La Trinità: un affare da specialisti?

Gentile direttore, vorrei condividere con lei una mia preoccupazione di fede. Ho l’impressione che oggi sembri poco appropriato parlare della Trinità cristiana. Che anche molti cristiani considerino la riflessione su Dio uno e trino un lavoro da specialisti, se non proprio un’inutile complicazione lungo il cammino spirituale. Ho parlato di questo con alcuni sacerdoti, e ho avuto l’impressione che anche loro affrontino il tema quando non possono farne a meno, e a malavoglia (con imbarazzo?). A me sembra – ma questo è il parere che vorrei chiederle – che ogni credente cristiano dovrebbe invece riappropriarsi con convinzione della visione trinitaria di Dio, che è sicuramente un grande mistero ma è anche la base della nostra fede sulla quale abbiamo impostato la nostra vita. Abbiamo la rappresentazione bellissima che ci ha lasciato sant’Agostino (la Trinità come l’Amante, l’Amato e l’Amore che lega l’uno e l’altro e fa dimorare Dio in tutti gli uomini). Ma abbiamo anche la visione trinitaria nella prospettiva della creazione, già abbozzata da Agostino e patrimonio soprattutto della tradizione orientale. Forse dovremmo riscoprire anche questa visione potenzialmente molto ricca, soprattutto se riusciamo a vedere nelle scoperte della scienza sulla nascita dell’universo, la comparsa della vita e dell’uomo non tanto minacce alla fede ma piuttosto ulteriori nessi e analogie che aiutano a trasmettere sempre meglio il senso profondo del mistero trinitario. Che ne pensa? Ritiene che la fede possa essere più solida e serena se riposa su frammenti di realtà che siamo in grado di capire sempre meglio?

Risponde don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana:

Sono d’accordo: la Trinità è al centro della nostra fede cristiana. Purtroppo è stata presentata spesso come un teorema matematico, un enigma teologico. Mentre riguarda la nostra vita di ogni giorno. Dio stesso, rivelandosi come uno e trino, ci ha fatto capire che non è solitario o distaccato, ma è comunione e ci vuole coinvolgere nell’Amore che unisce il Padre e il Figlio. Come ha detto Gesù, “se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Se solo scoprissimo un po’ di più la bellezza di questo coinvolgimento nell’amore di Dio, se solo capissimo che siamo fatti per la relazione, per amore, essendo stati creati a immagine e somiglianza dell’Amore! La Trinità non è tanto un mistero inaccessibile, ma la rivelazione di Dio comunione d’Amore, che ci vuole coinvolgere come figli amati per amarci gli uni gli altri.

(Famiglia Cristiana, N° 35, 27 agosto 2017)

Annunci

I libri di Mauro Stenico

Vorrei segnalare agli amici lettori del blog i libri di Mauro Stenico che trattano soprattutto del rapporto tra lo studio della natura e le fede cristiana cattolica: Ragionevole creazione (Fondaz. Museo Storico Trentino, 2015), Una meraviglia cosmica (Solfanelli, 2016), Dall’archè al Big Bang (Fondaz. Museo Storico Trentino, 2017)

E questo per diversi motivi.
Primo, Mauro è uno studioso con una preparazione veramente eccellente su tutti i temi che affronta. Alle conoscenze filosofiche e teologiche, che costituiscono il suo background, ha aggiunto solide conoscenze scientifiche, per cui è in grado di riflettere su fisica e biologica in modo sempre attento e preciso.
Secondo, Mauro possiede una notevole capacità di sintesi e “amalgamazione”, diciamo così, ti tali conoscenze, riuscendo sempre a mantenere chiaro il suo intento, che è anche il principio guida delle sue riflessioni, vale a dire la difesa e promozione ragionata della visione cristiana.
Terzo, Mauro è dotato di una notevole capacità di scrittura che rende la lettura dei suoi scritti una gradevole esperienza; cosa che ovviamente non guasta per mantenere la giusta attenzione del lettore fino alla fine.

Tra i libri di Mauro, segnalo in particolare l’ultimo, Dall’archè al Big Bang, nel quale egli mette a frutto i suoi documentati studi si George Lamaitre e le sue conoscenze storiche, per presentare un attraente affresco sulla storia e il significato del Big Bang, la nascita dell’universo. Non tutti sanno che il sacerdote e fisico belga Lamaitre è stato il primo a postulare e modellare matematicamente il Big Bang, una teoria cosmologica oggi unanimemente accettata da tutti gli scienziati ma che al tempo era osteggiata da molti fisici, sia per motivi prettamente scientifici – come nel caso di Albert Einstein – che per motivi politici, come nel caso di molti scienziati sovietici che vedevano (a ragione, possiamo ben dire!) nella teoria del Big Bang una strada per arrivare a Dio.

La presentazione dei laboratori del DII

dii-labsIn questo ultimo numero del DII News (dii-news-laboratori), sono presentati i nuovi laboratori, nella nuova sede di Povo al Polo Scientifico Tecnologico F. Ferrari.

L’organizzazione dei laboratori è finalizzata a garantire la funzionalità degli strumenti e la corretta conduzione delle ricerche scientifiche in corso, favorendo il più possibile l’accesso agli strumenti da parte di tutti i docenti e i ricercatori coinvolti. Con il trasferimento nelle nuove strutture, infatti, si è colta l’occasione per ristrutturare i laboratori in aree di attività, in modo da permettere scambi fruttuosi e sinergici tra i ricercatori dei diversi campi di studio.

Nei laboratori a piano terra, vale a dire localizzati allo stesso piano degli uffici dei docenti, sono posizionate prevalentemente attrezzature delicate, mentre nei laboratori interrati sono installate sia attrezzature delicate che attrezzature pesanti, come strumenti per prove meccaniche, macchine di processing e di misura, robot antropomorfi, banchi per la prototipazione, simulatori di guida, centro di fresatura, solo per fare alcuni esempi.

I laboratori del DII sono suddivisi in tre sezioni (materiali, meccatronica, e ricerca operativa; il laboratorio di ricerca operativa è parte dei laboratori leggeri a piano terra), che riflettono le tre anime del dipartimento; la struttura e organizzazione dei laboratori, tuttavia, è orientata a favorire l’integrazione delle diverse attività, che hanno il comune obiettivo della ricerca in ambito industriale.

Scienza e fede in dialogo a Tuenno

tuennoIl tema della 14° Settimana culturale di Tuenno sarà, quest’anno, dedicato ad un tema antico e modernissimo che, come in passato ha posto, anche oggi pone problemi, suscita interrogativi, innesca dibattiti vivacissimi e, a volte, scontri (pacifici ma asperrimi) tra due opposte opinioni: chi ritiene che tra fede e scienza non possa che esserci inconciliabilità totale, e quindi scontro teoretico permanente, e chi pensa, invece, che un dialogo proficuo sia possibile; possibile e fecondo. Del resto, vi sono stati, e vi sono, scienziati che si proclamano atei, e altri che invece, si dicono credenti. Per alcuni è “senza senso” credere nella Trascendenza, perché basterebbe la Scienza a spiegare tutto; il di più, affermano, è superstizione. Per altri, invece, la Scienza, da sola, non basta a rispondere alle grandi domande dell’esistenza, e l’ipotesi Dio rimane decisiva per una vita “di senso”.
Con una carrellata storica che guarderemo al passato (come dimenticare il processo al quale l’Inquisizione sottopose il grande Galileo?), ma anche agli eventi più recenti, alle aperture del Concilio Vaticano II, ai dibattiti in altre religioni (dall’Ebraismo all’Islam), all’attualità. Saremo accompagnati e guidati da esperti di varia provenienza culturale, storica, filosofica e religiosa: e perciò la Settimana del prossimo novembre offrirà ai suoi affezionati “abbonati” un ventaglio di opinioni, riflessioni, prospettive che certamente arricchiranno gli ascoltatori.
Uno spettacolo finale, il sabato conclusivo, offrirà un teatro, o un film che illustrerà un aspetto particolare del rapporto fede-scienza nella storia dell’Occidente. Un modo per continuare a dibattere un tema inesauribile…

Programma:

Lunedì 7 novembre – ore 20.30 INTRODUZIONE ALLA SETTIMANA DI STUDIO

Maria Teresa Giuriato, assessore alla Cultura Comune di Ville d’Anaunia FEDE E SCIENZA

Dott.ssa Milena Mariani (teologa) Prof. Renzo Leonardi (fisico) Moderatore:Prof. Francesco Ghia

Martedì 8 novembre – ore 20.30 EVOLUZIONISMO o CREAZIONISMO

Prof.Giovanni Straffelini (direttore vicario del Dipartimento di ingegneria industriale) Prof. Giorgio Vallortigara (neuroscienziato, prorettore alla ricerca) Moderatore: Prof. Marco Andreatta (matematico, Presidente del MUSE)

Mercoledì 9 novembre – ore 20.30 IL CASO GALILEI

Prof.ssaSelene Zorzi (teologa) Luigi Sandri (giornalista ed esperto di questioni bibliche ed ecumeniche)

Giovedì 10 novembre – ore 20.30 CONFLITTO, INDIFFERENZA, ALLEANZA

Prof. Paul Renner (teologo) Avv. Alexander Schuster (docente univ.) Moderatore: Luigi Giuriato

Venerdì 11 novembre – ore 20.30 DIALOGO TRA FEDE E SCIENZA

Prof.ssa Simonetta Giovannini Dott.ssa Batul Hanife Avv. Mauro Bondi Moderatore: Luigi Sandri

Sabato 12 novembre – ore 20.30 CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI STUDIO LA TEORIA DEL TUTTO un film di James Marsh

Quello che avreste voluto sapere del calcio (ma non avete mai osato chiedere)

calcioIn attesa del Campionato di calcio, propongo alcuni numero tratti dall’ottimo libro “Tutti i numeri del calcio”, di C. Anderson e D. Sally (Mondadori). Molte cose sono sicuramente note agli appassionati, ma molte altre sono forse nuove, magari inaspettate, sicuramente intriganti.

Per cominciare:

1) E’ vero che una squadra che ha segnato un gol ne subisce facilmente subito uno?
No: i minuti successivi al gol sono quelli in cui è meno probabile che la squadra che ha segnato subisca un gol.
2) Sono utili i calci d’angolo?
No: non c’è correlazione tra corner battuti e gol fatti. I corner sono sostanzialmente inutili, solo uno su 5 frutta un tiro in porta! Una squadra segna su corner una volta ogni 10 partite… (meglio batter corto e tenere il possesso per evitare i contropiedi, come molte squadre oggi effettivamente fanno).

Bravura e… fortuna!
Nel calcio conta la fortuna & la bravura. E’ vero che più i giocatori sono bravi (e pagati) e più numerosi sono i tiri in porta, ma solo un tiro in porta su 8 finisce in gol… Dunque, di norma non vince chi tira più in porta o completa più passaggi: la squadra più forte (sia nel senso di più quotata sulla carta, sia che tira più volte in porta) vince in media la metà delle partite che gioca.

Attaccanti e gol
Il 44% dei gol sono “fortunati” cioè conseguenza di deviazioni fortuite, cross lunghi, contrasti sbagliati, palla che rimbalza storta…
Il punteggio più comune è 1-1 (seguito da: 1-0, 2-1, 2-0, 0-0, 0-1). Più del 30% delle partite finisce con al massimo 1 gol. In media si segna 2.6 gol a partita.
I gol non sono tutti uguali:
• 1 gol rende in media 1 punto (e dunque segnare almeno un gol a partita garantisce la salvezza)
• 2 gol rendono 2 punti
• 3 gol rendono 2,5 punti (il secondo gol è quindi quello più prezioso e la squadra che mira a vincere il campionato dovrebbe puntare a fare due gol a partita)
• 4 gol: vittoria pressoché sicura (farne di più non serve).
• 0 gol? Rendono circa ¼ di punto.
I gol dunque non sono tutti uguali e la bravura di un giocatore (attaccante) dovrebbe essere pesata sul “valore” del gol fatto.
Nel 1995, la Fifa ha portato da 2 a 3 i punti per ogni vittoria: sono aumentati i cartellini gialli (cioè il gioco offensivo) ma non i gol.

Difensori e gol subiti
Le squadre che segnano di più vincono il campionato nel 50% dei casi. E naturalmente chi ha la difesa più efficace (subisce meno gol) ha 50% (55% in Italia) probabilità di vincere il campionato.
Ma attenzione:
• segnare 10 gol in più riduce il numero di sconfitte del 1.76%
• subire 10 gol in meno riduce il numero di sconfitte del 2.35%
Quindi: avere una buona difesa è fondamentale se si vuole vincere il campionato.
Gol subiti a partita:
• 0 gol, in media frutta 2.5 punti (più del doppio che fare un gol!)
• 1 gol, in media frutta 1,5 punti (più che fare un gol!)
• 2 gol, in media frutta 0,5 punti
Nonostante gli attaccanti siano preferiti ai difensori, una buona difesa è più vantaggiosa di un buon attacco (e i difensori migliori non entrano mai in tackle). Insomma è meglio non perdere che vincere, anche se sembra il contrario.
In media in 90 minuti:
• un difensore tocca la palla: 63 volte
• un centrocampista tocca la palla: 73 volte
• un attaccante tocca la palla: 51 volte (soltanto..)

Quanto è importante il possesso palla?
Più che di possesso palla si dovrebbe parlare di controllo della palla; la stragrande maggioranza delle cose che un giocatore fa, le fa senza palla (in media un giocatore tocca palla per 1% del tempo che trascorre in campo). Il possesso palla è uno sforzo collettivo e denota l’abilità della squadra più che la bravura del singolo; la bravura più importante del singolo è quella di farsi trovare nel posto giusto per ricevere il passaggio.
Le squadre che passano meglio (75 – 80% dei passaggi completati), tengono più la palla, non la cedono dunque all’avversario, sono meno inclini ai contropiedi, fanno più tiri in porta e dunque più gol, e tendono ad essere vincenti.
Completare tanti passaggi è dunque una buona cosa, anche se l’arma più potente è: evitare di perdere palla (che può condurre facilmente alla sconfitta).
In ogni caso per vincere il campionato non basta la massima efficienza (fare poco ma farlo bene), occorre fare molto: molto possesso palla (più dell’avversario, dunque più del 50% in media), finalizzato ai tiri in porta (ovviamente l’efficienza non guasta..).

Gli stipendi dei giocatori
I soldi contano: spendere in un anno meno della media delle squadre del campionato significa alta probabilità di retrocessione.
I giocatori bravi costano di più (più gli attaccanti dei difensori..), ma la criticità maggiore è l’anello debole. Sono più influenti i giocatori scarsi che quelli forti. Dunque è più importante investire (pagare di più) nel ruolo più debole che sostituire un giocatore già adeguatamente forte (trascurando naturalmente l’effetto di indebolimento dell’avversario).
Stipendi dei giocatori e posizione in classifica vanni di pari passo con una dipendenza lineare e molto significativa.

Le espulsioni
Sono dannosissime. Subire un’espulsione riduce di 1/3 l’aspettativa media di punti ad incontro. Giocare in 10 contro 11 significa spesso la sconfitta.
I giocatori più scarsi (meno precisi nei passaggi, etc.) sono quelli che in media ricevono più cartellini rossi (anche i giocatori provenienti da stati poveri e con alto conflitto sociale tendono ad essere più fallosi in campo).
Un’espulsione pesa tanto quanto il fattore campo.

Le sostituzioni (e allenatore)
Quando una squadra è in svantaggio, l’allenatore dovrebbe fare il primo cambio entro il 58° minuto, il secondo entro il 73°, il terzo entro il 79°. Se una squadra non sta perdendo, non è importante quando è fatta lo sostituzione.
Infatti, una situazione di svantaggio è spesso dovuta all’anello debole che va dunque individuato e sostituito (almeno con un cambio fresco) prima possibile.
Con questa regola c’è il 52% di probabilità di rimontare (almeno al pareggio).
In ogni caso, l’allenatore non svolge un ruolo particolarmente importante, e può incidere per un 19% dei punti totalizzati da una squadra (nel breve periodo del campionato; sul lungo termine l’allenatore può contare di più, scoprendo e formando i giocatori).
Notare che anche nel calcio vale il principio della ‘regressione verso la media’: se un allenatore (ma anche un giocatore, e la squadra) un anno fa particolarmente bene, è assai probabile che l’anno successivo faccia meno bene, tendendo verso un comportamento medio generale (in riferimento alla categoria).
Da questo punto di vista serve poco cambiare l’allenatore: in genere si sostituisce dopo una striscia di sconfitte consecutive, per cui è normale che – dopo la sostituzione ma indipendentemente dalla sostituzione – la squadra cominci a migliorare. In genere sostituire l’allenatore comporta solo un effetto placebo.

Calci di rigore
8% dei gol (66% su azione; 2.8% su punizione; molti casuali..)
probabiltià di segnare da un tiro in porta su azione: 12%
probabilità di segnare su rigore: 77%
Il giocatore che ha paura sbaglia di più: la paura si veda da cosa fa dopo che ha posizionato la palla: se il giocatore non si gira ma indietreggia rimanendo rivolto verso il portiere in senso di sfida ha maggiore probabilità di segnare.
“Lotteria dei calci di rigore”: la squadra che batte per prima vince in oltre il 60% dei casi.

Un libro per Erdogan

foglioAl direttore del Foglio – M’intriga sapere quale libro l’ottima Mancuso consiglierebbe a Erdogan. E’ previsto un supplemento alla pagina odierna?

“Ancòra”, di Hakan Gunday, scrittore turco: la storia di un ragazzino che fa passare i migranti e che gioca con loro come se fossero personaggi di un videogioco.

(da Il Foglio del 5 agosto)

Peccato originale e preesistenza del male nel mondo

peccato originaleGentile teologo
C’è un aspetto della dottrina cristiana che mi mette in crisi e riguarda il tema della Caduta (e quindi della comparsa del male nel mondo). Dal punto di vista scientifico (mi riferisco all’evoluzione per selezione naturale) il male era già presente alla comparsa dell’uomo (intendo la nostra specie homo sapiens) essendosi formato, diciamo così, nei due milioni di anni di evoluzione degli ominidi. Leggendo Genesi 1 mi pare di intravvedere come il male, raffigurato dal serpente tentatore, fosse in effetti già presente alla comparsa dell’uomo, e che con la
disubbidienza a Dio si sia realizzato simbolicamente l’ingresso nel mondo del male consapevole. In tale ottica l’atto della mela potrebbe essere visto come il simbolo del passaggio dal mondo animale (caratterizzato da
istinti inconsapevoli) al mondo vero dell’uomo, caratterizzato da libertà e consapevolezza. Dopo aver mangiato la mela, “videro che erano nudi”, vale a dire Adamo ed Eva ebbero improvvisamente consapevolezza di sé; non
solo: Dio vide che erano diventati come Lui, vale a dire avevano acquisito il dono distintivo della libertà e della consapevolezza. Cosa ne pensa? Avrebbe senso questa interpretazione o dal punto di vista
cristiano non è proprio accettabile?

La risposta del teologo Pino Lorizio su Famiglia Cristiana del 26 giugno 2016:

Possiamo chiarire il problema se riflettiamo sul senso che attribuiamo alla parola che designa il negativo e le sue molteplici forme, senza la pretesa di riuscire a illuminare in maniera esauriente e definitiva. Il primo sneso su cui ci porta a riflettere la struttura stessa del cosmo è quello del limite creaturale, per cui piuttosto che di ‘male’ in senso proprio dobbiamo riferirci al fatto che l’universo e l’uomo non hanno in sé la perfezione assoluta, che appartiene solo a Dio, ma ne portano la traccia: vestigia, immagine e somiglianza. Questa limitatezz strutturale non è causata dalla scelta dell’uomo, ma è insita nella creazione stessa, nella quale l’infinito pone in essere il finito. Poi dobbiamo pensare il male, nella sua radice storica e antropologica, come ‘peccato’. Esso è generato dalla scelta dell’uomo, che noi riportiamo al peccato originale, che non è solo il primo peccato in senso cronologico, ma introduce nell’universo e nella storia qualcosa di nuovo in senso negativo, per cui ciascuno di noi nasce in un contesto abitato dal peccato e solo con la grazia possiamo vincerlo e così illuminare le tenebre del mondo.

Scienza, religione e comportamento morale

Giovanni Straffelini & Piergiorgio Cattani
I metodi della scienza possono essere usati con successo anche per indagare il comportamento dell’uomo, compreso quello religioso. L’importante è usarli con accortezza ed evitare – per quanto possibile – valutazioni eccessivamente semplificate o parziali, come quelle esposte da Girotto e Vallortigara nel loro articolo “Così è nato il timor di Dio” (10 aprile 2016).
Il tema riguarda la nascita delle religioni e, in particolare, il senso morale insito in determinate credenze. La visione scientifica più diffusa sostiene che la prospettiva religiosa sarebbe scaturita da una visione fortemente antropomorfa dei nostri progenitori, che li spingeva ad interpretare ogni evento naturale come intenzionale, e dunque causato da una o più divinità. Naturalmente ciò che destava maggiore coinvolgimento e inquietudine erano soprattutto gli eventi negativi, quelli che comportavano disgrazie o sfortune. Essi dipingevano dunque le divinità come irascibili e vendicative, che potevano essere rabbonite solo con sacrifici, ritualità e atteggiamenti di ossequio e sottomissione. La concezione del divino – spiegano Girotto e Vallortigara nell’articolo citato – subì una notevolmente trasformazione nel periodo tra il 500 e il 300 a.C., con la nascita di nuove dottrine, come il confucianesimo, l’induismo e lo stoicismo, che misero in primo piano il comportamento morale dell’uomo, caratterizzato da compassione verso il prossimo, moderazione, vita quotidiana disciplinata. L’interpretazione classica attribuisce tale cambiamento al comportamento cooperativo all’interno dei gruppi sociali, favorito dalle prescrizioni di queste dottrine che sostenevano i comportamenti morali; esso avrebbe reso tali gruppi più coesi, fornendo loro un notevole vantaggio competitivo rispetto ai gruppi indeboliti da lotte intestine per il potere e l’acquisizione di vantaggi e privilegi di vario tipo.
Girotto e Vallortigara sostengono che la “freccia causale” potrebbe però andare nell’altra direzione: “si potrebbe in effetti pensare che all’origine delle religioni morali vi sia lo sviluppo umano e non il contrario”. Non furono dunque i codici morali sostenuti dalle religioni (e, per il credente, instillati da Dio nella coscienza dell’uomo, mediante una rivelazione dall’esterno o un’intuizione interiore) a favorire comportamenti vantaggiosi per sé e per il gruppo di appartenenza, ma sarebbe stata la crescita economica e la conseguente ricchezza a favorire la comparsa delle dottrine morali. Tale idea sarebbe supportata da una recente ricerca, coordinata dallo psicologo francese Nicolas Baumard, che ha studiato proprio i fattori economici e sociali alla base del grande cambiamento osservato nel 500/300 a.C. in diverse regioni del mondo. Ma perché una maggiore ricchezza avrebbe favorito la nascita di religioni morali? Girotto e Vallortigara condividono una delle proposte di Baumard e collaboratori, e ritengono che vivere in ambienti poveri favorisce strategie a breve termine (meglio l’uovo oggi, si potrebbe dire), mentre una maggiore ricchezza stimolerebbe comportamenti a lungo termine (la cooperazione, in attesa, ad esempio, della gallina domani).
Ora, è evidente che questa interpretazione, come un po’ tutte quelle proposte da questo tipo di studi, è abbastanza controversa, e proprio il metodo scientifico dovrebbe stimolare maggiore approfondimenti prima di trarre conclusioni troppo semplicistiche in un verso o nell’altro. Un editoriale sullo stesso numero di “Current Biology”, la rivista che ha pubblicato il lavoro di Baumard, evidenzia come un recente lavoro di Botero e collaboratori abbia mostrato come la credenza in divinità moralizzanti sia prevalente in società povere, suggerendo dunque come le religioni a sfondo morale nascono dove la sopravvivenza è più difficile rispetto a un contesto dove ci sono maggiori agi e ricchezze. Una visione opposta a quella sponsorizzata da Girotto e Vallortigara. Tale considerazione appare peraltro in accordo con la situazione attuale: la sensibilità religiosa è più diffusa nelle società povere che in quelle ricche. Altre valutazioni propendono per una direzione causale tra atteggiamento morale e vantaggio economico. Ad esempio, è facile mostrare come tale causalità comporti una maggiore cooperazione tra i membri del gruppo grazie ai vantaggi dovuti a soluzioni del dilemma del prigioniero promossi dalla visione religiosa e morale (in tale contesto si parla anche di “etica efficiente”).
Per il credente, naturalmente, tutte queste osservazioni sono interessanti ma non decisive per quanto riguarda la sua fede. Nulla impedisce, infatti, di vedere nei meccanismi dell’evoluzione per selezione naturale – comunque si siano dispiegati nel tempo – il modo tramite il quale Dio ha indirizzato il suo Logos creativo. E nulla vieta di pensare – anzi! – che l’evoluzione culturale dell’uomo abbia aiutato, e aiuti ancora, a perfezionare la comprensione di Dio (prima vendicativo, poi amorevole). Quello che desta maggiori perplessità è però l’approccio generale di questi studi e che pure i due studiosi sembrano avere nei confronti delle religioni, in particolare dell’atteggiamento dei credenti. È abbastanza limitativo pensare – ad esempio – che una persona di fede si comporti in un determinato modo semplicemente perché ha timore che Dio le infligga una punizione ora o nell’aldilà, oppure per ottenere un premio. Sottesa a questa impostazione sta un sottile pregiudizio verso i credenti, giudicati alla stregua di bambini, a fronte degli “adulti” scienziati. Ciò non fa bene al dibattito intellettuale.

(tratto da IL MARGINE, anno 36, 2016, 5, 25-28)

Anime Divine

animaE’ proprio vero che la scienza ha ormai messo in soffitta l’idea di anima? Che ogni uomo è solamente ciò che il suo cervello ‘decide’ di fare per lui, senza lasciargli alcuna libertà d’azione? Insomma, è vero che ogni uomo è solo un sistema chimico-fisico molto complesso ma nulla di più?
Sembrerebbe di sì. Almeno questo è il quadretto sconsolante che ci è offerto dalle neuroscienze cognitive, con molti punti fermi ormai assodati ma – anche – molti dubbi e misteri.
Sì, perché non tutto è chiaro, a cominciare dalla questione fondamentale: come fa la massa grigia del cervello a produrre le bellezze e i colori delle nostre sensazioni e delle nostre emozioni? Ebbene: non lo sappiamo, e – con ogni probabilità – non lo sapremo mai. Così come, facendo un passettino all’indietro, difficilmente comprenderemo come sia comparso sulla terra l’uomo con il suo cervello meraviglioso. E difficilmente comprenderemo pure come è iniziato il tutto, vale a dire come sia nata la vita sulla terra e, ancora prima, come sia cominciato l’universo. Siamo, infatti, davanti a dei limiti conoscitivi dell’uomo, e a infinite matrioske: appena crediamo di aver capito qualcosa di nuovo, ecco che un altro mistero si ripresenta davanti a noi.
Sono convinto che questi tre decisivi e misteriosi Big Bang (la nascita dell’universo, la nascita della vita sulla terra, la comparsa dell’uomo) siano tre segni che indicano il divino. Segni che non rimandano peraltro a un motore immobile, come pensavano i filosofi greci o Albert Einstein, bensì a un Dio attivo nell’evoluzione continua della vita e – soprattutto – presente nelle pieghe del nostro cervello a donarci i colori delle nostre percezioni, e un soffio di vera libertà.
E’ – questa – una consapevolezza che trasfigura il mio modo di guardare il mondo, e che mi permette di scorgere, nella profondità degli occhi di mia moglie e di mia figlia, il bagliore delle loro anime, modellate dal tocco sapiente di Dio (da: “anima, emozioni e sentimenti, a cura di Gianna Santoni, 2014)

L’universo morale di “Inside Out”

Inside out“Inside Out”: la crescita di una ragazzina raccontata tramite le evoluzioni delle emozioni viste come buffi personaggi nella sua mente. Un cartone animato, più per adulti che per bambini, certamente da vedere. Antonio Polito sul “Corriere della Sera” commenta come gli sceneggiatori si siano dimenticati di due personaggi fondamentali: la razionalità e il libero arbitrio. Sul primo si può essere d’accordo. La capacità di ragionamento logico, induttivo e deduttivo, si sviluppa nei primi anni di vita e contraddistingue gli esseri umani dalle altre specie viventi. Meritando un personaggio a sé, anche se ogni scelta razionale è comunque intrecciata con i sentimenti. Ben diverso è il discorso sul libero arbitrio e qui gli sceneggiatori non hanno sbagliato in nulla. La protagonista, scrive Polito, “vive in un universo morale in cui non c’è spazio per la responsabilità individuale, e di fatto non c’è libertà; dunque non ci può essere colpa e peccato”. In effetti è così; se ci limitiamo a guardare ogni persona dal solo binario della scienza, vediamo proprio questo: l’assenza dell’anima, cioè di ogni Io/Sé che presiede a tutte le attività, compresi le manifestazioni dei sentimenti. In tale ottica non c’è libero arbitrio perché tutto ciò che facciamo è determinato dal cervello (e tutto non poteva andare diversamente), e noi abbiamo solo un’illusione di libertà, e un’illusione di responsabilità. Solo ponendoci anche sul binario della fede potremmo pensare a un ente esterno non fisico (chiamiamolo Dio) capace di intervenire nella profondità della nostra materia per donarci la bellezza della nostra anima-coscienza e un vero (non illusorio) soffio di libertà. Ma parlare di Dio, oggi, è intellettualmente sconveniente, e non sorprende dunque che nessuno lo abbia fatto commentando “Inside Out” (e pochi lo facciano riflettendo sulla natura umana).

(da Italians, del 5 ottobre 2015)

“Manifesto”: intervista a tv2000

Tv20001Domenica 24 agosto alle 9.40 sarà trasmessa su tv2000, nel corso del programma, IL POST MAGAZIN – in compagnia del libro, una mia intervista di presentazione del “Manifesto per scettici ma non troppo in cerca di Dio“.
Il programma inizia alle 9.10 e termina alle 10.20; la mia parte dovrebbe essere tra la 9.40 e 10.10; da quello che ho capito, sarò in buona compagnia…
Ringrazio molto Luigi Ferraiuolo di tv2000 per l’intervista e la bella opportunità che mi ha offerto di presentare il libro a una vasta platea.

Ecco il filmato dell’intervista!

tv20002

La scimmia nuda

Propongo una riflessione su evoluzionismo e dintorni, scritta nel lontano 2008, al tempo della mostra di successo – La scimmia nuda – organizzata dal Museo trentino di Scienze naturali (quando ancora non c’era il Muse…).

scimmiaE’ terminata in questi giorni la mostra sull’evoluzione della specie umana – “La scimmia nuda” – al Museo di Scienze Naturali di Trento. La mostra ha avuto un notevole successo, e anche le discussioni che ha suscitato – tra chi sostiene l’evoluzione darwiniana (la quasi totalità degli scienziati) e chi caldeggia invece l’ipotesi del “disegno intelligente” (correlato con la creazione divina), sono un risultato positivo dell’iniziativa, visto che hanno spinto molti a riflettere – magari per la prima volta – su questi temi.

E’ evidente che l’ipotesi del disegno intelligente è un atto di fede e non può essere considerata nell’indagine scientifica. Anche l’evoluzionismo, peraltro, è una teoria non esente da punti controversi, e quindi – come sempre succede in campo scientifico – sottoposta di continuo ad approfondimento e critica da parte degli scienziati. Con confronti anche accesi tra i darwinisti puri, che pensano all’evoluzione come un processo lento e continuo, ed i naturalisti, che la interpretano come un processo caratterizzato da lunghe stasi ed improvvisi salti. Sull’origine della vita, poi, le certezze sono ben poche e la comunità scientifica “sta tentando di capirci qualcosa”, come ammesso dagli stessi organizzatori della mostra.

Non può insomma sorprendere se il dibattito suscitato dalla mostra sia stato (e lo sarà ancora) assai vivace. I sostenitori del disegno intelligente, infatti, si sentono minacciati dalla teoria evoluzionista e colgono ogni suo anello debole per screditarla; gli scienziati, a loro volta, spesso reagiscono con eccessiva presunzione: in un recente libro di successo, un famoso darwinista ha usato gli argomenti dell’evoluzionismo per spiegare l’ “illusione di Dio”, non contribuendo sicuramente a rasserenare gli animi.

Ecco, l’unico appunto che può essere mosso agli organizzatori della mostra trentina riguarda la scelta del titolo – “La scimmia nuda” – che sposa un po’ troppo la visione “integralista” dell’evoluzionismo. Ma a prescindere da questo, rimane il fatto che la teoria evoluzionistica è l’unico strumento che – oggi – abbiamo a disposizione per capire in modo scientifico l’origine e lo sviluppo della vita sulla terra. La mostra di via Calepina ha avuto il merito di ricordarcelo.

(dal Corriere del Trentino)

Arte e tecnologia

MartLe opere dell’arte contemporanea sono sovente realizzate con materiali che possono invecchiare e degradare nel tempo. Non sempre, infatti, gli artisti conoscono perfettamente il materiale che hanno scelto per dare vita alla loro creatività, e non sono quindi in grado di prevedere come si conserverà in futuro. La cosa non deve peraltro meravigliarci, perché non è facile per nessuno conoscere tutte le caratteristiche dei numerosi materiali che sono continuamente sviluppati dalla ricerca scientifica.

Il problema della conservazione e del restauro delle opere è quindi molto sentito ed è, allo stesso tempo, assai complesso, dato che richiede specifiche conoscenze e la capacità di utilizzare sofisticate attrezzature di analisi, per interpretare i fattori di degrado e saper predisporre così le relative contromisure. La cosiddetta “scienza della conservazione” ha dunque bisogno dell’integrazione di competenze molto diverse tra loro, che difficilmente possono essere riscontrate, a livelli di eccellenza, in un unico ambito territoriale. Il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (Mart) di Rovereto e il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento possiedono le competenze per dar vita ad una forte collaborazione e quindi ad eccellenti opportunità di crescita per il territorio. Si pensi alle ricadute provenienti dallo sviluppo di nuove tecniche di indagine e di conservazione, esportabili anche in altri settori dell’arte ed in altri musei, italiani o stranieri. O quelle derivanti dalla possibilità di partecipare a progetti internazionali, di attirare artisti e studiosi da tutto il mondo, di dare vita ad attività economiche: nel design, nell’architettura, nella pubblicità, nel cinema.

Quando si parla di arte e di alta tecnologia applicata all’arte, in Italia giochiamo in casa. Sarebbe assai saggio sfruttare al meglio questa opportunità che abbiamo in Trentino, ed innescare una serie di attività in grado di produrre effetti positivi in molteplici settori, sia culturali che economici.

(da un edit sul Corriere del Trentino del 21 febbraio 2007)

Cittadini del mondo

Trento è il centro amministrativo del Trentino e quindi sede degli uffici provinciali, del più importante ospedale del territorio, dei centri per l’istruzione, e ha molti monumenti storici che attirano numerosi turisti. Il capoluogo, insomma, è caratterizzato da diversi ingredienti che, tutti insieme, contribuiscono a darle un sapore caratteristico.

Ma la città ha bisogno di una più specifica specializzazione per suscitare interesse verso l’esterno ed attirare nuove idee, persone, investimenti. Secondo molti osservatori, tale identità si va indirizzando sul turismo e – soprattutto – sull’alta formazione e la ricerca. Mi pare la strada giusta. Sono convinto che Trento potrebbe diventare un centro di attrazione nazionale ed internazionale, se si identificasse sempre più con la sua Università ed i suoi centri di ricerca.

Intitolava tempo fa il “Sole 24-ore”: “L’Università di Trento vince la gara della ricerca”. Questo riconoscimento fa il paio con quelli che, annualmente, il Censis riserva alle diverse Facoltà dell’Ateneo trentino, sempre ai primi posti della classifica nazionale, a dimostrazione della sua riconosciuta solidità. Anche il legame Università-ricerca-territorio è saldo, e potrebbe essere ulteriormente potenziato e perfezionato fino a far diventare Trento una città di eccellenza nell’alta formazione e nella ricerca.

Le idee non mancano di sicuro. Ne elenco alcune, vecchie e nuove: sviluppare nuovi laboratori di ricerca e didattici; stabilire nuove collaborazioni nazionali e internazionali; intercettare i cospicui finanziamenti europei; creare un campus per gli studenti e potenziare gli stages presso l’industria; favorire gli spin-off accademici… Il tutto nel segno della qualità della ricerca e della preparazione degli studenti che, da laureati, potranno entrare nel mondo del lavoro con un pedigree invidiabile. Certo, non mancano anche i pericoli a cui prestare attenzione: il nuovo statuto dell’Ateneo trentino lega molto la sua governance alla politica, e ciò potrebbe inibire la libertà della didattica e della ricerca, veri capisaldi di ogni possibile eccellenza.

Il cittadino del mondo, quando pensa alle città universitarie dell’eccellenza mondiale, oggi rivolge la sua attenzione a Berkeley, Cambridge, Oxford… Quale migliore identità si potrebbe immaginare per il Trentino se, un domani non troppo lontano, il cittadino del mondo ambisse di venire a Trento a studiare?

(rielaborato da un edit sul Corriere del Trentino del 8 dicembre 2006)

Anima e scienza: l’intervista

Intervista di presentazione del libro “L’anima e i confini dell’umano. Tra scienza, fede e bioetica”, edito da Il Margine.

L’intervista è stata realizzata da Telepace che ringrazio tantissimo. Grazie in particolare a Barbara Fedeli per la stimolante scaletta di argomenti che ha scelto di toccare per far emergere al meglio lo spirito del libro.

Scienza divina

di Francesco Agnoli

In un’ intervista concessa ai giornalisti americani Henry Margenau e Abraham Varghese, il premio Nobel per la Fisica del 1977 Sir Nevill Mott notava che la cosmologia attuale ci mette di fronte al Principio Antropico, cioè al fatto “indubitabile che le costanti della natura… hanno valori proprio esatti” per permettere la formazione delle stelle e della Terra “su cui noi possiamo vivere”. Se solo esse fossero leggermente diverse, “noi non potremmo esistere”. Continuava poi asserendo: “Io credo che ci sia un gap per cui non ci sarà mai una spiegazione scientifica, e questo gap è la coscienza umana. Nessuno scienziato, in futuro, equipaggiato con un super computer del ventunesimo secolo o oltre, sarà capace di metterlo al lavoro e di mostrare che cosa un uomo stia pensando”.
Anche Sir John Eccles, premio Nobel per la medicina nel 1963, ed autore di “The self and its brain”, con Karl Popper, e di “The Human Psyche”, intervistato dagli stessi personaggi nel 1982, notava che la teoria del Big Bang lo porta ad intravvedere un “Dio trascendente”, cioè Creatore di una “loving creation”. Ma quando si viene all’uomo, continuava, al Dio trascendente occorre affiancare al “Dio trascendente” il Dio immanente, visibile nella “coscienza personale umana”.
Insomma, per arrivare a Dio, anche nel Ventesimo secolo ed oltre, si può partire come sempre o dal mondo, dalla realtà esterna a noi, o dall’uomo, dalla sua natura anche spirituale, cioè dalla nostra interiorità, dall’unicità della creatura umana.
Il professor Giovanni Straffelini, dell’Università di Trento, nel suo “L’Anima e i confini dell’umano. Tra scienza, fede e bioetica” (Il Margine) ha deciso di partire dall’uomo, dalla sua coscienza, dalla sua anima, non in termini filosofici, teologici, ma, secondo le sue competenze scientifiche. Con grande capacità logica e di sintesi, servendosi di numerosi studi, Straffelini ha dimostrato che per la scienza sperimentale si può dire dell’anima quello che avevano già capito secoli orsono filosofi e teologici che non possedevano certo gli strumenti di indagine odierni, e che nulla sapevano delle neuroscienze. Nelle creature viventi, in tutte, esiste un certo grado di coscienza, a seconda della loro complessità. Si potrebbe, per capirci, disegnare un “cono di coscienza” che va via via allargandosi nel passaggio dalle piante e dai virus sino alla persona adulta. Aristotele avrebbe detto che le prime possiedono un’anima vegetativa, mentre gli animali un’anima sensitiva, mentre le persone un’anima intellettiva.
La domanda da porci è ora questa: esiste solo una differenza quantitativa tra l’anima di una pianta e quella di un uomo? E’ solo questione, per intenderci, di una differenza di grado o di una differenza qualitativa?
Straffelini ammette i dubbi della scienza, il nostro essere ancora lontani dal sapere qualcosa di definitivo sull’origine stessa della vita e sulla natura dell’anima, ma sottolinea come molti studi portino a propendere per una differenza di qualità, come tale incolmabile. Per intenderci: non siamo solo “scimmie nude”, né sarà tanto facile, per coloro che lo credono, dimostrarlo, magari provando ad educare un animale qualsiasi, il più complesso possibile, a parlare, a dipingere, a suonare il pianoforte…
L’anima dunque ci riporta a Dio, benché rimanga un “dilemma per la scienza (forse irrisolvibile)”, o meglio forse proprio per questo: con essa, con la riflessione sulla coscienza (come originano la bellezza e i colori della nostra vita dalla piccola massa di materia grigia del nostro cervello?) e sul libero arbitrio giungiamo ad un “qualcosa” di “divino” che ci rimanda ad un’oltre, ad un Senso, al Dio che ci trascende ma che è anche il Dio con noi di Eccles.
Dalle speculazioni scientifiche sull’anima, nella II parte del suo lavoro, Straffelini giunge alla bioetica. Ed analizza la posizione della cosiddetta bioetica laica, che, negando all’embrione, al feto e al neonato, l’anima intellettiva, finisce per considerare l’uomo in fieri, non ancora adulto, alla stregua di un vegetale, o di un animale, e perciò passibile di aborto ed anche infanticidio. Argomenta Straffelini: “Da un punto di vista quantitativo il complesso sistema neuronale del feto è sì confrontabile con quello di un animale con anima sensitiva”, ma “lo stesso non si può dire se valutiamo il grado di animatezza considerando anche la dimensione qualitativa”. “Le informazioni che sono trasmesse nel cervello del feto con la formazione delle sinapsi e che il cervello stesso comincia a elaborare e integrare sono, infatti, qualitativamente diverse da quelle che sono trasmesse nel cervello di un animaletto con pari complessità quantitativa, per via della peculiarità delle conoscenze innate che si stanno concretizzando nei circuiti neurali e nelle primitive rappresentazioni neurali”. Per cui si può “considerare il feto come una persona e l’embrione come un essere vivente con la natura di persona”.
Non è finita: Straffelini affronta anche il fine vita, condividendo le posizioni di Carlo Alberto Defanti, laico, già medico di Eluana, “noto neurologo.. che inizialmente propendeva per il criterio della morte cerebrale e, in un secondo momento, per quello della morte corticale”, e che infine è giunto a considerare la “morte cerebrale” come “un punto di non ritorno verso la morte, ma non la morte stessa”.
(da Il Foglio del 29 marzo 2012)

L’anima e la scienza: il libro!

E’ uscito il libro: “L’anima e i confini dell’umano. Tra scienza, fede e bioetica“, edito da Il Margine (disponibile in libreria e online).

L’inizio della vita, la fine della vita, la sacralità della vita e quindi il tema attualissimo del testamento biologico hanno direttamente a che fare con il problema dell’anima. Un tema, quello della sua essenza, origine e destinazione, da sempre al centro della riflessione di filosofi e teologi, in quanto elemento imprescindibile per la comprensione della nozione della vita. Negli ultimi due secoli le scoperte della termodinamica, della biologia e delle scienze cognitive hanno offerto spunti di analisi che hanno spesso condotto a una vera e propria contrapposizione tra una visione dell’anima improntata a principi filosofico-teologici e una improntata a principi scientifici.

Per cercare di verificare se tale contrapposizione abbia o no una reale consistenza, si rende necessaria un’analisi della cornice scientifica all’interno della quale si sviluppa la riflessione sull’anima, al fine di tracciare in tal modo i limiti di indagine della scienza in un terreno che resta prettamente filosofico-teologico.
Il libretto di Giovanni Straffelini, docente di ingegneria all’Università di Trento e appassionato lettore di meditazioni teologiche e filosofiche, vuole illustrare brevemente, con linguaggio piano, semplice e accessibile anche ai non specialisti, il problema dell’anima, tra esplorazione scientifica e fede nelle “cose ultime”

Con una postfazione di Carlo Alberto Defanti.

Il libro è il risultato (quasi..) naturale di una lunga riflessione cominciata con la prima Cattedra del Confronto e che ha coinvolto anche amici e colleghi, sul tema dell’anima e la scienza, e delle diverse implicazioni in campo bioetico, relativamente ai problemi che toccano l’inizio e la fine della vita umana.

Recensioni:

PG Cattani, su ‘Vita Trentina’; G Brugnara, sul ‘Corriere del Trentino’, F Ghia su ‘Il Margine’,

F Agnoli su ‘Il Foglio’; A Piccioni su “L’Adige”; M. Vannini su ‘Rivista di Ascetica e Mistica’

Don Guetti e il metodo scientifico

il libro di don Farina

Don Lorenzo Guetti è stata una personalità veramente eclettica, un grande protagonista della storia del Trentino: sacerdote d’avanguardia, giornalista, deputato al parlamento di Vienna, fine economista con ben chiara l’importanza dell’analisi statistica dei dati, vale a dire del cosiddetto “metodo scientifico”. Ed è su quest’ultimo punto che vorrei soffermare l’attenzione, dopo aver letto l’ultimo libro di Marcello Farina dedicato a don Guetti, curato di montagna.

Il poetico e scrupoloso testo di don Farina, “E per un uomo la terra” edito da Il Margine, ci presenta la straordinaria figura di don Guetti, con la sua intuizione della cooperazione in un momento – la fine dell’ottocento – contrassegnato dalla più grande crisi economica che l’Europa abbia conosciuto; una crisi che ha causato un’intensa emigrazione verso le Americhe per sfuggire ai morsi della fame. Ed è proprio analizzando il fenomeno dell’emigrazione e riflettendo se essa fosse positiva o negativa, che don Guetti ha osservato in uno dei suoi tanti scritti: “Era impossibile, od almeno assai imprudente cosa, dettare una sentenza perentoria senza aver alla mano le prove convincenti dei fatti. Erano dunque necessari in proposito dei dati statistici”. Queste righe esemplificano con chiarezza l’importanza che rivestiva per don Guetti il metodo scientifico, che richiede la raccolta di tutte le informazioni possibili, la proposta di una razionale ipotesi interpretativa dei dati, e infine la verifica delle conclusioni con le dinamiche della realtà. Un metodo rigoroso che permette di formulare al meglio le risposte alle esigenze sociali senza dover ricorrere a ipotesi fantasiose che inevitabilmente si avanzano quando manca la conoscenza dei fatti. Cosa questa, per don Guetti sicuramente improponibile vista la sua forte idea di “galantomismo” (cioè dell’essere galantuomo, onesto) soprattutto nel servizio verso gli altri.

E la visione scientifica di don Guetti si è manifestata anche nella sua attività pedagogica, come nei corsi di formazione professionale. Come si poteva passare, scrive don Farina, “a un’agricoltura specializzata, se non si sperimentavano migliori colture, migliori allevamenti, migliori tecniche, cioè nuove conoscenze?”. Era chiaro a don Guetti che nella crisi non pagava chiudersi nel fatalismo, come capitava a molti suoi compaesani, ma bisognava reagire ricercando nuove conoscenze, proponendo nuovi progetti con il rigore del metodo scientifico. E questo lui fece, nell’attività di malga, nella selezione delle specie bovina e suina, nell’apicoltura, nel credito agrario.

Il rigore del metodo scientifico, imperniato sull’esigenza di conoscere bene prima di giudicare e intervenire, è importante in ogni momento ma diventa urgente quando la crisi economica è opprimente e decisioni sbagliate possono avere tragiche conseguenze. Certo, la crisi economica che viviamo oggi è meno drammatica di quella vissuta verso la fine dell’ottocento, ma sono convinto che ci sbaglieremmo di grosso se trascurassimo l’insegnamento di don Lorenzo Guetti, che il testo di don Farina ha il merito di riproporci in tutto il suo valore.

(dal Corriere del Trentino del 27 dicembre 2011)