La Trinità: un affare da specialisti?

Gentile direttore, vorrei condividere con lei una mia preoccupazione di fede. Ho l’impressione che oggi sembri poco appropriato parlare della Trinità cristiana. Che anche molti cristiani considerino la riflessione su Dio uno e trino un lavoro da specialisti, se non proprio un’inutile complicazione lungo il cammino spirituale. Ho parlato di questo con alcuni sacerdoti, e ho avuto l’impressione che anche loro affrontino il tema quando non possono farne a meno, e a malavoglia (con imbarazzo?). A me sembra – ma questo è il parere che vorrei chiederle – che ogni credente cristiano dovrebbe invece riappropriarsi con convinzione della visione trinitaria di Dio, che è sicuramente un grande mistero ma è anche la base della nostra fede sulla quale abbiamo impostato la nostra vita. Abbiamo la rappresentazione bellissima che ci ha lasciato sant’Agostino (la Trinità come l’Amante, l’Amato e l’Amore che lega l’uno e l’altro e fa dimorare Dio in tutti gli uomini). Ma abbiamo anche la visione trinitaria nella prospettiva della creazione, già abbozzata da Agostino e patrimonio soprattutto della tradizione orientale. Forse dovremmo riscoprire anche questa visione potenzialmente molto ricca, soprattutto se riusciamo a vedere nelle scoperte della scienza sulla nascita dell’universo, la comparsa della vita e dell’uomo non tanto minacce alla fede ma piuttosto ulteriori nessi e analogie che aiutano a trasmettere sempre meglio il senso profondo del mistero trinitario. Che ne pensa? Ritiene che la fede possa essere più solida e serena se riposa su frammenti di realtà che siamo in grado di capire sempre meglio?

Risponde don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana:

Sono d’accordo: la Trinità è al centro della nostra fede cristiana. Purtroppo è stata presentata spesso come un teorema matematico, un enigma teologico. Mentre riguarda la nostra vita di ogni giorno. Dio stesso, rivelandosi come uno e trino, ci ha fatto capire che non è solitario o distaccato, ma è comunione e ci vuole coinvolgere nell’Amore che unisce il Padre e il Figlio. Come ha detto Gesù, “se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Se solo scoprissimo un po’ di più la bellezza di questo coinvolgimento nell’amore di Dio, se solo capissimo che siamo fatti per la relazione, per amore, essendo stati creati a immagine e somiglianza dell’Amore! La Trinità non è tanto un mistero inaccessibile, ma la rivelazione di Dio comunione d’Amore, che ci vuole coinvolgere come figli amati per amarci gli uni gli altri.

(Famiglia Cristiana, N° 35, 27 agosto 2017)

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Scienza e fede in dialogo a Tuenno

tuennoIl tema della 14° Settimana culturale di Tuenno sarà, quest’anno, dedicato ad un tema antico e modernissimo che, come in passato ha posto, anche oggi pone problemi, suscita interrogativi, innesca dibattiti vivacissimi e, a volte, scontri (pacifici ma asperrimi) tra due opposte opinioni: chi ritiene che tra fede e scienza non possa che esserci inconciliabilità totale, e quindi scontro teoretico permanente, e chi pensa, invece, che un dialogo proficuo sia possibile; possibile e fecondo. Del resto, vi sono stati, e vi sono, scienziati che si proclamano atei, e altri che invece, si dicono credenti. Per alcuni è “senza senso” credere nella Trascendenza, perché basterebbe la Scienza a spiegare tutto; il di più, affermano, è superstizione. Per altri, invece, la Scienza, da sola, non basta a rispondere alle grandi domande dell’esistenza, e l’ipotesi Dio rimane decisiva per una vita “di senso”.
Con una carrellata storica che guarderemo al passato (come dimenticare il processo al quale l’Inquisizione sottopose il grande Galileo?), ma anche agli eventi più recenti, alle aperture del Concilio Vaticano II, ai dibattiti in altre religioni (dall’Ebraismo all’Islam), all’attualità. Saremo accompagnati e guidati da esperti di varia provenienza culturale, storica, filosofica e religiosa: e perciò la Settimana del prossimo novembre offrirà ai suoi affezionati “abbonati” un ventaglio di opinioni, riflessioni, prospettive che certamente arricchiranno gli ascoltatori.
Uno spettacolo finale, il sabato conclusivo, offrirà un teatro, o un film che illustrerà un aspetto particolare del rapporto fede-scienza nella storia dell’Occidente. Un modo per continuare a dibattere un tema inesauribile…

Programma:

Lunedì 7 novembre – ore 20.30 INTRODUZIONE ALLA SETTIMANA DI STUDIO

Maria Teresa Giuriato, assessore alla Cultura Comune di Ville d’Anaunia FEDE E SCIENZA

Dott.ssa Milena Mariani (teologa) Prof. Renzo Leonardi (fisico) Moderatore:Prof. Francesco Ghia

Martedì 8 novembre – ore 20.30 EVOLUZIONISMO o CREAZIONISMO

Prof.Giovanni Straffelini (direttore vicario del Dipartimento di ingegneria industriale) Prof. Giorgio Vallortigara (neuroscienziato, prorettore alla ricerca) Moderatore: Prof. Marco Andreatta (matematico, Presidente del MUSE)

Mercoledì 9 novembre – ore 20.30 IL CASO GALILEI

Prof.ssaSelene Zorzi (teologa) Luigi Sandri (giornalista ed esperto di questioni bibliche ed ecumeniche)

Giovedì 10 novembre – ore 20.30 CONFLITTO, INDIFFERENZA, ALLEANZA

Prof. Paul Renner (teologo) Avv. Alexander Schuster (docente univ.) Moderatore: Luigi Giuriato

Venerdì 11 novembre – ore 20.30 DIALOGO TRA FEDE E SCIENZA

Prof.ssa Simonetta Giovannini Dott.ssa Batul Hanife Avv. Mauro Bondi Moderatore: Luigi Sandri

Sabato 12 novembre – ore 20.30 CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI STUDIO LA TEORIA DEL TUTTO un film di James Marsh

Peccato originale e preesistenza del male nel mondo

peccato originaleGentile teologo
C’è un aspetto della dottrina cristiana che mi mette in crisi e riguarda il tema della Caduta (e quindi della comparsa del male nel mondo). Dal punto di vista scientifico (mi riferisco all’evoluzione per selezione naturale) il male era già presente alla comparsa dell’uomo (intendo la nostra specie homo sapiens) essendosi formato, diciamo così, nei due milioni di anni di evoluzione degli ominidi. Leggendo Genesi 1 mi pare di intravvedere come il male, raffigurato dal serpente tentatore, fosse in effetti già presente alla comparsa dell’uomo, e che con la
disubbidienza a Dio si sia realizzato simbolicamente l’ingresso nel mondo del male consapevole. In tale ottica l’atto della mela potrebbe essere visto come il simbolo del passaggio dal mondo animale (caratterizzato da
istinti inconsapevoli) al mondo vero dell’uomo, caratterizzato da libertà e consapevolezza. Dopo aver mangiato la mela, “videro che erano nudi”, vale a dire Adamo ed Eva ebbero improvvisamente consapevolezza di sé; non
solo: Dio vide che erano diventati come Lui, vale a dire avevano acquisito il dono distintivo della libertà e della consapevolezza. Cosa ne pensa? Avrebbe senso questa interpretazione o dal punto di vista
cristiano non è proprio accettabile?

La risposta del teologo Pino Lorizio su Famiglia Cristiana del 26 giugno 2016:

Possiamo chiarire il problema se riflettiamo sul senso che attribuiamo alla parola che designa il negativo e le sue molteplici forme, senza la pretesa di riuscire a illuminare in maniera esauriente e definitiva. Il primo sneso su cui ci porta a riflettere la struttura stessa del cosmo è quello del limite creaturale, per cui piuttosto che di ‘male’ in senso proprio dobbiamo riferirci al fatto che l’universo e l’uomo non hanno in sé la perfezione assoluta, che appartiene solo a Dio, ma ne portano la traccia: vestigia, immagine e somiglianza. Questa limitatezz strutturale non è causata dalla scelta dell’uomo, ma è insita nella creazione stessa, nella quale l’infinito pone in essere il finito. Poi dobbiamo pensare il male, nella sua radice storica e antropologica, come ‘peccato’. Esso è generato dalla scelta dell’uomo, che noi riportiamo al peccato originale, che non è solo il primo peccato in senso cronologico, ma introduce nell’universo e nella storia qualcosa di nuovo in senso negativo, per cui ciascuno di noi nasce in un contesto abitato dal peccato e solo con la grazia possiamo vincerlo e così illuminare le tenebre del mondo.

La logica sbagliata degli anti-creazionisti

Cioccolatini,jpgIl fisico Guido Tonelli sulla Lettura del Corriere della Sera parla di “choc culturale” causato dal futuro incontro con gli extraterrestri… Meglio aspettare seduti, mi verrebbe da dire… Ma il punto è un altro, ben evidenziato dal titolo a dir poco sconvolgente dell’articolo di Tonelli: “C’è vita nell’universo, molta vita”.
Qui il tema è chiaro e richiama la nota posizione dello scienziato ateo Richard Dawkins che per spiegare l’impossibilità statistica delle vita sulla Terra si rifà alla “magia dei grandi numeri”. Ai numeri “che fanno impressione”, come dice Tonelli, ai “miliardi di miliardi” di Terre simili alla nostra che esistono nell’universo per cui “non c’è motivo di credere che acqua e materia organica siano componenti ultra rari”. E quindi – ecco il passaggio scientificamente inaccettabile ma ben caro a tanti divulgatori stranieri e nostrani – “c’è molta vita nell’universo” e non ci dovremmo certo meravigliare se è pure comparsa sulla nostra Terra. Altro che Creatore!

Scienza, religione e comportamento morale

Giovanni Straffelini & Piergiorgio Cattani
I metodi della scienza possono essere usati con successo anche per indagare il comportamento dell’uomo, compreso quello religioso. L’importante è usarli con accortezza ed evitare – per quanto possibile – valutazioni eccessivamente semplificate o parziali, come quelle esposte da Girotto e Vallortigara nel loro articolo “Così è nato il timor di Dio” (10 aprile 2016).
Il tema riguarda la nascita delle religioni e, in particolare, il senso morale insito in determinate credenze. La visione scientifica più diffusa sostiene che la prospettiva religiosa sarebbe scaturita da una visione fortemente antropomorfa dei nostri progenitori, che li spingeva ad interpretare ogni evento naturale come intenzionale, e dunque causato da una o più divinità. Naturalmente ciò che destava maggiore coinvolgimento e inquietudine erano soprattutto gli eventi negativi, quelli che comportavano disgrazie o sfortune. Essi dipingevano dunque le divinità come irascibili e vendicative, che potevano essere rabbonite solo con sacrifici, ritualità e atteggiamenti di ossequio e sottomissione. La concezione del divino – spiegano Girotto e Vallortigara nell’articolo citato – subì una notevolmente trasformazione nel periodo tra il 500 e il 300 a.C., con la nascita di nuove dottrine, come il confucianesimo, l’induismo e lo stoicismo, che misero in primo piano il comportamento morale dell’uomo, caratterizzato da compassione verso il prossimo, moderazione, vita quotidiana disciplinata. L’interpretazione classica attribuisce tale cambiamento al comportamento cooperativo all’interno dei gruppi sociali, favorito dalle prescrizioni di queste dottrine che sostenevano i comportamenti morali; esso avrebbe reso tali gruppi più coesi, fornendo loro un notevole vantaggio competitivo rispetto ai gruppi indeboliti da lotte intestine per il potere e l’acquisizione di vantaggi e privilegi di vario tipo.
Girotto e Vallortigara sostengono che la “freccia causale” potrebbe però andare nell’altra direzione: “si potrebbe in effetti pensare che all’origine delle religioni morali vi sia lo sviluppo umano e non il contrario”. Non furono dunque i codici morali sostenuti dalle religioni (e, per il credente, instillati da Dio nella coscienza dell’uomo, mediante una rivelazione dall’esterno o un’intuizione interiore) a favorire comportamenti vantaggiosi per sé e per il gruppo di appartenenza, ma sarebbe stata la crescita economica e la conseguente ricchezza a favorire la comparsa delle dottrine morali. Tale idea sarebbe supportata da una recente ricerca, coordinata dallo psicologo francese Nicolas Baumard, che ha studiato proprio i fattori economici e sociali alla base del grande cambiamento osservato nel 500/300 a.C. in diverse regioni del mondo. Ma perché una maggiore ricchezza avrebbe favorito la nascita di religioni morali? Girotto e Vallortigara condividono una delle proposte di Baumard e collaboratori, e ritengono che vivere in ambienti poveri favorisce strategie a breve termine (meglio l’uovo oggi, si potrebbe dire), mentre una maggiore ricchezza stimolerebbe comportamenti a lungo termine (la cooperazione, in attesa, ad esempio, della gallina domani).
Ora, è evidente che questa interpretazione, come un po’ tutte quelle proposte da questo tipo di studi, è abbastanza controversa, e proprio il metodo scientifico dovrebbe stimolare maggiore approfondimenti prima di trarre conclusioni troppo semplicistiche in un verso o nell’altro. Un editoriale sullo stesso numero di “Current Biology”, la rivista che ha pubblicato il lavoro di Baumard, evidenzia come un recente lavoro di Botero e collaboratori abbia mostrato come la credenza in divinità moralizzanti sia prevalente in società povere, suggerendo dunque come le religioni a sfondo morale nascono dove la sopravvivenza è più difficile rispetto a un contesto dove ci sono maggiori agi e ricchezze. Una visione opposta a quella sponsorizzata da Girotto e Vallortigara. Tale considerazione appare peraltro in accordo con la situazione attuale: la sensibilità religiosa è più diffusa nelle società povere che in quelle ricche. Altre valutazioni propendono per una direzione causale tra atteggiamento morale e vantaggio economico. Ad esempio, è facile mostrare come tale causalità comporti una maggiore cooperazione tra i membri del gruppo grazie ai vantaggi dovuti a soluzioni del dilemma del prigioniero promossi dalla visione religiosa e morale (in tale contesto si parla anche di “etica efficiente”).
Per il credente, naturalmente, tutte queste osservazioni sono interessanti ma non decisive per quanto riguarda la sua fede. Nulla impedisce, infatti, di vedere nei meccanismi dell’evoluzione per selezione naturale – comunque si siano dispiegati nel tempo – il modo tramite il quale Dio ha indirizzato il suo Logos creativo. E nulla vieta di pensare – anzi! – che l’evoluzione culturale dell’uomo abbia aiutato, e aiuti ancora, a perfezionare la comprensione di Dio (prima vendicativo, poi amorevole). Quello che desta maggiori perplessità è però l’approccio generale di questi studi e che pure i due studiosi sembrano avere nei confronti delle religioni, in particolare dell’atteggiamento dei credenti. È abbastanza limitativo pensare – ad esempio – che una persona di fede si comporti in un determinato modo semplicemente perché ha timore che Dio le infligga una punizione ora o nell’aldilà, oppure per ottenere un premio. Sottesa a questa impostazione sta un sottile pregiudizio verso i credenti, giudicati alla stregua di bambini, a fronte degli “adulti” scienziati. Ciò non fa bene al dibattito intellettuale.

(tratto da IL MARGINE, anno 36, 2016, 5, 25-28)

Manifesto per scettici: Una critica interessante

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(recensione di Carmine Speranza)

 

 

 

Lettera a Pier sulla Laudato Si

Caro Piergiorgio
Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si”. Il Papa critica il cosiddetto “paradigma tecnocratico”, vale a dire la pretesa dell’uomo di controllare la natura mettendo così a repentaglio la sostenibilità del pianeta. Non mi piace molto come il Papa ha affrontato questo tema. Cito, ad esempio, quanto Francesco scrive al paragrafo 20 a proposito di inquinamento: “Ci si ammala, per esempio, a causa di inalazioni di elevate quantità di fumo prodotto da combustibili per cucinare o per riscaldarsi”. Leggendo queste parole ho pensato che il Papa avrebbe poi suggerito di esportare i prodotti tecnologici migliori verso i paesi in via di sviluppo dove l’inquinamento è drammatico e la mortalità delle persone per problemi ambientali è molto alta. In fondo mangiare e stare al caldo sono funzioni di base di ogni persona, mica lussi sfrenati o esagerazioni dello stile di vita… E invece no. Subito dopo scrive il Papa: “la tecnologia.. a volte a volte risolve un problema creandone altri”.
Penso che il richiamo del Papa alle coscienze illuminate e altruistiche possa essere efficace solo se associato allo stimolo verso la diffusione nel mondo – soprattutto nei paesi poveri – delle migliori tecnologie oggi disponibili; diffusione fatta certo in modo ragionevole e non sconsiderato, per ridurre l’inquinamento, migliorare l’approvvigionamento energetico, la mobilità e così via.

(lettera alla nuova rubrica di Piergiorgio Cattani su Vita Trentina; qui sotto la risposta di Piergiorgio)

 

pier

L’universo morale di “Inside Out”

Inside out“Inside Out”: la crescita di una ragazzina raccontata tramite le evoluzioni delle emozioni viste come buffi personaggi nella sua mente. Un cartone animato, più per adulti che per bambini, certamente da vedere. Antonio Polito sul “Corriere della Sera” commenta come gli sceneggiatori si siano dimenticati di due personaggi fondamentali: la razionalità e il libero arbitrio. Sul primo si può essere d’accordo. La capacità di ragionamento logico, induttivo e deduttivo, si sviluppa nei primi anni di vita e contraddistingue gli esseri umani dalle altre specie viventi. Meritando un personaggio a sé, anche se ogni scelta razionale è comunque intrecciata con i sentimenti. Ben diverso è il discorso sul libero arbitrio e qui gli sceneggiatori non hanno sbagliato in nulla. La protagonista, scrive Polito, “vive in un universo morale in cui non c’è spazio per la responsabilità individuale, e di fatto non c’è libertà; dunque non ci può essere colpa e peccato”. In effetti è così; se ci limitiamo a guardare ogni persona dal solo binario della scienza, vediamo proprio questo: l’assenza dell’anima, cioè di ogni Io/Sé che presiede a tutte le attività, compresi le manifestazioni dei sentimenti. In tale ottica non c’è libero arbitrio perché tutto ciò che facciamo è determinato dal cervello (e tutto non poteva andare diversamente), e noi abbiamo solo un’illusione di libertà, e un’illusione di responsabilità. Solo ponendoci anche sul binario della fede potremmo pensare a un ente esterno non fisico (chiamiamolo Dio) capace di intervenire nella profondità della nostra materia per donarci la bellezza della nostra anima-coscienza e un vero (non illusorio) soffio di libertà. Ma parlare di Dio, oggi, è intellettualmente sconveniente, e non sorprende dunque che nessuno lo abbia fatto commentando “Inside Out” (e pochi lo facciano riflettendo sulla natura umana).

(da Italians, del 5 ottobre 2015)

Commenti al manifesto per scettici

libro nuovo2Riporto alcuni commenti al libro “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”, tratti da ibs e amazon.

Luca (01-10-2014) Libro che tratta argomenti delicati, come lo sono scienza e fede, con una semplicità e capacità di spiegazione davvero speciale! Si legge tutto di un fiato e suscita delle domande di fronte alle quali è davvero una sfida riuscire a decidere da che parte stare. Libro consigliatissimo, davvero interessante; da sottolineare l’umiltà dell’autore che non vuole dare risposte (e chissà se ce ne saranno mai!)ma semplicemente invita a mettere da parte le proprie idee e convinzioni radicate per lasciare spazio al DIALOGO e alla RIFLESSIONE.
Voto: 5 / 5

camilla (29-07-2014)
Siamo davanti a un libro che si legge tutto d’un fiato, e che spiega in modo chiaro il rapporto scienza/fede illustrando come si possa razionalmente credere in Dio. Se potessi lo adotterei per le ultime classi delle superiori, dove si possono affrontare questi temi con una certa possibilità di sollecitare la curiosità dei ragazzi e il loro desiderio di riflessione.
Voto: 5 / 5

Di bilancino il 10 ottobre 2014
Bel libro, offre interessanti spunti di riflessione.
Non sono propriamente credente ma l’ho comunque apprezzato.
Si legge bene, mi sento di consigliarlo a tutti credenti e non.

Di Alessandro il 20 ottobre 2014
Ho trovato il libro ricco di spunti ed ho apprezzato l’approccio “ingegneristico” a problematiche che di solito vengono trattate in modo dogmatico.

Scienza e fede, le difficoltà del dialogo

SweetmanIl recente libro del filosofo Brendan Sweetman, “Religione e Scienza, Una introduzione” (Queriniana, 2014), presenta in modo preciso e aggiornato i principali temi che caratterizzano l’attuale riflessione sul rapporto tra scienza e fede, coprendo un settore di studio abbastanza sguarnito nel panorama editoriale italiano. Sweetman ripercorre in modo efficace il rapporto storico tra religione e scienza, e si addentra nel merito dei temi più importanti, come l’evoluzione, la persona umana, il progetto nell’universo e il rapporto tra scienza e etica, con un attento approccio filosofico, vale a dire cercando di offrire una sintesi ragionata e imparziale delle diverse istanze in campo.
Fin dal primo capitolo Sweetman ci tiene a sottolineare la necessità di un “modello del dialogo” tra scienza e religione, capace di evitare sterili contrapposizioni e promuovere una comprensione più completa possibile di noi stessi, comprese le questioni sul senso della vita che maggiormente ci interpellano. Si tratta di un’impostazione necessaria, poiché la grandezza del compito richiede inevitabilmente uno sforzo congiunto di tutte le sensibilità; e non dico per trovare delle soluzioni ma almeno per abbozzare delle risposte. Certo, anche nella ricerca del modello del dialogo le difficoltà non mancano, e pure il lavoro di Sweetman, per molti aspetti chiarificatore, non è esente da criticità, almeno per quanto riguarda la prospettiva scientifica. Qui non vorrei dunque soffermarmi sui meriti del testo ma piuttosto evidenziare alcuni aspetti che a mio avviso meriterebbero ulteriori approfondimenti.
Un primo punto di criticità lo riscontriamo nel capitolo “Dio e l’evoluzione”, e riguarda il tema della casualità. In buona sostanza, Sweetman non crede nella possibilità degli eventi casuali e promuove una visione deterministica del mondo, tranne, senza peraltro fornire spiegazioni, per la sfera dell’umano. Ora, il tema è certo dibattuto ma mi pare si possa dire che ormai nessuno, sicuramente in ambito scientifico, sostenga una visione completamente deterministica del mondo. Gli eventi naturali, infatti, seguono leggi non lineari e ciò indebolisce notevolmente la possibilità di conoscere con certezza l’evoluzione degli eventi futuri; e a questo si aggiunge l’indeterminatezza intrinseca della meccanica quantistica, per cui gli eventi sub-atomici hanno una natura intrinsecamente casuale. Anche nelle mutazioni e nei processi neuronali nel nostro cervello, per fare due esempi, ci sono degli eventi quantistici che introducono elementi di “vera” casualità che possono amplificarsi a livello macroscopico. Tra l’altro, se il mondo fosse veramente deterministico, così che tutti gli eventi fossero fin dall’inizio completamente concatenati gli uni con gli altri, la possibilità di Dio di agire nel mondo sarebbe inconcepibile, a meno di ammettere che Dio contravvenga alle leggi da Lui stesso create. Sono piuttosto convinto, e su questo tema tornerò più avanti, che la casualità sia una componente reale di molti sistemi naturali, soprattutto di quelli complessi, e costituisca la porta stretta attraverso la quale la mano di Dio potrebbe intervenire nel mondo.
Sempre nel capitolo sull’evoluzione, in modo un po’ inatteso Stweetman scrive: “Il libero arbitrio è una qualità umana che non è soggetta alle leggi della fisica e quindi introduce un elemento di autentica casualità nella natura”. E’ difficile capire su quali basi il nostro Autore possa giungere a tale conclusione. Il cervello è costituito da materia e in esso avvengono reazioni elettrochimiche analoghe a quelle che si hanno in altri sistemi. Perché mai dovrebbe obbedire a leggi diverse? E quali sarebbero tali leggi? “Le libere azioni umane” – scrive ancora Sweetman – “non possono essere soggette alle leggi della fisica perché altrimenti non sarebbero autenticamente libere, e per questo motivo una spiegazione in termini scientifici del libero arbitrio è una contraddizione in termini”. Mi pare un ragionamento circolare, più autoconsolatorio che utile.
HumanitasIl tema del libero arbitrio, centrale in ogni riflessione sul rapporto tra scienza e religione, ritorna pure nel capitolo successivo, dedicato a “La scienza e la persona umana”, laddove è affrontato il tema dell’intenzionalità. Sweetman afferma che l’intenzionalità delle azioni umane è inspiegabile in termini di proprietà fisiche. L’Autore riporta l’esempio del roast beef, argomentando come le decisioni coinvolte nella scelta di mangiare un piatto di roast beef “consentono di esercitare un potere causale sul cervello”. In sostanza, sostiene Sweetman, dopo aver avvertito la fame potremmo decidere di mangiare tante cose ma optiamo verso il roast beef perché lo abbiamo intenzionalmente scelto. In realtà, la comprensione scientifica dell’intenzionalità è ben diversa e non contempla la presenza di alcun ‘fantasma nella macchina’, come si dice, capace di agire sulla materialità del cervello. In qualche parte del cervello (in particolare nell’ipotalamo) è avvertita la necessità di ingerire cibo sulla base di un codice innato, inscritto nel nostro genoma. Codice predisposto pure a controllare la temperatura del nostro corpo, così come i livelli di ossigeno e acqua nel corpo, solo per fare degli altri esempi. Tale sistema provvede dunque a fornire la sensazione della fame, la quale ci spinge alla ricerca del cibo. Dal codice innato si passa alle informazioni acquisite, immagazzinate nel cervello tramite i meccanismi della memoria. E il cervello, in particolare la corteccia cerebrale, comincia dunque a vagliare le varie opzioni disponibili, e a darcene poi la consapevolezza. Questo, bene o male, è quanto ci è presentato dall’analisi scientifica, sviluppata nell’ambito delle neuroscienza cognitive, in modo serio e sostanziato da numerose conferme sperimentali. L’argomento del roast beef, dunque, non può essere preso a dimostrazione dell’esistenza del libero arbitrio come pretenderebbe Sweetman, perché tale approccio trascura troppo una visione scientifica ben consolidata, mettendo così a dura prova il modello del dialogo che si vorrebbe invece perseguire.
Intendiamoci, tutto ciò non significa che non ci sia altro da considerare per cercare di capire il mistero che avvolge la sfera dell’umano. Qualche scienziato incauto sbaglia quando con troppa enfasi afferma che l’uomo “non è altro” che la sua materialità, escludendo così ogni dimensione trascendente. Ma per sostenere le ragioni della religione non possiamo neppure trascurare le evidenze oggettive delle ricerche scientifiche, offrendo spiegazioni deboli sul determinismo, il libero arbitrio, l’intenzionalità o le altre manifestazioni umane.
Sono piuttosto convinto che se guardiamo alle più recenti scoperte scientifiche sui tre passaggi decisivi che hanno portato l’umanità ad essere quella che è (vale a dire, il Big Bang, la nascita della vita sulla terra, la comparsa dell’uomo), non possiamo evitare di cogliere dei rimandi, più o meno intensi, a un essere trascendente responsabile del cosmo (ho cercato di approfondire questo aspetto nel libretto: “Manifesto per scettici, ma non troppo, in cerca di Dio”, Lindau, 2014). E una volta ammessa almeno la “possibilità di Dio”, appare allora lecito indagare come Dio abbia potuto, e possa tutt’ora, agire nel mondo. Una risposta, come dicevo, viene proprio dal tema della casualità, vale a dire da quegli eventi (o sequenze di eventi) che ci appaiono casuali perché non seguono la logica di causa ed effetto, e che a posteriori scopriamo essere orientati verso un particolare fine: potrebbero essere stati indirizzati, in modo furtivo, discreto, dalla mano nascosta di Dio? Certo che si: la scienza non può certo negare che Dio, se esiste, possa agire nell’indeterminatezza dei processi quantistici per incidere sugli eventi senza che noi possiamo accorgercene. Per cui, tra le altre cose, ponendoci sul binario della fede possiamo senz’altro pensare che Dio agisca anche nella complessità del cervello di ognuno di noi, attraverso la porta stretta delle interazioni quantistiche alle sinapsi (naturalmente non ho alcuna idea di come ciò potrebbe avvenire), donandoci, dall’esterno, una libertà reale, non illusoria.
Sono convinto che il dialogo tra scienza e religione può crescere solo se si segue il fondamentale insegnamento di Agostino, che opportunamente Sweetman richiama nel secondo capitolo del suo libro, vale a dire che “tutta la verità è una”, per cui non ci può essere contrasto tra verità scientifica e verità religiosa. Questo è dunque il compito immenso che abbiamo davanti e che richiede la condivisione di tutti gli sforzi: cercare di avvicinarci il più possibile alle verità oggettive di questo nostro mondo, e da qui alzare lo sguardo verso la comprensione di una possibile dimensione trascendente.

(pubblicato su Humanitas, 69(4-5/2014) 817-835)

Il Big Bang al Muse

Oltre il limiteOggi sappiamo con ragionevole certezza che l’Universo non esiste da sempre, come pensava Aristotele, ma ha avuto un inizio, quasi 14 miliardi di anni fa. Con gli strumenti della scienza possiamo indagare le epoche più remote e avvicinarci a capire l’origine, il “Big Bang”; il quale, però, costituisce forse un limite invalicabile per la nostra conoscenza, che ci lascia con molti dubbi: cosa c’era prima? come ha avuto inizio il tutto?

“Oltre il limite” è il titolo di una mostra assai bella e spettacolare aperta al Muse da poco, e che si propone di avvicinare i molti visitatori ai misteri dell’origine dell’universo, mostrando come la scienza affronti questo viaggio ai confini della conoscenza. Più ci avviciniamo al Big Bang, tuttavia, e più la nostra visione diventa nebulosa e sfuocata, e per capirci qualcosa dobbiamo appoggiarci a ipotesi e teorie. In questo viaggio ci accompagnano dunque molti scienziati, tra i quali Einstein, il padre della teoria della relatività; la quale è un modello potente ma insufficiente quando ci avviciniamo ai primissimi istanti di vita dell’Universo. Qui abbiamo bisogno di una teoria diversa, la cosmologia quantistica, che ci restituisce un quadro ben poco intuitivo, con il tempo che va in crisi di identità e si fonde con lo spazio fino a scomparire. Ma, sostiene il fisico Ferrando Ferroni – presente virtualmente alla mostra in uno schermo a grandezza naturale – “non sappiamo perché qualcosa è comparso al posto del nulla” e, continua, esercitarsi sulla domanda “cosa c’era prima” è “tempo perso”.

Certo, per molti le domande sull’origine e il senso della nostra esistenza possono apparire inutili, ma per tanti altri sono questioni difficili da scansare, e la necessità di perseverare nella ricerca di risposte è forte, a volte irrinunciabile. E per andare oltre questi limiti bisogna volgere l’attenzione verso qualcosa che sta fuori dal tempo, come ci dice la cosmologia quantistica e aveva già intuito Agostino di Ippona, e che forse ha causato il tutto. La scienza appare impotente davanti a tale obiettivo, a dimostrazione che essa non basta a risolvere molti dubbi che ci assillano; anche la scienza ha i suoi limiti, ed è bene esserne consapevoli.

(edit sul Corriere del Trentino)

L’uomo: un mistero

Lib1Non possiamo che partire da noi stessi. Tutto ciò che per ognuno di noi esiste è dato da ciò che il cervello è in grado di ricostruire sulla base degli input che gli arrivano dal mondo esterno, e dalle sue capacità, determinate dalla “cassetta degli attrezzi” (la ‘dotazione di base’ di tutti) e dalla storia esperienziale di ognuno.

Ma come fa la massa grigia del cervello a darci la coscienza delle cose che ci circondano, a produrre queste “ricostruzioni” del mondo là fuori? Come mai molti nostri modelli mentali hanno qualità così belle e piacevoli? Come fanno a permettere all’uomo di fare tutte le cose – alcune strabilianti, altre meno – che è in grado di fare?

Si sostiene spesso che la scienza non si occupi dei perché bensì dei come. Ma stavolta non ha la minima idea di come tutto questo possa avvenire. E’ il mistero dell’anima – e dunque dell’uomo – che ci lascia senza fiato.

da “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”

“Manifesto”: intervista a tv2000

Tv20001Domenica 24 agosto alle 9.40 sarà trasmessa su tv2000, nel corso del programma, IL POST MAGAZIN – in compagnia del libro, una mia intervista di presentazione del “Manifesto per scettici ma non troppo in cerca di Dio“.
Il programma inizia alle 9.10 e termina alle 10.20; la mia parte dovrebbe essere tra la 9.40 e 10.10; da quello che ho capito, sarò in buona compagnia…
Ringrazio molto Luigi Ferraiuolo di tv2000 per l’intervista e la bella opportunità che mi ha offerto di presentare il libro a una vasta platea.

Ecco il filmato dell’intervista!

tv20002

Manifesto: presentazione ufficiale a Trento

LUNEDI’ 24 febbraio, alla libreria-bistrot CONTROVENTO di via Galilei a Trento, ore 17.30, ci sarà la presentazione ufficiale del libro “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”.
Vi aspetto numerosi!
L’incontro è organizzato dagli amici di Mirna Moretti e il suo gruppo di lettura.

Ringrazio Betty e Massimiliano che promuovono e ospitano l’evento.

Libreria

 

Lib1

controvento

Scettici sulle orme di Dio

di Alberto Piccioni – da l’Adige del 7 febbraio

Piccioni

Le povertà della Chiesa

dialogoIl libro “Dialogo tra credenti e non credenti” raccoglie le lettere scritte da Eugenio Scalfari a Papa Francesco, la risposta del Papa e una serie di interventi di eminenti pensatori. Il tono generale è di compiacimento verso la genuina volontà del Papa che per una volta è sceso dallo scranno di Pietro e ha dialogato con un giornalista (tra l’altro non credente). A mio avviso l’entusiasmo è un po’ esagerato; il dialogo è infatti assai compassato e privo di sussulti veramente coinvolgenti. Ci sono tuttavia due aspetti che toccano il ruolo della Chiesa cattolica e che vorrei richiamare.

Il primo riguarda la necessità espressa dal Papa di cambiare l’“Istituzione Chiesa”, immaginata dal pontefice come una struttura di servizio, come l’intendenza di un esercito al servizio delle truppe. E qui sembra che i ruoli si siano invertiti! Perché Scalfari sottolinea chiaramente che “la Chiesa cattolica, piena di difetti e di peccati, ha resistito ed è anche forte perché non ha rinunciato al potere”. La Chiesa povera e francescana agognata dal Papa “diventerebbe irrilevante”, sostiene Scalfari (quasi rammaricandosene).

Il secondo aspetto riguarda esplicitamente il tema della povertà e quindi della Chiesa “povera al servizio dei poveri”. L’intervento del teologo svizzero Hans Küng mi pare particolarmente stimolante (e capace dimettere un po’ di sale nel dialogo). Dopo aver ricordato che dei poveri delle favelas sono “innanzitutto responsabili gli organi dello Stato e la società nel suo complesso”, Küng richiama al Papa le “povertà di spirito”, quelle dei divorziati che non possono più avvicinarsi ai sacramenti; delle donne che scelgono di abortire; dei preti che rinunciano al sacerdazio. E, riprendendo le Beatitudini, possiamo aggiungere pure quelle di coloro che sono perseguitati a causa di Cristo, come i numerosissimi cristiani uccisi e torturati nel mondo per la loro fede. E’ facile – sembra dire Küng – raccogliere consensi parlando dei poveri delle favalas; chi non vorrebbe dar loro un tozzo di pane? Più difficile è parlare dei (e ai) poveri in spirito della nostra società.

Dicono che i gesuiti sono scaltri. Non saprei. Sicuramente Papa Francesco ha finora dimostrato di sapersi muover bene nelle pieghe politicamente corrette della nostra società; attendiamo con fiducia che lui e la Chiesa sappiano affrontare con coraggio e la dovuta forza e autorevolezza le innumerovoli sfide del nostro tempo.

(lettera ad “Italians” di Beppe Severgnini)

Riso e pianto

SerataL’edizione 2013 della Cattedra del Confronto si è chiusa con un incontro particolarmente stimolante: a parlare di riso e di pianto si sono cimentati uno scrittore, Eraldo Affinati, e un comico, Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo.

Ridere e piangere sono due fenomeni universali e distintivi dell’uomo, che conosciamo tutti così bene che la curiosità di sentire cosa avevano da dirci i relatori era veramente tanta.

Il riso è sicuramente stato più studiato dai filosofi, forse perché del pianto tutti hanno un po’ timore. C’è chi ha teorizzato che ridere serva per creare complicità o esclusione nel gruppo; oppure che renda le persone meno arroganti e più vitali; o che abbia il compito di prevenire e alleviare le nostre sofferenze, mostrando gli aspetti comici della realtà e facendo in modo, almeno per qualche momento, di farci dimenticare quelli tristi. Quest’ultima interpretazione mi pare quella più vicina al vero. In tale ottica si trova pure un collegamento, forse inatteso, con il pianto. Il riso, infatti, è provocato da qualcosa di insolito, molto spesso da qualche malanno che colpisce il malcapitato di turno (pensiamo alla dinamica delle comiche di Stanlio e Ollio). Scorgendo dunque i lati divertenti di molte situazioni reali della vita – soprattutto di quelle più rischiose e drammatiche – possiamo trovare consolazione e affrontare il futuro con maggiore spensieratezza. Ma il confine tra le situazioni che possono causare il riso e quelle che possono causare il pianto è sovente sottile: una caduta maldestra, con piatti che si rompono e torte in faccia, suscita un riso bonario e pieno di simpatia; una caduta dal quarto piano e con esiti drammatici fa ben poco ridere, anzi suscita smarrimento, angoscia e – eventualmente – pianto. Non per niente molte volte capita proprio di “ridere per non piangere”, quando le situazioni sono in equilibrio instabile tra la comicità e la tragedia.

Pianto e riso sono certamente distinti – almeno ai nostri giorni – da come sono vissuti. Il primo è soprattutto un fenomeno personale; oggi si piange quasi solo nel privato e chi lo fa in pubblico non è sempre ben visto: nella nostra società complessa e un po’ egoista, il sospetto di piangere per guadagnarsi i favori delle persone è sempre in agguato. Sebbene molti pensano che anche il riso in pubblico non sia mai dignitoso (i teologi cristiani – ad esempio – ci ricordano che Gesù nei Vangeli non ride mai), ridere è invece un’attività vissuta tipicamente in gruppo, e contribuisce soprattutto a creare complicità sociale e affiatamento.

Ieri sera uno scrittore sensibile come Affinati ci ha spiegato come il riso e il pianto si intrecciano in molte situazioni drammatiche della nostra vita come nel ricongiungimento con la madre dopo tanti anni di un ragazzo immigrato nel nostro Paese; e un comico famoso come Giacomo Poretti ha illustrato come la giocosità delle situazioni comiche, che intreccia con Giovanni ed Aldo, riesca a far ridere le persone donando momenti di spensieratezza, con un’ironia brillante, mai scurrile, e sempre intelligente.

(tratto da un edit sul Corriere del Trentino del 21 aprile 2013)

Ecco Giacomo che ci ha raggiunto alla cena..

Ecco Giacomo che ci ha raggiunti alla cena..

La tavolata

La tavolata

La firma degli autografi

La firma degli autografi

Verità e menzogna

pinocchioE’ possibile distinguere all’interno della nostra società – così sfaccettata e multiforme – la verità dagli inganni, e quindi avere dei punti fissi ai quali fare riferimento nel proprio vivere? E’ questo il tema – verità e menzogna – che guida il secondo incontro della Cattedra del Confronto, il 12 aprile alla sala della Cooperazione di Trento. Dai due relatori – il filosofo Diego Marconi e il biblista Roberto Vignolo – non ci aspettiamo pareri definitivi ma degli spunti di riflessione intorno ai quali maturare delle risposte, per quanto incomplete e provvisorie.

Nell’attuale società postmoderna – o liquida, come si dice – il concetto stesso di verità è sovente messo in discussione e la distinzione tra verità e menzogna sfuma nel grigio delle interpretazioni. Oggi viviamo, infatti, l’età del dubbio e della spontaneità, e chi pensa – e dice – di possedere delle certezze è guardato quasi con sospetto, come se volesse imporre le proprie convinzioni con la forza e da questo trarne degli indebiti benefici. Parlo naturalmente delle verità della fede, che molti assurgono a principi guida della propria vita; ma anche delle verità della scienza, che molti contrappongono (non sempre a ragione) a quelle delle fede, e che anch’esse costituiscono un sistema di riferimento su cui imperniare le proprie riflessioni, decisioni, scelte di vita. Il postmodernismo non fa sconti a nessuno, e forte (paradossalmente) delle ultime scoperte delle neuroscienze – per le quali la nostra mente ricostruisce la realtà, e non lo fa sempre nel migliore dei modi – ci obbliga e mettere sempre tutto in discussione, in una rielaborazione continua e faticosa delle nostre (presunte) convinzioni.

Mi pare dunque che la filosofia e la teologia abbiano un compito assai delicato e difficile: non certo proporre un metodo infallibile per distinguere la verità dalla menzogna, ma almeno una chiave di lettura ragionevole per potersi districare in questo mondo così complesso. Non penso si possa vivere sempre nel dubbio. Mi riferisco alle grandi domande sul senso della vita, e pure alle piccole questioni quotidiane del nostro vivere sociale, come le scelte politiche o quelle economiche. Ora, per le seconde può valere il nuovo realismo pragmatico – propugnato da molti filosofi di oggi – per il quale è auspicabile il ritorno alla realtà base delle cose che possiamo facilmente intuire e toccare; ma per le domande di senso? E’ forse ancora necessario l’aiuto della teologia?

I due relatori della serata hanno dunque un compito assai arduo. Esso sarà ben assolto se riusciranno a spingere molti a riflettere e meditare su questi temi, che troppo spesso trascuriamo, fino al momento che cominciano ad interpellarci con sempre maggiore insistenza.

(dal Corriere del Trentino del 3 aprile 2013)