Scienza e fede, le difficoltà del dialogo

SweetmanIl recente libro del filosofo Brendan Sweetman, “Religione e Scienza, Una introduzione” (Queriniana, 2014), presenta in modo preciso e aggiornato i principali temi che caratterizzano l’attuale riflessione sul rapporto tra scienza e fede, coprendo un settore di studio abbastanza sguarnito nel panorama editoriale italiano. Sweetman ripercorre in modo efficace il rapporto storico tra religione e scienza, e si addentra nel merito dei temi più importanti, come l’evoluzione, la persona umana, il progetto nell’universo e il rapporto tra scienza e etica, con un attento approccio filosofico, vale a dire cercando di offrire una sintesi ragionata e imparziale delle diverse istanze in campo.
Fin dal primo capitolo Sweetman ci tiene a sottolineare la necessità di un “modello del dialogo” tra scienza e religione, capace di evitare sterili contrapposizioni e promuovere una comprensione più completa possibile di noi stessi, comprese le questioni sul senso della vita che maggiormente ci interpellano. Si tratta di un’impostazione necessaria, poiché la grandezza del compito richiede inevitabilmente uno sforzo congiunto di tutte le sensibilità; e non dico per trovare delle soluzioni ma almeno per abbozzare delle risposte. Certo, anche nella ricerca del modello del dialogo le difficoltà non mancano, e pure il lavoro di Sweetman, per molti aspetti chiarificatore, non è esente da criticità, almeno per quanto riguarda la prospettiva scientifica. Qui non vorrei dunque soffermarmi sui meriti del testo ma piuttosto evidenziare alcuni aspetti che a mio avviso meriterebbero ulteriori approfondimenti.
Un primo punto di criticità lo riscontriamo nel capitolo “Dio e l’evoluzione”, e riguarda il tema della casualità. In buona sostanza, Sweetman non crede nella possibilità degli eventi casuali e promuove una visione deterministica del mondo, tranne, senza peraltro fornire spiegazioni, per la sfera dell’umano. Ora, il tema è certo dibattuto ma mi pare si possa dire che ormai nessuno, sicuramente in ambito scientifico, sostenga una visione completamente deterministica del mondo. Gli eventi naturali, infatti, seguono leggi non lineari e ciò indebolisce notevolmente la possibilità di conoscere con certezza l’evoluzione degli eventi futuri; e a questo si aggiunge l’indeterminatezza intrinseca della meccanica quantistica, per cui gli eventi sub-atomici hanno una natura intrinsecamente casuale. Anche nelle mutazioni e nei processi neuronali nel nostro cervello, per fare due esempi, ci sono degli eventi quantistici che introducono elementi di “vera” casualità che possono amplificarsi a livello macroscopico. Tra l’altro, se il mondo fosse veramente deterministico, così che tutti gli eventi fossero fin dall’inizio completamente concatenati gli uni con gli altri, la possibilità di Dio di agire nel mondo sarebbe inconcepibile, a meno di ammettere che Dio contravvenga alle leggi da Lui stesso create. Sono piuttosto convinto, e su questo tema tornerò più avanti, che la casualità sia una componente reale di molti sistemi naturali, soprattutto di quelli complessi, e costituisca la porta stretta attraverso la quale la mano di Dio potrebbe intervenire nel mondo.
Sempre nel capitolo sull’evoluzione, in modo un po’ inatteso Stweetman scrive: “Il libero arbitrio è una qualità umana che non è soggetta alle leggi della fisica e quindi introduce un elemento di autentica casualità nella natura”. E’ difficile capire su quali basi il nostro Autore possa giungere a tale conclusione. Il cervello è costituito da materia e in esso avvengono reazioni elettrochimiche analoghe a quelle che si hanno in altri sistemi. Perché mai dovrebbe obbedire a leggi diverse? E quali sarebbero tali leggi? “Le libere azioni umane” – scrive ancora Sweetman – “non possono essere soggette alle leggi della fisica perché altrimenti non sarebbero autenticamente libere, e per questo motivo una spiegazione in termini scientifici del libero arbitrio è una contraddizione in termini”. Mi pare un ragionamento circolare, più autoconsolatorio che utile.
HumanitasIl tema del libero arbitrio, centrale in ogni riflessione sul rapporto tra scienza e religione, ritorna pure nel capitolo successivo, dedicato a “La scienza e la persona umana”, laddove è affrontato il tema dell’intenzionalità. Sweetman afferma che l’intenzionalità delle azioni umane è inspiegabile in termini di proprietà fisiche. L’Autore riporta l’esempio del roast beef, argomentando come le decisioni coinvolte nella scelta di mangiare un piatto di roast beef “consentono di esercitare un potere causale sul cervello”. In sostanza, sostiene Sweetman, dopo aver avvertito la fame potremmo decidere di mangiare tante cose ma optiamo verso il roast beef perché lo abbiamo intenzionalmente scelto. In realtà, la comprensione scientifica dell’intenzionalità è ben diversa e non contempla la presenza di alcun ‘fantasma nella macchina’, come si dice, capace di agire sulla materialità del cervello. In qualche parte del cervello (in particolare nell’ipotalamo) è avvertita la necessità di ingerire cibo sulla base di un codice innato, inscritto nel nostro genoma. Codice predisposto pure a controllare la temperatura del nostro corpo, così come i livelli di ossigeno e acqua nel corpo, solo per fare degli altri esempi. Tale sistema provvede dunque a fornire la sensazione della fame, la quale ci spinge alla ricerca del cibo. Dal codice innato si passa alle informazioni acquisite, immagazzinate nel cervello tramite i meccanismi della memoria. E il cervello, in particolare la corteccia cerebrale, comincia dunque a vagliare le varie opzioni disponibili, e a darcene poi la consapevolezza. Questo, bene o male, è quanto ci è presentato dall’analisi scientifica, sviluppata nell’ambito delle neuroscienza cognitive, in modo serio e sostanziato da numerose conferme sperimentali. L’argomento del roast beef, dunque, non può essere preso a dimostrazione dell’esistenza del libero arbitrio come pretenderebbe Sweetman, perché tale approccio trascura troppo una visione scientifica ben consolidata, mettendo così a dura prova il modello del dialogo che si vorrebbe invece perseguire.
Intendiamoci, tutto ciò non significa che non ci sia altro da considerare per cercare di capire il mistero che avvolge la sfera dell’umano. Qualche scienziato incauto sbaglia quando con troppa enfasi afferma che l’uomo “non è altro” che la sua materialità, escludendo così ogni dimensione trascendente. Ma per sostenere le ragioni della religione non possiamo neppure trascurare le evidenze oggettive delle ricerche scientifiche, offrendo spiegazioni deboli sul determinismo, il libero arbitrio, l’intenzionalità o le altre manifestazioni umane.
Sono piuttosto convinto che se guardiamo alle più recenti scoperte scientifiche sui tre passaggi decisivi che hanno portato l’umanità ad essere quella che è (vale a dire, il Big Bang, la nascita della vita sulla terra, la comparsa dell’uomo), non possiamo evitare di cogliere dei rimandi, più o meno intensi, a un essere trascendente responsabile del cosmo (ho cercato di approfondire questo aspetto nel libretto: “Manifesto per scettici, ma non troppo, in cerca di Dio”, Lindau, 2014). E una volta ammessa almeno la “possibilità di Dio”, appare allora lecito indagare come Dio abbia potuto, e possa tutt’ora, agire nel mondo. Una risposta, come dicevo, viene proprio dal tema della casualità, vale a dire da quegli eventi (o sequenze di eventi) che ci appaiono casuali perché non seguono la logica di causa ed effetto, e che a posteriori scopriamo essere orientati verso un particolare fine: potrebbero essere stati indirizzati, in modo furtivo, discreto, dalla mano nascosta di Dio? Certo che si: la scienza non può certo negare che Dio, se esiste, possa agire nell’indeterminatezza dei processi quantistici per incidere sugli eventi senza che noi possiamo accorgercene. Per cui, tra le altre cose, ponendoci sul binario della fede possiamo senz’altro pensare che Dio agisca anche nella complessità del cervello di ognuno di noi, attraverso la porta stretta delle interazioni quantistiche alle sinapsi (naturalmente non ho alcuna idea di come ciò potrebbe avvenire), donandoci, dall’esterno, una libertà reale, non illusoria.
Sono convinto che il dialogo tra scienza e religione può crescere solo se si segue il fondamentale insegnamento di Agostino, che opportunamente Sweetman richiama nel secondo capitolo del suo libro, vale a dire che “tutta la verità è una”, per cui non ci può essere contrasto tra verità scientifica e verità religiosa. Questo è dunque il compito immenso che abbiamo davanti e che richiede la condivisione di tutti gli sforzi: cercare di avvicinarci il più possibile alle verità oggettive di questo nostro mondo, e da qui alzare lo sguardo verso la comprensione di una possibile dimensione trascendente.

(pubblicato su Humanitas, 69(4-5/2014) 817-835)

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Docente Facoltà di Ingegneria Università di Trento. Editorialista del Corriere del Trentino.

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