Ordine e disordine nell’Universo

L’Universo può essere visto come un immenso sistema complesso, contenente una quantità enorme di parti: stelle, pianeti, buchi neri … Un’importante legge della fisica – talmente importante da essere assunta al rango di principio – afferma che “l’entropia dell’Universo è in continuo aumento”. Cosa significa? E che importanza riveste tale principio nell’ottica del discorso sulle luci che indicano il divino?

L’entropia è un parametro che in modo semplice misura il livello di disordine di un sistema. Pensiamo ad un sistema noto a tutti: la nostra stanza, contenente diversi oggetti e delimitata dalla sue pareti. Ora, questi oggetti possono essere disposti in modo ordinato (in posti precisi secondo i nostri intendimenti) oppure essere disposti più o meno alla rinfusa. Se il disordine è elevato significa che l’entropia della stanza è elevata, e viceversa. Infatti ordine significa posti precisi mentre disordine significa che gli oggetti possono stare in tutti gli altri posti disponibili che sono molti di più, come sappiamo bene! Quindi il disordine è più probabile dell’ordine e un sistema chiuso (come la propria stanza con porte e finestre chiuse) può evolvere nel tempo con maggiore probabilità verso il disordine che verso l’ordine, in accordo col principio che abbiamo appena enunciato. Può succedere, ad esempio, che prima o poi il lampadario si stacchi dal soffitto; cadendo può andare a sbattere contro la scrivania scaraventando lontano tutti gli oggetti che vi erano ben allineati. E il disordine è bell’e fatto. E se il sistema fosse aperto? In un sistema aperto l’ordine può aumentare, ma ciò può avvenire solo se si crea disordine da un’altra parte così che l’entropia totale dell’Universo comunque aumenti. Ad esempio, se entro nella mia stanza e vi metto ordine, l’entropia nella stanza diminuisce. Ma nel fare ciò consumo energia, e tale consumo provoca (o ha provocato qualche tempo prima) disordine nell’Universo; ad esempio, l’energia che consumo è stata introdotta nel mio organismo col cibo per la cui produzione è stato fatto del disordine dove è stato prodotto. In ogni caso tale aumento di entropia è maggiore del calo di entropia nella mia stanza, e quindi l’entropia dell’Universo aumenta sempre.
Bene: quali sono le conseguenze di questo principio della fisica? Almeno tre. La prima è che l’Universo deve aver avuto un inizio nel tempo; se fosse infinito, infatti, l’entropia sarebbe aumentata così tanto da causare il massimo disordine possibile che corrisponde alla morte termica dell’Universo stesso. Siccome viviamo in un mondo caratterizzato da ordine (anche la vita è ordine, come vedremo) significa che l’Universo non ha ancora raggiunto la morte termica e non può dunque esistere da sempre.
La seconda conseguenza è che all’inizio dell’Universo il grado di ordine doveva essere elevatissimo, vista che esso cala continuamente mano a mano che il tempo passa. Ma ciò appare incompatibile con l’idea che il Big Bang abbia determinato una situazione estremamente caotica, come già visto. Come si spiega tale apparente paradosso? Il fatto è che l’Universo è un sistema aperto, e i processi di ordinamento locale (come quelli che portarono alla formazione delle stelle) sono stati più che compensati dall’aumento di disordine (dell’entropia) nelle nuove zone dell’Universo in espansione. Pertanto, l’entropia totale dell’Universo è sempre aumentata fin dalle fasi iniziali perché l’espansione dell’Universo ha creato una maggiore possibilità di disordine che ha compensato la creazione locale di ordine, dovuto alla formazione dei diversi corpi celesti.
Ma è la terza conseguenza quella più intrigante. Noi sappiamo che l’idea di entropia è correlata a quella di informazione. Se in un sistema – ad esempio la nostra stanza – l’entropia diminuisce significa che è stato fatto ordine secondo un determinato criterio, seguendo cioè una certa informazione. L’entropia – possiamo anche dire – è una misura della nostra ignoranza (vale a dire della mancanza di informazione) sullo stato preciso di un sistema (cioè sulla conoscenza di dove sono precisamente gli oggetti nella stanza). Senza dimenticare peraltro che l’ordine appare tale se chi osserva la stanza parla lo stesso linguaggio del padrone della stanza, cioè se chi riceve l’informazione parla lo stesso linguaggio di chi la trasmette: un alieno che non conosce il nostro linguaggio non capisce l’ordine che c’è nella nostra stanza! Ma se ora proviamo a mettere in analogia i sistemi complessi naturali con quelli creati dall’uomo, sorgono spontaneamente alcune domande stuzzicanti: da dove è venuta l’informazione che ha permesso la creazione di ordine nell’Universo in espansione? chi (o che cosa) ha determinato le leggi che danno ordine all’Universo? L’Universo è un sistema complesso costituito da materia (i mattoncini) e informazione (il progetto): chi è il progettista? E perché noi capiamo l’ordine dell’Universo, vale a dire riusciamo a interpretare le leggi della natura (che sono espresse con il linguaggio della matematica)? Significa che parliamo lo stesso linguaggio del progettista?

(da “Manifesto per scettici – ma non troppo – in cerca di Dio”, Lindau, 2015)

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Peccato originale e preesistenza del male nel mondo

peccato originaleGentile teologo
C’è un aspetto della dottrina cristiana che mi mette in crisi e riguarda il tema della Caduta (e quindi della comparsa del male nel mondo). Dal punto di vista scientifico (mi riferisco all’evoluzione per selezione naturale) il male era già presente alla comparsa dell’uomo (intendo la nostra specie homo sapiens) essendosi formato, diciamo così, nei due milioni di anni di evoluzione degli ominidi. Leggendo Genesi 1 mi pare di intravvedere come il male, raffigurato dal serpente tentatore, fosse in effetti già presente alla comparsa dell’uomo, e che con la
disubbidienza a Dio si sia realizzato simbolicamente l’ingresso nel mondo del male consapevole. In tale ottica l’atto della mela potrebbe essere visto come il simbolo del passaggio dal mondo animale (caratterizzato da
istinti inconsapevoli) al mondo vero dell’uomo, caratterizzato da libertà e consapevolezza. Dopo aver mangiato la mela, “videro che erano nudi”, vale a dire Adamo ed Eva ebbero improvvisamente consapevolezza di sé; non
solo: Dio vide che erano diventati come Lui, vale a dire avevano acquisito il dono distintivo della libertà e della consapevolezza. Cosa ne pensa? Avrebbe senso questa interpretazione o dal punto di vista
cristiano non è proprio accettabile?

La risposta del teologo Pino Lorizio su Famiglia Cristiana del 26 giugno 2016:

Possiamo chiarire il problema se riflettiamo sul senso che attribuiamo alla parola che designa il negativo e le sue molteplici forme, senza la pretesa di riuscire a illuminare in maniera esauriente e definitiva. Il primo sneso su cui ci porta a riflettere la struttura stessa del cosmo è quello del limite creaturale, per cui piuttosto che di ‘male’ in senso proprio dobbiamo riferirci al fatto che l’universo e l’uomo non hanno in sé la perfezione assoluta, che appartiene solo a Dio, ma ne portano la traccia: vestigia, immagine e somiglianza. Questa limitatezz strutturale non è causata dalla scelta dell’uomo, ma è insita nella creazione stessa, nella quale l’infinito pone in essere il finito. Poi dobbiamo pensare il male, nella sua radice storica e antropologica, come ‘peccato’. Esso è generato dalla scelta dell’uomo, che noi riportiamo al peccato originale, che non è solo il primo peccato in senso cronologico, ma introduce nell’universo e nella storia qualcosa di nuovo in senso negativo, per cui ciascuno di noi nasce in un contesto abitato dal peccato e solo con la grazia possiamo vincerlo e così illuminare le tenebre del mondo.

La logica sbagliata degli anti-creazionisti

Cioccolatini,jpgIl fisico Guido Tonelli sulla Lettura del Corriere della Sera parla di “choc culturale” causato dal futuro incontro con gli extraterrestri… Meglio aspettare seduti, mi verrebbe da dire… Ma il punto è un altro, ben evidenziato dal titolo a dir poco sconvolgente dell’articolo di Tonelli: “C’è vita nell’universo, molta vita”.
Qui il tema è chiaro e richiama la nota posizione dello scienziato ateo Richard Dawkins che per spiegare l’impossibilità statistica delle vita sulla Terra si rifà alla “magia dei grandi numeri”. Ai numeri “che fanno impressione”, come dice Tonelli, ai “miliardi di miliardi” di Terre simili alla nostra che esistono nell’universo per cui “non c’è motivo di credere che acqua e materia organica siano componenti ultra rari”. E quindi – ecco il passaggio scientificamente inaccettabile ma ben caro a tanti divulgatori stranieri e nostrani – “c’è molta vita nell’universo” e non ci dovremmo certo meravigliare se è pure comparsa sulla nostra Terra. Altro che Creatore!

Manifesto per scettici: Una critica interessante

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(recensione di Carmine Speranza)

 

 

 

Ancora su religione e scienza (la recensione di Andrea Aguti)

Riporto qui un estratto della recensione di Andrea Aguti, pubblicata negli Annali di studi religiosi della fondazione Fbk di Trento, del testo: Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio, Lindau, Torino 2014. Andrea Aguti è docente di filosofia della religione presso l’Università di Urbino, autore – tra l’altro – di numerosi saggi e libri sul rapporto scienza e fede (segnalo, in particolare, l’ottimo testo: Filosofia della religione, Storia, temi, problemi, 2013, La Scuola). Il testo completo della recensione è scaricabile qui.

annaliNegli ultimi anni il tema del rapporto tra religione e scienza sta riscuotendo una rinnovato interesse per una serie di motivi, alcuni oggettivi, altri occasionali. Fra quelli oggettivi sta senz’altro il perenne fascino intellettuale che una tale tematica esercita almeno quando si riesca a trovare ancora significative le grandi questioni dell’esistenza umana, quali quelle sull’origine e il senso del cosmo e della vita, sul destino dell’essere umano, sull’esistenza di Dio ecc. Tra quelli occasionali, il fatto che in anni recenti alcuni esponenti del naturalismo contemporaneo hanno rilanciato il modello conflittuale tra religione e scienza, utilizzando argomenti tratti dalla scienza per criticare la religione e tentare di rinnovare lo stereotipo, storicamente falso, del connubio tra scienza e ateismo.

Il libro di Giovanni Straffelini, ingegnere, ordinario di Metallurgia nell’Università di Trento, si inserisce nel contesto di questa discussione in modo appropriato. Esso manifesta da un lato l’interesse intellettuale che uno studioso di formazione scientifica può legittimamente nutrire per le questioni religiose e dall’altro indica una modalità di rapporto tra religione e scienza diversa da quella conflittuale e sicuramente molto più produttiva. Straffelini cerca infatti di evincere dall’ambito della scienza quelle “luci” che possono illuminare la strada che porta a affermare l’esistenza di Dio, una strada su cui si trovano tanto quei credenti che affermano Dio per fede, ma ricercano delle ragioni per farlo, quanto quegli scettici che non hanno trovato sufficiente evidenza per la fede, ma che sono ancora in ricerca. Scettici, dunque, ma non troppo, secondo la felice formulazione del titolo, cioè scettici che sono autenticamente in ricerca e che non rendono, in modo auto-contraddittorio, il loro scetticismo una posizione acquisita.

Le “luci” che costellano questo cammino sono tre: quella originaria del Big Bang, quella della nascita della vita sulla Terra e quella della presenza nell’uomo dell’anima. In modo chiaro e stilisticamente efficace, Straffelini richiama le teoria cosmologica del Big Bang e mette il lettore davanti a una serie di interrogativi (cfr. p. 28): da dove viene l’informazione che ha permesso l’ordine in un universo in espansione? Qual è l’origine delle leggi che stanno alla base di un simile ordine? Come è possibile che siamo in grado di conoscere l’ordine dell’universo? Esiste forse una similarità tra la nostra mente e quella che potrebbe aver progettato l’universo? Tali interrogativi suggeriscono che la risposta che l’argomento cosmologico ha dato a tali questioni, cioè che Dio è la causa prima e il Progettista dell’universo, è una risposta che non è smentita dalla scienza. Straffelini sa bene che la teoria del Big Bang non è l’unica e che oggi molti scienziati ricercano teorie alternative come quella dei multiversi, ma egli ritiene che queste ultime non possiedano un valore esplicativo migliore della prima né siano meglio fondate empiricamente, cosicché essa consente di sostenere l’ipotesi di un Progettista esterno all’universo come un’ipotesi plausibile e sensata.

La seconda “luce”, o il secondo Big Bang, è costituita dalla nascita e dallo sviluppo della vita sulla Terra nella enorme varietà e complessità delle sue forme. Anche in questo caso le tappe che hanno scandito questo processo sono richiamate sinteticamente da Straffelini, così come è richiamata la differenza tra vita e non-vita, ma il punto qualificante a questo riguardo è dato dal rilievo dell’enorme improbabilità che la vita abbia avuto un’origine casuale. Sappiamo, infatti, che sono moltissimi i fattori che hanno determinato la nascita della vita, che essi si sono dovuti combinare nel modo giusto per dare il risultato che hanno dato e che invocare il caso per spiegare questa combinazione non è affatto una spiegazione. Nell’alternativa tra il caso cieco che vede nella nascita della vita, secondo una nota immagine usata da J. Monod, l’uscita del numero fortunato nella lotteria cosmica e il disegno di un Progettista soprannaturale che, per mezzo di vie che ci rimangono sconosciute, ha guidato il processo evolutivo, Straffelini ritiene più plausibile quest’ultima. Anche in questo caso si tratta di una ripresa peculiare del classico argomento finalistico, che, da una parte, fa a meno di teoria come quella dell‘Intelligent Design, poiché la complessità degli organismi degli esseri viventi potrebbe non essere affatto irriducibile, e dall’altra del creazionismo, che entra in collisione con i dati scientifici sull’età della Terra.

libro nuovo2La terza “luce” è costituita dalla nascita e dallo sviluppo della vita cosciente e in particolare di quella autocosciente che connota l’essere umano, una sorta, come lo chiama ancora Straffelini, di terzo Big Bang. La presenza nell’uomo di un elemento spirituale, dell’anima o della mente, è oggetto di discussione sin dall’inizio del pensiero filosofico, ma il dibattito sulla natura dell’anima o della mente è oggi particolarmente accesso in virtù della tendenza di una parte significativa della filosofia della mente a sostenere un monismo materialistico che nega una distinzione tra mente e cervello o riduce gli eventi mentali a epifenomeni di quelli cerebrali. Questa tendenza si accompagna, più in generale, a un’altra, proveniente dalla teoria dell’evoluzione darwiniana, che non vede alcuna differenza qualitativa fra l’uomo e gli animali, bensì soltanto una differenza di gradi. Straffelini non intende mettere in discussione il monismo materialistico mediante un diverso modello di rapporto tra mente e cervello, quello dualistico, bensì richiamare l’attenzione sul fatto che lo studio scientifico del cervello non ci offre alcuna esplicazione esaustiva degli eventi mentali e entra in contraddizione con l’esperienza comune che tutti noi facciamo (o crediamo di fare) della libertà del volere, mentre, per altro verso, la spiegazione in termini di vantaggio evolutivo delle capacità cognitive dell’uomo non rende affatto conto di specifici comportamenti come quelli altruistici o che implicano un sacrificio di sé e di specifiche forme simboliche, come appunto quella religiosa. L’insufficienza esplicativa della scienza su questo punto, come sui precedenti, può essere considerata un dato provvisorio che prelude a una fase futura in cui tutto sarà compreso, ma può legittimamente indurre, e questa è la strada che Straffelini indica, a considerare questi misteri come luci che ci conducono verso Dio.

Nel percorso nitido che Straffelini intraprende nel suo testo rimangono alcune zone d’ombra che meritano almeno di essere accennate. Straffelini, nelle pagine iniziali, parla di un “doppio binario” (p. 7) su cui può svilupparsi la comprensione della realtà, quello scientifico, basato sul riduzionismo metodologico (non metafisico), e quello della fede, e scrive che la fede non è necessaria “per vivere in modo positivo e soddisfacente né per ammirare le bellezze della natura e la sua eleganza”. Si tratta di rilievi condivisibili che affermano la legittima autonomia alla scienza e la differenza tra una visione religiosa del mondo e una non religiosa, ma viene da chiedersi se proprio l’interesse che lo scienziato mostra verso la religione non sia indice del fatto che il metodo riduzionistico della scienza risulta in fondo insoddisfacente per chi si apra a una comprensione non parziale della realtà. Un volta, poi, che lo scienziato avverta la significanza delle questioni ultime che ho richiamato in precedenza e constatato che la scienza può dirci poco a tale riguardo, il placido sguardo di ammirazione verso l’ordine e l’armonia della natura può turbarsi non poco, perché si carica di tutto il pathos delle domande decisive per l’esistenza umana. La fede religiosa, sotto questo punto di vista, raramente è qualcosa che si aggiunge per successivo accumulo a qualcos’altro, più spesso è qualcosa che trasforma in profondità ciò che esiste in precedenza. Non è semplicemente una speranza in più, come scrive Straffelini (p. 102), ma la condizione di possibilità della speranza stessa. Questo rilievo è utile, a mio giudizio, anche per comprendere meglio la natura del rapporto tra religione e scienza. Se si intende veramente superare il modello conflittuale, non basta dichiarare una reciproca indipendenza fra esse, ma entrare in un dialogo in cui entrambe le parti si mettono realmente in gioco. Questo dovrebbe portare la religione a non considerare indifferente ciò che la scienza ci dice sulla realtà e la scienza a non tenersi ferma soltanto a quello che il proprio metodo di ricerca consente di vedere.

Una seconda zona d’ombra riguarda la condiscendenza che Straffelini mostra verso la conclusione che la scienza indirizzi univocamente verso un monismo materialistico nella questione del rapporto mente-cervello, ovvero che non esista alcuno “spettro nella macchina”, secondo la famosa espressione di G. Ryle. Straffelini interpreta in questo senso i numerosi esperimenti che la neuroscienze contemporanee ci mettono a disposizione e che sembrano indicare come la consapevolezza e la libertà del volere siano fenomeni illusori dietro ai quali si celano soltanto eventi cerebrali. A mio giudizio questa conclusione non è scientifica, ma filosofica; gli esperimenti più spesso menzionati (fra tutti quelli oramai molto noti di B. Libet) indirizzano univocamente a questa conclusione perché si è assunto a priori che così debba essere. In realtà, esperimenti del genere confermano soltanto quanto stretto sia il vincolo che unisce il cervello alla mente. Straffelini nota che se assumiamo la tesi del monismo materialistico, che postula in ultimo il determinismo e quindi la negazione della libertà del volere, entriamo in contraddizione con l’esperienza che noi abitualmente facciamo della nostra libertà e questo porta o a considerare questa consapevolezza come illusoria o a divaricare in modo insostenibile la scienza dal senso comune. Per risolvere tale dilemma Straffelini ammette l’esistenza di Dio e la possibilità che egli intervenga nei processi causali del cervello per assicurare, se non una libertà positiva, almeno una libertà negativa legata al diritto di veto (cfr. pp. 83-84). La soluzione è tuttavia molto problematica: se la nostra libertà dipende da un continuo intervento di Dio sui nostri neuroni e sulle nostre sinapsi, essa non è più libertà in senso proprio, cioè autonomia del volere, ma espressione di una diversa forma di determinismo. Per sostenere la tesi della libertà del volere occorre invece sostenere una concezione dualistica in senso lato del rapporto tra mente e cervello, che ammette la presenza nell’uomo di una sostanza spirituale, la quale, almeno nella prospettiva del teismo, è creata da Dio. Esistono validi argomenti (fra i quali quello dell’identità personale, dei qualia, dell’intenzionalità) che consentono di sostenere una simile concezione dal punto di vista filosofico, che si uniscono a altri argomenti, richiamati anche da Straffelini, circa l’insufficienza delle spiegazioni scientifiche a illuminare il mistero dell’anima.

Un terza e ultima zona d’ombra è legata alle sintetiche considerazioni che Straffelini fa in conclusione del suo testo sull’esistenza di Dio e il problema del male, in particolare del male naturale. Straffelini riprende l’opinione oramai diffusa anche tra molti teologi cristiani che Dio, nel creare un universo fatto di materia e di energia in continua evoluzione, non abbia potuto e non possa fare a meno che in esso si presenti una certa quantità di mali e di relative sofferenze che sono tuttavia giustificate dal dono della libertà all’uomo e da un disegno cosmico che, afferma Straffelini, non soltanto è per noi imperscrutabile, ma “al quale Dio stesso si è sottomesso” (p. 88). Questa concezione mi appare tuttavia problematica: da una parte essa non rende più ragione della prevedibile corrispondenza tra l’esistenza di un Dio onnipotente e buono e la creazione di un mondo dove il male e la sofferenza, almeno in origine, non dovrebbero esistere. E’ chiaro che un Dio onnipotente e buono ha il dovere morale di creare un mondo dove la realtà del male (non la sua possibilità) è assente; meno chiaro è che un Dio onnipotente e buono crei un mondo costellato da mali naturali e da un’indicibile mole di sofferenze che si genera nel processo di adattamento degli esseri viventi a un ambiente ostile. Un simile Dio o non è buono o non è onnipotente. Certo, Dio non è onnipotente in senso assoluto, perché la sua azione trova anch’essa dei limiti (quello della contraddizione logica, del compiere il male, del violare la libertà umana), ma affermare che Dio, nel creare l’universo, si sottomette ad un disegno di cui non è in grado di controllare gli effetti, fa intendere che egli sia un Progettista maldestro o forse uno che ama giocare a dadi. Due concezioni che, a mio avviso, sono indegne di un concetto autentico di Dio.

Intervista a radio sacra famiglia

sacra famIl Manifesto per scettici è stato presentato a Radio Sacra Famiglia di Bolzano. Qui si possono trovare e riascoltare le due puntate dell’intervista: http://www.radiosacrafamiglia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=203:tra-libri-e-riviste-podcast&catid=36:trasmissioni&Itemid=57 Ringrazio tantissimo la conduttrice Daniela De Paoli e la direttrice Nives Zaccaria per la gentilezza e competenza. Mi hanno anche proposto un nuovo progetto di cui avrò sicuramente occasione di parlare…

Commenti al manifesto per scettici

libro nuovo2Riporto alcuni commenti al libro “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”, tratti da ibs e amazon.

Luca (01-10-2014) Libro che tratta argomenti delicati, come lo sono scienza e fede, con una semplicità e capacità di spiegazione davvero speciale! Si legge tutto di un fiato e suscita delle domande di fronte alle quali è davvero una sfida riuscire a decidere da che parte stare. Libro consigliatissimo, davvero interessante; da sottolineare l’umiltà dell’autore che non vuole dare risposte (e chissà se ce ne saranno mai!)ma semplicemente invita a mettere da parte le proprie idee e convinzioni radicate per lasciare spazio al DIALOGO e alla RIFLESSIONE.
Voto: 5 / 5

camilla (29-07-2014)
Siamo davanti a un libro che si legge tutto d’un fiato, e che spiega in modo chiaro il rapporto scienza/fede illustrando come si possa razionalmente credere in Dio. Se potessi lo adotterei per le ultime classi delle superiori, dove si possono affrontare questi temi con una certa possibilità di sollecitare la curiosità dei ragazzi e il loro desiderio di riflessione.
Voto: 5 / 5

Di bilancino il 10 ottobre 2014
Bel libro, offre interessanti spunti di riflessione.
Non sono propriamente credente ma l’ho comunque apprezzato.
Si legge bene, mi sento di consigliarlo a tutti credenti e non.

Di Alessandro il 20 ottobre 2014
Ho trovato il libro ricco di spunti ed ho apprezzato l’approccio “ingegneristico” a problematiche che di solito vengono trattate in modo dogmatico.

Mistificazioni

Cioccolatini,jpgCol proposito di mostrare come la riflessione scientifica giustifichi in pieno una vita “senza Dio”, il filosofo Lecaldano cita, nel suo ultimo libro, il biologo Craig Venter sostenendo la creazione artificiale di “processi elementari di vita”. Si tratta, purtroppo, di una frequente mistificazione: la scienza non ha nessuna idea di come la vita possa essersi originata sulla terra né possiede alcun minimo modello per poterla creare in laboratorio. Se la consapevolezza di tale limite possa essere un rimando all’esistenza di un creatore divino (come sostengo nel saggio “Manifesto per scettici ma non troppo in cerca di Dio”), è cosa che ognuno dovrà valutare e decidere con riflessioni personali. Di certo se tali riflessioni ambiscono a rimanere nel recinto della conoscenza oggettiva non possono basarsi su affermazioni erronee spacciate per acquisizioni scientifiche.

Sono tre i Big Bang di Dio

LA CrocesDiceva san Tommaso che la teologia naturale è il “preambulum fidei”, intendendo con questo che dall’osservazione della natura l’uomo – con la sua intelligenza – può predisporsi a pensare e accogliere Dio. Direi che guardando all’Universo con le attuali conoscenze e pensando al suo inizio con il Big Bang, come lo chiamano gli scienziati, l’uomo moderno non possa proprio evitare di pensare alla Causa prima, a Colui che – fuori dal tempo e dallo spazio – ha pensato, progettato, e realizzato il tutto. Ma siamo davanti a un ‘’primo motore”, come direbbe ancora san Tommaso, che dopo aver creato il tutto se ne è rimasto in disparte a guardare quello che succedeva? Penso di no, ed è ancora l’osservazione della natura – e in particolare degli altri due Big Bang che hanno portato l’uomo a essere quello che è – a gettare nuova luce sull’azione efficace di Dio nel mondo. Il secondo Big Bang (mi si permetta questa licenza scientifica nella terminologia) è la nascita della vita sulla Terra. Un fenomeno che qualche tempo fa, quando tutti pensavano che vermetti e insetti si formassero spontaneamente dalla materia putrida, non impressionava nessuno ma che oggi, con le attuali conoscenze scientifiche, appare veramente un mistero di difficile, se non impossibile, soluzione. Da dove è venuta tutta l’informazione necessaria a formare le prime cellule, capaci di vivere e duplicarsi? Nessuno lo sa (l’informazione non si genera dal nulla, questo sì lo sappiamo bene) e nonostante gli annunci mirabolanti che la stampa periodicamente ci somministra non esiste uno straccio di modello scientifico capace di spiegare come possano essere andate le cose. Ma è il terzo Big Bang quello che lascia senza fiato: la comparsa dell’uomo, capace del pensiero razionale, di opere meravigliose e di avere consapevolezza di sé e del mondo. Come è stato possibile? E come è possibile che dal chilo e mezzo di materia grigia nel nostro cervello ogni santo giorno si materializzi la bellezza delle nostre esperienze, la forza logica del nostro pensiero, la grazia dei nostri sentimenti? Anche stavolta nessuno lo sa, e nessuna spiegazione appare all’orizzonte; la riposta è probabilmente destinata a rimanere nel vento, perché siamo davanti a un limite dell’uomo che non può avere le capacità di capire tutto se stesso. Sono convinto che questi tre Big Bang siano tre segni che Dio ha voluto lasciare per invitarci a rivolgere la nostra attenzione verso di Lui, e a predisporci ad accogliere il suo abbraccio. E penso che il terzo Big Bang, in particolare, ci lasci intravedere che Dio non è lontano e impassibile ma è presente in ognuno di noi, ravvivando – con il suo Spirito – la nostra esistenza, e rendendo possibile la bellezza della nostra anima e della nostra libertà. (da La Croce del 18 febbraio 2015)

big bang

Scienza e fede, le difficoltà del dialogo

SweetmanIl recente libro del filosofo Brendan Sweetman, “Religione e Scienza, Una introduzione” (Queriniana, 2014), presenta in modo preciso e aggiornato i principali temi che caratterizzano l’attuale riflessione sul rapporto tra scienza e fede, coprendo un settore di studio abbastanza sguarnito nel panorama editoriale italiano. Sweetman ripercorre in modo efficace il rapporto storico tra religione e scienza, e si addentra nel merito dei temi più importanti, come l’evoluzione, la persona umana, il progetto nell’universo e il rapporto tra scienza e etica, con un attento approccio filosofico, vale a dire cercando di offrire una sintesi ragionata e imparziale delle diverse istanze in campo.
Fin dal primo capitolo Sweetman ci tiene a sottolineare la necessità di un “modello del dialogo” tra scienza e religione, capace di evitare sterili contrapposizioni e promuovere una comprensione più completa possibile di noi stessi, comprese le questioni sul senso della vita che maggiormente ci interpellano. Si tratta di un’impostazione necessaria, poiché la grandezza del compito richiede inevitabilmente uno sforzo congiunto di tutte le sensibilità; e non dico per trovare delle soluzioni ma almeno per abbozzare delle risposte. Certo, anche nella ricerca del modello del dialogo le difficoltà non mancano, e pure il lavoro di Sweetman, per molti aspetti chiarificatore, non è esente da criticità, almeno per quanto riguarda la prospettiva scientifica. Qui non vorrei dunque soffermarmi sui meriti del testo ma piuttosto evidenziare alcuni aspetti che a mio avviso meriterebbero ulteriori approfondimenti.
Un primo punto di criticità lo riscontriamo nel capitolo “Dio e l’evoluzione”, e riguarda il tema della casualità. In buona sostanza, Sweetman non crede nella possibilità degli eventi casuali e promuove una visione deterministica del mondo, tranne, senza peraltro fornire spiegazioni, per la sfera dell’umano. Ora, il tema è certo dibattuto ma mi pare si possa dire che ormai nessuno, sicuramente in ambito scientifico, sostenga una visione completamente deterministica del mondo. Gli eventi naturali, infatti, seguono leggi non lineari e ciò indebolisce notevolmente la possibilità di conoscere con certezza l’evoluzione degli eventi futuri; e a questo si aggiunge l’indeterminatezza intrinseca della meccanica quantistica, per cui gli eventi sub-atomici hanno una natura intrinsecamente casuale. Anche nelle mutazioni e nei processi neuronali nel nostro cervello, per fare due esempi, ci sono degli eventi quantistici che introducono elementi di “vera” casualità che possono amplificarsi a livello macroscopico. Tra l’altro, se il mondo fosse veramente deterministico, così che tutti gli eventi fossero fin dall’inizio completamente concatenati gli uni con gli altri, la possibilità di Dio di agire nel mondo sarebbe inconcepibile, a meno di ammettere che Dio contravvenga alle leggi da Lui stesso create. Sono piuttosto convinto, e su questo tema tornerò più avanti, che la casualità sia una componente reale di molti sistemi naturali, soprattutto di quelli complessi, e costituisca la porta stretta attraverso la quale la mano di Dio potrebbe intervenire nel mondo.
Sempre nel capitolo sull’evoluzione, in modo un po’ inatteso Stweetman scrive: “Il libero arbitrio è una qualità umana che non è soggetta alle leggi della fisica e quindi introduce un elemento di autentica casualità nella natura”. E’ difficile capire su quali basi il nostro Autore possa giungere a tale conclusione. Il cervello è costituito da materia e in esso avvengono reazioni elettrochimiche analoghe a quelle che si hanno in altri sistemi. Perché mai dovrebbe obbedire a leggi diverse? E quali sarebbero tali leggi? “Le libere azioni umane” – scrive ancora Sweetman – “non possono essere soggette alle leggi della fisica perché altrimenti non sarebbero autenticamente libere, e per questo motivo una spiegazione in termini scientifici del libero arbitrio è una contraddizione in termini”. Mi pare un ragionamento circolare, più autoconsolatorio che utile.
HumanitasIl tema del libero arbitrio, centrale in ogni riflessione sul rapporto tra scienza e religione, ritorna pure nel capitolo successivo, dedicato a “La scienza e la persona umana”, laddove è affrontato il tema dell’intenzionalità. Sweetman afferma che l’intenzionalità delle azioni umane è inspiegabile in termini di proprietà fisiche. L’Autore riporta l’esempio del roast beef, argomentando come le decisioni coinvolte nella scelta di mangiare un piatto di roast beef “consentono di esercitare un potere causale sul cervello”. In sostanza, sostiene Sweetman, dopo aver avvertito la fame potremmo decidere di mangiare tante cose ma optiamo verso il roast beef perché lo abbiamo intenzionalmente scelto. In realtà, la comprensione scientifica dell’intenzionalità è ben diversa e non contempla la presenza di alcun ‘fantasma nella macchina’, come si dice, capace di agire sulla materialità del cervello. In qualche parte del cervello (in particolare nell’ipotalamo) è avvertita la necessità di ingerire cibo sulla base di un codice innato, inscritto nel nostro genoma. Codice predisposto pure a controllare la temperatura del nostro corpo, così come i livelli di ossigeno e acqua nel corpo, solo per fare degli altri esempi. Tale sistema provvede dunque a fornire la sensazione della fame, la quale ci spinge alla ricerca del cibo. Dal codice innato si passa alle informazioni acquisite, immagazzinate nel cervello tramite i meccanismi della memoria. E il cervello, in particolare la corteccia cerebrale, comincia dunque a vagliare le varie opzioni disponibili, e a darcene poi la consapevolezza. Questo, bene o male, è quanto ci è presentato dall’analisi scientifica, sviluppata nell’ambito delle neuroscienza cognitive, in modo serio e sostanziato da numerose conferme sperimentali. L’argomento del roast beef, dunque, non può essere preso a dimostrazione dell’esistenza del libero arbitrio come pretenderebbe Sweetman, perché tale approccio trascura troppo una visione scientifica ben consolidata, mettendo così a dura prova il modello del dialogo che si vorrebbe invece perseguire.
Intendiamoci, tutto ciò non significa che non ci sia altro da considerare per cercare di capire il mistero che avvolge la sfera dell’umano. Qualche scienziato incauto sbaglia quando con troppa enfasi afferma che l’uomo “non è altro” che la sua materialità, escludendo così ogni dimensione trascendente. Ma per sostenere le ragioni della religione non possiamo neppure trascurare le evidenze oggettive delle ricerche scientifiche, offrendo spiegazioni deboli sul determinismo, il libero arbitrio, l’intenzionalità o le altre manifestazioni umane.
Sono piuttosto convinto che se guardiamo alle più recenti scoperte scientifiche sui tre passaggi decisivi che hanno portato l’umanità ad essere quella che è (vale a dire, il Big Bang, la nascita della vita sulla terra, la comparsa dell’uomo), non possiamo evitare di cogliere dei rimandi, più o meno intensi, a un essere trascendente responsabile del cosmo (ho cercato di approfondire questo aspetto nel libretto: “Manifesto per scettici, ma non troppo, in cerca di Dio”, Lindau, 2014). E una volta ammessa almeno la “possibilità di Dio”, appare allora lecito indagare come Dio abbia potuto, e possa tutt’ora, agire nel mondo. Una risposta, come dicevo, viene proprio dal tema della casualità, vale a dire da quegli eventi (o sequenze di eventi) che ci appaiono casuali perché non seguono la logica di causa ed effetto, e che a posteriori scopriamo essere orientati verso un particolare fine: potrebbero essere stati indirizzati, in modo furtivo, discreto, dalla mano nascosta di Dio? Certo che si: la scienza non può certo negare che Dio, se esiste, possa agire nell’indeterminatezza dei processi quantistici per incidere sugli eventi senza che noi possiamo accorgercene. Per cui, tra le altre cose, ponendoci sul binario della fede possiamo senz’altro pensare che Dio agisca anche nella complessità del cervello di ognuno di noi, attraverso la porta stretta delle interazioni quantistiche alle sinapsi (naturalmente non ho alcuna idea di come ciò potrebbe avvenire), donandoci, dall’esterno, una libertà reale, non illusoria.
Sono convinto che il dialogo tra scienza e religione può crescere solo se si segue il fondamentale insegnamento di Agostino, che opportunamente Sweetman richiama nel secondo capitolo del suo libro, vale a dire che “tutta la verità è una”, per cui non ci può essere contrasto tra verità scientifica e verità religiosa. Questo è dunque il compito immenso che abbiamo davanti e che richiede la condivisione di tutti gli sforzi: cercare di avvicinarci il più possibile alle verità oggettive di questo nostro mondo, e da qui alzare lo sguardo verso la comprensione di una possibile dimensione trascendente.

(pubblicato su Humanitas, 69(4-5/2014) 817-835)

L’uomo: un mistero

Lib1Non possiamo che partire da noi stessi. Tutto ciò che per ognuno di noi esiste è dato da ciò che il cervello è in grado di ricostruire sulla base degli input che gli arrivano dal mondo esterno, e dalle sue capacità, determinate dalla “cassetta degli attrezzi” (la ‘dotazione di base’ di tutti) e dalla storia esperienziale di ognuno.

Ma come fa la massa grigia del cervello a darci la coscienza delle cose che ci circondano, a produrre queste “ricostruzioni” del mondo là fuori? Come mai molti nostri modelli mentali hanno qualità così belle e piacevoli? Come fanno a permettere all’uomo di fare tutte le cose – alcune strabilianti, altre meno – che è in grado di fare?

Si sostiene spesso che la scienza non si occupi dei perché bensì dei come. Ma stavolta non ha la minima idea di come tutto questo possa avvenire. E’ il mistero dell’anima – e dunque dell’uomo – che ci lascia senza fiato.

da “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”

“Manifesto”: intervista a tv2000

Tv20001Domenica 24 agosto alle 9.40 sarà trasmessa su tv2000, nel corso del programma, IL POST MAGAZIN – in compagnia del libro, una mia intervista di presentazione del “Manifesto per scettici ma non troppo in cerca di Dio“.
Il programma inizia alle 9.10 e termina alle 10.20; la mia parte dovrebbe essere tra la 9.40 e 10.10; da quello che ho capito, sarò in buona compagnia…
Ringrazio molto Luigi Ferraiuolo di tv2000 per l’intervista e la bella opportunità che mi ha offerto di presentare il libro a una vasta platea.

Ecco il filmato dell’intervista!

tv20002

Il Regno

il regnoBreve recensione del “Manifesto per scettici” sulla rivista “Il Regno” edita dal centro editoriale dehoniano.
Scaricabile qui: straff il regno 06-2014.

Il Manifesto per scettici sul web

libro nuovo2Vorrei segnalare alcuni siti web che si sono occupati del “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”.

Innanzitutto il sito dell’amico ingegnere Riccardo Lucatti, che sul suo blog ho riportato una presentazione del libro accompagnata da una mia bella intervista, seguita da interessante dibattito:

trentoblog riccardo lucatti

Sempre su trentoblog c’è pure la recensione di Mirna Moretti, esperta di letture: trentoblogmirna. C’è poi la recensione del settimanale Tempi, già riportata su questo blog:

Tempi 3 aprile

e la recensione riportata sul sito della Rivista scientifica online SRM – Science and Religion in Media:

Un Manifesto per cercare Dio, 6 aprile

Intervista su Telepace nella rubrica Curiosando in libreria(al minuto 7.50):

Telepace

E’ stata anche pubblicata su youtube una recensione video nella rubrica “Word”, il gusto della parola, una trasmissione ideata e condotta da Fabio Lucaccini. Una rubrica, come dice la sua presentazione, di informazione letteraria che, più che recensire, “racconta” i libri (dal minuto 4.16 circa):


 

Scoprire Dio guardando il mondo con gli occhi della scienza

tempidi Rosanna Raffaelli Ghedina

Un tema curioso, affascinante e intrigante ci insegue e nello stesso momento ci attrae e paralizza nella ricerca delle sue risposte, legate ai nostri limiti umani e alle nostre inesauribili aspirazioni di infinito. È il mistero della vita. Ogni nostra vissuta e appassionata esperienza, e il relativo intreccio di emozioni e sentimenti che ci travolgono, ci conducono allo stesso quesito: al di là della materia c’è o no il trascendente? Quale confine li separa o quale chimica li impasta?
Tutti, materialisti e non, siamo in cammino nella vita con un bagaglio di domande e tutti conviviamo con questa inquietudine interrogandoci sulla dimensione spirituale dell’esistenza. L’avvertiamo, ma non sempre sappiamo definirla e acchiapparla.
Il saggio di Giovanni Straffelini, ordinario di metallurgia all’Università di Trento, divulgatore scientifico ed editorialista dell’edizione trentina del Corriere della Sera, edito da Lindau, ci offre illuminate riflessioni intorno a questo mistero che ci circonda. Si intitola Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio. Tutti avvertiamo l’esigenza di riflettere sul senso della vita e i suoi misteri più profondi.
tempi2Professor Straffelini, perché il titolo: Manifesto?
Il manifesto è un cartellone esposto al pubblico, con una dichiarazione programmatica esposta per punti, in modo chiaro, deciso. Così vuole essere il libro; il tema è la possibilità di Dio. E l’ultimo capitolo è proprio un riepilogo per punti che espone la proposta di riflessione verso Dio.
Qual è stato il motivo che l’ha spinta a scrivere il libro?
Il libro è un po’ autobiografico, nel senso che descrive la riflessione che ho sviluppato nel mio percorso verso Dio. Tale riflessione si è resa necessaria per dare delle risposte a diverse domande sempre più impellenti sul senso della vita, sul significato del nostro transito terrestre, per dirla alla Battiato, su cosa ne sarà di noi dopo. Domande acuite dalla riflessione impostata col libro precedente (L’anima e i confini dell’umano), che attingeva proprio dalla scienza, e in particolare dalle ultime scoperte delle neuroscienze cognitive, nuove prospettive intorno all’umano. E le neuroscienze restituiscono un quadretto abbastanza sgradevole, almeno ai miei occhi. E le domande fioccano: ma noi uomini siamo solo dei sistemi meccanici ad altissima complessità, che ubbidiscono alle leggi con le quali sono assemblati? Abbiamo solo l’illusione di avere un’essenza dentro di noi? Di avere la libertà?
Qual è il nocciolo del libro?
Queste riflessioni intorno all’umano rimandano inevitabilmente a Dio. Ma è difficile riflettere razionalmente sul trascendente. Primo perché il metodo scientifico non può dire nulla di ciò che non è sottoponibile a sperimentazione e dunque non può dire nulla su Dio. Secondo perché viviamo in un’epoca che lascia poco spazio alla fede: c’è una specie di cortina di fumo intorno a noi che impedisce di avvicinarsi razionalmente a Dio. Chi ci prova è visto come un credulone. Anche molti miei colleghi credenti preferiscono non esporsi troppo per non essere guardati con sufficienza o compassione. Ecco, il nocciolo del libro è la possibilità di Dio: si può pensare a Dio in modo razionale, rimanendo all’interno del recinto della scienza. Anzi, paradossalmente, è proprio dall’osservazione del mondo con gli occhi della scienza che si vedono delle luci che in modo indiretto chiamano in causa Dio, che illuminano la strada verso il divino.
Quali sono queste luci?
Sono i tre Big Bang, che hanno portato il mondo a essere quello che è. Vale a dire: la nascita dell’Universo, la nascita della vita su almeno un pianeta dell’universo, la comparsa sulla terra dell’uomo razionale. Se analizziamo con le conoscenze attuali questi Big Bang, vediamo il rimando – per analogia – all’esistenza di un progettista esterno alla nostra materialità; una mente superiore come direbbe Einstein. Attenzione: non si tratta del Dio delle lacune, perché siamo davanti a dei potenti limiti di conoscibilità dell’uomo. E questi limiti, questi misteriosi Big Bang, sono come dei segni – dei sacramenti si potrebbe dire – tramite i quali Dio vuole comunicare con noi, dopo aver posto nel nostro intimo, anche la molla per voler comunicare con lui.
Si tratta di un Dio impassibile, un motore immobile che ha dato inizio al tutto?
In effetti questo è il Dio di Einstein, il Dio di chi si ferma al Big Bang che ha dato inizio all’Universo. Ma se consideriamo anche gli altri due – e questa è una delle principali novità del libro – ci accorgiamo che il Dio che emerge dall’osservazione del mondo è un Dio personale, in relazione continua con ognuno di noi per rendere possibile il miracolo della nostra coscienza-consapevolezza e della nostra libertà.
È indispensabile credere in Dio?
Direi di no. Penso che Dio ci doni la libertà, e che essa non sia un’illusione. E sarebbe una ben magra libertà se l’alternativa al credere fosse una vita tormentata e infelice. Tuttavia, penso che la fede possa aiutare a superare meglio certe asperità della vita e sia un potente strumento conoscitivo del mondo che ci permette di ottenere le risposte a quelle domande di senso che, prima o dopo, interpellano tutti noi.
Basta affrontare lo studio scientifico dei Big Bang per credere in Dio?
No, magari! Noi possiamo spingerci fino a cogliere la possibilità di Dio. Per l’ultimo chilometro serve il dono di Dio stesso. Ma se noi andiamo incontro a Lui con tutto il nostro cuore, sono sicuro che anche Lui verrà incontro a noi.

(da Tempi, numero 13, 2 aprile 2014)

 

Anche lo scettico può scommettere su Dio

avveniredi Maurizio Schoepflin

Nelle sue Meditationes sacrae (1597) il celebre filosofo inglese Francesco Bacone scrive: «I fisici affermano che poca filosofia naturale ed uno scarso progresso in essa fanno inclinare le opinioni verso l’ateismo; molta filosofia naturale, invece, e un profondo progresso in essa riportano gli animi alla religione».

Dunque Bacone, uno dei più convinti paladini della moderna mentalità scientifica, si dimostra sicuro che la vera filosofia e la vera scienza, lungi dall’essere in contrasto con la fede religiosa, la implicano e la sostengono. Su tale linea ha inteso muoversi anche Giovanni Straffelini, ordinario di metallurgia all’università di Trento, che sottolinea con forza l’insostituibile utilità della ragione ai fini dell’avvicinamento a Dio e alla fede: «Sono convinto che intorno a noi ci siano molte luci che indicano una strada razionale verso Dio. Luci che filtrano dalla riflessione su alcuni degli aspetti più strabilianti e misteriosi del nostro mondo, molti dei quali rivelati dalle più recenti scoperte della scienza».

Le luci a cui si riferisce Straffelini, e alle quali sono dedicati i primi 4 capitoli del suo libro, riguardano in particolare la nascita dell’universo e della vita sulla Terra: dietro ad esse egli intravede Dio, la cui presenza permette risposte altrimenti introvabili ai grandi enigmi legati all’esistenza dell’universo e soprattutto alla comparsa dell’uomo. Straffelini desidera dialogare con coloro che si dichiarano scettici, scegliendo come terreno di confronto quello della razionalità, e giunge a indicare un percorso di riflessione in 9 tappe che prende le mosse dalla considerazione del mistero, che non mortifica la ragione ma piuttosto la rende capace di maggiore apertura, soprattutto nei confronti della possibilità dell’esistenza di Dio.
Afferma Straffelini: «Sono convinto che la fede possa dare una qualità in più alle nostre speranze nel futuro e possa aiutarci ad ammortizzare più serenamente le asperità della vita». E prosegue: chi «è scettico ma non troppo e decide di scommettere su Dio e di affrontare un percorso di riflessione verso il divino, sono sicuro che piano piano si renderà conto di aver fatto una buona scelta». A questo punto può essere utile ricordare ancora Bacone: agli studiosi non è sfuggito che nelle Meditationes egli cita in numerose occasioni il celebre versetto del salmo 19: «I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento».

Recensione Straffelini

(recensione su “Avvenire” del 24 marzo 2014)

Osservazioni ai commenti di Andrea Facci

Presentazione del libro all'Hotel Majestic Miramonti di Cortina.

Presentazione del libro all’Hotel Majestic Miramonti di Cortina insieme a Rosanna Raffaelli Ghedina.

Ringrazio tantissimo Andrea Facci per i commenti molto precisi e puntuali. Cerco di rispondere su alcuni aspetti, seguendo – più o meno – lo sviluppo del suo discorso.

Sul tema dell’origine dell’Universo, il primo Big Bang, lei sostiene l’argomento del Dio delle lacune: “non avere delle risposte ora lascia molto aperto il campo a possibili risposte future”. Ora, nessuno sa prevedere il futuro ma sono convinto che l’uomo non riuscirà mai a spiegare i tre Big Bang, che sono – a mio avviso, e tutti insieme – dei segni che indicano una strada verso Dio. Qui non si tratta di lacune ma di buchi neri: siamo davanti a limiti conoscitivi – come anche lei scrive. Sul primo Big Bang si continuerà a formulare ipotesi che superano, o meno, lo scoglio della singolarità, ma sempre ipotesi saranno perché non si potrà mai impostare una verifica sperimentale che sappia mostrare quale ipotesi è quella giusta. Ciò vale anche per la comparsa della vita (mai sapremo simulare le condizioni del brodo primordiale; correttamente lei scrive “nessuno ha mai visto da dove deriva ciò che vediamo”), e per la comparsa dell’uomo (avvenuta peraltro in tempi evoluzionisticamente molto – troppo? – brevi). Insomma si tratta di temi per i quali ogni scoperta aprirà nuove incognite e nuove domande, e non si giungerà mai (questa è la mia convinzione) a risposte convincenti e definitive.
Il tema della comparsa dell’uomo col suo speciale cervello (terzo Big Bang) mi spinge a fare un salto nel suo scritto, laddove scrive: “ci sono ancora lacune da colmare, ma forse in futuro avremo una spiegazione scientifica soddisfacente. Perché non possiamo pensare che la dimensione “spirituale” dell’uomo, lo spirito, emerga dallo stesso processo?”.
Anche il mistero del rapporto mente/cervello non verrà mai risolto, ne sono convinto. E’ vero che siamo davanti a un cervello che studia un altro cervello, ma le potenzialità/capacità del primo – quello che studia – sono analoghe a quelle del secondo – quello studiato – e – anche in questo caso – vedo un limite invalicabile nella possibilità di successo. La risposta alla sua domanda, poi, non può essere che negativa: la scienza è rigorosamente riduzionista e per magia non emerge nulla da niente.
I tre Big Bang rimandano per analogia all’esistenza di un progettista esterno che ha assemblato la materia (dopo averla eventualmente creata) usando delle specifiche informazioni (leggi etc.). Certo, le analogie hanno dei limiti, lo sappiamo bene. Però è evidente che non si tratta solo di pochezza intellettuale ma di capire quanto forte è questo rimando a Dio sulla base della propria sensibilità di comprensione del mondo e dei tre Big Bang che hanno condotto ad esso.
Mi piacciono, a questo proposito, alcune argomentazioni di William James, in base alle quali una cosa è considerabile “vera” da una persona se è accompagnata da un assenso emotivo. E’ un discorso poco scientifico, se vogliamo, ma molto umano. Si consideri che anche gli scienziati (pure molto umani) considerano “più vera” una teoria se essa appare elegante, bella esteticamente; se, in parole povere, fornisce un assenso emotivo. Per cui, non trovo nulla di sbagliato (anzi!) se qualcuno, in base ad una riflessione razionale e scientifica intorno alla creazione (vale a dire ai tre passaggi fondamentali), acquisisce dei rimandi a Dio che, per analogia, gli permettono di formulare un modello di Dio (creatore) il quale poi gli dona un assenso emotivo, così da fargli affermare: si, è così! Un modello che gli permette pure di vedere il mondo con una nuova capacità conoscitiva, tale da fargli inquadrare molti aspetti critici (la libertà, il male…) con nuovi strumenti (quelli, appunto, della fede).

Più sotto, sempre nella prima pagina, lei scrive che se consideriamo Dio come l’idea di un essere necessario, allora “potremmo allo stesso modo considerare come necessario anche una ipotetica energia, o principio, o forza, o processo…”. Attenzione: immagino lei non pensi a una ciarlataneria alla Mancuso (con energie esoteriche e altre amenità) ma all’ipotesi di lavoro di una teoria del tutto. Una teoria che dovrebbe spiegare anche se stessa… Ma, a me pare che la fisica sia lontanissima anni luce da una simile teoria, che poi dopo andrebbe peraltro in qualche modo verificata, e che ha – come detto – un grave intoppo logico al suo interno. E che comunque non escluderebbe completamente Dio (anche se ne ridimensionerebbe notevolmente l’eventuale azione).

Vorrei saltare ora la tema dell’evoluzione della vita e della nascita dell’uomo.
Come ho scritto nel libro, penso che Dio abbia guidato di nascosto l’evoluzione indirizzandola verso specifiche forme viventi e alla fine pure verso l’uomo. “Perché mai”, lei si chiede, “un Dio onnipotente e omniscente non abbia creato direttamente animali e uomini senza passare attraverso un processo di milioni di anni”. Non ho una risposta precisa. Forse perché non è onnipotente come lo intendiamo noi (mi pare troppo ingenuo immaginarlo come un maghetto con la bacchetta magica); forse lo era prima della creazione (Ockam dixit), poi ha donato una certa libertà alla creazione di seguire percorsi evolutivi che Lui ha semmai guidato/indirizzato dall’esterno, intervenendo senza modificare le sue leggi (in particolare senza modificare quella di conservazione dell’energia), senza introdurre più caos di quello tollerabile, senza farsi notare dagli uomini (cosa che minerebbe la nostra libertà). Forse questo era l’unico modo che aveva per creare quello che aveva in mente.

Poi c’è il tema del caso (intrecciato a quello precedente). Ecco, penso che il caso sia la “porta stretta” (per usare un’immagine biblica al rovescio) attraverso la quale Dio può interagire nel mondo (e quindi indirizzare l’evoluzione, o rendere possibile la nostra anima-coscienza) senza dover modificare le sue leggi, etc. etc.

E infine – dulcis in fundo – ci sono i temi della libertà e del male.
Vediamo prima quello della libertà che per me rappresenta la chiave di lettura della nostra esistenza. A me pare che le argomentazioni di S. Weil (che parlano di Dio-amore; a mio avviso, tuttavia, e seguendo Jurgen Moltmann, si dovrebbe parlare di Dio-amore-appassionato) e di Kant siano ragionevoli, e trovo invece gli argomenti di Comte e Nozick alquanto debolini.
In ogni caso, il problema è più ampio, perché le neuroscienze ci avvisano che la libertà che noi avvertiamo è solo illusoria, è uno scherzo della natura. Ogni nostro processo mentale/conoscitivo (anche riflettere sull’esistenza di Dio) è un processo cerebrale, e basta. Quindi il discorso sulla libertà (necessariamente legato al mistero della consapevolezza) è più radicale, e va affrontato risalendo più a monte.
Ma – è evidente – siamo di fronte ad una circolarità (Dio <-> libertà), che in qualche modo dobbiamo “attaccare”. Ecco, nel libro propongo di entrare nella circolarità dalla riflessione sui tre Big Bang, per capire se essa ci può portare a credere in Dio, secondo il lungo schema di analogie e conclusivo assenso emotivo (dell’ultimo chilometro…) che ho descritto in precedenza. In tale modo possiamo “cercare spontaneamente Dio” (come lei scrive) avvicinandoci tanto o poco, e con l’eventuale assenso emotivo, “trovarlo”. Se ciò accade, allora possiamo guardare il mondo con nuovi occhi, e, da subito, vedere che la libertà che avvertiamo è vera, non illusoria, perché ci è donata da Dio (che interviene nella profondità dei processi quantistici alle nostre sinapsi per renderla possibile). Dunque: Dio -> libertà. E poi vedere che questa libertà che avvertiamo è centrale nel discorso sull’umano tanto da dover interessare pure la stessa libertà che ci ha spinto a rivolgerci spontaneamente verso Dio (libertà -> Dio).

Infine c’è il tema del male, il quale, a mio avviso, è abbastanza disgiunto dal tema dell’esistenza di Dio (e quindi non dovrebbe interferire – come ho argomentato nel libro – nel tentativo di attaccare la circolarità). Infatti, la riflessione sull’esistenza o meno del progettista (fatta guardando ai tre Big Bang) mi pare dovrebbe essere staccata dalla valutazione morale delle sue opere (è ingannevole pensare che Dio sia “buono” dando a “buono” il significato che più ci aggrada).
Lei accenna anche al tema della teodicea e alla passione di Cristo, nel quale però non vorrei qui entrare.
Vorrei però concludere con una sua interessante osservazione: “Ma se Dio non esistesse, la sofferenza rimarrebbe inutile, si soffrirebbe per niente, perché se finisse tutto con la morte, non avremmo alcuna spiegazione sulla sua eventuale necessità e non potrebbe essere riscattata in un’altra vita definitivamente felice in Dio”.
Condivido in pieno la sua riflessione, tanto che, per accennare al “dopo” nel mio libro, ho lasciato l’ultima parola a un filosofo polacco che apprezzo molto, Leszek Kolakowski. Se Dio esiste c’è anche il dopo, spiega il filosofo, perché se l’eternità fosse solo per Lui allora “Dio stesso non diventa migliore né più ricco in seguito alle fatiche e alle sofferenze umane”. Sembra quasi (anche se non penso che Kolakowski intendesse questo) che il tema del male richiami anch’esso – paradossalmente! – a Dio. Della serie: già c’è il male e la sofferenza che rendono la nostra vita una tragedia, se poi non ci fosse neanche Dio…

Caro Andrea, grazie dei tuoi stimoli alla riflessione (sono passato al tu, spero me lo concederai), su temi che comunque continueranno a tormentarci (e a tormentare tutti, o tanti, anche nel futuro). Queste continue riflessioni sono utilissime e stimolanti, anche se non penso riusciranno a far cambiare idea alle persone. Chi crede continuerà a credere, e viceversa. Io col libro mi sono rivolto agli scettici ma non troppo, sapendo che questi però sono pochissimi, e ognuno è comunque geloso della sua idea della vita, della sua narrazione. Siamo fatti così.

Manifesto per scettici: un commento costruttivo

Libreria "Il Papiro", Trento

Libreria “Il Papiro”, Trento

Osservazioni al libro “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”
di Andrea Facci

ORIGINE ED EVOLUZIONE DELL’UNIVERSO
Alle domande sull’origine ed evoluzione dell’universo, quali “chi ha causato il big bang che ha dato origine all’universo? Cosa c’era prima? Perché l’universo è strutturato con leggi a noi comprensibili e perché appare appositamente determinato per accogliere la vita?” lei dice che la scienza ha avanzato diverse ipotesi e congetture, ma i dubbi e gli interrogativi aperti sono molti, tali da farle ritenere molto improbabile che possano avere in futuro una risposta scientifica, e quindi tali da rimandare inevitabilmente all’esistenza di un progetto esterno all’universo, una mente che lo ha causato e ne ha determinato l’ordine, con le sue leggi matematiche e quindi con un linguaggio a noi sufficientemente accessibile.
Io, per quel che so, le direi questo: sia in queste prime domande sull’origine ed evoluzione dell’universo sia anche nelle successive sulla vita e sulla mente, mi pare che in generale lei passi troppo facilmente dalle mancate risposte scientifiche ad una probabile risposta teologica. Il fatto però che noi non abbiamo risposte scientifiche non vuol dire che la risposta debba essere teologica: primo, perchè potremmo avere delle risposte scientifiche in futuro: se pensiamo che è solo da pochi secoli che abbiamo cominciato veramente ad usare il metodo scientifico o se guardiamo anche alle sbalorditive teorie o agli incredibili risultati degli ultimi decenni, cosa sappiamo noi delle scoperte che faremo nei prossimi cento, mille, o diecimila anni? Per cui non avere delle risposte ora lascia molto aperto il campo a possibili risposte future. Poi è anche vero che, per certi aspetti, alcuni interrogativi sono più filosofici che scientifici, e quindi relativamente condizionati dai progressi scientifici; però il futuro, per la conoscenza in generale, è aperto a sviluppi in ogni direzione. Anche lei naturalmente parla di questa obiezione, e tuttavia non la ritiene un importante ostacolo al suo discorso, dicendo che probabilmente non si scopriranno mai le risposte a certe domande. Io forse sono più possibilista di lei riguardo queste risposte…; secondo, e per me più importante, perché l’universo potrebbe avere una costituzione nient’altro che naturalistica senza che noi potremmo mai scoprirlo per i nostri limiti conoscitivi di esseri umani. Può benissimo essere che noi non possiamo raggiungere risposte razionalmente soddisfacenti riguardo le domande sulle origini o sulla complessità dell’universo, ma questo non dice niente su Dio, dice semmai qualcosa solo sulla nostra modesta capacità intellettuale. In altri termini, non è detto che perché noi non comprendiamo il “mistero” uomo, ci debba essere un Mistero divino che ci capisce e che ci ha creati. Non mi pare che i teoremi d’incompletezza di Godel dicano questo, come invece sembra dire lei; mi pare dicano semplicemente che noi, dall’interno del “sistema”, non possiamo conoscere il “sistema”, ma non che ci debba essere uno all’esterno del sistema che lo conosce o che lo crea.
Nello specifico dell’argomento cosmologico direi che, chi lo difende, potrebbe dire che nessuno dei diversi tentativi naturalistici per spiegare l’universo sembra essere aproblematico o totalmente esplicativo per la ragione umana. Infatti questi, oltre a problemi scientifici in cui possono incorrere, non sanno in ogni caso rispondere al perché dell’esistenza dell’universo, o di ciò che l’avrebbe causato, e del perché sia così e non altrimenti. Qualunque causa o spiegazione si dia per spiegare l’universo è a sua volta da spiegare. E da questa aporia introduce la possibilità di una spiegazione metafisica dell’universo, Dio.
Tuttavia mi pare che, come consideriamo l’idea di Dio come l’idea di un essere necessario, cioè autonomo, autosussistente, fondamentale, eterno, potremmo allo stesso modo considerare come necessario anche una ipotetica energia, o principio, o forza, o processo, che abbia potuto portare, senza bisogno d’altro, alla costituzione dell’universo e con esso, dell’uomo. In altre parole, mi sembra logico pensare che dal nulla assoluto non possa derivare nulla, e quindi visto che qualcosa c’è, questo deve derivare da qualcosa di necessario. Quindi qualcosa di necessario deve esistere, e questo può essere “Dio” o un “qualcosa di fisico”, per es. un’energia, un principio, una forza, una legge, il “vuoto quantistico” o qualunque altra “cosa” o processo. Sia per “Dio” che per il “qualcosa di fisico” si deve assumere che siano necessari, cioè originari, fondamentali, primitivi, tali cioè da non aver da rispondere alle domande del perché esistono e perché sono così e non altrimenti. Ora, penso che l’ammissione più adeguata che noi possiamo fare sia che noi non sappiamo quale sia lo stato fondamentale della realtà, se “Dio” o il “qualcosa di fisico” in stato dinamico naturale, originario, in grado di diversificarsi e autocomplessificarsi. Noi cosa sappiamo (della natura) del fondamento della realtà? Noi vediamo le cose, il mondo, noi stessi già esistenti, ma nessuno ha mai visto da dove deriva tutto ciò che vediamo. Se noi non sappiamo quale sia lo stato fondamentale della realtà, allora sono aperte entrambe le possibilità, la naturalistica e la soprannaturale. E parlare di probabilità qui mi sembra difficile, tenendo presenti tutti i diversi altri problemi che emergono dal postulare un “Dio”, legati al suo essere per noi incomprensibile, qualitativamente del tutto sconosciuto, totalmente altro dalla realtà ordinaria sperimentata, implicante forse problemi di coerenza interna al suo stesso concetto e di compatibilità tra i suoi attributi. Non dico necessariamente che siano problemi insuperabili e tali da invalidare la possibilità dell’esistenza di un Essere che noi nominiamo “Dio”. Dico che anche postulare Dio per risolvere problemi scientifici insolubili non è così privo di difficoltà, può essere foriero di nuovi problemi, e non è detto che sia facilmente ammissibile o che tale ipotesi risulti più semplice o più giustificata di quella di un universo autosussistente e necessario. Insomma faccio fatica a dire che l’ipotesi di Dio sia senz’altro più probabile di quella naturalistica per quanto riguarda l’esistenza dell’universo. Mentre lei passa facilmente dalle aporie scientifiche o filosofiche al postulare “Dio” per spiegare l’universo, io sono più in difficoltà.
Questo per quanto riguarda l’origine o l’esistenza dell’universo. Se invece parliamo della sua costituzione, della sua complessità, del perché esistono delle leggi da noi comprensibili e perché è adatto alla vita, cioè dell’argomento teleologico, allora direi questo.
Un eventuale progetto divino dell’universo sembra essere rinvenibile soprattutto attraverso le particolarità delle condizioni iniziali dell’universo, delle leggi e delle costanti fisiche, perché sembra che se queste fossero anche di poco diverse da quello che sono l’universo non si sarebbe evoluto così come è avvenuto fino a produrre la consapevolezza di sé attraverso la mente umana. Per spiegare queste caratteristiche dell’universo si può ricorrere o al caso, o alla necessità, o agli infiniti universi o infine a Dio. Qual è l’alternativa più plausibile? Non posso parlare qui di ogni singola alternativa. Direi solo, in generale, che può anche sembrarmi che, guardando alla regolazione fine dell’universo e al suo carattere favorevole alla vita, così come ci vengono presentate dalla scienza attuale, una costituzione casuale del cosmo mi sembra (leggermente) meno plausibile di quella dovuta ad un Progettista. Ma forse è un giudizio più intuitivo che razionale, e con un “vantaggio” (molto) relativo.
Perché sono così cauto nel postulare Dio a partire dalla complessità dell’universo? Direi: perché forse in futuro saranno confermate le già esistenti ipotesi naturalistiche o ne verranno scoperte di migliori; e perché l’universo o la realtà fisica tutta mi sembra così sconfinata, piena di possibilità, di potenzialità, di ricchezza, da farmi talvolta pensare che forse basta nient’altro che essa per spiegare tutta la complessità che la natura ha raggiunto. Ma naturalmente rimane ben possibile sia che non raggiungeremo mai delle spiegazioni scientifiche (o razionali in genere) per tante questioni sull’universo e la vita, sia che la natura fisica, con le sue potenzialità, sia stata posta (e sia guidata) da Dio.

IMG_4783ORIGINE DELLA VITA
Riguardo poi le domande sull’origine della vita, quali “come è nata e si è sviluppata la complessità biologica degli esseri viventi?” conclude dicendo che a oggi non si conoscono i meccanismi che hanno portato alla nascita della vita sulla terra, nessuna ipotesi tra le numerose esistenti è ancora assimilabile ad un serio modello scientifico e ancor meno è stata suffragata da qualche esperimento. Considera poi debole l’argomento della casualità sostenuto da molti scienziati secondo cui anche se l’origine casuale della vita è da considerarsi inizialmente molto improbabile, considerando che nell’universo ci sarebbero tantissimi pianeti e considerando i tempi lunghissimi a disposizione, non solo è possibile ma diventa anche plausibile che la vita si sia originata proprio così, per caso da materiale non vivente. Lo considera debole perché: la causalità può fornire una plausibilità generale, ma nessuna prova; il fatto che ci siano tantissimi pianeti simili alla terra non prova che la vita sia nata su di essi; è difficile pensare ad un esperimento che possa falsificare tale idea. Dice inoltre che Dio potrebbe aver guidato l’evoluzione attraverso quella che a noi sembra la casualità, e che in ogni caso anche fosse scoperto il meccanismo alla base dell’origine della vita questo non implicherebbe necessariamente l’inesistenza di un progettista del meccanismo stesso. Insomma dice che la scienza difficilmente riuscirà a capire l’origine della vita, anzi le sembra uno degli obiettivi impossibili per le capacità conoscitive dell’uomo, e questo se non prova di sicuro l’esistenza di una mente potente trascendente almeno in qualche modo rimanda alla sua esistenza.
Cosa posso dirle io? Anche a me, prima facie, la spiegazione nient’altro che casuale per l’origine della vita sembra poco plausibile. Così potrei pensare che sia nata per un intervento divino diretto o che Dio abbia comunque prestabilito speciali caratteristiche del nostro universo – condizioni iniziali, leggi, costanti, ambiente e circostanze favorevoli – per rendere possibile o necessaria la sua nascita ed evoluzione. Poi però mi immagino i tempi lunghissimi e gli spazi vastissimi in cui la materia-energia si sia potuta combinare, aggregare, diversificare, complessificare, e quindi alle numerosissime occasioni per il verificarsi di qualcosa di nuovo, di difficile da concepire a priori. E quindi non so più cosa pensare, e posso arrivare a credere che forse anche un evento improbabile possa, alla fine, realizzarsi. E così rimango perplesso…

EVOLUZIONE DELLA VITA E NASCITA DELL’UOMO
Affronta poi il problema dell’evoluzione della vita e della nascita dell’uomo, e chiede: “Come è possibile la magia dell’anima-coscienza? E della sensazione di libertà e che ciò che esiste là fuori sia reale? E dell’altruismo?”. Da dove è venuta tutta l’informazione che caratterizza l’anima-coscienza dell’uomo? Dall’evoluzione, dice la scienza. Ma i dubbi sono molti. Si tratta ancora una volta di un evento casuale fortunato permesso dalla magia dei grandi numeri? È possibile, dice lei, ma siamo ancora davanti ad un rimando all’esistenza di un progettista trascendente il quale ha in qualche modo indirizzato la sequenza degli eventi che ha portato ad essere ciò che siamo.
Anche qui, le posso dire che attribuire tante meraviglie, tanta complessità al puro caso mi sembra troppo… Però poi, tante domande, tanti problemi si affollano. Per esempio, è vero che la teoria dell’evoluzione non costituisce logicamente una negazione dell’esistenza di Dio – infatti egli potrebbe essersi servito di tale meccanismo per creare la bellezza e complessità dell’universo uomo compreso. E quindi l’evoluzione stessa potrebbe essere guidata da un piano divino. Però rende certamente molto più ambigua e problematica la presenza di Dio in tutto questo, ce lo nasconde ancor più. Infatti non viene da chiedersi perché mai un Dio onnipotente e onnisciente non abbia creato direttamente animali e uomini senza passare attraverso un processo di milioni di anni (forse solo stabilendo delle leggi naturali e messo in moto il meccanismo dell’evoluzione, ma poi senza più intervenire)? Perché non un intervento diretto di un Dio chiaramente interessato?
Noi vediamo ora degli organismi, degli esseri articolati, eterogenei, che ci meravigliano per la loro efficienza e complessità. Ma la teoria dell’evoluzione mostra come l’apparenza del progetto possa manifestarsi in cose che non erano affatto progettate, ma che si sono formate lentamente, attraverso un processo di mutamento casuale e di disastro ripetuto. Per ogni bel cavallo, un milione di cattivi esemplari sono periti, e lo stesso vale per l’uomo. Improbabile non vuol dire impossibile: eventi estremamente improbabili si verificano in ogni momento nella vita. La storia della vita è fatta così. Se essa ci sembra risultare da un seguito di coincidenze, è perché dimentichiamo i milioni di storie che non hanno avuto seguito. La nostra vita è il solo racconto che possiamo ricostruire. Ecco perché ci appare tanto straordinaria. Si può anche dire che l’intenzione nel processo evolutivo è solo apparente. L’evoluzione tenta migliaia di soluzioni contemporaneamente; alcune funzionano, altre no. Si affermeranno solo quelle che consentono la sopravvivenza. Quindi non è sorprendente che ci troviamo in un universo, in cui le condizioni sono proprio quelle adatte all’emergere della nostra specie, perché non ci sarebbe per noi alcuna possibilità di nascere altrove. In altre parole, sembra possibile che la selezione naturale abbia condotto ad un “disegno” senza bisogno di un Disegnatore . Soprattutto, constatando che il processo evolutivo abbonda di incredibile spreco, dolore e morte, e ha prodotto strutture di organismi imperfetti, con disfunzioni, e animali con comportamenti “crudeli”, non è difficile riconoscere in questo progetto la mano di un Dio onnipotente e amorevole, quanto piuttosto quella di un Dio incurante, lontano e indifferente?
E come conciliare Dio e il caso? Infatti, il caso, come la necessità (leggi), sembrano far parte dell’universo. Il caso appare presente sia a livello dell’infinitamente piccolo che dell’infinitamente grande, e soprattutto nelle mutazioni genetiche che, insieme alla selezione naturale, sono il motore dell’evoluzione biologica. Ma se c’è il caso, non vuol dire che non c’è progetto, non c’è intenzione? Perché, dal caso, potremmo anche non essere usciti noi uomini… Però ci sono ipotesi che cercano di conciliare Dio e il caso. Lei dice che se esiste, è un Dio nascosto che opera nella sequenza degli eventi che a noi appaiono casuali ma che in realtà possono seguire un disegno preordinato, che cogliamo semmai dopo che gli eventi sono accaduti. Possiamo pensare che Dio abbia operato e operi tutt’ora nel segreto delle profondità misteriose della materia dove vigono le leggi governate dall’indeterminazione della meccanica quantistica, , e pertanto lasciando nascoste le sue tracce. Fa l’esempio della matita che nel suo stato di equilibrio precario potrebbe cadere in ogni direzione con esisti diversi, in cui Dio potrebbe intervenire indirizzando la caduta casuale, ai nostri occhi, e facendo in modo che cada invece nella giusta direzione per avere delle conseguenze rilevanti nell’evoluzione cosmica e biologica. Così potrebbe aver causato/direzionato la nascita dell’universo, o i processi alla base dell’evoluzione biologica (mutazioni, replicazioni) o nelle reazioni chimico-fisiche su cui è imperniato il fenomeno della coscienza.
Per quel che ho capito io, sembrano esserci due alternative per interpretare il caso in modo che sia conciliabile con una visione teistica e che assuma i risultati della scienza. La prima vede il caso soltanto come un modo di descrivere la nostra ignoranza; in realtà ogni cosa è decisa dalla volontà di Dio; non ci sarebbe incertezza se noi potessimo vedere le cose con gli occhi di Dio. Dio quindi presiederebbe al controllo di ogni movimento di ogni particella dell’universo, in ogni spazio e in ogni tempo. le cose che appaiono casuali a noi, nella nostra ignoranza, sono parte di un vasto progetto nella mente di Dio in cui anche il più minuto particolare è studiato da Dio. Questa spiegazione è radicata nella sovranità di Dio: nulla avviene senza che lui lo sappia o lo voglia. La seconda assegna al caso un ruolo più fondamentale e positivo, e lo vede come uno strumento usato da Dio per raggiungere i suoi scopi, come un modo di attuare le potenzialità implicite nella creazione; inoltre un mondo completamente deterministico non lascerebbe posto alla libertà umana, e quindi anche il caso avrebbe un suo ruolo. Volendo ci sarebbe anche una terza posizione, che è una variazione della prima ipotesi, in cui si suppone che Dio non intervenga sempre, ma solo in alcune occasioni critiche, relativamente poco numerose. Così, se nell’evoluzione ci fosse stato qualche punto di diramazione tale che se fosse stata presa una data direzione sarebbe risultato impossibile l’emergere della vita intelligente, allora Dio sarebbe entrato in azione in modo da tenere aperta la possibilità della vita. Con questo schema Dio potrebbe aver guidato il corso essenzialmente casuale dell’evoluzione verso il punto nel quale divenne possibile il suo coinvolgimento al livello della mente.
Lei sembra condividere la prima o la terza posizione. L’autore di un bel libro sull’argomento D. Bartholomew predilige la seconda posizione, dicendo per es., che la terza posizione, la “teoria del minimo intervento” potrebbe non essere necessaria e pertanto potrebbe risultare che l’emergere della mente può essere assicurata anche senza interventi occasionali a livello molecolare, e allora questi interventi sarebbero senza scopo. Bartholomew fa qualche osservazione critica alla prima posizione: nonostante sia logicamente possibile, potrebbe sembrare incredibile; Monod potrebbe giustamente dire che se un Dio finalistico fosse veramente al lavoro, ci si potrebbe attendere che i suoi modi di operare fossero chiaramente distinguibili dall’azione di uno che semplicemente “gioca ai dadi”. Alla terza posizione replica che non si capisce perchè un Dio onnipotente vorrebbe operare in un modo simile: se egli può intervenire in alcune occasioni, perché non in tutte? che vantaggi ha riducendo al minimo i suoi interventi?
Io dico solo questo su “Dio e il caso”: prima facie la presenza del caso non può non sembrarmi un forte argomento contro la presenza di un Dio. Se poi si può immaginare che, o il caso è solo quello che noi non vediamo come l’agire nascosto di Dio, oppure che Dio può essersi servito proprio del caso per esplorare le possibilità della materia e per permettere all’uomo di essere libero, allora posso ancora pensare che anche il caso non escluda Dio, e che quindi lasci in campo l’ipotesi teistica. Certo, una possibilità logica può essere molto lontana da un’ipotesi realistica o plausibile; e il sospetto che, pur di salvaguardare la possibilità di salvare un senso a questo povero essere umano sperduto in un universo freddo e buio, l’immaginazione umana costruisca senza limiti castelli di carta, è sempre alle porte. E poi quanto siamo lontani dall’antica e rassicurante convinzione che Dio abbia creato direttamente l’uomo e la donna e che si prenda poi cura di loro! Tuttavia, in conclusione, per quanto la presenza del “caso” renda l’esistenza e l’azione di Dio meno visibili e più ambigue, la possibilità che “caso” e Dio possano coesistere c’è, e pertanto l’ipotesi teistica è ancora possibile.
E sulla meraviglia della mente (e della libertà) cosa posso dire? Qui sono meno informato che per il resto. Tuttavia dico: noi sappiamo che la nostra natura, quello che siamo, è il risultato di una complessificazione chimica; la vita è chimica costruita da molecole sempre più complicate finchè non si arriva al cervello umano. Ci sono ancora lacune da colmare, ma forse in futuro avremo una spiegazione scientifica soddisfacente. Perché non possiamo pensare che la dimensione “spirituale” dell’uomo, lo spirito, emerga dallo stesso processo?

Infine, ci vien detto, non è detto che l’universo nella sua interezza sia ordinato nel modo che osserviamo. Tutto quello che possiamo concludere è che la parte di universo che ci è accessibile è ordinata. Forse questa parte è solo un casuale frammento di un gran numero di possibilità, la gran parte delle quali ci rimane preclusa per sempre, in virtù del suo distacco disordinato dalle leggi cui ci troviamo a conformarci nel luogo in cui siamo e che permettono la nostra esistenza. In un colloquio di non molto tempo fa, in una università cattolica, con un giovane professore di filosofia, questi, perplesso di fronte all’argomento teleologico, mi ha disegnato una pallina rossa contenente un ometto rosso e una pallina blu contenente un omino blu, e mi ha detto che ognuno si chiederà perché è proprio di quel colore particolare in un mondo particolare, e si crederà speciale…

Come concludo il problema dell’evoluzione della vita e della nascita dell’uomo? Rimanendo aperto alla possibilità che ci sia un Dio dietro tutto questo, ma con la difficoltà di andare tanto oltre…

IL “DIO NASCOSTO” ED IL PROBLEMA DEL MALE
E ora passiamo agli spinosi argomenti del Dio nascosto e del male presente nel mondo.
Lei dice: ci sono diverse luci, per chi non crede o è scettico queste luci sono solo rimandi alla possibile esistenza di Dio e della sua azione nel mondo. Una cosa è chiara: se Dio esiste, è un Dio nascosto, un Dio che ha creato l’universo, lo ha strutturato secondo le sue leggi, è intervenuto in modo mirato e furtivo durante l’evoluzione della vita, e interviene ogni giorno nei meccanismi della vita e pure in ognuno di noi, ma senza farsi mai scoprire, lasciandoci la libertà di scegliere quale binario seguire. E in modo ancora più perentorio dice che “non ci sono prove definitive, perché l’incertezza verso il divino è ineliminabile; e la cosa non può che rallegrarci : come sarebbe la nostra vita se avessimo la certezza che Dio esiste? Se non avessimo dunque altra scelta che credere in Dio? Che ne sarebbe della nostra (supposta) libertà?”.
Qui devo sinceramente dirle che non la penso così. E so benissimo che tanti credenti si avvalgono dell’argomento della libertà. Penso che qualcosa di vero in questo ci possa anche essere, ma semmai è solo “una faccia della medaglia”, o può essere vero e giusto per alcuni ma assolutamente non per altri. Ma mi spiego.
Tanti credenti ammettono che Dio sia nascosto, discreto, che non abbiamo evidenze di alcun genere sulla sua natura ed esistenza – qui abbiamo valutato solo gli argomenti cosmologici e teleologici, ma si potrebbero valutare anche gli argomenti che partono dall’esperienza diretta (esperienza religiosa e miracoli), o dalle esigenze inerenti all’uomo (via morale e via antropologica), o dalla presenza quasi universale della “religione” tra gli uomini, o dalle origini storiche delle religioni, in particolare del cristianesimo, e le conclusioni non cambierebbero.
Essi credono non solo che questo debba essere accettato, ma anche che non potrebbe essere diversamente. Sarebbe infatti necessario per salvaguardare la libertà dell’uomo: Dio ci vorrebbe lasciare liberi, e non ci sarebbe amore più grande di colui che saprebbe rispettare la libertà dell’altro. Dio vorrebbe lasciarci liberi di scegliere il nostro destino, di essere responsabili di noi stessi. Dio non vuole schiavi prostrati, ma vuole che l’uomo cerchi spontaneamente il suo creatore, che si rivolga a lui nella libertà. Non c’è amore senza libertà. L’evidenza nella questione di Dio non c’è, c’è sempre il rischio, ma è quello che differenzia il rapporto tra persone da quello con le cose. L’inevidenza lascia lo spazio alla libertà del e nel rapporto. Se Dio è una Persona, un Tu, allora perché si dia la possibilità di un incontro autentico ci si deve muovere al di fuori della necessità, del possesso, della dimostrazione, del controllo e occorre aprirsi alla fiducia, all’amore. Di fronte ad un Dio evidente – direbbe Kant – non saremmo liberi e quindi la morale non sopravviverebbe: potremmo solo sottometterci a lui per interesse, saremmo come burattini dell’egoismo, retti dai fili della speranza (di una ricompensa) o della paura (del castigo).
Ma questo discorso non è soddisfacente.
Innanzitutto, giusto per chiarire, tale argomentazione può solo giustificare la possibilità che un Dio personale esista nonostante noi non lo “vediamo” perché, ci dice, potrebbe avere dei buoni motivi per non farsi “vedere”. Ma non ci dimostra che il silenzio del cielo coincide con il silenzio di Dio piuttosto che con il silenzio del nulla. L’alternativa rimane aperta. A molti questo argomento non può non sembrare un tentativo umano di salvaguardare la possibilità dell’esistenza di Dio proprio perché non ci è manifesta, di mettere l’idea umana di Dio al riparo da qualunque confutazione, una strategia d’immunizzazione. Anche se non lo vediamo, anche se non possiamo constatare in modo evidente la sua presenza e la sua azione nel mondo e in noi stessi – ci dice – lui potrebbe sempre esistere, perché è invisibile, trascendente, non agisce direttamente (come causa prima) ma tramite la realtà del mondo e dell’uomo (causa seconda). E questo naturalmente potrebbe essere vero, ma noi non lo sappiamo: è una possibilità inconfutabile, ma altrettanto indimostrabile. Come si può distinguere un Dio la cui attività non ci riesce percepibile, da un dio puro frutto della nostra fantasia? Con lo stesso diritto col quale si afferma l’agire di un Dio invisibile, lo si può anche negare. E un Dio relegato in una dimensione Altra, inaccessibile, irraggiungibile, ha ancora qualcosa da dire all’uomo?
Ma veniamo al punto. Riguardo all’ipotesi che l’ignoranza sia la condizione della nostra libertà – come altro chiamare il fatto che non sappiamo se Dio esista e chi o cosa sia, o se si sia o no rivelato? – il filosofo francese A. Comte-Sponville, ne espone la debolezza e le conseguenze paradossali: noi saremmo più liberi di questo o quel suo profeta al quale Dio si sarebbe palesato, o più liberi dei santi del paradiso che vedono Dio faccia a faccia. Questa idea è difficilmente sostenibile. Inoltre, dice, in realtà c’è meno libertà nell’ignoranza che nella conoscenza. Tutti noi cerchiamo la conoscenza, per noi e per i nostri figli, non certo di rimanere o di lasciarli nell’ignoranza. Non dice Giovanni “la verità vi farà liberi”? E’ la conoscenza a liberare, non l’ignoranza.
Ancora, sembra incompatibile con l’idea di un Dio Padre. Cosa si penserebbe di un padre che si nascondesse ai suoi figli, lasciandoli nel dubbio se avevano un padre oppure se erano orfani o di padre ignoto, perché restassero liberi di credere o no in lui? La libertà sarà quella di obbedire o no, di rispettare o no, di amare o no il proprio padre. Ma bisognerà pur sapere che esiste. L’idea di un Dio che si nasconde sembrerebbe proprio inconciliabile con l’idea di un Dio padre.
Riguardo l’argomento di Kant il filosofo francese sostiene che questo dimostra soprattutto che le idee di ricompensa e di punizione, di speranza e di timore, sono fondamentalmente estranee alla morale. È più un argomento contro l’inferno e il paradiso che una giustificazione dell’ignoranza umana o della dissimulazione divina ( e fin qui A. Comte-Sponville).
Si può anche dire che tanti credenti che si dicono certi dell’esistenza di Dio e della verità della religione (cristiana) – non so come facciano a dirlo, ma ce ne sono – non sembrano affatto schiacciati da questo, privati della loro libertà di credere o non credere, o di peccare o non peccare: sono solo convinti che Dio ci sia e li ami, e di questo sono felici.
Ancora. R. Nozick chiede: “se una reale prova di Dio ci fosse stata data o l’avessimo scoperta, i credenti che ritengono necessaria l’inevidenza o il nascondimento di Dio, si lamenterebbero veramente perché questa ci priverebbe del libero arbitrio?” Inoltre, supponiamo di avere effettivamente il libero arbitrio nel decidere se essere razionali; anche se esistesse una prova dimostrativa, potremmo sempre scegliere di non essere razionali e perciò di non lasciarci convincere da argomenti conclusivi di questo genere. Infine, visto che la storia del pensiero è costellata di tentativi di dimostrare l’esistenza di Dio, viene da chiedersi perché allora tali credenti si siano sempre dati tanto da fare per trovare una prova di Dio, se poi questa fosse, non solo non necessaria, ma anche dannosa (qui non intendo solo argomentazioni per appoggiare la fede, ma dimostrazioni).
Ma la critica più forte viene da certe situazioni drammatiche di vita, di dolore. Ci sono certamente tanti uomini che gridano a Dio perché si manifesti loro, perché dia qualche segno della sua presenza, perché, mentre tutto attorno crolla, solo a partire da lui, dalla certezza della sua esistenza e del destino trascendente felice che riserverebbe loro, potrebbero sopportare qui privazioni, difficoltà, malattie, sopraffazioni, odio. Ma Dio tace! Che senso può mai avere questo silenzio? “Perché Signore? Le tue creature stanno davanti a te sperdute e angosciate, chiedendo aiuto; e a te, se esisti, basterebbe, per farle accorrere verso di te, mostrare un raggio dei tuoi occhi, l’orlo del tuo mantello; e tu non lo fai?” (T. de Chardin). È vero che tanti oggi vivono nell’indifferenza di Dio, altri rifiutano Dio per essere più liberi e responsabili, dicono; tra quelli che lo cercano ci sono poi quelli che si “accontentano” della probabilità che esista e altri ancora della sola possibilità che esista. Ma per altri ancora Dio non è affatto un lusso, ed è invece indispensabile per portare avanti la propria vita. E qui il silenzio è drammatico, e non si sa più cosa pensare…
Io direi che l’uomo dovrebbe poter cercare Dio spontaneamente, senza essere necessitato a farlo, ma dovrebbe anche poter trovarlo. Altrimenti la sua non sarebbe vera libertà, ma solo libertà da coercizione, non libertà per realizzarsi. Uno non è libero se è semplicemente cieco, nell’oscurità, per cui non è obbligato a seguire alcuna luce; uno è libero quando, partendo da una situazione di buio e incertezza, si mette spontaneamente a cercare la luce e arriva a trovarla. Ma se non è nelle condizioni di poter arrivare a trovarla, è semplicemente cieco. Ma allora questa non è libertà, ma ignoranza e assurdità. Troppo facilmente si spaccia l’ignoranza che ha l’uomo circa Dio e quindi, se Dio sta all’“origine” e alla “fine” dell’uomo, circa il suo proprio essere, la propria identità e il proprio destino, per qualcosa di positivo, necessario e autentico. In realtà per molti è proprio vero il contrario, e questa ignoranza può apparire invece disumana e indegna dell’uomo, perché dice incertezza sull’esistenza e sul concetto di Dio, e quindi rischio di impegnarsi, per chi lo fa, a favore della religione per nulla, incertezza sulla possibilità e modalità della realizzazione della propria vita, e soprattutto incertezza sul senso o assurdità della nostra sofferenza. In conclusione l’argomento della libertà dell’uomo per giustificare l’inevidenza di o l’incertezza su Dio seppur per certi aspetti valido, rimane perlomeno solo “una faccia della medaglia”, poiché si può sostenere, altrettanto ragionevolmente, che l’uomo avrebbe ogni diritto di sapere – e non solo di sperare – qual è la sua propria natura e il suo destino, se di ordine solo materiale o anche spirituale, se finito o eterno, insomma se Dio esiste oppure no, allo scopo di vivere in modo più consapevole la propria vita, secondo la sua vera essenza e il suo vero destino, secondo ciò che veramente è.
E qui continuo parlando del problema del male, ma brevemente, perché il succo del discorso di quello che penso l’ho in realtà già detto.
Lei dice che c’è il male morale e il male naturale: quest’ultimo è parte integrante delle vicende evolutive della natura: catastrofi naturali, con morti ed estinzioni di intere specie animali, anche di specie homo. Anche le malattie e la sofferenza dell’uomo possono essere inquadrate considerando l’inevitabile imprecisione dei processi evolutivi… pertanto se ci poniamo nel binario della fede dobbiamo riconoscere che l’azione furtiva ancorchè mirata del Dio nascosto non ha mai potuto evitare ogni sofferenza agli esseri viventi. La sofferenza è dunque connaturata ai processi evolutivi che si sono succeduti nel tempo; non può dunque meravigliarci se essa continua ancora oggi.
Dice ancora che l’argomento del male non dovrebbe imbarazzare troppo gli atei visto che è una componente costituzionale delle dinamiche del mondo. E non intacca pure la fede dei credenti, i quali accettano incondizionatamente, penso di potere dire, il volere di Dio e il suo progetto imperscrutabile che si concretizza attraverso vie per noi misteriose, dense anche di dolori e di sofferenze. Ma può essere un tarlo incomprensibile per gli scettici (ma non troppo) in cerca di Dio? Penso di no, perché il tema della libertà è troppo importante e decisivo. La libertà dell’uomo e delle dinamiche del mondo (compresa l’evoluzione) è possibile e ha un senso solo se interpretata insieme all’esistenza dell’imperfezione e del male; è una specie di tragico e insieme indispensabile pegno che paghiamo per poter vivere liberi in un mondo che evolve con una imperscrutabile libertà (e che per il cristiano, aggiungo, costituisce un disegno cosmico al quale Dio stesso si è sottomesso). Certo, questi sono balbettiii… e sono di poca consolazione per chi si trova nella sofferenza. Tuttavia sono convinto che possano rendere ragione del fatto che il male – intrinseco alla natura dell’uomo e del mondo – sia inevitabile (ma controllabile..) e la sua esistenza dovrebbe far riflettere con attenzione ma non dovrebbe rallentare o affaticare troppo il cammino della fede.
Come può forse immaginare, io considero il problema del male-dolore più gravoso per la fede di quanto lo intende lei. Penso proprio che in realtà sia, assieme alla possibile eventuale spiegazione naturalistica del mondo e dell’uomo, il grande problema per poter ammettere l’esistenza di Dio. Alla domanda se l’argomento del male può essere un tarlo incomprensibile per gli scettici (ma non troppo) in cerca di Dio lei risponde di “no, perché il tema della libertà è troppo importante e decisivo”, mentre io risponderei di sì, perché 1. il tema della libertà non è soddisfacente, 2. i tentativi della teodicea sono inconclusivi, 3. Dio, essendo appunto incerto per uno scettico, non è il punto di partenza su cui poter riscattare il dolore.
Qui le dico solo che tutti i tentativi della teodicea sono inconclusivi: da quello che concepisce il male/dolore come componente inevitabile della creazione divina del mondo (come prodotto collaterale dell’evoluzione, o come componente necessaria del processo della creazione ancora in corso), a quello secondo cui non si possono avere dei beni senza la possibilità di certi mali; da quello che considera il dolore come orientamento alla vita eterna, o come conseguenza della colpa dell’uomo, o come conseguenza del “peccato originale”, a quello che parte dal Dio crocifisso, per finire, come ultima spiaggia, con quello che parte dall’incomprensibilità di Dio (“l’incomprensibilità del dolore è solo un frammento dell’infinita incomprensibilità di Dio”, ha detto K. Rahner).
Accenno solo agli ultimi due.
Riguardo il Dio Crocifisso è emblematico il noto passo di A. Camus: “Cristo è venuto a risolvere due problemi principali, il male e la morte. La sua soluzione ha consistito innanzitutto nell’assumerli in sé. Anche il dio uomo soffre, con pazienza. Né male né morte gli sono più imputabili, poiché è straziato e muore.(…) Poiché Cristo aveva sofferto il più grande dolore, e volontariamente, più nessuna sofferenza era ingiusta, ogni dolore era necessario.(…) Ma dacchè il cristianesimo, all’uscire dal suo periodo trionfante, s’è trovato sottomesso alla critica della ragione, nella misura esatta in cui la divinità di Cristo è stata negata, il dolore è ridivenuto appannaggio degli uomini. Gesù ucciso è solo un innocente in più…”. In altre parole, visto che la ricerca storico-critica non è in grado di conoscere in maniera incondizionata che in Gesù sarebbe data l’automanifestazione di Dio, il ricorso all’accettazione della sofferenza da parte di Gesù non è purtroppo risolutivo.
Riguardo l’incomprensibilità di Dio, è indubbiamente vero che, sia partendo da un Dio in genere, sia, a maggior ragione, a partire da un Dio Crocifisso, si deve concludere che anche il dolore deve essere necessario e non assurdo, perché Dio, se vuole essere e rimanere tale, non può né essersi sbagliato, né essere ingiusto. Molti teisti sostengono con tutta naturalezza che il problema della teodicea è destinato a rimanere irrisolto, che è da considerarsi insolubile: non sappiamo per quali ragioni Dio avrebbe creato un mondo carico di male e sofferenze, e quindi sarebbe meglio smettere di porsi tali domande. Ma, arrivare ad una conclusione del genere, porta anche alla possibilità di trarre ben altre conseguenze rispetto a quelle teistiche. Infatti la soluzione non è convincente perché, rigorosamente parlando, non sappiamo nemmeno se Dio esista, se si sia rivelato e se ci salverà dalla morte (A. Kreiner). Il problema sta proprio nel sapere come possiamo partire da un Dio. Ricorrere al mistero stesso di Dio sarebbe l’unica “soluzione” accettabile solo se si sapesse che Dio esiste realmente e fosse significativo per l’uomo, ma questo (da quanto si è visto fin qui) rimane fuori dalle nostre possibilità.
Alla fine la sofferenza riceverebbe senso – un senso assoluto, una giustificazione piena, sarebbe riscattata – solo a partire da Dio, perché se lui la permette (e in Gesù l’avrebbe addirittura presa su di sé) significa che è necessaria, non è inutile e assurda ma deve avere qualche ragion d’essere che solo Lui conosce. Ma se Dio non esistesse, la sofferenza rimarrebbe inutile, si soffrirebbe per niente, perché, se finisse tutto con la morte, non avremmo alcuna spiegazione sulla sua eventuale necessità e non potrebbe essere riscattata in un’altra vita definitivamente felice in Dio. Nella misura in cui Dio rimane incerto – nella sua esistenza, nella sua identità e nella sua significatività per l’uomo e il suo destino – la sofferenza rimane suscettibile di essere inutile e assurda, disperata. Pertanto soffrire e non essere certi della presenza di Dio, che solo potrebbe rendere questa sofferenza non assurda, costituisce la situazione più critica dell’esistenza.
In altri termini, si può dire che la realtà del male e del dolore non sono necessariamente in sé un grave argomento contro l’esistenza di Dio, o ancor meglio contro l’esistenza di un Dio onnipotente e buono (seppur non siano di per sé nemmeno un argomento a favore) poiché forse potrebbero avere un senso o essere riscattati da un Dio, se questo esistesse. A farne una realtà contro l’esistenza di Dio è l’incertezza sul loro senso e sul loro riscatto. Un dolore che ha qualche senso può essere accettato, un dolore inutile, no. Infatti, pensare che solo Dio possa riscattare il dolore nella vita, e non sapere se Dio esista, non è una grande consolazione e rende la vita medesima nella sofferenza difficile da essere accettata. Ma è sufficiente sapere che un Dio è possibile, o occorrerebbe sapere che è probabile o perfino certo che esista? Pensi sia soggettivo. In conclusione, mi pare difficile valutare la portata dell’argomento del male-dolore contro l’esistenza di Dio – Dio, la cui caratteristica essenziale è il mistero a noi incomprensibile, potrebbe, nonostante tutto, sempre esistere e forse riscattare una simile situazione-limite di dolore e di ignoranza- ma certo può lacerare la fede del credente – perché credere non è garanzia, o possesso o sicurezza umane, ma rischio e abbandono – quanto rafforzare l’incredulità del non credente.

CONCLUSIONI
In conclusione, cosa posso dirle? Per me le luci che il nostro sapere ci mette davanti sono abbastanza fioche, credo più fioche di quanto appaiono a lei. Per me, diciamo così, sono appena sufficienti per mantenere aperta la speranza su Dio, la speranza che un Dio esista ancora, nonostante la possibile eventuale costituzione naturalistica del mondo e nonostante tutto il male-dolore che c’è. Io continuo a coltivare questa speranza, che è per me importante, se voglio che certi “momenti” di senso e felicità che cerco di costruire già qui, perseguendo (con tutti i miei limiti) l’amore, la pace, la conoscenza, la compassione raggiungano la loro pienezza definitiva in una dimensione trascendente, e se voglio che non abbiano l’ultima parola tanta ingiustizia, odio, e dolore che ci sono nel mondo, e sopra di essi la morte. Ma oltre a questa speranza, fondata sul fatto che la realtà è aperta a questa possibilità di Dio – e non riesco ad arrivare a dire “probabilità” – non so andare, almeno per adesso. Se lei può illuminarmi di più, gliene sarò certamente grato. Grazie. Andrea