La presentazione dei laboratori del DII

dii-labsIn questo ultimo numero del DII News (dii-news-laboratori), sono presentati i nuovi laboratori, nella nuova sede di Povo al Polo Scientifico Tecnologico F. Ferrari.

L’organizzazione dei laboratori è finalizzata a garantire la funzionalità degli strumenti e la corretta conduzione delle ricerche scientifiche in corso, favorendo il più possibile l’accesso agli strumenti da parte di tutti i docenti e i ricercatori coinvolti. Con il trasferimento nelle nuove strutture, infatti, si è colta l’occasione per ristrutturare i laboratori in aree di attività, in modo da permettere scambi fruttuosi e sinergici tra i ricercatori dei diversi campi di studio.

Nei laboratori a piano terra, vale a dire localizzati allo stesso piano degli uffici dei docenti, sono posizionate prevalentemente attrezzature delicate, mentre nei laboratori interrati sono installate sia attrezzature delicate che attrezzature pesanti, come strumenti per prove meccaniche, macchine di processing e di misura, robot antropomorfi, banchi per la prototipazione, simulatori di guida, centro di fresatura, solo per fare alcuni esempi.

I laboratori del DII sono suddivisi in tre sezioni (materiali, meccatronica, e ricerca operativa; il laboratorio di ricerca operativa è parte dei laboratori leggeri a piano terra), che riflettono le tre anime del dipartimento; la struttura e organizzazione dei laboratori, tuttavia, è orientata a favorire l’integrazione delle diverse attività, che hanno il comune obiettivo della ricerca in ambito industriale.

UN SISTEMA FRENANTE A BASSO IMPATTO AMBIENTALE

Le ricadute industriali del progetto di ricerca Lowbrasys finanziato dal Programma europeo Horizon 2020

Claudio Nidasio
di Claudio Nidasio
Lavora presso la Divisione Supporto alla Ricerca Scientifica e al Trasferimento Tecnologico dell’Università di Trento.

Intervista di Claudio Nidasio a Giovanni Straffelini 

Sinergia, innovazione e competenze internazionali sono gli elementi vincenti di Lowbrasys (a LOW environmental impact BRAke SYStem), un nuovo progetto di ricerca che coinvolge anche l’Università di Trento con l’obiettivo di sviluppare un sistema frenante

innovativo a basso impatto ambientale. Il progetto, che ha ottenuto i finanziamenti del prestigioso bando Horizon 2020 della Commissione Europea con un importo di 7 milioni di euro, nasce dalla collaborazione di realtà industriali e accademiche. Ne parliamo con il responsabile locale Giovanni Straffelini, professore ordinario del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento.

Professor Straffelini, ci può riassumere i principali obiettivi del progetto Lowbrasys?

L’obiettivo di Lowbrasys è duplice: sviluppare un sistema intelligente all’interno del quale applicare materiali più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati e realizzare un sistema frenante “smart”. Sì, perché ogni frenata produce delle piccole particelle di usura, molte delle quali cadono per terra o, come sappiamo bene, sul cerchione della ruota, ma molte, quelle più piccole, entrano in atmosfera e poi le respiriamo. L’obiettivo è dunque quello di studiare strumenti, comportamenti e procedure di guida capaci di produrre meno emissioni in atmosfera dal sistema frenante, mediante lo sviluppo di una nuova generazione di tecnologie, materiali, consigli e proposte legislative che possano migliorare l’impatto della guida sulla salute e sull’ambiente.
Lowbrasys darà vita a un sistema e a una filiera intelligenti all’interno dei quali sviluppare e applicare materiali che possano essere più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati per realizzare un sistema frenante altamente intelligente. Il progetto ha anche lo scopo di studiare strumenti, comportamenti e verificare le procedure affinché, guidando meglio, si possano avere meno emissioni.

Il progetto è risultato vincitore del bando Horizon 2020 nell’ambito della Call “Mobility for Growth” finanziato dalla Commissione europea. Qual è l’impatto che i risultati del progetto potranno avere a livello europeo?

Noi speriamo che il progetto possa avere un impatto rilevante nell’area europea, poiché indirizza l’innovazione verso un trasporto più pulito ed efficiente. Inoltre, esso intende contribuire alla transizione verso veicoli a zero emissioni negli agglomerati urbani per migliorare la qualità dell’aria nelle città nel medio periodo, creando standard ‘Super Low Emission Vehicles’. Inoltre cercherà di migliorare la conoscenza del processo del sistema di frenata per renderlo più efficiente anche dal punto di vista ambientale.

Il progetto coinvolge un parternariato pubblico e privato composto da università, centri di ricerca e industria. Quali sono le competenze dei diversi attori?

Cinque tra le più autorevoli realtà in campo industriale automotive e cinque tra i più importanti istituti di ricerca ed università internazionali hanno dato vita al progetto. In particolare l’idea nasce dalla collaborazione di Brembo, leader mondiale nella progettazione, sviluppo e produzione di sistemi frenanti, Ford, Continental Teves, Federal Mogul, Flame Spray, insieme all’Istituto Mario Negri impegnato nella ricerca biomedica e sull’impatto degli inquinanti su ambiente e salute, alla Technical University of Ostrava, al KTH Royal Institute of Technology, al Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento e al Joint Research Centre della Commissione Europea. È inoltre coinvolto il parco scientifico e tecnologico Kilometro Rosso che ospita al suo interno due dei dieci partner del progetto (Brembo che ne è capofila e l’Istituto Mario Negri).

Da un punto di vista tecnico quali sono le competenze che verranno messe in gioco?

Lowbrasys è un progetto di sviluppo pre-industriale, che partendo dall’attuale processo di produzione del sistema frenante e dall’utilizzo dei veicoli su strada, va ad operare in sintesi in diverse aree: riduzione, prevenzione, simulazione, test, validazioni e raccomandazioni, un processo rigoroso per identificare materiali intelligenti e sistemi che, affiancati ad un comportamento ottimale su strada, possano portare a una riduzione del 50% dei particolati.
Le principali tecnologie che verranno sviluppate riguarderanno: i nuovi materiali per i dischi e le pastiglie dei freni, al fine di ridurre le particelle e avere un minore impatto; una nuova strategia di controllo del sistema frenante; una tecnologia di svolta per catturare le micro e nano particelle vicino a dove vengono emesse, in modo da non disperderle. Lowbrasys prevede anche lo sviluppo di un approccio integrato tra il nuovo sistema frenante, i componenti e il controllo di sistema da poter installare sul cruscotto; il miglioramento delle tecniche di misurazione e di conoscenza dell’effetto dei materiali del sistema frenante e uno studio sulle migliori pratiche di comportamento nella guida.
Segnalo infine che nell’ambito del progetto di ricerca verrà organizzato un workshop a Trento presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale (29-30 settembre 2016) di analisi e confronto tecnico scientifico dal titolo: “New materials and technology for disc-pad brake system”.

(da UniTN KNOWTRANSFER, numero 15, anno 6, luglio 2016)

Ricerca di eccellenza e trasferimento tecnologico

ingegneriaC’è chi vuole una ricerca trentina prestigiosa a livello internazionale, e c’è chi vuole una ricerca trentina che abbia ricadute tangibili sul territorio. Le due cose sono – ad oggi – abbastanza incompatibili, e per conciliarle al meglio – come in fondo è auspicato da tutti – serve innanzitutto mettere a fuoco la questione e trovare delle soluzioni adeguate.
Commentando alcune critiche sul calo della produttività scientifica della Fondazione Fbk, il presidente – prof. Egidi – ha dichiarato: “Rispetto al calo dei risultati, abbiamo scoperto che si è verificato laddove i ricercatori si sono dedicati al trasferimento tecnologico”. Questo è un po’ il nocciolo della questione: è difficile per un ricercatore – certo, non impossibile ma molto difficile – occuparsi con successo di attività di trasferimento tecnologico verso l’industria e pure di attività di ricerca di punta, quella che serve a raggiungere e mantenere un’adeguata caratura scientifica internazionale. Il motivo è presto detto. Le attività di trasferimento tecnologico riguardano temi di specifico interesse delle aziende che partecipano e sovvenzionano la ricerca, le quali, quasi sempre, vogliono essere esclusive proprietarie dei risultati e non ne permettono la pubblicazione anche quando sarebbe di rilievo. D’altro canto per eseguire ricerche in settori di punta e, spesso, di limitato interesse industriale, è necessario accedere a finanziamenti istituzionali, nazionali o europei. Ciò implica una notevole e lunga attività istruttoria con risultati incerti. Dunque: o il ricercatore spende molto tempo alla caccia di finanziamenti istituzionali e conduce ricerche che consentono di pubblicare sulle riviste di prestigio (permettendo così al centro di ricerca di appartenenza di scalare le classifiche internazionali), o si concentra sulle attività di trasferimento tecnologico, collaborando molto con le industrie ma pubblicando meno.
Una soluzione al problema potrebbe essere quella di fare in modo che i ricercatori dedichino parte del proprio tempo alla ricerca industriale ma non siano da questa assorbiti fino al punto da penalizzare la ricerca che si traduce in produzione scientifica. Si potrebbe quindi sostenere chi si occupa di trasferimento tecnologico (attraverso diverse forme: dai programmi di sviluppo agli accordi di programma o altro) in modo da consentire a questi ricercatori di svolgere anche un’adeguata ricerca di punta senza dover inseguire i finanziamenti, rischiando di fare male sia l’una che l’altra attività.
Il problema della difficile compatibilità tra ricerca di punta e trasferimento tecnologico non è certo solo trentino. Ma in Trentino si potrebbero cercare le forme per superarlo, a beneficio di tutti. Qui è stata avanzata una proposta, ma non è certo l’unica.