La trinità cristiana: una bellezza da riscoprire

Come molti miei coetanei mi sono avvicinato al cristianesimo con le prime catechesi e poi me ne sono allontanato, spaventato da troppe visioni oscure e misteriose. Tra queste c’era indubbiamente quella di Dio Uno e, allo stesso tempo, Trino. Poi mi sono accorto che anche molti cristiani doc considerano la riflessione sulla Trinità un lavoro da specialisti, se non proprio un’inutile complicazione lungo il cammino spirituale. Perfino alcuni sacerdoti e teologi che ho interpellato affrontano il tema della Trinità con molta circospezione, quasi con sospetto. Ora ho cambiato idea. Dopo tanti approfondimenti e confronti ho scoperto che la dottrina trinitaria di Dio è molto ricca, e sono convinto che ogni credente cristiano dovrebbe riappropriarsene con entusiasmo.

Ho affrontato la riflessione su Dio e, in particolare, su Dio Uno e Trino, partendo dalla mia preparazione scientifica, dalla quale non riesco a staccarmi; sono infatti convinto che la razionalità, e dunque la sua applicazione nell’indagine scientifica del mondo, sia ciò che maggiormente qualifica l’uomo, e che vada dunque usata senza paura anche nella riflessione sul divino. In un testo pubblicato qualche anno fa, “Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”, Lindau, 2015, avevo raccolto alcune riflessioni sul rapporto scienza-fede, evidenziando come l’osservazione della natura tramite le più recenti acquisizioni scientifiche sveli nuovi rimandi razionali all’esistenza di Dio. Il nocciolo della questione sono i tre eventi critici che hanno portato il mondo ad essere quello che è: la nascita dell’Universo, la comparsa della vita sulla terra, la comparsa dell’uomo, con le sue speciali qualità che ben conosciamo, che con un po’ di licenza scientifica possiamo chiamare i tre Big Bang. Il fatto è che siamo abituati a lodare i successi della scienza e facciamo bene; da ingegnere lo dico con fiera convinzione. Mi pare però che a volte mostriamo un esagerato senso reverenziale e siamo convinti che la scienza sia capace di spiegare tutto. Ma non è così… Certo, non voglio con questo rinverdire l’approccio del Dio-tappabuchi, vale a dire la tendenza a ricorrere a Dio ogni volta che non riusciamo a spiegare qualche fenomeno naturale. Non sto parlando di fenomeni locali che prima o dopo verranno spiegati, come ad esempio la superconduttività, che è stata misteriosa per tanto tempo e poi è stata brillantemente ricondotta alle leggi della meccanica quantistica. Qui si tratta di tre eventi base che considero costituzionalmente fuori dalla portata della nostra comprensione. Potremmo mai disporre di un modello affidabile e certo del primo Big Bang, quello che ha dato il via all’Universo? Potremmo mai verificarne l’esattezza con prove di laboratorio? Direi proprio di no. Stesso discorso vale per la nascita della vita sulla terra, e la comparsa dell’uomo nel corso del processo evolutivo. Già nell’Ottocento, un famoso scienziato ateo, Emil DuBois-Reymond, aveva declamato con forza il suo famoso “ignoramus et ignorabimus”; vale dire, di questi Big Bang non sappiamo nulla e continueremo a non saperne nulla. E un famoso scienziato credente, George Boole, il padre della logica-matematica, aveva concluso che un sobrio ragionamento di inferenza alla migliore spiegazione permette di inferire – da tutto ciò – l’esistenza di una ‘causa intelligente del mondo’. Da allora la ricerca scientifica è certamente progredita, ma è stato come scoperchiare sempre nuove matrioske, e gli enigmi non sono stati risolti ma si sono semmai arricchiti di dimensioni e colorazioni che, come dicevo, permettono di scorgere nuove suggestioni verso il divino.

Nell’ultimo scritto, “Uno e Trino – Dio, la Trinità, la scienza” (Lindau, 2017), ho usato quindi il metodo scientifico per analizzare meglio i nessi tra i tre Big Bang e l’opera creatrice di Dio trinitario. Il punto di partenza della riflessione è la presa di consapevolezza che noi “vediamo il mondo”, diciamo così, tramite rappresentazioni – o modelli – mentali, che sono realizzati nella nostra mente da specifici programmi. Ho allora proposto nel libro un modello di Dio, cercando di applicare la stessa modalità conoscitiva che usiamo in ogni circostanza, comprese le indagini scientifiche. E ciò che ne emerge è un modello trinitario di Dio. Quindi, senza dimenticare che Dio è comunque uno solo, possiamo vedere Dio-Padre come origine del primo Big Bang, e dunque come creatore fecondo dell’Universo come direbbe San Bonaventura; e poi vedere Dio-Figlio, per mezzo del quale tutte le cose sono state create, come Logos, cioè come informazione che nel tempo crea tutte le cose compresi gli esseri viventi; e vedere, infine, Dio-Spirito Santo, che dà la vita, come creatore delle particolari qualità degli uomini – vale a dire la libertà, la razionalità e la consapevolezza – che ci fanno assomigliare a Dio.

Un ruolo particolare intorno all’umano è pertanto svolto da Dio-Spirito Santo. La visione cristiana è un po’ in bilico tra quella biblica, che presenta l’uomo in modo unitario, e il modello dualistico, di origine platonica, che presenta l’uomo fatto di due sostanze distinte, il corpo e l’anima. L’analisi scientifica basata sulle acquisizioni più consolidate delle neuroscienze cognitive, sposta chiaramente l’ago della bilancia verso la visione biblica. Ciò spinge a privilegiare l’immagine dell’uomo come un essere vivente animato, dall’esterno, dall’azione vivificatrice di Dio-Spirito Santo. La scienza non è però in grado di spiegare le specificità umane della consapevolezza, della libertà e della razionalità, e di come si sono formate lungo il cammino dell’evoluzione; su un tema così fondamentale, il “terzo Big Bang”, la scienza tace e continuerà a tacere. Per cui possiamo ben credere che questo miracolo della specificità umana sia opera di Dio-Spirito Santo e della sua continua interazione con gli uomini (tutti gli uomini).

Questa visione della Trinità vista nell’ambito della Creazione si innesta su una tradizione antica della Chiesa, ed è oggi patrimonio soprattutto delle Chiese orientali. Nelle Chiese occidentali è prevalente la visione agostiniana della trinità. Sant’Agostino paragonava la Trinità all’amore, usando l’analogia dell’Amante, dell’Amato e dell’Amore. Tale visione riassume l’essenza di Dio come amore, e apre alla possibilità di cogliere molteplici dimensioni della natura di Dio, come quelle della relazione e della libertà. Inoltre “il Figlio ci fa capire che non è divino solo l’amore: è divino anche il lasciarsi amare, il ricevere l’amore. Non è divina solo la gratuità: è divina anche la gratitudine”, come ha scritto il teologo Bruno Forte. In occidente il cristianesimo si è lasciato intimidire dalla scienza, nel dubbio che essa prima o poi dimostri che Dio non serve nella creazione, e ha preferito prenderne le distanze. Ma così non può essere. La capacità di indagine scientifica non si pone in alternativa alla visione religiosa, in quanto è parte integrante, dire pure qualificante direi, della nostra umanità, ed è quindi anch’essa creata da Dio. Penso dunque che le due visioni, quella basata sull’amore e quella sulla creazione (per amore, naturalmente), dovrebbero integrarsi e contribuire insieme a mostrare la bellezza della dottrina trinitaria.
(da “La Lanterna, dicembre 2017)

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Docente Facoltà di Ingegneria Università di Trento. Editorialista del Corriere del Trentino.

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