UN SISTEMA FRENANTE A BASSO IMPATTO AMBIENTALE

Le ricadute industriali del progetto di ricerca Lowbrasys finanziato dal Programma europeo Horizon 2020

Claudio Nidasio
di Claudio Nidasio
Lavora presso la Divisione Supporto alla Ricerca Scientifica e al Trasferimento Tecnologico dell’Università di Trento.

Intervista di Claudio Nidasio a Giovanni Straffelini 

Sinergia, innovazione e competenze internazionali sono gli elementi vincenti di Lowbrasys (a LOW environmental impact BRAke SYStem), un nuovo progetto di ricerca che coinvolge anche l’Università di Trento con l’obiettivo di sviluppare un sistema frenante

innovativo a basso impatto ambientale. Il progetto, che ha ottenuto i finanziamenti del prestigioso bando Horizon 2020 della Commissione Europea con un importo di 7 milioni di euro, nasce dalla collaborazione di realtà industriali e accademiche. Ne parliamo con il responsabile locale Giovanni Straffelini, professore ordinario del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento.

Professor Straffelini, ci può riassumere i principali obiettivi del progetto Lowbrasys?

L’obiettivo di Lowbrasys è duplice: sviluppare un sistema intelligente all’interno del quale applicare materiali più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati e realizzare un sistema frenante “smart”. Sì, perché ogni frenata produce delle piccole particelle di usura, molte delle quali cadono per terra o, come sappiamo bene, sul cerchione della ruota, ma molte, quelle più piccole, entrano in atmosfera e poi le respiriamo. L’obiettivo è dunque quello di studiare strumenti, comportamenti e procedure di guida capaci di produrre meno emissioni in atmosfera dal sistema frenante, mediante lo sviluppo di una nuova generazione di tecnologie, materiali, consigli e proposte legislative che possano migliorare l’impatto della guida sulla salute e sull’ambiente.
Lowbrasys darà vita a un sistema e a una filiera intelligenti all’interno dei quali sviluppare e applicare materiali che possano essere più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati per realizzare un sistema frenante altamente intelligente. Il progetto ha anche lo scopo di studiare strumenti, comportamenti e verificare le procedure affinché, guidando meglio, si possano avere meno emissioni.

Il progetto è risultato vincitore del bando Horizon 2020 nell’ambito della Call “Mobility for Growth” finanziato dalla Commissione europea. Qual è l’impatto che i risultati del progetto potranno avere a livello europeo?

Noi speriamo che il progetto possa avere un impatto rilevante nell’area europea, poiché indirizza l’innovazione verso un trasporto più pulito ed efficiente. Inoltre, esso intende contribuire alla transizione verso veicoli a zero emissioni negli agglomerati urbani per migliorare la qualità dell’aria nelle città nel medio periodo, creando standard ‘Super Low Emission Vehicles’. Inoltre cercherà di migliorare la conoscenza del processo del sistema di frenata per renderlo più efficiente anche dal punto di vista ambientale.

Il progetto coinvolge un parternariato pubblico e privato composto da università, centri di ricerca e industria. Quali sono le competenze dei diversi attori?

Cinque tra le più autorevoli realtà in campo industriale automotive e cinque tra i più importanti istituti di ricerca ed università internazionali hanno dato vita al progetto. In particolare l’idea nasce dalla collaborazione di Brembo, leader mondiale nella progettazione, sviluppo e produzione di sistemi frenanti, Ford, Continental Teves, Federal Mogul, Flame Spray, insieme all’Istituto Mario Negri impegnato nella ricerca biomedica e sull’impatto degli inquinanti su ambiente e salute, alla Technical University of Ostrava, al KTH Royal Institute of Technology, al Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento e al Joint Research Centre della Commissione Europea. È inoltre coinvolto il parco scientifico e tecnologico Kilometro Rosso che ospita al suo interno due dei dieci partner del progetto (Brembo che ne è capofila e l’Istituto Mario Negri).

Da un punto di vista tecnico quali sono le competenze che verranno messe in gioco?

Lowbrasys è un progetto di sviluppo pre-industriale, che partendo dall’attuale processo di produzione del sistema frenante e dall’utilizzo dei veicoli su strada, va ad operare in sintesi in diverse aree: riduzione, prevenzione, simulazione, test, validazioni e raccomandazioni, un processo rigoroso per identificare materiali intelligenti e sistemi che, affiancati ad un comportamento ottimale su strada, possano portare a una riduzione del 50% dei particolati.
Le principali tecnologie che verranno sviluppate riguarderanno: i nuovi materiali per i dischi e le pastiglie dei freni, al fine di ridurre le particelle e avere un minore impatto; una nuova strategia di controllo del sistema frenante; una tecnologia di svolta per catturare le micro e nano particelle vicino a dove vengono emesse, in modo da non disperderle. Lowbrasys prevede anche lo sviluppo di un approccio integrato tra il nuovo sistema frenante, i componenti e il controllo di sistema da poter installare sul cruscotto; il miglioramento delle tecniche di misurazione e di conoscenza dell’effetto dei materiali del sistema frenante e uno studio sulle migliori pratiche di comportamento nella guida.
Segnalo infine che nell’ambito del progetto di ricerca verrà organizzato un workshop a Trento presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale (29-30 settembre 2016) di analisi e confronto tecnico scientifico dal titolo: “New materials and technology for disc-pad brake system”.

(da UniTN KNOWTRANSFER, numero 15, anno 6, luglio 2016)

Lettera a Pier sulla Laudato Si

Caro Piergiorgio
Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si”. Il Papa critica il cosiddetto “paradigma tecnocratico”, vale a dire la pretesa dell’uomo di controllare la natura mettendo così a repentaglio la sostenibilità del pianeta. Non mi piace molto come il Papa ha affrontato questo tema. Cito, ad esempio, quanto Francesco scrive al paragrafo 20 a proposito di inquinamento: “Ci si ammala, per esempio, a causa di inalazioni di elevate quantità di fumo prodotto da combustibili per cucinare o per riscaldarsi”. Leggendo queste parole ho pensato che il Papa avrebbe poi suggerito di esportare i prodotti tecnologici migliori verso i paesi in via di sviluppo dove l’inquinamento è drammatico e la mortalità delle persone per problemi ambientali è molto alta. In fondo mangiare e stare al caldo sono funzioni di base di ogni persona, mica lussi sfrenati o esagerazioni dello stile di vita… E invece no. Subito dopo scrive il Papa: “la tecnologia.. a volte a volte risolve un problema creandone altri”.
Penso che il richiamo del Papa alle coscienze illuminate e altruistiche possa essere efficace solo se associato allo stimolo verso la diffusione nel mondo – soprattutto nei paesi poveri – delle migliori tecnologie oggi disponibili; diffusione fatta certo in modo ragionevole e non sconsiderato, per ridurre l’inquinamento, migliorare l’approvvigionamento energetico, la mobilità e così via.

(lettera alla nuova rubrica di Piergiorgio Cattani su Vita Trentina; qui sotto la risposta di Piergiorgio)

 

pier

Alluvioni e precauzioni

Alluvione di Trento del 1966.

Alluvione di Trento del 1966.

Le alluvioni che in questo periodo hanno colpito molte regioni italiane, come la Liguria e la Toscana, e stanno in parte interessando anche il Trentino, ripropongono numerose domande sul clima che cambia, e sull’atteggiamento da adottare di fronte agli eventi meteorologici severi che potrebbero capitare in futuro. I mutamenti climatici dovuti alle emissioni di gas serra riguardano fenomeni che avvengono su larga scala (i gas serra non conoscono confini, né regionali né nazionali) e tempi lunghissimi. E’ pertanto sostanzialmente impossibile incolpare il clima che cambia dei nubifragi che tormentano il nostro Paese, così come altre regioni nel mondo. Tuttavia, sia che le alluvioni siano dovute ai cambiamenti climatici o a imprevedibili combinazioni metereologiche, è sicuramente necessario prepararsi a contenere al meglio i possibili drammatici effetti. E’ sotto gli occhi di tutti ciò che è successo in Liguria, dove le inondazioni hanno fatto danni annunciati visto che si conoscevano bene le caratteristiche del territorio e i lavori necessari per metterlo in sicurezza. Mi pare che in Trentino l’attenzione verso le possibili criticità determinate dal maltempo sia elevata. Ma non va certo allentata. L’esondazione dell’Adige fa paura, e il pericolo, oggi, è senza dubbio maggiore che nel 1966, quando avvenne la tristemente famosa alluvione; ciò a causa del maggior carico idrico sul bacino dell’Adige per l’aumentata cementificazione del territorio. E mentre la galleria Adige-Garda ha messo in sicurezza Verona dalle tracimazioni dall’Adige, non esiste ancora un’opera idrica che possa controllare la portata del fiume a monte di Trento. Naturalmente ogni opera va considerata attentamente, e la decisione finale deve basarsi su solide valutazioni tecniche e politiche; ma più di quarant’anni di discussioni non hanno ancora portato a scelte risolutive e mi pare poco saggio continuare a sfidare la sorte. Se le misure di contenimento di emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici coinvolgono decisioni sovranazionali, e le amministrazioni locali – così come il singolo cittadino – possono esercitare un’influenza modesta sulle strategie da adottare per ridurre la frequenza di eventi meteorologici estremi, lo stesso non si può certo dire della realizzazione di opere d’ingegneria – rispettose dell’ambiente ed economicamente sostenibili – che riguardano la protezione del territorio; in tale caso ogni comunità ha il dovere di predisporre tali interventi, e dovrebbe agire senza eccessive esitazioni, anche perché la crescente urbanizzazione ha toccato luoghi sempre più vulnerabili, fino a ieri liberi da insediamenti abitativi. (dal Corriere del Trentino del 13 novembre 2014)

sicurezza TN Qui l’intervento sul tema di oggi – 3 dicembre – dell’ingegner Bertoldi della Protezione Civile della Provincia di Trento.Alluvione2

Frenare l’inquinamento da polveri sottili

RebrakeOgni automobilista sa che periodicamente deve sostituire le pastiglie freno della propria vettura perché si usurano. Ma dove finiscono i frammenti di usura? Ai lati della strada, si legge in uno dei tanti libretti dedicati alle domande strane. No, questa è solo metà della storia: infatti, metà dei frammenti di usura (più o meno..) entra nell’atmosfera e contribuisce all’inquinamento da polveri sottili (le ben note Pm10, Pm2,5 e così via) dell’aria che respiriamo.

Sarà un contributo trascurabile penseranno in molti. Non proprio. Grazie al continuo miglioramento della qualità delle benzine e del funzionamento dei motori, le emissioni di polveri sottili dal tubo di scappamento delle automobili sono diminuite tantissimo negli ultimi anni, tanto che oggi sono sostanzialmente comparabili a quelle dovute all’usura del sistema frenante. Dunque se si vuole raggiungere l’obiettivo UE 2020 di riduzione delle emissioni totali di polveri sottili del 47% entro il 2020, è necessario “attaccare” il problema da tutte le direzioni, e considerare pure il sistema disco freno pastiglia.
E’ in questo ambito che si inserisce il progetto REBRAKE finanziato dall’Unione Europea con 2 milioni di Euro, e svolto in collaborazione tra il Dipartimento di Ingegneria dei Materiali, la Brembo (azienda leader nella produzione di sistemi frenanti) e il Royal Institute of Technology (KTH) di Stoccolma. Si tratta di un progetto IAPP (Industry-Academia Partnerships and Pathways) attraverso il quale l’Unione Europea promuove collaborazioni dirette tra le industrie e il mondo accademico su specifici programmi di ricerca.

FP7-gen-RGBIl progetto si svilupperà in diverse fasi. Inizialmente saranno raccolte informazioni sulla quantità e le modalità di diffusione nell’ambiente circostante delle particelle – PM10 e non solo – prodotte dal consumo di dischi freno e pastiglie. Verranno analizzate polveri raccolte realizzando prove di laboratorie (con tribometri di tipo pin-on-disc attrezzati ad aspirare i frammenti di usura) e pure polveri raccolte ai bordi delle strade dove le automibili sono costrette a frenate decise. Verranno quindi realizzati dei modelli di emissione cercando di capire i meccanismi di usura e come essi sono determinati dalle caratteristiche dei materiali e delle condizioni di frenata. Il ruolo dei materiali appare assai critico, visto che le pastiglie freno sono realizzate in materiali compositi contenenti decine di “ingredienti”, ognuno con un suo specifico ruolo. Successivamente, il progetto si propone di avviare la progettazione di impianti frenanti formati da nuovi tipi di pastiglie (e, eventualmente, nuovi tipi di dischi freni; attualmente essi sono realizzati in ghisa grigia perlitica), che permettano di raggiungere l’obiettivo ultimo del programma: offrire al mercato sistemi in grado di combinare all’efficacia e alla sicurezza funzionale, una forte attenzione ai temi ambientali.

Esempio di nanopolvere emessa durante una frenata.

Esempio di nanopolvere emessa durante una frenata.

Non è escluso che dalla ricerca emerga anche la necessità di proporre nuove strategie di gestione del traffico con l’obiettivo di ridurre il numero e l’intensità delle frenate dei veicoli; un esempio può essere la riduzione del numero di semafori per favorire lo scorrimento costante e a velocità contenuta dei veicoli.

Il progetto REBRAKE avrà una durata di quattro anni, e coinvolgerà a tempo pieno una ventina tra ricercatori e dottorandi. Per chi volesse seguirne lo sviluppo, segnaliamo il sito ufficiale del progetto: http://www.rebrake-project.eu/Pages/home.aspx

I responsabili trentini del progetto sono Giovanni Straffelini e Stefano Gialanella del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento.

(dal “Trentino Industriale” di dicembre 2013)

L’ambiente nel mercato

masoE’ abbastanza diffusa la convinzione che le risorse ambientali – come le foreste, i corsi d’acqua, i laghi – possano essere governate al meglio solo dall’amministrazione pubblica, considerata più attenta dei privati a gestire i beni comuni. In realtà, questo non è necessariamente vero. In molti casi, infatti, una gestione operante in un regime di mercato – con i necessari organi di controllo e tutela – può rivelarsi assai vantaggiosa per il territorio, sia in termini economici che ambientali. Nella nostra Regione questo è documentato da diversi esempi, dai quali si può sicuramente trarre utile insegnamento.

In Trentino, la Magnifica Comunità di Fiemme da secoli gestisce il patrimonio boschivo collettivo con un occhio attento al mercato e con ricadute notevoli per gli abitanti della valle che, in buona sostanza, sono i proprietari dei boschi. Nel passato i ricavi della vendita del legname hanno permesso la costruzione di un ospedale, di una stazione delle autocorriere, di strade e la distribuzione di proventi agli abitanti, che sono quindi stimolati a rispettare le foreste stesse e a gestirle al meglio, affinchè possano continuare a dare i loro frutti. Questo tipo di gestione non ha quindi comportato un degrado delle risosorse (degli alberi, del sottobosco, degli animali che vi abitano, dei corsi d’acqua) come molti potrebbero temere, ma ha invece favorito la loro preservazione nei secoli, tanto che la Comunità ha ottenuto anche una prestigiosa “eco-certificazione”. In Alto Adige, più del 50% della superficie boschiva appartiene ad aziende singole (i masi) che dalla loro gestione oculata delle risorse traggono ancora oggi la loro ricchezza economica. Senza degradare il territorio. Anzi, curandolo con l’attenzione che si riserva alle attività che forniscono il proprio sostentamento.

Il legname, evidentemente, è la principale risorsa offerta dalle foreste. Va quindi seguita con interesse l’attività dell’Osservatorio delle produzioni trentine, tesa a valorizzare la filiera foresta-legno e favorire così la crescita economica del settore. Ma i boschi offrono anche altre opportunità: la pesca (le cui potenzialità di ulteriore sviluppo sono notevoli, come confermato dal grande successo della recente fiera di Riva del Garda), l’escursionismo, il camping, lo sport, il bird-watching. L’auspicio è che si impari dalla nostra tradizione e non si abbia timore ad affidare agli incentivi del mercato la valorizzazione di queste risorse, quando le regole lo permettono. I vantaggi potrebbero essere molti. Per le comunità, gli investitori e anche la qualità dell’ambiente.

(dal Corriere del Trentino del 20 aprile 2007)

Ispettori ambientali

IspettoriDopo gli ammonimenti e i controlli con gli ispettori, nel Regno Unito sono venuti gli inviti istituzionali a denunciare i vicini che non fanno bene la raccolta differenziata dei rifiuti. E’ questo uno scenario che potremmo aspettarci anche in Trentino?

Il piano provinciale dei rifiuti prevede il raggiungimento di quote molto alte di raccolta differenziata. Ma le difficoltà sono numerose: per quanto riguarda la gestione della raccolta nelle città e nei territori molto decentrati, nonché – soprattutto – per garantire una raccolta di qualità. Al fine di permettere il riciclo dei materiali separati, infatti, le diverse frazioni (vetro, carta, plastica..) non devono essere contaminate con materiali diversi o con sporcizia: se la qualità è bassa, il materiale raccolto – con non pochi sforzi – non è più idoneo al riciclo ed è inviato alla discarica o all’inceneritore. E’ chiaro che elevati livelli di raccolta differenziata rendono difficile l’obiettivo qualità. A meno di accontentarsi di un risultato di facciata (vale a dire di non preoccuparsi dell’effettivo riciclo), sarà quindi inevitabile adottare metodi che spingono i cittadini ad impegnarsi in una raccolta corretta. Metodi che agiscono a monte, e quindi basati sull’informazione preventiva; e a valle, basati necessariamente sul controllo dei rifiuti conferiti.

Sul fronte controlli, già oggi esistono i cosiddetti “ispettori ambientali”, che hanno il compito di rovistare tra i rifiuti, e già oggi esistono i delatori nascosti, vale a dire chi controlla i vicini per denunciarli agli ispettori o ai vigili nel caso di conferimenti scorretti. Ma l’istituzionalizzazione della delazione “selvaggia”, come fatto in Regno Unito dove sono arruolati anche i ragazzini, non appare cosa saggia, visto che darebbe sicuramente il via a infinite litigiosità di cui non abbiamo bisogno. Serve quindi una forma di controllo sociale più avveduta e meno irritante.

L’atteggiamento diffuso col quale fare i conti è riassunto dalla seguente domanda: perché devo darmi troppo da fare a differenziare bene quando bastano pochi “furbi” a rovinare tutto? Gli psicologi sociali sostengono che per contrastare tale atteggiamento è innanzitutto necessario che ognuno percepisca chiaramente i vantaggi del proprio comportamento virtuoso. La tariffa dei rifiuti dovrebbe quindi tenere in debito conto la qualità generale della raccolta differenziata, così che se tutti differenziano bene, tutti pagano meno. Ma ciò non basta: devono anche essere ben chiare le conseguenze per chi, col proprio comportamento, danneggia gli altri. I bari devono sapere di poter essere individuati e multati, e di essere guardati con indignazione dal resto della collettività. Gli esperimenti sociali mostrano che, in queste situazioni, gli individui sono disposti a cooperare per il bene comune e che sul medio periodo il numero dei bari diminuisce.

Nei prossimi anni la cooperazione virtuosa tra tutti i cittadini sarà sempre più importante per ottenere una raccolta differenziata di qualità. C’è da augurarsi che in Trentino non si adottino forme di controllo poliziesco – come nel Regno Unito e in altri Stati – ma metodi di controllo mirati e condivisi; magari inizialmente un po’ fastidiosi. tuttavia studiati per dare risultati concreti e duraturi.

(dal Corriere del Trentino del 3 ottobre 2008)

Rifiuti di qualità

(grazie a Thomas Deavi)

La tariffa dei rifiuti è correlata alla necessità di coprire i costi di gestione, cioè i costi della raccolta differenziata e dello smaltimento del residuo in discarica o in termovalorizzatore. Le dichiarazioni dei diversi gestori sono spesso contrastanti, soprattutto sul ruolo della raccolta differenziata: chi afferma che il suo potenziamento porta ad un risparmio, chi invece le attribuisce la causa dell’aumento dei costi. Come districarsi in questo settore, peraltro molto complesso?

Innanzitutto è necessario chiarire che il costo totale di gestione è dato da diversi contributi: il costo diretto della raccolta differenziata (che comprende il costo degli addetti, degli automezzi e delle manutenzioni), i costi di trattamento e selezione dei rifiuti differenziati, i costi di smaltimento del residuo, i ricavi della vendita delle frazioni separate. Uno studio curato da Federambiente – e relativo a molte città italiane – ha evidenziato come il costo totale di gestione aumenta al crescere della percentuale di raccolta differenziata, a causa dell’aumento dei costi diretti che non sono bilanciati dai ricavi della vendita dei materiali differenziati. Tuttavia, con un limitato numero di abitanti (orientativamente tra 5mila e 100mila) e con una raccolta porta a porta, il costo totale può nei fatti diminuire se la raccolta differenziata supera valori intorno al 40-50%. Questo è dovuto alla riduzione della quantità di residuo da raccogliere e alla riduzione della frequenza della raccolta del residuo stesso, resa possibile dalla separazione dell’organico umido, che toglie dai rifiuti la parte putrescibile.

Tutti gli studi in materia evidenziano, tuttavia, come non sia possibile individuare delle strategie di raccolta ottimali, che siano di applicabilità generale. In pratica, le specifiche caratteristiche territoriali locali (come la disponibilità di spazi dove collocare i contenitori, la presenza di condomini o di piccole e distanti unità abitative e l’agibilità delle strade) ed i costi di smaltimento del residuo finale svolgono un ruolo decisivo nel determinare il costo totale di gestione e, quindi, le tariffe a carico dei cittadini. Per minimizzare i costi in gioco è quindi necessario che le scelte gestionali sui metodi di raccolta e smaltimento siano le migliori possibili in considerazione delle caratteristiche del territorio e del mercato, e che anche il cittadino faccia la sua parte, producendo rifiuti “di qualità”, cioè separando bene l’umido dal residuo e differenziando altrettanto bene le singole frazioni, in modo da ridurre i costi di trattamento e selezione e da aumentare il valore commerciale dei materiali destinati al riciclaggio.

(da un edit sul Corriere del Trentino del 10 gennaio 2006)

Efficienza energetica

E’ ormai legge anche in Trentino la “certificazione energetica” degli edifici. Questa iniziativa ha come obiettivo ultimo la riduzione dei consumi energetici degli immobili, mediante la creazione di un mercato che valorizzi gli edifici che, in modo comprovato, consumano meno energia degli altri. Sebbene la legge – nei fatti – non sia stata ancora completamente recepita (basta guardare le offerte immobiliari per vedere come la maggioranza degli appartamenti in vendita è accora ‘in attesa di certificazione’), la legge va sicuramente nella giusta direzione anche perché la situazione italiana in questo settore è assai arretrata ed i margini di miglioramento sono notevoli.

Il meccanismo è semplice. Con una “targa” di identificazione viene contrassegnato il livello di efficienza energetica di una casa o un appartamento. Questo permetterà ad ognuno di valutare in anticipo i vantaggi economici della scelta di un immobile più o meno efficiente, soprattutto per quanto riguarda il consumo di energia per il riscaldamento. E’ chiaro che se gli edifici più efficienti saranno quelli più appetiti, si innescherà una spirale virtuosa che stimolerà i costruttori a realizzare, a loro volta, edifici migliori.

Già nel lontano 1991 era stata approvata una legge nazionale che prevedeva l’introduzione della certificazione energetica degli edifici ma solo la Provincia di Bolzano, con la procedura CasaClima, si era attivata in questa direzione. Nel 2002 l’Unione Europea ha poi emanato una direttiva su questo tema che, tuttavia, non specificava ancora completamente le procedure operative. In assenza di chiare indicazioni “dall’alto” è quindi fondamentale che gli Enti locali si attivino autonomamente “dal basso”, come ha fatto la provincia di Trento.

Il protocollo trentino – elaborato dall’Università di Trento – si è indubbiamente avvalso dell’esperienza di Bolzano – che peraltro riprende gli orientamenti comunitari prevalenti – e delle caratteristiche ambientali e del patrimonio edilizio locale. Ora, un ruolo di riguardo dovrà essere riservato alla comunicazione ai cittadini e alla formazione dei progettisti e dei costruttori. Il concreto successo dell’iniziativa, infatti, sarà decretato dal mercato (peraltro poco attivo in questo momento..) ed è quindi importante che una specifica informazione faccia percepire a tutti l’opportunità di scegliere un edificio “di qualità” (le diciture “IPE in fase di valutazione” devono scomparire al più presto). Allo stesso tempo, è importante che i progettisti ed i costruttori accolgano con entusiasmo la cultura dell’efficienza energetica, modificando, se necessario, anche qualche procedura di costruzione abituale.

(elaborato da un edit sul Corriere del Trentino del 28 ottobre 2006)

Dalla culla alla tomba

Per valutare correttamente l’impatto ambientale e socio-economico di attività potenzialmente problematiche, come la produzione dell’energia o il trattamento dei rifiuti, è necessario tener conto delle operazioni lungo tutta la filiera di processo. “Dalla culla alla tomba”, come si usa dire.

L’approccio da adottare è denominato LCA (acronimo inglese che sta per “analisi del ciclo di vita”), ed è previsto anche dalle normative europee. Tale tecnica ha larga diffusione in campo energetico, per valutare i carichi ambientali di una determinata fonte energetica, di un particolare mix produttivo o di uno specifico impianto. Ad esempio, la LCA si può applicare alla valutazione della quantità di CO2 (il ben noto gas serra) emessa per ogni kWh di energia elettrica prodotta, con il fine di selezionare le fonti o le tecnologie a bassa emissione da privilegiare. Utilizzando tale tecnica ci accorgiamo pertanto che la produzione di energia in impianti idroelettrici – largamente diffusa nella nostra regione – è 20 volte meno inquinante che in impianti a carbone, il combustibile che produce la maggior quantità di CO2, e 10 volte meno inquinante che in impianti a gas naturale, il combustibile più utilizzato in Italia per produrre elettricità. Tra le nuove rinnovabili, la tecnologia meno inquinante (e anche meno costosa) è l’eolico, che produce la metà di CO2 dell’idroelettrico che da noi, tuttavia, ha modesti margini di crescita. Il solare fotovoltaico, ancora poco diffuso ma su cui si ripongono molte aspettative, è a emissioni nulle dove è utilizzato, ma assai elevate dove i pannelli sono costruiti e smaltiti: in media, tale tecnologia è inquinante più del doppio dell’idroelettrico, e può raggiungere picchi anche maggiori, a seconda dal produttore. Anche nella valutazione ambientale dell’uso dell’idrogeno come combustibile per autotrazione – di cui si è pure parlato in questi giorni nella nostra regione – è necessario usare la LCA, considerando opportunamente le emissioni generate dalla produzione di energia elettrica, necessaria in notevoli quantità per ottenere questo gas non presente allo stato puro in natura.

La tecnica LCA è utile anche per valutare la gestione dei rifiuti, dalla loro formazione allo smaltimento finale; in particolare, nell’ottimizzazione della raccolta differenziata e dell’incenerimento. Entrambe queste attività comportano emissioni inquinanti e operazioni rischiose, dovute all’uso dei mezzi di raccolta e trasporto, nonchè ai trattamenti di riciclo e incenerimento dei rifiuti. Per definire le strategie ottimali è necessario condurre specifiche analisi LCA, capaci di tener conto, caso per caso, delle caratteristiche peculiari di ogni contesto territoriale.

Numerosi studi mostrano come dettagliate analisi LCA possono produrre risultati anche parecchio diversi dalle aspettative. Assai spesso, infatti, si tende a trascurare gli effetti “nascosti” di molte attività, come gli effetti indiretti (si pensi, ad esempio, ai possibili incidenti stradali nella movimentazione dei rifiuti) o quelli che coinvolgono territori a noi lontani.

(dal Corriere del Trentino del 3 ottobre 2009)

A tutto gas..

Negli ultimi mesi si è registrato un generale calo delle emissioni inquinanti, comprese quelle di CO2, il noto gas serra. Responsabile di ciò è – in gran parte – la crisi economica, che ha ridotto il consumo di combustibili fossili. E’ evidente che non è il caso di rallegrarsi troppo: la crisi non fa bene a nessuno, e appena l’economia si riprenderà le emissioni ricominceranno a crescere se non si promuovono efficaci strategie di contenimento.

Il tema dell’approvvigionamento energetico e dell’inquinamento dovuto alla produzione di energia è assai intricato, e coinvolge la gestione delle fonti fossili – che coprono gran parte del fabbisogno ma sono in via di esaurimento e sono inquinanti – la produzione da fonti rinnovabili e il risparmio energetico. La crisi economica pone pesanti vincoli di bilancio che inducono a riflettere sulle diverse politiche energetiche adottate sia a livello nazionale che locale. Per chiarire la questione vorrei focalizzare l’attenzione su due esempi eclatanti.

Il primo riguarda una “nuova” fonte rinnovabile, il fotovoltaico, su cui si è molto puntato negli anni recenti con una nutrita serie di incentivi (il Conto Energia) visto che la tecnologia non è economicamente competitiva. Ora la crisi sta colpendo anche le maggiori aziende europee del settore, per cui siamo al paradosso che gli incentivi pubblici stanno favorendo soprattutto le industrie cinesi. Penso pertanto che sarebbe saggio rimodulare gli obiettivi e privilegiare una politica di lungo periodo che punti soprattutto sulla ricerca scientifica, in modo da concorrere allo sviluppo di soluzioni che possano rivelarsi realmente competitive in un prossimo futuro (che si spera non troppo lontano). Il secondo esempio riguarda una risorsa matura ma molto versatile: il metano. Il metano è un combustibile fossile e pertanto la sua combustione emette CO2. Ma il suo impatto ambientale è assai inferiore a quello dei derivati del petrolio e del carbone. Inoltre è ancora disponibile in grande quantità e, grazie alla rivoluzione introdotta da un nuovo metodo di trasporto basato sul metano “liquido”, può essere importato in modo sempre più diversificato. Il metano è oggi largamente usato negli impianti domestici e nella produzione di energia elettrica, e potrebbe essere usato più proficuamente anche nei trasporti, con indubbi vantaggi economici e ambientali. La diffusione delle automobili a metano è infatti assai limitata per diversi motivi, non ultimo la scarsa disponibilità di stazioni di rifornimento. Certo, l’uso dei veicoli a metano è già ora in qualche modo favorito (le automobili a metano, ad esempio, non sono in genere fermate nei giorni di criticità per inquinamento da polveri sottili) ma molto può essere ancora fatto: favorendo la costruzione di nuovi centri di distribuzione e promuovendo ulteriormente l’uso di veicoli a metano nel trasporto pubblico; ciò costituirebbe un vantaggio immediato per l’inquinamento e anche una modo per promuovere la tecnologia.

Il problema energetico e delle emissioni inquinanti è una delle sfide più importanti che abbiamo davanti. La crisi che stiamo vivendo spinge tutti a razionalizzare al meglio le risorse disponibili: penso possa essere oculato puntare sulla ricerca scientifica nel caso delle tecnologie più promettenti per il futuro, e promuovere con convinzione l’uso pratico delle migliori tecnologie consolidate – come il metano – anche se tali tecnologie non sono la soluzione ideale.

(dal Corriere del Trentino del 27 gennaio 2012)

Timori esagerati

La costruzione del termovalorizzatore in Trentino è ormai diventata una telenovela, con sempre nuovi protagonisti e continui colpi di scena. Le preoccupazioni, invece, sono sempre le stesse: l’inquinamento atmosferico causato dalle emissioni dal camino. Questi timori, tuttavia, appaiono a mio giudizio esagerati visti i notevoli progressi raggiunti nelle tecnologie di trattamento delle emissioni, come mostrato anche da un recente documento del ministero tedesco per l’Ambiente che ha evidenziato come gli attuali termovalorizzatori “non sono più significativi in termini di emissioni di diossine, polveri sottili e metalli pesanti”.

Questo documento, datato settembre 2005, evidenzia come già nel 2000 i termovalorizzatori emettevano, in Germania, meno dell’uno percento della diossina totale emessa nell’ambiente, a conferma del loro ruolo trascurabile rispetto ad altre fonti come l’industria metallurgica e i riscaldamenti domestici. A questo proposito va anche sottolineato che una recente ricerca condotta al Politecnico di Milano ha mostrato come l’utilizzo delle migliori tecnologie di filtrazione permette di ridurre le emissioni di diossine a valori inferiori al contenuto di diossine nei rifiuti inceneriti; non è quindi sbagliato affermare che un termovalorizzatore dotato di opportuna tecnologia può comportarsi da “distruttore” di diossine. Le attuali tecnologie di filtrazione dei fumi permettono inoltre di ridurre al minimo le emissioni di polveri sottili (intorno a 1 mg/m3). Bruciando i rifiuti, inoltre, un termovalorizzatore produce energia elettrica e termica, che non deve quindi essere prodotta dalle centrali tradizionali. Siccome queste centrali sono più inquinanti, con i termovalorizzatori si riduce la quantità di polveri (e anche di metalli pesanti) emessa nell’ambiente. In Germania, ad esempio, grazie all’attività di 66 termovalorizzatori si evita l’emissione in ambiente di 5000 tonnellate di polveri all’anno, che non sono poche se si confrontano alle 171000 tonnellate di polveri totali emesse (soprattutto dal traffico e dagli impianti di riscaldamento, come ben noto).

Un’ultima osservazione riguarda l’emissione di CO2, che è un gas serra e che deve essere limitata in ottemperanza agli accordi del protocollo di Kyoto che anche l’Italia ha sottoscritto. Con l’incenerimento dei rifiuti si ha la produzione di CO2, ma anche nelle discariche si ha l’emissione di gas serra (il metano, che è molto più potente della CO2 per quanto riguarda l’effetto serra). L’incremento della termovalorizzazione dei rifiuti in Italia ha portato quindi ad una diminuzione delle emissioni di gas serra tra il 1990 ed il 2002 e il settore rifiuti è uno dei pochi che ha ottenuto questo risultato positivo.

Anche le associazioni ambientaliste sono sempre più favorevoli all’utilizzo dei termovalorizzatori (sono favorevoli Italia Nostra, il Wwf e Legambiente, come riportato recentemente da La Repubblica), a conferma che questa pratica di gestione dei rifiuti è oggi ritenuta adeguatamente pulita. Naturalmente non sono tutte rose e fiori, ma c’è da augurarsi che nel dibattito trentino trovino giusto spazio anche queste considerazioni, e che la gestione locale dei rifiuti venga chiusa con l’incenerimento invece di “chiuderla”, come si fa ora, trasportando i rifiuti – magari sotto falso nome… – nelle regioni vicine.

(da in editoriale sul Corriere del Trentino del 25 marzo 2006)

Rendering del nuovo inceneritore di Bolzano.

Rispettare l’ambiente

Costruzione di un ponte vicino a Las Vegas.

Oggi più di ieri, la necessità di rispettare l’ambiente è avvertita da tutti e influenza molte decisioni relative ad attività potenzialmente inquinanti. Ma non è sempre facile individuare semplici e costanti linee di comportamento, vista la molteplicità e complessità dei fattori in gioco. Consideriamo un paio di esempi, con riferimento al settore dei trasporti.

Si discute spesso sull’opportunità di aumentare il numero delle corsie delle autostrade italiane, per favorire il flusso dei veicoli. Un esempio è costituito dal dibattito sull’eventuale realizzazione della terza corsia dell’Autobrennero. Le categorie economiche spingono in questa direzione, mentre molti si oppongono per motivi ambientali: l’aumento del traffico, si ritiene, comporta un aumento di inquinanti emessi nell’atmosfera, soprattutto da parte dei mezzi pesanti. Le valutazioni in merito, tuttavia, sono più complesse di quanto sembra. Una recente ricerca, infatti, ha evidenziato che se il traffico è intenso, la sua distribuzione in un numero di corsie capace di garantire il mantenimento di costanti velocità di marcia induce una diminuzione dell’inquinamento, perchè riduce la necessità di continue accelerazioni per sorpassare o riprendersi dai rallentamenti. Una corsia in più può quindi richiamare più traffico ma anche favorire un contenimento delle emissioni totali (e dei consumi di carburante) perché lo rende più fluido.

Un secondo esempio riguarda la costruzione della ben nota autostrada Valdastico, di cui si parla da anni. Anche in questo caso le categorie economiche premono per la sua realizzazione ma i contrari a quest’opera sono molti: oltre a motivi di costo e di forte impatto visivo, si paventano motivi di inquinamento e il sacrificio ambientale di terreni agricoli dove potrebbero essere realizzati gli svincoli. Anche in questo caso, tuttavia, la questione ambientale ha due facce. Sono infatti altrettanto numerosi coloro che richiedono quest’opera per ridurre il traffico (soprattutto quello pesante) sulla Valsugana, in modo contenere l’inquinamento dell’aria che, si dice, nella valle si è fatto insopportabile.

Il rispetto dell’ambiente è sicuramente una delle migliori conquiste della nostra società. Proprio per questo, il dibattito pubblico sull’opportunità o meno di realizzare infrastrutture importanti per lo sviluppo ma potenzialmente inquinanti (evidentemente non solo nel settore dei trasporti), oltre che su fondamentali valutazioni di fattibilità economica e di rispetto dello sviluppo sostenibile dell’intero territorio – in armonia con le sue caratteristiche peculiari – dovrebbe basarsi sempre più su studi ambientali rigorosi e capaci di tener conto di tutti i fattori in gioco. Il rischio, sempre in agguato, è quello di usare informazioni parziali o incomplete per sostenere in modo strumentale una particolare opzione a scapito di un’altra.

(dal Corriere del Trentino del 16 marzo 2011)

M’illumino di meno

La giornata internazionale sul risparmio energetico “M’illumino di meno” è l’occasione per mettere a confronto – nelle varie iniziative organizzate sul territorio – i rappresentanti degli enti pubblici, degli ordini professionali, del mondo della ricerca e i cittadini, con l’obiettivo comune di contribuire a creare una consapevolezza diffusa e operativa dell’importanza del risparmio energetico.

Sono almeno due i buoni motivi per promuovere il risparmio energetico. Il primo è quello di ottenere un concreto vantaggio economico, aspetto particolarmente sentito in questo periodo di crisi generale. Tanto per fare un esempio, tra le azioni adottate dall’Università di Trento per ridurre le spese e far fronte ai tagli governativi, svolgono un ruolo importante proprio le politiche di risparmio energetico. L’altro motivo riguarda la riduzione delle emissioni in atmosfera di CO2, il gas serra che contribuisce ai cambiamenti climatici, e degli inquinanti che contribuiscono alla formazione dello smog e delle polveri sottili. Questo perché le caldaie dei riscaldamenti consumano combustibili fossili, come il metano o il gasolio, che bruciando producono CO2; e perchè gran parte dell’energia elettrica che usiamo è prodotta in Italia da centrali termoelettriche, che anch’esse impiegano combustibili fossili.

L’Italia, è bene ricordarlo, ha anche un obbligo formale di riduzione delle emissioni di gas serra, in quanto ha sottoscritto il Protocollo di Kyoto e si è impegnata a ridurre le emissioni del 6.5% rispetto ai livelli 1990. Purtroppo, oggi dobbiamo constatare che da allora le emissioni sono aumentate: ciò significa che è non è facile fare tali riduzioni e che ci siamo impegnati assai poco. Sono tre i settori maggiormente coinvolti nelle emissioni di CO2: edifici, trasporti e industria. Se nel comparto industriale il singolo cittadino può fare relativamente poco, nei settori dei trasporti e degli edifici ognuno può dare un contributo significativo.

Molti sono gli attori coinvolti nella promozione dell’efficienza energetica degli immobili: gli amministratori pubblici, che devono per primi dare il buon esempio realizzando e gestendo strutture efficienti, e devono promuovere le adeguate iniziative e normative; i ricercatori universitari, che hanno il compito di diffondere le conoscenze ed escogitare nuove soluzioni applicative; i progettisti – architetti, geometri, ingegneri, periti – che devono consigliare le buone pratiche agli utenti e metterle in pratica, sia per quanto riguarda la realizzazione di nuovi edifici che nel ripristino di quelli esistenti. Tutti quanti chiamati, insieme ai cittadini, a fare sistema e a impegnarsi in modo sinergico al risparmio energetico e alla riduzione delle emissioni, e contribuire così a rientrare nei parametri del Protocollo di Kyoto.

(rielaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 14 febbraio 2009)

Statistiche inquinate

I limiti imposti dall’Unione Europea sulle concentrazioni di polveri sottili nell’aria sono dettati dal fatto che esse possono causare gravi patologie cardio-vascolari e respiratorie. Su questo tema, tuttavia, l’informazione al cittadino è alquanto lacunosa e spesso contraddittoria, quando dovrebbe invece essere il più possibile chiara ed esaustiva, vista la delicatezza dei problemi coinvolti, che riguardano la salvaguardia della salute di tutti e la messa a punto di adeguati metodi di intervento per rispettare i suddetti limiti.

Diversi studi epidemiologici riportano di migliaia di decessi e di ricoveri ospedalieri all’anno, in Italia, a causa delle polveri sottili. Una notizia che, ogni anno, è puntualmente riportata dai giornali, riguarda il fatto che – secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) – nelle maggiori città italiane ci sono quasi 9000 decessi l’anno a causa delle polveri sottili. I numeri colpiscono, e non poco. Perché sono molto alti, paragonabili ai 6500 morti l’anno per incidenti stradali o agli 8000 morti l’anno in incidenti domestici. Ma sono statistiche che hanno poco senso: i decessi attribuibili a picchi di concentrazione delle polveri ruguardano (semmai) persone già gravemente malate ed evidenziano effetti peraltro molto bassi, che  con ogni probabilità cadono all’interno della variabilità statistica. Sarebbe pertanto più corretto parlare di “riduzione di mesi di vita” in seguito all’esposizione per tempi lunghi a un ambiente inquinato. L’Oms riporta in effetti anche queste statistiche, senz’altro meno roboanti (Woody Allen è sempre in agguato): l’accorciamento della vita media degli italiani, a causa dello smog, è stimabile in 9 mesi.

Ma qunto sono affidabili tutti questi dati? Poco. In altri post ho già discusso le grandi difficoltà insite in questi studi epidemiologici. Qui richiamo solo un esempio: basta guardare dentro i dati per ricavare che le persone con maggiore livello di istruzione sono meno soggette ai rischi di mortalità per polveri sottili. Come è possibile? Chi è più istruito respira meno polveri? No: chi è istruito adotta migliori comportamenti personali – come migliori cure sanitarie e maggiore attenzione all’alimentazione – e pertanto può vivere più a lungo: questi sono fattori assai più importanti delle polveri sottili. Queste considerazioni sono note anche se ben trascurate dal clamore mediatico, che con regolarità disarmante ogni inverno ci investe (allarme smog!), per giustificare interventi di limitazione al traffico, inutili foglie di fico necessarie per evitare ai sindaci fastidiose (a dir poco) denunce penali e permettere loro annunci ad effetto (ci penso io!).

Qui vorrei citare le conclusioni di una review (cioè uno studio che riepiloga e commenta i risultati di tutti gli studi più significativi) condotta da due studiosi statunitensi, Arden Pope III e Douglas Dockery, che a buon ragione si possono considerare i “padri” delle polveri sottili cioè quelli che per primi ne hanno rilevato gli effetti negativi sulla salute delle persone. Nella review (“Health Effects o Fine Particulate Air Pollution: Lines that connect”, J. Air & Waste Manage. Assoc. 56, pp. 709-742, 2006), i due studiosi evidenziano che il problema delle polveri sottili sia effettivamente reale, e che assolutamente non possiamo fare le spallucce e girarci dall’altra parte. Però dicono anche (queste sono mie traduzioni dall’inglese):

“Dimostrare in modo sicuro che le associazioni tra PM ed effetti sanitari sono “reali” o “causali” è difficile e sfuggevole. Recenti ricerche, tuttavia, hanno aumentato la consapevolezza che relazioni tra PM e malattie cardiopolmonari sono biologicamente plausibili”.

“Ci sono ancora molte cose che non sappiamo. Ci sono legittime ragioni per un certo scetticismo sulla nostra interpretazione dei risultati delle ricerche e sulla possibilità di applicare questi risultati in modo semplicistico a politiche di salute pubblica”.

“Oltre a riconoscere semplicemente le nostre lacune, rimane la necessità di un sano scetticismo verso quello che noi pensiamo di conoscere circa gli effetti sanitari delle polveri sottili”.

Emblematica è la questione tumori. Dopo essere stati proprio Pope e  Dockery a denunciare l’effetto delle polveri sottili sullo sviluppo di tumori polmonari, oggi affermano che la questione è in realtà assai dubbia,  siccome l’effetto del fumo è talmente elevato da non permettere di evidenziare gli effetti deboli delle polveri.

Ai cittadini è offerto un quadro assai contraddittorio: inverni con proclami apocalittici sostenuti da vaghi dati statistici; interventi invasivi come blocchi alla circolazioni, targhe alterne, ecopass; comuni e regioni che adottano politiche diverse; deroghe infinite (anche per non danneggiare il turismo); la stessa UE che non sembra avere una linea chiara… Appare quindi evidente come sia assolutamente necessario moltiplicare gli sforzi per capire al meglio l’influenza dell’inquinamento atmosferico sulle diverse patologie sanitarie. Le linee politiche e le misure di intervento dovrebbero, quindi, essere calibrate sulla base dei risultati ottenuti dalle ricerche scientifiche condotte da strutture di elevato livello, nel massimo rispetto della salute ma anche degli interessi dei cittadini.

(ripreso e ampliato da un editoriale del Corriere del Trentino del 3 ottobre 2005)

Polveri & divieti

Centralina per la rilevazione della qualità dell'aria.


In inverno, con l’accensione delle caldaie, il problema polveri sottili si acuisce e gli amministratori dei comuni sono chiamati a decidere quali provvedimenti di emergenza adottare nei giorni in cui la concentrazione di polveri sottili nell’aria supererà i limiti massimi. Anche se negli ultimi anni si è registrato un calo progressivo degli “sforamenti” (a conferma di un trend di lungo periodo in atto da decenni), anche quest’anno – c’è da giurarci – si comincerà a parlare di limitazioni al traffico, come la circolazione a targhe alterne o il blocco dei veicoli meno nuovi. Dato, tuttavia, che questi provvedimenti sono molto costosi per la società e nel passato si sono rivelati poco efficaci, sarebbe auspicabile che, almeno in prima battuta, fossero adottate altre metodologie di intervento meno “invasivo” e ricorrere alle limitazioni al traffico solo come ultima risorsa.

Una recente indagine condotta dall’ARPAV della Regione Veneto ha confermato sperimentalmente – pur con un’analisi statisticamente incompleta – che l’interdizione al traffico dei veicoli non catalizzati e la circolazione a targhe alterne comportano degli effetti contenuti sulla qualità dell’aria (anche in prossimità delle strade, proprio dove sono posizionate le centraline di misura). Questo perchè il volume di traffico si riduce in media del 10-25% soltanto, e l’incidenza dei provvedimenti è quindi limitata, anche in considerazione del fatto che il traffico non è l’unica fonte di inquinamento. Infatti le polveri che si hanno in città provengono, come detto, anche dai riscaldamenti, e sono pure trasportate dal vento, da zone anche lontane (soprattutto quelle ultrasottili, peraltro non rilevate delle centraline). Appare quindi evidente come il problema delle polveri sottili vada prima di tutto affrontato con interventi strutturali e di lungo periodo (ad esempio: realizzazione di strade a scorrimento fluido, trasporto ferroviario delle merci, sostituzione delle caldaie meno efficienti, contenimento delle temperature massime negli edifici). Questi interventi, inoltre, dovrebbero essere coordinati a livello di macroregioni, data la natura globale del fenomeno.

Nei giorni di maggiore criticità, tuttavia, quando cioè la concentrazione delle polveri misurata dalle centraline è sopra i limiti, è necessario adottare dei provvedimenti di emergenza, per alleviare i picchi locali di concentrazione che si registrano soprattutto in corrispondenza delle vie più trafficate. Una serie di provvedimenti che sono adottati con successo soprattutto in alcuni stati europei e che potrebbero essere sperimentati anche da noi, sono i seguenti:

Pulire le strade con l’acqua. Questo è il primo intervento consigliato dal ministero tedesco dell’ambiente e ha la sua logica nel fatto che le polveri – di ogni origine – prima o poi si depositano sul terreno e quelle sulle strade vengono risollevate dal traffico. Pulire le strade con acqua, nelle zone dove il traffico è più intenso e dove si ha maggiore frequentazione pedonale, è quindi assai efficace ed è spesso sufficiente per rientrare nei limiti, giacché è stato stimato che più del 30% delle polveri in città è sollevata dai manti stradali.

Limitare la velocità dei veicoli. Abbassare i limiti di velocità sulle strade molto trafficate e vicine ai centri abitati riduce notevolmente sia la polvere emessa direttamente che quella risollevata.

Si tratta di provvedimenti semplici, abbastanza efficaci e sicuramente poco invasivi, da adottare prima di ricorrere ad eventuali limitazioni del traffico, che comportano invece dei costi sociali molto elevati rispetto ai benefici che permettono di realizzare.
(da un editoriale sul Corriere del Trentino del 31 agosto 2005)

Questione di limiti

Per contenere l’inquinamento sono fissati dei limiti agli inquinanti emessi nell’ambiente da ogni sorgente. Per i motori delle automobili, ad esempio, sono fissati dei limiti alle polveri sottili e ai loro formatori: con le sigle Euro 1, 2 e così via, si indicano motori capaci di emettere gas di scarico con concentrazioni sempre più basse di inquinanti. Stessa cosa avviene per le emissioni dalle singole industrie. Ma come sono fissati tali limiti? Sono giustificate le preoccupazioni quando i limiti sono superati?

I limiti alle emissioni inquinanti sono fissati da norme che recepiscono direttive europee. In via precauzionale essi sono scelti quanto più bassi possibile, compatibilmente alle capacità tecnologiche di rispettarli. La normativa Euro 3, ad esempio, vale per le auto immatricolate dopo gennaio 2001, e impone un limite agli ossidi di azoto di 0.56 grammi al chilometro per i motori diesel, e 0.15 per i motori benzina; il limite per i motori benzina è inferiore perché essi sono tecnologicamente in grado di emettere meno. Con l’innovazione tecnologica si sono poi prodotti motori migliori, e le norme Euro 5 e poi Euro 6 recepiscono tali miglioramenti. Ma il livello di inquinamento dell’aria in un determinato territorio (in città, ad esempio) dipende dalla quantità totale di inquinanti emessi; quindi non solo da quanto emette un’automobile che rispetta o meno i limiti, ma anche da quanti chilometri l’automobile percorre e dal numero di automobili circolanti (oltre che dai riscaldamenti accesi, se siamo in inverno). Per cui un’automobile Euro 0, fermata dalle normative, ma usata poco, per un tragitto breve e in un territorio isolato, può essere meno impattante di un’automobile Euro 5, usata molto di frequente in un circuito cittadino.

Discorso simile vale per le emissioni di inquinanti, come la diossina, dagli inceneritori e dalle industrie come le acciaierie: ciò che conta è la quantità di inquinante emesso, e come esso si disperde nell’ambiente. Se in un territorio ci sono molte industrie di grandi dimensioni che rispettano i limiti sulle emissioni, la quantità totale di inquinanti emessi può essere elevata e pericolosa per la salute pubblica. Se nello stesso territorio ci sono poche industrie piccole, la quantità totale di inquinanti emessi può essere bassa, anche se qualcuna di esse non rispetta i limiti.

Le norme europee, come detto, giustamente indirizzano verso le tecnologie migliori (anche se questo, è evidente, ha un costo economico). E in questa direzione va la proposta di fissare limiti inferiori alle emissioni di diossine per le acciaierie trentine, in risposta alle note vicende che hanno riguardato l’Acciaieria Valsugana. Ma è altrettanto o, forse, più importante, monitorare in continuo gli inquinanti presenti nell’ambiente (come le polveri nell’aria, o la diossina sui terreni) che dipendono dalle quantità emesse, e prendere le decisioni opportune sulla base di tali misurazioni effettive dell’inquinamento. Infatti, non è detto che attività che rispettano i limiti non siano globalmente inquinanti e, allo stesso modo, non è detto che attività che non rispettano i limiti (e che per questo – intendiamoci – devono essere perseguite secondo la legge) causino necessariamente danni sanitari di cui doversi allarmare.

(dal Corriere del Trentino del 28 agosto 2010)

Inceneritore, si o no?

Il prossimo termovalorizzatore di Torino (Gerbido). Tratterà 421mila tonellate di rifiuti all'anno e il termine previsto per la sua costruzione è febbraio 2012. Col calore dei fumi verrà generata corrente elettrica e verrà alimentato il teleriscaldamento delle abitazioni (si stima 17000 abitazioni da 100m2). Da: recycling, luglio 2010.

I rifiuti residui a valle della raccolta differenziata possono essere smaltiti in discarica o bruciati in un inceneritore. Mentre lo smaltimento nelle discariche è una pratica in voga dalla notte dei tempi, la storia degli impianti d’incenerimento è molto più recente. Il primo impianto è stato costruito negli Stati Uniti nel 1885. Ad Amburgo, in Germania, è stato avviato – nel 1893 – il primo inceneritore europeo. In Italia, il primo inceneritore è stato costruito a Lucca, nel 1962. Oggi in Italia la metà circa dei rifiuti urbani è ancora smaltita in discarica, mentre è avviato all’incenerimento il 12% dei rifiuti (contro una media europea superiore al 20%). Gli inceneritori in Italia sono una cinquantina (sono 60 in Germania, 110 in Francia, più di 30 in Danimarca e in Svizzera), localizzati soprattutto in Lombardia e e in Emilia Romagna.

Le normative europee e nazionali incentivano la transizione dallo smaltimento in discarica al modello di “prevenzione e recupero”, dove col termine recupero si intende sia il riciclo dei materiali che il recupero del contenuto energetico dei rifiuti mediante la loro combustione; tanto che l’inceneritore diventa un “termovalorizzatore”. Per questo la nuova normativa in materia di discariche non ammette, dal 1° gennaio 2007, i rifiuti con potere calorifero maggiore di 3100 kcal/kg, cioè i rifiuti che possono produrre molto calore se bruciati. Le scorie che si ottengono dopo l’incenerimento (circa il 10-15% in volume rispetto al rifiuto di partenza) sono sostanzialmente inerti e possono essere smaltite facilmente in discarica o riutilizzate in impieghi particolari.

La diffusione dei termovalorizzatori come impianti di smaltimento dei rifiuti, tuttavia, trova – soprattutto in Italia – una serie di ostacoli legati ai timori di possibili emissioni di inquinanti dal camino, come le diossine e le polveri sottili. Nel 1977, infatti, alcuni ricercatori olandesi rilevarono per primi delle tracce di diossine nei fumi di alcuni inceneritori, e in Italia questa notizia causò notevoli diffidenze, anche perché nel 1976 a Seveso si ebbe un incidente in un’industria chimica che provocò la liberazione di diossina, con un rilevante danno ambientale.

Da allora si sono moltiplicati gli studi su questi problemi e si sono sviluppate sofisticate tecnologie per il controllo degli scarichi inquinanti; oggi le normative per gli inceneritori sono molto severe, e i limiti sono più bassi di quelli relativi ad industrie che emettono fumi (anche se i volumi in gioco per gli inceneritori sono abbastanza bassi). Le preoccupazioni nell’opinione pubblica – tuttavia – sono rimaste, ed il dibattito sull’opportunità di impiegare questo tipo di impianti è ancora acceso. In Trentino la lunga strada verso la costruzione del termovalorizzatore di Ischia Podetti sembra stia volgendo al termine, anche se la sensazione generale è che non tutto sia ancora pronto. Situazioni simili sono presenti in altre regioni italiane.

Insomma: inceneritore si, o inceneritore no?

(tratto da “Che aria tira in città?“, temi editrice, 2006)

Rivoluzione copernicana

Turchia: tutti i tetti delle case nuove (e molti di quelle vecchie) sono ricoperti di pannelli termici "low-cost"

I pannelli solari possono essere termici, per riscaldare l’acqua per impieghi domestici, o fotovoltaici, per produrre elettricità. Meglio incentivare la diffusione dei panneli termici o di quelli fotovoltaici?

Penso che sarebbe sicuramente opportuno sfruttare al meglio la cosiddetta “rivoluzione copernicana” proposta dalla Direttiva europea 20-20-20, e optare con decisione verso un uso più esteso dei pannelli solari termici e dell’energia termica in generale.

Finora, nell’ambito dell’energia solare ha prevalso la visione “elettrocentrica”, perché l’energia elettrica è pregiata (ha cioè molteplici utilizzi) ed è più facile da sostenere economicamente. Gli incentivi come il Conto Energia, infatti, sono basati sulla semplice contabilizzazione dell’energia elettrica prodotta dai pannelli fotovoltaici e poi immessa nelle rete. Nel caso dell’energia termica tale computo è difficile ed è necessario escogitare metodi più complessi per erogare i contributi. Tuttavia la produzione di energia termica (coi pannelli solari ma anche con la biomassa e la geotermia) è economicamente più conveniente rispetto alla produzione di energia elettrica coi moduli fotovoltaici, e l’incentivazione dell’energia termica permette di ottenere risultati migliori, in termini di energia prodotta e emissioni evitate. Per questo la Direttiva europea 20-20-20, che obbliga gli stati membri a produrre il 20% dell’energia che consumano da fonti rinnovabili, ha allargato il computo anche alle fonti termiche di energia.

Certo, l'impatto "visivo" non è dei migliori...

Il solare termico è molto diffuso, manco a dirlo, in Germania, dove sono installati la metà degli impianti europei, e in forte diffusione in stati mediterranei molto soleggiati, come la Spagna e la Turchia. Recentemente sono stato proprio in Turchia e ho potuto constatare come quasi tutti i tetti delle nuove costruzioni sono ricoperti di pannelli solari, peraltro di tipo “low-cost”, per la produzione di acqua calda. In Turchia l’energia è molto costosa e il governo non distribuisce particolari incentivi per l’energia solare. E’ quindi la spinta del vantaggioso rapporto costi/benefici a determinare la spontanea proliferazione di pannelli solari termici. Pannelli – va detto – che non possono sostituire le caldaie ma che possono senz’altro contribuire a limitare i consumi.

Da noi il costo dell’energia non è (ancora) così alto da spingere verso una larga e spontanea diffusione dei pannelli termici, ma i vincoli e le opportunità poste dalla Direttiva europea dovrebbero spingere verso una maggiore promozione dell’energia termica: mediante una ricalibrazione degli incentivi, una migliore diffusione delle conoscenze e una semplificazione degli iter burocratici. L’energia dal sole non ci permetterà di risolvere il problema energetico che abbiamo davanti, ma può contribuire a ridurre almeno un po’ la nostra fame di energia e ad affrontare in modo concreto gli impegni presi in ambito europeo.

(dal Corriere del Trentino del 27 luglio 2010)