadro ben poco intuitivo, con il tempo che va in crisi di identità e si fonde con lo spazio fino a scomparire. Ma, sostiene il fisico Ferrando Ferroni – presente virtualmente alla mostra in uno schermo a grandezza naturale – “non sappiamo perché qualcosa è comparso al posto del nulla” e, continua, esercitarsi sulla domanda “cosa c’era prima” è “tempo perso”.

Certo, per molti le domande sull’origine e il senso della nostra esistenza possono apparire inutili, ma per tanti altri sono questioni difficili da scansare, e la necessità di perseverare nella ricerca di risposte è forte, a volte irrinunciabile. E per andare oltre questi limiti bisogna volgere l’attenzione verso qualcosa che sta fuori dal tempo, come ci dice la cosmologia quantistica e aveva già intuito Agostino di Ippona, e che forse ha causato il tutto. La scienza appare impotente davanti a tale obiettivo, a dimostrazione che essa non basta a risolvere molti dubbi che ci assillano; anche la scienza ha i suoi limiti, ed è bene esserne consapevoli.

(edit sul Corriere del Trentino)

L’uomo: un mistero

Lib1Non possiamo che partire da noi stessi. Tutto ciò che per ognuno di noi esiste è dato da ciò che il cervello è in grado di ricostruire sulla base degli input che gli arrivano dal mondo esterno, e dalle sue capacità, determinate dalla “cassetta degli attrezzi” (la ‘dotazione di base’ di tutti) e dalla storia esperienziale di ognuno.

Ma come fa la massa grigia del cervello a darci la coscienza delle cose che ci circondano, a produrre queste “ricostruzioni” del mondo là fuori? Come mai molti nostri modelli mentali hanno qualità così belle e piacevoli? Come fanno a permettere all’uomo di fare tutte le cose – alcune strabilianti, altre meno – che è in grado di fare?

Si sostiene spesso che la scienza non si occupi dei perché bensì dei come. Ma stavolta non ha la minima idea di come tutto questo possa avvenire. E’ il mistero dell’anima – e dunque dell’uomo – che ci lascia senza fiato.

da “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”

Venire al mondo

CAttedra 2014La filosofia del 900 è stata dominata dal tema della morte, penso a Martin Heidegger ma non solo, e il compito primario del filosofare, riprendendo un tema già anticamente platonico, è diventato quello di prepararsi al proprio distacco dal mondo e alla lacerazione inferta dalla morte degli altri. Della nascita si è sempre parlato – e si parla tutt’ora – assai poco.

Forse perché – sostengono i più maligni – la filosofia è esercitata soprattutto dagli uomini, e la nascita è invece un’esperienza visceralmente femminile. In fondo c’è del vero in questo. Tanto che sono state soprattutto due donne (che peraltro non hanno vissuto l’esperienza della maternità durante la loro vita) a cercare di rompere l’incantesimo e portare all’attenzione della filosofia il tema della “venuta al mondo”. Una è stata Hannah Arendt che è stata allieva e critica di Heidegger, e a lui pure legata sentimentalmente. La filosofa tedesca ha sostenuto con energia come ogni nascita, cioè ogni inizio, sia un momento sorgivo della libertà, tanto che la nascita è sempre stata controllata dai totalitarismi per l’imprevedibilità innovativa che ogni nuova venuta al mondo porta con sé. Un’altra è stata Maria Zambrano, la filosofa spagnola del sapere delicato. Per lei siamo tutti “nati a metà”, siamo cioè degli esseri incompiuti che non hanno mai finito di nascere. Per “nascere del tutto”, ossia per rinascere con nuova energia e nuovi occhi con cui guardare al mondo e agire nel mondo, occorre disfare la propria nascita (“disnascere”, amava dire) in un processo continuo e incessante di rigenerazione. Il ricominciamento è dunque la cifra con cui la sensibilità femminile ha letto filosoficamente l’evento del nascere. Un evento dinamico, che non si esaurisce nell’atto individuato della nascita, ma che richiede, nel quotidiano, una costante assunzione di sempre nuove responsabilità.

Al primo incontro della Cattedra del Confronto 2014, si parlerà proprio del “venire al mondo”, e la parola sarà data a due donne, la filosofa Francesca Rigotti e la scrittrice e teologa Mariapia Veladiano. A loro spetta l’arduo compito di spiegare perché oggi – nonostante si viva più a lungo e con maggiori comodità che nel passato – si continui a riflettere quasi solo sulla morte (cosa di cui certo non possiamo fare a meno) e, allo stesso tempo, si trascuri quasi completamente lo stupore rivitalizzante della nascita, di ogni venuta al mondo. Oggi l’evento-nascita è trattato quasi solo nei suoi aspetti più drammatici, dai tormenti della bioetica (come l’aborto o le sperimentazioni con le cellule ricavate dagli embrioni) alle sofferenze delle donne lasciate sole davanti a questo passo cruciale. Quando invece, ce lo ricorda proprio la Arendt e la Zambrano, dovrebbe essere pure un momento dialogico con la comunità, capace di richiamare – a tutti – la necessità di rinnovare e rinnovarsi, per interferire – con l’azione – nel flusso della vita che porta alla morte.

(dal Corriere del Trentino del 12 marzo 2014)