Il mito della dieta

Mito dietaSpesso i suggerimenti delle diete si basano su prove insufficienti e c’è riluttanza a cambiare linea quando le evidenze indicano nuove prospettive, diverse dalle convinzioni consolidate; per questo in giro c’è tanta confusione! Il libro di Tim Spector, “Il mito della dieta” (Bollati Boringhieri, 2015), mette chiarezza scientifica sulle diete e molti aspetti del tema fondamentale cibo-salute. Qui sono riportati alcuni punti che a mio avviso sono particolarmente interessanti.
La tendenza ad ingrassare dipende naturalmente dalla quantità di cibo che si mangia giornalmente e dal moto che si fa; poi dipende dai geni e dal microbioma, il mondo dei minuscoli microbi che abitano il nostro intestino.
La maggior parte dei microbi sono fondamentali per la nostra salute; nonostante la cattiva fama, solo una piccola parte delle milioni di specie esistenti sono nocive per l’uomo. Tutti nasciamo senza microbi ma tale condizione dura pochi millisecondi; già durante la nascita siamo contaminati da molti (utili) microbi. Da adulti abbiamo qualche chilogrammo di microbi nell’intestino crasso. Differenze minime tra i microbi dell’intestino possono spiegare molti legami tra dieta e salute; ad esempio perché una dieta povera di grassi ad alcuni fa bene e ad altri fa male. Il digiuno intermittente può stimolare i microbi buoni se noi giorni in cui si mangia si fa una dieta varia e povera di cibi industriali (troppo raffinati).

I grassi
Non bisogna certo esagerare coi grassi ma alcuni grassi nella dieta sono essenziali. Il grasso rappresenta un terzo del nostro peso e non potremmo vivere senza grassi.
I grassi sono di vari tipi: saturi, insaturi, trans (con numerosi sottotipi).
Grassi saturi: da carne e latticini, tradizionalmente identificati come cattivi. I trigliceridi sono un sottogruppo (si trovano in olio di palma e di cocco, quest’ultimo inspiegabilmente celebrato come benefico).
I formaggi contengono il 30-40% di grassi saturi, e molti microbi benefici (come i lattobacilli). Più artigianale è la lavorazione e più vari sono i microbi che crescono dentro e sopra i formaggi (e che possono preservare il microbioma a chi deve assumere antibiotici). Nb: i formaggi industriali contengono solo tracce di batteri vivi.
Non c’è legame tra i grassi saturi assunti e l’insorgenza di malattie cardiache. Anzi i formaggi tradizionali (ma non il burro) proteggono dalle malattie cardiache.
Anche lo yoghurt è una fonte di grassi saturi. Gli yoghurt sono anche probiotici perché contengono molti batteri “amici dell’intestino” (lattobacilli & bifidobatteri). Sono benefici anche se il loro effetto non va enfatizzato troppo (anche perché i geni svolgono un ruolo importante sul numero e tipo di batteri che crescono meglio nel nostro intestino). Comunque meglio che lo yoghurt sia naturale (e povero di zuccheri).
Riepilogando, non bisogna evitare a tutti i costi i cibi con grassi saturi, come i latticini; anzi, essi contengono microbi che fanno bene, soprattutto se prodotti in modo artigianale e con pochi zuccheri; è probabile che anche gli stessi grassi saturi svolgano un effetto positivo sulla salute.
Grassi insaturi: dalla carne (che contiene grassi saturi, insaturi e proteine), oli vegetali come l’olio d’oliva, la frutta secca. L’evidente successo della dieta mediterranea mostra come l’olio di oliva extravergine sia altamente benefico (cosa confermata anche da numerosi studi).
Grassi polinsaturi: come gli omega 3, omega 6, ritenuti buoni anche se omega 6 è meglio del più celebrato omega 3.
Grassi trans: sono i peggiori; si trovano nei cibi industriali (ricchi di grassi trans, zuccheri e sale), nella margarina e nei fritti. Da evitare! (cibo spazzatura).
Le proteine
Da animali (manzo, pollo: 30%; pesce come salmone-tonno: >20%), da vegetali (legumi e frutta secco: 24%, soia: 12%), da latte (3%).
Basandosi si valutazioni evoluzionistiche (l’ominizzazione è avvenuta con l’adozione di una dieta ricca di carne), esistono diete per dimagrire, come la dieta Atkins, che consigliano di mangiare molta carne e pochi carboidrati. I dati sono però dubbi perché come sempre ogni persona reagisce diversamente alle diete (dipendentemente dai geni, microbioma e qualità della vita in generale).
La carne contiene sostanze essenziali come la vitamina B12, zinco e ferro che scarseggiano in frutta e verdura (il mancato consumo di carne provoca una grave carenza di vitamina B12). Tuttavia molti studi osservazionali (non trial randomizzati) hanno mostrato che il consumo di carne rossa aumenta il rischio di malattie cardiache e del cancro, mentre non è chiaro il ruolo del pollame (tranne naturalmente quello contenuto in prodotti industriali; in genere i prodotti industriali come salsicce, prosciutto e salame sono sempre più dannosi). “Mangiare in sandwich con la pancetta o un hot dog al giorno riduce la speranza di vita di due anni”.
La colpa non è però dei grassi della carne ma probabilmente dei microbi intestinali che trasformano la L-carnitina in TMAO tossico.
Pesce: certo non fa male ed è ricco di nutrienti ma non fa meglio di altri tipi di carne.
Consiglio spannometrico: mangiare carne rossa una volta alla settimana o una volta ogni due settimane; mangiare pesce una o due volte alla settimana. E’ inoltre fondamentale una lunga masticazione prima di inghiottire.
Chi non mangia carne può assumere le proteine dai vegetali che forniscono quasi tutti i nutrienti assunti dai carnivori tranne la vitamina B12.
Il latte vaccino contiene il 3% di proteine, 2-3% di grassi saturi, molti nutrienti tra cui il calcio e calorie. Dove si beve più latte la statura degli abitanti è più elevata (attualmente il record è dell’Olanda) e per molti (come l’OMS) la statura media lata è indice di buona salute (in media).
Carboidrati: zuccheri
Zucchero (saccarosio): 50% glucosio e 50% fruttosio. Troppo zucchero fa male (è una delle cause di accumulo di grasso nel corpo) e il fruttosio è il componente “cattivo”. A tutti piace le zucchero perché cercare i frutti dolci (e quindi non velenosi) è un istinto naturale dell’uomo.
Il problema è che oggi ingeriamo troppo zucchero perché è dappertutto. Una lattina da 33cc di Coca Cola contiene 140 calorie e più di 8 cucchiai di zucchero (la maggioranza dei succhi di frutta ne contiene ancora di più; stesso dicasi per le bibite gassate). Il 70% dei cibi industriali contiene zucchero aggiunto.
La tendenza all’obesità è strettamente legata al consumo di zucchero e la preferenza verso lo zucchero ha una forte componente genetica.
Inoltre lo zucchero marcisce i denti perché un microbo, lo Strep. Mutans, ne è molto ghiotto e produce acido lattico che buca lo smalto (e il colluttorio uccide i microbi buoni).
(attenzione al “mito della colazione”; saltare due pasti, e dunque cenare soltanto, con grande assortimento, potrebbe essere assai vantaggioso).
Fibre
Le fibre sono le parti del cibo che non vengono digerite; possono essere solubili (come nei fagioli e la frutta, le fibre fermentano nel colon) o insolubili (cereali integrali, frutta secca, semi, bucce..). Le fibre fanno bene: assorbono l’acqua e favoriscono il transito intestinale (anche se non è confermato che la mancanza di fibre favorisca l’insorgere del tumore al colon).
Perché le fibre fanno bene alla salute? Il fatto è che sono prebiotici, cioè sostanze che fertilizzano i microbi del colon (soprattutto i bifidobatteri). Le fibre non digerite permettono dunque ai microbi di proliferare. I cibi che contengono più prebiotici (come l’inuluna) sono: radice di cicoria, topinambur, foglie di tarassico, porri, cipolle, aglio, asparagi, crusca di grano, broccoli, banane, alcuni tipi di frutta secca (inulina: 65% nella cicoria, 1% nella banana). Bastano 6 g al giorno (10 banane o 1 cucchiaio di cicoria o topinambur a dadini).
Ci sono prebiotici anche nel pane e nel pancarrè.
Cacao e caffeina
Ci sono prove affidabili (ma non certe) che il cacao presente nel cioccolato aiuti a ridurre i fattori di rischio cardiaco. Il cacao contiene flavonoidi, grassi insaturi, e i microbi se ne nutrono fabbricando utili sottoprodotti come il butirrato. Naturalmente meglio mangiare il cioccolato fondente.
La caffeina è la sostanza psicoattiva più diffusa. Pare che bere fino a 6 tazze di caffè al giorno non faccia male (non bisogna esagerare perché può dare dipendenza); un consumo moderato (3-4 tazzine) riduce il rischio di mortalità del 8% e il rischio di malattie cardiache del 20%. Il caffè contiene molti grassi insaturi (polifenoli) e fibre (mezzo grammo per tazza; il tè non contiene le fibre).
Anche la preferenza per il caffè ha una forte componente genetica.
Alcol
L’eccesso di alcol fa male, favorendo le malattie cardiache e i tumori. Tuttavia il consumo con moderazione può fare bene al cuore, perché favorisce un aumento della diversità microbica.
Spannometricamente: un bicchiere di vino (pieno di polifenoli) va bene; i superalcolici no.
Vitamine
E’ fondamentale mantenere il livello normale di vitamine nell’organismo: dieta bilanciata con frutta e verdure, e un po’ di carne di tanto in tanto. Gli integratori multivitaminici non apportano benefici di alcun tipo. Neppure l’assunzione di vitamina C rafforza le difese immunitarie o riduce il rischio di prendere il raffreddore.
Vitamina D: stare al sole 10-15 minuti al giorno in estate e mangiare pesce azzurro in inverno (evitando le scottature; paradossalmente la carenza di vitamina D favorisce la recidiva dei melanomi).
Ultime osservazioni
Non esagerare con gli antibiotici che riducono il microbioma. Attenzione anche alle carni di produzione industriale (compresi i pollami) cresciuti con mangimi “speciali” contenenti antibiotici.
Evitare l’ossessione per l’igiene: troppa igiene può favorire le allergie. Le indicazioni sulle etichette degli apporti calorici non sono indicative; sia perché l’informazione (le calorie) sono calcolate con relazioni vecchie sia perché l’informazione in sé è poco utile, nel senso che non è esaustiva. Il colesterolo non è un pericoloso criminale (e non è un buon indicatore dei grassi nel sangue; più che il colesterolo sarebbe utile determinare la proteina apoB nel sangue).
In generale, le persone magre non diventano grasse, sono quelle leggermente sovrappeso che rischiano di diventare obese con tutte le conseguenze che ne possono derivare.

 

 

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Ultimo numero del DII News!

DII NewsE’ uscito l’ultimo numero del DII News, la rivista di informazione del Dipartimento di Ingegneria Industriale (DII) dell’Università di Trento.
Il numero è scaricabile DII News-4.

Mistificazioni

Cioccolatini,jpgCol proposito di mostrare come la riflessione scientifica giustifichi in pieno una vita “senza Dio”, il filosofo Lecaldano cita, nel suo ultimo libro, il biologo Craig Venter sostenendo la creazione artificiale di “processi elementari di vita”. Si tratta, purtroppo, di una frequente mistificazione: la scienza non ha nessuna idea di come la vita possa essersi originata sulla terra né possiede alcun minimo modello per poterla creare in laboratorio. Se la consapevolezza di tale limite possa essere un rimando all’esistenza di un creatore divino (come sostengo nel saggio “Manifesto per scettici ma non troppo in cerca di Dio”), è cosa che ognuno dovrà valutare e decidere con riflessioni personali. Di certo se tali riflessioni ambiscono a rimanere nel recinto della conoscenza oggettiva non possono basarsi su affermazioni erronee spacciate per acquisizioni scientifiche.

Friction and Wear

FrictionThis book introduces the basic concepts of contact mechanics, friction, lubrication, and wear mechanisms, providing simplified analytical relationships that are useful for quantitative assessments. Subsequently, an overview on the main wear processes is provided, and guidelines on the most suitable design solutions for each specific application are outlined. The final part of the text is devoted to a description of the main materials and surface treatments specifically developed for tribological applications and to the presentation of tribological systems of particular engineering relevance. The text is up to date with the latest developments in the field of tribology and provides a theoretical framework to explain friction and wear problems, together with practical tools for their resolution. The text is intended for students on Engineering courses (both bachelor and master degrees) who must develop a sound understanding of friction, wear, lubrication, and surface engineering, and for technicians or professionals who need to solve tribological problems in their work.

per ulteriori informazioni: qui

 

Casualità vera o ignoranza?

La bravissima Lisa Vozza, scienziata e divulgatrice scientifica di fama, ha pubblicato un interessante articolo sul ruolo della casualità nello sviluppo di malattie come i tumori. Su FB ho posto una domanda sul significato della casualità che ha innescato un piccolo dibattito – al quale ha partecipato anche il grande genetista italiano Edoardo Boncinelli – che mi pare interessante riportare, con un commento conclusivo.

Cara Lisa, grazie dell’articolo molto bello, come sempre. Vorrei chiederti però un approfondimento sul tema, appunto, della casualità. La questione centrale, espressa dalla frase “6 tumori su 10 sarebbero dovuti agli errori casuali che avvengono nelle divisioni delle cellule staminali”, non mi convince completamente. La casualità esiste a livello sub-atomico, certo, ma a quello cellulare? In un errore nella divisione potrebbe esserci una causa che non conosciamo; oppure gli errori sono dovuti a effetti quantistici che si manifestano a livello cellulare? Se così non fosse, i difetti di correlazione in alcuni tumori potrebbero essere dovuti all’esistenza di cause che non conosciamo (e/o all’esistenza di molte cause interrelate tra loro in modo non lineare, e qui gli studi statistici si fanno difficoltosi).

EDOARDO BONCINELLI: La casualità esiste a tutti i livelli. A quello subatomico è irriducibile, ma anche a quello macroscopico è praticamente irriducibile. Se pure le mutazioni hanno una causa, anzi più cause, chi le potrà mai scovare tutte? Il caso è una componente fondamentale di tutti i processi, soprattutto genetici, dal momento che si parla di miliardi di nucleotidi e di decine di migliaia di miliardi di cellule.

STEFANO CARDINI: Sì, però l’osservazione di Giovanni Straffelini mi pare resti interessante. Perché se in una misura non quantificabile “dietro” la parola “caso” possono stare una o più cause identificabili attualmente in misura non ponderabile, quell’incidenza del “caso” sullo sviluppo dei tumori potrebbe essere ridimensionato a favore di fattori, per esempio alimentari o ambientali, attualmente non tracciati ma che in futuro potrebbero esserlo. Se non è bene espressa questa consapevolezza, il rischio è che il termine “caso” induca il cattivo divulgatore (si veda l’articolo degli scorsi giorni su Repubblica) a diffondere un messaggio del tipo: “vivi pure come ti pare, tanto in due casi su tre se ti ammalerai sarà stata solamente sfiga…” In parte quello che oggi chiamiamo “caso” può nascondere un complesso di circostanze causali ancora non isolate o difficili da isolare. Ma questo non significa che siano inconoscibili.

The China Study, che conoscerai, è una popolare e discussa meta-ricerca che sostiene di avere evidenziato correlazioni tra stili alimentari e incidenza del cancro in varie popolazioni del Pianeta. E arriva ad alcune conclusioni che sfavoriscono diete a base di carni e latticini. Non riguarda quindi i classici fattori di rischio legati al nostro stile di vita (fumo, peso, alcol, essenzialmente) che in genere teniamo tracciati. Tali correlazioni statistiche, però, ammesso che i dati di partenza siano controllati, potrebbero tuttavia dirci qualcosa, anche se non consentono imputabilità singolari. Ma allora: rientrerebbero secondo te nel terzo (genetica e stili di vita) o nei due terzi (caso imponderabile) sondati dallo studio considerato?

EDOARDO BONCINELLI: Ammesso che lo studio sia vero, queste conoscenze appartengono al terzo per il quale si può fare qualcosa, e magari tanto. Il punto è che all’uomo l’idea di caso non piace e perciò tende a inventare le spiegazioni più mirabolanti.

LISA VOZZA: Grazie che mi aiuti a rispondere! È proprio così, Stefano. Ci sono molte evidenze epidemiologiche anche serie sui cambi di dieta: dove si arricchiscono gli alimenti di origine animale, ricchi in fattori di crescita e infiammatori, aumentano i tumori. C’è il famoso caso dei cinesi emigrati a metà del secolo scorso negli Stati Uniti: quando iniziavano a mangiare molta carne e latticini si ammalavano di tumori che ai loro pari, rimasti in Cina, non venivano (soprattutto perché là mangiavano pochissimo). Quindi si tratta, sì, del terzo per cui possiamo fare qualcosa.

Mi pare che le risposte di Edoardo Boncinelli e Lisa Vozza siano chiare. Tuttavia non le trovo convincenti al 100% nel senso che non vedo alcuna legge che limiti la nostra capacità a trovare utili correlazioni con altri fattori di rischio ed erodere così il ruolo della casualità. Nonostante le difficoltà, vale sicuramente la pena continuare con la ricerca scientifica alla ricerca di fattori che sono sfuggiti. 

Rosetta e la cometa

L’astronave Rosetta, con indicati alcuni tra gli strumenti scientifici, tra cui i due occhi di OSIRIS, VIRTIS e GIADA. Sul retro sporge parte del modulo di atterraggio Philae. Sulla destra si vede uno dei due pannelli solari, i più grandi ed efficienti mai lanciati nello spazio. Foto ottenuta nel 2002 in fase di montaggio finale nei laboratori di Alenia Spazio a Torino.

L’astronave Rosetta, con indicati alcuni tra gli strumenti scientifici, tra cui i due occhi di OSIRIS, VIRTIS e GIADA. Sul retro sporge parte del modulo di atterraggio Philae. Sulla destra si vede uno dei due pannelli solari, i più grandi ed efficienti mai lanciati nello spazio. Foto ottenuta nel 2002 in fase di montaggio finale nei laboratori di Alenia Spazio a Torino.

La stele di Rosetta ha permesso di decifrare – nel 1816 – i geroglifici egizi e di capire così una delle più grandi civiltà umane del passato. La missione spaziale Rosetta sta entrando nel vivo e ci aspettiamo che permetta di gettare una luce sui molti misteri sull’origine del sistema solare e della Terra. Tutto ciò con il contributo, possiamo aggiungere, anche della ricerca trentina.

Un grande entusiasmo ha accompagnato la discesa sulla cometa Churiumov-Gerasimenko del modulo Philae, trasportato dall’astronave Rosetta, tanto che molti hanno paragonato l’evento allo sbarco dell’uomo sulla Luna. In effetti, siamo davanti ad un’impresa formidabile, resa possibile dalla collaborazione scientifica tra numerosi enti di ricerca e università europee. Anche l’Italia ha dato fatto la sua parte. Diverse aziende, tra le quali Alenia Space e Finmeccanica, e numerosi scienziati di vari centri di ricerca italiani hanno partecipato allo sviluppo dei moduli dell’astronave; penso al Politecnico di Milano, al CISAS dell’Università di Padova, e al Cnr, solo per fare alcuni esempi. Ma anche la ricerca trentina è presente in questo progetto, e mi riferisco in particolare al Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento, tramite il prof. Mariolino De Cecco e la sua equipe di Meccatronica, i quali hanno partecipato attivamente al gruppo internazionale che ha progettato e costruito Osiris, uno dei moduli principali dell’astronave. Osiris ha studiato la superficie della cometa e ha permesso l’individuazione del punto ottimale di atterraggio di Philae; ora indagherà le caratteristiche dei minerali e gas presenti sulla cometa, cercando insomma di capire cosa c’è lassù.

Mariolino ha partecipato al risveglio di Rosetta – dopo dieci anni di ibernazione – e in particolare a quello di Osiris, coordinando la messa a punto del software di gestione dei telescopi. “Si ritiene”, afferma con comprensibile trepidazione, “che una buona parte dell’acqua degli oceani terrestri possa essere stata rilasciata dalle tante comete che hanno colpito il nostro pianeta durante le prime fasi della sua esistenza”. E l’acqua, lo sappiamo dai tempi di Talete, è l’elemento base della vita, addirittura il luogo dove la vita è nata. Insomma, il progetto comporterà numerose ricadute tecnologiche per le aziende e istituti di ricerca che vi hanno preso parte, e porterà pure – Mariolino ne è sicuro e anche noi lo auspichiamo – “una svolta storica alla conoscenza delle nostre origini”.

(dal Corriere del Trentino del 16 novembre 2014)

Il primo numero del “DII NEWS”!

DII NewsE’ uscito il primo numero della rivista DII NEWS, la pubblicazione del Dipartimento di Ingegneria Industriale che si pone l’obiettivo di rappresentare un interlocutore privilegiato con il territorio e il suo ambito industriale e di innescare nuove prospettive di innovazione tecnologica.

Il numero è scaricabile qui: DII_NEWS_ n.5_gennaio2014.

Manifesto: presentazione ufficiale a Trento

LUNEDI’ 24 febbraio, alla libreria-bistrot CONTROVENTO di via Galilei a Trento, ore 17.30, ci sarà la presentazione ufficiale del libro “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”.
Vi aspetto numerosi!
L’incontro è organizzato dagli amici di Mirna Moretti e il suo gruppo di lettura.

Ringrazio Betty e Massimiliano che promuovono e ospitano l’evento.

Libreria

 

Lib1

controvento

Vaccinare i bambini: si o no?

VAccini1Il tema delle vaccinazioni pediatriche è da qualche anno fonte di notevoli dibattiti, e oggi sono molti i genitori che – per diversi motivi – vorrebbero poter scegliere liberamente se vaccinare o meno i loro figli. L’argomento è complesso e la mancanza di chiarezza da parte delle istituzioni non aiuta certo a farsi un’idea consapevole. Nella nostra regione c’è un approccio diverso al problema tra le aziende sanitarie di Trento e Bolzano. Mentre in Trentino si è deciso di superare l’obbligo vaccinale e – almeno in via provvisoria – si è eliminata la multa pecuniaria per chi decidere di non vaccinare i propri figli, a Bolzano gli obblighi sono mantenuti e pure le multe per i trasgressori.

Dai tempi di Jenner, che agli inizi dell’Ottocento decise di provare su un ragazzino un nuovo vaccino per il vaiolo, è stata fatta parecchia strada. Il vaiolo allora mieteva migliaia di vittime in tutta Europa; oggi è scomparso a livello mondiale e la vaccinazione non è più necessaria. Ma tale risultato non è stato raggiunto per tutte le malattie infettive. Vale la pena ricordare che anche quest’anno a Bolzano e provincia sono stati segnalati episodi di morbillo – una malattia infettiva assai contagiosa – dopo i casi del 2011 che avevano suscitato qualche allarme tra la popolazione. C’è anche chi teme possibili malattie infettive – come l’epatite o la tubercolosi – importate dagli immigrati, dei quali raramente si conosce la copertura vaccinale.

Vaccini2Ora, senza dubbio l’obbligo della vaccinazione era necessario quando la popolazione era prevalentemente analfabeta e servivano i carabinieri per imporre in modo efficace una nuova misura sanitaria. Oggi la libera scelta ha sicuramente più senso. Dietro l’angolo, tuttavia, c’è un rischio reale: se il tasso di copertura cala troppo (perché meno bambini sono vaccinati) viene a mancare anche la protezione alle persone che non possono vaccinarsi, come le persone con problemi al sistema immunitario o quelle allergiche alle uova (i vaccini sono prodotti nelle uova), solo per fare due esempi. La vaccinazione dovrebbe essere dunque sentita come un’opportunità individuale (una sorta di assicurazione contro le malattie) e – soprattutto – come un dovere civico: la faccio per me, per i miei figli e per la comunità.

Sono convinto che, in assenza di specifiche emergenze, la libertà di scelta dovrebbe valere su tutto il territorio nazionale; allo stesso tempo, tuttavia, penso che le istituzioni non dovrebbero mostrare atteggiamenti contraddittori ma informare i cittadini sull’importanza dei vaccini pediatrici e sul loro valore sociale, usando tutta la forza delle ricerche scientifiche, quelle più aggiornate, solide e serie.

(dal Corriere del Trentino del 21 dicembre 2013)

Bauman e il telefonino

baumanCon una certa periodicità siamo avvertiti che telefonare troppo a lungo col cellulare può provocare un tumore al cervello. L’incertezza scientifica intorno a questo tema è però elevata e – dopo l’annuncio – c’è in genere la pronta smentita di un’altra ricerca, altrettanto autorevole. Nel dubbio, tuttavia, il principio di precauzione ci dovrebbe indurre ad evitare, o quantomeno a ridurre di molto, l’uso del telefonino; ma questo, a quanto pare, non è propriamente ciò che avviene.

Lo sviluppo tecnologico, lo sappiamo, ha portato molti benefici alla nostra società ma anche qualche rischio. Mi riferisco, oltre alle onde elettromagnetiche del cellulare, anche alle minacce microscopiche delle nanotecnologie o, per fare un altro esempio, delle piante geneticamente modificate (Ogm). Un’applicazione “rigida” del principio di precauzione imporrebbe di evitare ogni rischio e di rinunciare quindi ad ogni attività potenzialmente nociva. Anche se sostenuto da molti, tale approccio appare troppo drastico: ogni attività ha un margine di rischio e l’inazione potrebbe rivelarsi più dannosa di una minima assunzione di rischio. Più accettabile appare pertanto un’applicazione “attiva” del principio di precauzione, che prevede di adottare opportune cautele in mancanza di assolute certezze scientifiche. Si tratta insomma di agire in modo proporzionale al livello di sicurezza che si intende avere (che non può essere il 100%) e valutare al contempo i vantaggi e gli oneri delle diverse scelte. Per tornare al caso dei telefonini, non esiste un’assoluta certezza che i danni cerebrali, associati alle onde elettromagnetiche emesse, siano nulli (come dimostrato dalla contraddittorietà degli studi), e pertanto un’applicazione attiva del principio di precauzione dovrebbe comportare una limitazione dell’uso del telefonino; ad esempio un contenimento, sotto una certa soglia, della durata delle singole telefonate, o l’uso dell’auricolare.

Alcune tipologie di rischio attirano in modo speciale la nostra attenzione, e verso di esse applichiamo il principio di precauzione anche nella sua forma “forte”. Ma quando le conseguenze delle precauzioni intaccano delle comodità consolidate, allora la nostra indulgenza è maggiore e anche una piccola rinuncia appare sproporzionata. L’esempio del telefonino è eclatante. “Se usciamo di casa senza cellulare”, ha detto il noto sociologo Zigmunt Bauman,”ci sentiamo nudi come se ci mancassero i pantaloni”. L’uso del telefonino è così pervasivo che “non esiste più il confine tra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla famiglia”. Forse tra i rischi da considerare in modo attivo nel decidere l’uso di una nuova tecnologia (che sia il telefonino, internet o la playstation) dovremmo includere maggiormente quelli che mettono a repentaglio la nostra umanità e le nostre relazioni, oltre che la nostra salute.

Scienza, felicità e sviluppo

Una ricerca informa che gli scandinavi e gli abitanti di Irlanda, Olanda e Belgio sono coloro che, in Europa, si dichiarano più felici. E gli italiani? Sono nelle retrovie della classifica, nonostante l’elevata qualità della vita nel Belpaese. Penso sia utile riflettere su questi dati.

E’ evidente che una classifica che misura la felicità delle persone va trattata con cautela, anche se è redatta in modo serio. Non si può tuttavia evitare di notare come la classifica presentata sia molto simile a molte altre, che sono incentrate su temi assai diversi. I paesi europei più felici, infatti, sono anche quelli dove è maggiore la diffusione delle conoscenze scientifiche, è maggiore il numero di ricercatori e di investimenti in ricerca e sviluppo, ed è maggiore – di conseguenza, direi – la capacità di innovazione e sviluppo del territorio.

Certo, la felicità delle persone dipende da numerosi fattori, come il livello di democrazia (parametro usato dagli autori della ricerca per confrontare paesi dei vari continenti), la qualità delle politiche per il welfare e, soprattutto, l’equità sociale. Ma non è insensato pensare che anche una diffusa consapevolezza scientifica, capace di spingere la leva dell’innovazione, possa promuovere il benessere economico e sociale del territorio, e quindi la felicità delle persone che vi abitano. Non solo. Una diffusa consapevolezza scientifica mette al riparo anche dalle molte e spesso esagerate paure contemporanee legate allo sviluppo tecnologico, e che trovano proprio nella scarsa fiducia nella scienza una formidabile amplificazione che origina insicurezza e infelicità.

Un recente rapporto su Scienza, Tecnologia e Opinione Pubblica in Trentino evidenzia come in provincia di Trento il livello di consapevolezza scientifica e di fiducia nella scienza sia sostanzialmente simile a quello dei paesi scandinavi. Significa che i Trentini sono più felici degli altri italiani? A leggere un recentissimo rapporto Istat (scaricabile qui sotto) sembrerebbe di si… Che sia dunque vero che una maggiore diffusione delle conoscenze scientifiche implica una maggiore felicità?

felicità trentino

(ripreso da un edit sul Corriere del Trentino del 24 ottobre 2008)

Che cosa sono io

di Arnaldo Benini

Il libro “L’anima e i confini dell’umano” di Giovanni Straffelini è “piccolo ma estremamente denso” (come dice Carlo Alberto Defanti nella postfazione), ed è una guida ad una letteratura che, nonostante tutti gli sforzi, non si riesce a padroneggiare in nessun modo. Ho molto rispetto e considerazione per la posizione dell’autore. Ho sempre pensato che le neuroscienze non confermano nè smentiscono l’esistenza di Dio (e quindi di un’anima immateriale).
Non è opportuno sovrapporre scienza e religione: non serve né all’una nè all’altra. La religione dà una verità rivelata e ci guida all’accettazione della sua profonda irrazionalità.
Le scienze non tendono a nessun assoluto, ma cercano di avvicinarsi alla verità sapendo fin dall’inizio che essa è, per i nostri meccanismi cognitivi, irraggiungibile. Basta solo pensare alle parole di Bacone, Newton, Hume, Cabanis, d.l.Mettrie, Wilson e altri: la circonferenza della nostra conoscenza è infinitamente più piccola della circonferenza della realtà.
Per la scienza l’assoluto non esiste, mentre le filosofie corrono il pericolo di passare dalla riflessione senza dati all’assoluto (il vero, il bello, l’utile, il reale, ecc). Nel campo degli studi su mente e coscienza trovo che non sia saggio saltare – come molti dei divulgatori fanno – dai dati della ricerca ad assoluti metafisici come la coscienza clessidra o l’anima-spirito santo et similia. Sono ginnastiche mentali che, mi pare, non servono a nulla.
Pensiamo solo a quel che dice e ripete il filosofo Dennett: la filosofia che non parte dalla scienza è un vaniloquio.

Comunicare la scienza

“Ah, io di matematica non ho mai capito nulla”, disse tempo fa un famoso scrittore durante una trasmissione televisiva. E lo disse pure con soddisfatta fierezza, guadagnandosi gli applausi convinti del pubblico. Questo piccolo episodio evidenzia assai bene come la matematica e la scienza in generale siano percepite da moltissime persone: un mondo da guardare con distacco e da lasciare agli addetti ai lavori. E una buona parte di responsabilità di questo è proprio degli addetti ai lavori, che non sanno comunicare la scienza e, va detto, spesso non si impegnano a farlo.
Non possiamo quindi che guardare con simpatia e favore al talent show scientifico “FameLab”, promosso dal British Council e approdato quest’anno anche in Italia in quattro città, tra le quali Trento. Si tratta di una vera e propria gara di comunicazione della scienza, alla quale partecipano scienziati, ricercatori, insegnanti, medici e studenti, sotto la guida e supervisione di esperti del settore. Un’occasione ghiotta per chi vuole imparare o affinare la propria abilità in una attività non facile. Infatti, è complicato conquistarsi l’attenzione del pubblico quando si parla di scienza o tecnologia, visto che non basta avere buone cose da dire, ma bisogna saperle dire catturando emozionalmente gli ascoltatori, con al forza delle narrazioni coinvolgenti. Chi comunica la scienza, inoltre, deve sapersi guadagnare la fiducia del pubblico. Molto spesso i temi scientifici sono presentati in modo sensazionalistico o con eccessiva alterigia, così che l’ascoltatore diventa diffidente o si mette sulla difensiva. Per una buona comunicazione, è necessario entrare in sintonia col pubblico e saper stimolare interesse ed entusiasmo.
Abbiamo bisogno che la scienza e la tecnologia siano comunicate bene e siano quindi ben percepite, perché sempre più spesso pervadono la nostra vita quotidiana; inoltre, molte scelte strategiche che coinvolgono opere tecnologiche o problemi scientifici, possono essere accolte dalla società solo col consenso generale, il quale si ottiene esclusivamente con una giusta comunicazione. Il “FameLab”, che a Trento è organizzato dal Museo delle Scienze, è un’occasione – che ci auguriamo si possa ripetere con regolarità – per stimolare persone che si occupano di scienza e tecnica a mettersi in gioco, e a prepararsi per diventare buoni divulgatori di scienza; ed è pure una bella opportunità per coinvolgere la cittadinanza in un festival di partecipazione curiosa e di dialogo.
Scienza e società devono andare d’accordo, e possono farlo bene se gli “addetti ai lavori” sentono il dovere di comunicare efficacemente la loro attività, e imparano a farlo nel modo migliore.

(dal Corriere del Trentino del 7 aprile 2012)

Se l’anima si nasconde nei geni

Vetrina di libreria di Trento.di Gabriella Brugnara

L’anima esiste ancora nella percezione moderna? E se esiste, quale può essere la sua connotazione visto che sempre più in dettaglio le neuroscienze dimostrano che il repertorio di stati mentali comprendente pensieri, sentimenti, consapevolezza delle cose, è in stretta connessione con particolari stati del cervello? Possiamo oggi assimilare il concetto di coscienza a quello di anima?

Un succedersi di domande, diverse delle quali destinate a rimanere aperte, costituisce il leitmotiv di L’anima e i confini dell’umano, il libro di Giovanni Straffelini che perle edizioni Il Margine è in edicola dai primi di marzo. In realtà da Nietzsche in poi, esplorando temi come questo la domanda è, e rimane, una sola. Si chiama Dio o, meglio «lo spazio» di Dio. Attorno a ciò continuano a fare ritorno anche le pagine di Straffeflni, professore presso la facoltà di ingegneria dell’università di Trento. Egli, partendo dalle più recenti acquisizioni scientifiche sul cervello, si interroga sull’«arduo dilemma» del concetto di coscienza collegato al non meno «arduo dilemma» del concetto di libertà.

«Se la coscienza, che per la scienza è il modo con cui manifestiamo la vita e reagiamo agli stimoli esterni secondo il nostro repertorio di capacità, è una risultante dell’attività celebrale – spiega Straffelini – che rimane della libertà? Se tutto è prodotto dalla nostra attività cerebrale, allora il libero arbitrio non esiste. Il cervello compie le sue elaborazioni e poi decide senza consultarci. Di quello che fa il mio cervello, in definitiva, io sono l’ultimo a sapere. Ogni tanto, e in ritardo, ce ne dà la consapevolezza. Il quadretto non è dei più edificanti».

Il breve libro svolge il suo percorso in due parti: la prima compie una riflessione su scienza e fede attraverso il tema dell’anima. Nella seconda, lo sguardo si apre a temi di bioetica, conducendo in ambiti quali il coma o lo stato neurovegetativo, ma anche la vita prenatale. «La visione tradizionale e trascendentale dell’anima, basata ancora sul dualismo cartesiano anima-corpo, per la scienza non ha senso. Però ci si può chiedere cosa distingua gli esseri viventi dalla materia inanimata», continua Straffelini. La risposta risiede nel «programma», cioè nel patrimonio informativo contenuto nel codice genetico che caratterizza e qualifica gli esseri viventi. Da tale programma derivano all’individuo una serie di capacità funzionali tra cui un «repertorio di capacità di reagire agli stimoli ambientali che costituisce la “coscienza”». E tale repertorio che, secondo l’autore, «può essere visto come l’anima di una persona», pur con almeno due grandi criticità «come fa il chilo e mezzo di materia grigia del nostro cervello a formare la bellezza multiforme e colorata delle nostre esperienze consapevoli e creative che sono la manifestazione speciale della coscienza umana? Da dove viene la nostra sensazione di libertà che non è spiegabile considerando la natura materiale delle nostre attività cerebrali?»

(dal Corriere del Trentino del 29 febbraio 2012)

La morte è la fine?

E’ il titolo del tema che verrà affrontato in un ciclo di tre incontri, organizzato dal Decanato di Tione in collaborazione con l’Amministrazione comunale.
Si tratta, con ogni evidenza, di un tema assai cruciale e complesso (forse il tema dei temi..) che non può che essere affrontato da tutte le direzioni possibili: da quella teologica (compito principale di quasi tutte le religioni è proprio quello di fornire una risposta a questa domanda), quella filosofica e anche quella scientifica.
Io ho l’incarico (terzo incontro) di affrontare il tema dal punto divisa scientifico. E’ un incarico estremamente impegnativo perché per molti scienziati il problema è già risolto in partenza: ciò che succede dopo la morte non è osservabile empiricamente, tutte le congetture che possiamo proporre non sono scientifiche, insomma la scienza non può dire nulla sul tema; e, per dirla tutta, con ogni probabilità con la morte c’è la disgregazione e dispersione materiale della persona e tutto finisce qui. E’ dunque chiaro come sia difficile il mio compito, che è quello di capire gli “spazi di manovra” lasciati dalla scienza, sia per quanto riguarda l’esistenza del divino (un ente esterno non fisico creatore e responsabile di tutto ciò che accade) e – quasi sottovoce – dell’aldilà.

Vi aspetto numerosi ai tre incontri!

TICME 2011

Il terzo numero del “DIMTI News” (scaricabile qui sotto) presenta il prossimo convegno TICME 2011 organizzato dal DIMTI (Dipartimento di Ingegneria dei Materiali e Tecnologie Industriali dell’Università di Trento) al Castello del Buonconsiglio di Trento (il 12 -14 dicembre) ed è dedicato alla memoria del nostro collega Klaus Muller, recentemente scomparso.

Il convegno è incentrato sul tema dell’Energia e dell’Ambiente, in particolare sul ruolo che l’ingegneria dei materiali svolge nella ricerca di nuove soluzioni per la produzione di energia con fonti alternative ai combustibili fossili, per il risparmio energetico, e per la riduzione e il controllo delle emissioni inquinanti. Ogni sessione di lavoro sarà introdotta da una relazione plenaria tenuta da uno dei maggiori esperti mondiali della materia, e si gioverà dei contributi della ricerca dei migliori ricercatori italiani e stranieri. Durante il convegno ci saranno anche presentazioni di industrie nazionali e locali che si occupano di Energia&Ambiente. L’obiettivo è di favorire l’incontro tra la ricerca e l’industria così da promuovere ricadute applicative o l’avvio di nuove e promettenti attività di ricerca. Un esempio dell’attività svolta in questo settore dal DIMTI è descritto in questo numero del “DIMTI News” da Vincenzo Sglavo, e riguarda lo sviluppo di celle a combustibile ad ossido solido.

Il terzo numero del DIMTI News è arricchito dalle consuete rubriche e dal contributo di Vigilio Fontanari, che illustra un esempio di ricerca applicata che si avvale – in modo combinato – della modellazione numerica e delle prove sperimentali; lo studio di Vigilio sulla resistenza al fuoco delle funi metalliche è stato condotto in collaborazione col laboratorio LATIF della Provincia Autonoma di Trento.

E’ presentato infine il laboratorio NMR dedicato a Klaus Muller, che Klaus – un esperto di caratura mondiale in questo ambito – aveva fortemente voluto e realizzato. Sarà ora compito nostro, e in particolare dei colleghi del gruppo di chimica, portare avanti il suo progetto, nella linea da lui sapientemente tracciata.

Scarica qui il nuovo numero del DIMTI News:

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La fiducia nella scienza

La scienza e la tecnologia stanno vivendo un periodo di crisi d’immagine nella nostra società. I danni causati dallo sviluppo tecnologico – come l’inquinamento, gli incidenti (si pensi al recente disatro petrolifero negli Stati Uniti) e le distruzioni dovuti alle tecnologie belliche – esercitano una grande impressione emotiva sulle persone tanto che, nella percezione comune, i fondamentali vantaggi della tecnologia sono spesso messi in secondo piano. E’ quindi auspicabile che tra i molteplici obiettivi del nuovo Museo delle Scienze che sarà realizzato a Trento, ci sia anche quello di contribuire a ristabilire il corretto rapporto tra le persone, la scienza e la tecnologia.

La scienza e la tecnologia, vale la pena ricordarlo, hanno determinato lo sviluppo dell’uomo: dall’invenzione della ruota ai computer moderni la strada percorsa è stata lunga e ha permesso all’umanità di crescere, lavorare sempre meno e avere più tempo libero da dedicare ad ogni attività, comprese quelle artistiche ed intellettuali. Certo, come detto, la tecnologia ha causato – e può causare ancora – dei danni. Tali danni, tuttavia, non dipendono dalla tecnologia in sé, ma da come essa è utilizzata. È quindi compito della società e della politica evitare che la tecnologia sia usata in modo dannoso e sia impiegata invece per il bene di tutti. Tanto per fare un esempio, è compito della società decidere se un aereo, frutto dello sviluppo tecnologico, dovrà trasportate persone o bombe e se dovrà essere impiegato in operazioni utili, inutili o dannose all’ambiente.

In un edit precedente ho auspicato che il nuovo Museo delle Scienze di Trento possa diventare anche il luogo dove sono promossi gli aspetti creativi della tecnologia e le persone sono stimolate a comprenderne le potenzialità e le innovazioni. Nel suo intervento sul Corriere del Trentino, il direttore Lanzinger ha spiegato come il Museo si proporrà come un centro d’attrazione culturale in grado di divulgare e valorizzare le peculiarità scientifiche e naturali del nostro territorio e ha individuato i “tre pilastri” del Museo proprio nella “natura, la scienza (potenzialmente tutto l’insieme tecnico-scientifico) e la società”. L’auspicio è, quindi, che il nuovo Museo di Trento contribuisca al difficile obiettivo di avvicinare tutti, ed in particolare i giovani che lo visiteranno con le scuole, alla vera dimensione della scienza e della tecnologia. Una più diffusa conoscenza del mondo scientifico e tecnologico, infatti, può ristabilire la fiducia nella sue potenzialità e, allo stesso tempo, instillare in ognuno i giusti “anticorpi” necessari per evitare pericolosi abusi ai danni dell’uomo e dell’ambiente.

(dal Corriere del Trentino del 18 gennaio 2006)

La scienza corre veloce

Il recente convegno Codex Vitae, organizzato alla Facoltà di Scienze Cognitive di Rovereto, ha riscosso un notevole successo di partecipazione e di dibattito. Ciò è molto positivo perché le tematiche trattate – che coinvolgono il mondo della bioetica – saranno sempre più urgenti ed è auspicabile che la società non si trovi impreparata quando assumeranno contorni assai pressanti e spinosi.

La bioetica è nata in seguito al tumultuoso sviluppo delle biotecnologie, che hanno portato a possibilità tecnologiche di intervento sulla vita fino a ieri quasi impensabili. Al convegno di Rovereto si sono affrontate, in modo particolare, le sfide che riguardano l’inizio e la fine della vita umana. I temi sono delicati (l’aborto, la fecondazione artificiale, lo stato vegetativo, la morte cerebrale) e sono spesso affrontati in modo scomposto (si vedano le polemiche sul caso Eluana) o, altrimenti, sono trascurati in toto. Soprattutto i temi che riguardano la malattia e la morte appaiono imbarazzanti e difficili. Si pensi che anche negli Stati Uniti, dove la legge sul testamento biologico è attiva dal 1991 (la legge italiana è ancora ferma alle Camere), solo il 10% delle persone ha provveduto a scrivere le proprie direttive anticipate.

Ma le questioni bioetiche non si limitano, per così dire, all’inizio e alla fine vita umana, e toccano molti aspetti che riguardano l’intero arco della vita di una persona. Si pensi alle malattie mentali e, tra queste, all’Alzheimer, che è una patologia in drammatica crescita, in una società caratterizzata da un allungamento continuo della vita. Ma si pensi anche ai nuovi trattamenti farmacologici delle persone con disturbi mentali o a quelli sviluppati per migliorare le prestazioni mentali di persone peraltro sane. Fino a che punto una persona malata è responsabile delle proprie azioni? Fino a che punto è eticamente lecito potenziare le proprie facoltà neurocognitive con farmaci speciali?

La riflessione non può che svilupparsi dai dati della scienza: dalle neuroscienze, in primis, ma anche dalla biologia, dalla fisica. Ma deve coinvolgere pure la filosofia, la religione (molto opportuno, in tale ottica, è stato l’incontro di Rovereto che ha messo a confronto diverse sensibilità religiose), la giurisprudenza. E deve diffondesi in modo sempre più esteso e consapevole in tutta la società, vincendo le (ancora forti) remore psicologiche e culturali. L’impressione generale è che la scienza e la tecnica corrano veloci e che la riflessione culturale stia arrancando. E’ chiaro che tale sfasamento non si risolve limitando la ricerca e l’innovazione biotecnologica, bensì promuovendo occasioni di incontro e riflessione, come quello di Rovereto, capaci di maturare nella società la responsabilità di fare buon uso delle opportunità che la biotecnologia offre.

(dal Corriere del Trentino del 6 novembre 2010)