Casualità vera o ignoranza?

La bravissima Lisa Vozza, scienziata e divulgatrice scientifica di fama, ha pubblicato un interessante articolo sul ruolo della casualità nello sviluppo di malattie come i tumori. Su FB ho posto una domanda sul significato della casualità che ha innescato un piccolo dibattito – al quale ha partecipato anche il grande genetista italiano Edoardo Boncinelli – che mi pare interessante riportare, con un commento conclusivo.

Cara Lisa, grazie dell’articolo molto bello, come sempre. Vorrei chiederti però un approfondimento sul tema, appunto, della casualità. La questione centrale, espressa dalla frase “6 tumori su 10 sarebbero dovuti agli errori casuali che avvengono nelle divisioni delle cellule staminali”, non mi convince completamente. La casualità esiste a livello sub-atomico, certo, ma a quello cellulare? In un errore nella divisione potrebbe esserci una causa che non conosciamo; oppure gli errori sono dovuti a effetti quantistici che si manifestano a livello cellulare? Se così non fosse, i difetti di correlazione in alcuni tumori potrebbero essere dovuti all’esistenza di cause che non conosciamo (e/o all’esistenza di molte cause interrelate tra loro in modo non lineare, e qui gli studi statistici si fanno difficoltosi).

EDOARDO BONCINELLI: La casualità esiste a tutti i livelli. A quello subatomico è irriducibile, ma anche a quello macroscopico è praticamente irriducibile. Se pure le mutazioni hanno una causa, anzi più cause, chi le potrà mai scovare tutte? Il caso è una componente fondamentale di tutti i processi, soprattutto genetici, dal momento che si parla di miliardi di nucleotidi e di decine di migliaia di miliardi di cellule.

STEFANO CARDINI: Sì, però l’osservazione di Giovanni Straffelini mi pare resti interessante. Perché se in una misura non quantificabile “dietro” la parola “caso” possono stare una o più cause identificabili attualmente in misura non ponderabile, quell’incidenza del “caso” sullo sviluppo dei tumori potrebbe essere ridimensionato a favore di fattori, per esempio alimentari o ambientali, attualmente non tracciati ma che in futuro potrebbero esserlo. Se non è bene espressa questa consapevolezza, il rischio è che il termine “caso” induca il cattivo divulgatore (si veda l’articolo degli scorsi giorni su Repubblica) a diffondere un messaggio del tipo: “vivi pure come ti pare, tanto in due casi su tre se ti ammalerai sarà stata solamente sfiga…” In parte quello che oggi chiamiamo “caso” può nascondere un complesso di circostanze causali ancora non isolate o difficili da isolare. Ma questo non significa che siano inconoscibili.

The China Study, che conoscerai, è una popolare e discussa meta-ricerca che sostiene di avere evidenziato correlazioni tra stili alimentari e incidenza del cancro in varie popolazioni del Pianeta. E arriva ad alcune conclusioni che sfavoriscono diete a base di carni e latticini. Non riguarda quindi i classici fattori di rischio legati al nostro stile di vita (fumo, peso, alcol, essenzialmente) che in genere teniamo tracciati. Tali correlazioni statistiche, però, ammesso che i dati di partenza siano controllati, potrebbero tuttavia dirci qualcosa, anche se non consentono imputabilità singolari. Ma allora: rientrerebbero secondo te nel terzo (genetica e stili di vita) o nei due terzi (caso imponderabile) sondati dallo studio considerato?

EDOARDO BONCINELLI: Ammesso che lo studio sia vero, queste conoscenze appartengono al terzo per il quale si può fare qualcosa, e magari tanto. Il punto è che all’uomo l’idea di caso non piace e perciò tende a inventare le spiegazioni più mirabolanti.

LISA VOZZA: Grazie che mi aiuti a rispondere! È proprio così, Stefano. Ci sono molte evidenze epidemiologiche anche serie sui cambi di dieta: dove si arricchiscono gli alimenti di origine animale, ricchi in fattori di crescita e infiammatori, aumentano i tumori. C’è il famoso caso dei cinesi emigrati a metà del secolo scorso negli Stati Uniti: quando iniziavano a mangiare molta carne e latticini si ammalavano di tumori che ai loro pari, rimasti in Cina, non venivano (soprattutto perché là mangiavano pochissimo). Quindi si tratta, sì, del terzo per cui possiamo fare qualcosa.

Mi pare che le risposte di Edoardo Boncinelli e Lisa Vozza siano chiare. Tuttavia non le trovo convincenti al 100% nel senso che non vedo alcuna legge che limiti la nostra capacità a trovare utili correlazioni con altri fattori di rischio ed erodere così il ruolo della casualità. Nonostante le difficoltà, vale sicuramente la pena continuare con la ricerca scientifica alla ricerca di fattori che sono sfuggiti. 

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Info giovannistraffelini
Docente Facoltà di Ingegneria Università di Trento. Editorialista del Corriere del Trentino.

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