Venire al mondo

CAttedra 2014La filosofia del 900 è stata dominata dal tema della morte, penso a Martin Heidegger ma non solo, e il compito primario del filosofare, riprendendo un tema già anticamente platonico, è diventato quello di prepararsi al proprio distacco dal mondo e alla lacerazione inferta dalla morte degli altri. Della nascita si è sempre parlato – e si parla tutt’ora – assai poco.

Forse perché – sostengono i più maligni – la filosofia è esercitata soprattutto dagli uomini, e la nascita è invece un’esperienza visceralmente femminile. In fondo c’è del vero in questo. Tanto che sono state soprattutto due donne (che peraltro non hanno vissuto l’esperienza della maternità durante la loro vita) a cercare di rompere l’incantesimo e portare all’attenzione della filosofia il tema della “venuta al mondo”. Una è stata Hannah Arendt che è stata allieva e critica di Heidegger, e a lui pure legata sentimentalmente. La filosofa tedesca ha sostenuto con energia come ogni nascita, cioè ogni inizio, sia un momento sorgivo della libertà, tanto che la nascita è sempre stata controllata dai totalitarismi per l’imprevedibilità innovativa che ogni nuova venuta al mondo porta con sé. Un’altra è stata Maria Zambrano, la filosofa spagnola del sapere delicato. Per lei siamo tutti “nati a metà”, siamo cioè degli esseri incompiuti che non hanno mai finito di nascere. Per “nascere del tutto”, ossia per rinascere con nuova energia e nuovi occhi con cui guardare al mondo e agire nel mondo, occorre disfare la propria nascita (“disnascere”, amava dire) in un processo continuo e incessante di rigenerazione. Il ricominciamento è dunque la cifra con cui la sensibilità femminile ha letto filosoficamente l’evento del nascere. Un evento dinamico, che non si esaurisce nell’atto individuato della nascita, ma che richiede, nel quotidiano, una costante assunzione di sempre nuove responsabilità.

Al primo incontro della Cattedra del Confronto 2014, si parlerà proprio del “venire al mondo”, e la parola sarà data a due donne, la filosofa Francesca Rigotti e la scrittrice e teologa Mariapia Veladiano. A loro spetta l’arduo compito di spiegare perché oggi – nonostante si viva più a lungo e con maggiori comodità che nel passato – si continui a riflettere quasi solo sulla morte (cosa di cui certo non possiamo fare a meno) e, allo stesso tempo, si trascuri quasi completamente lo stupore rivitalizzante della nascita, di ogni venuta al mondo. Oggi l’evento-nascita è trattato quasi solo nei suoi aspetti più drammatici, dai tormenti della bioetica (come l’aborto o le sperimentazioni con le cellule ricavate dagli embrioni) alle sofferenze delle donne lasciate sole davanti a questo passo cruciale. Quando invece, ce lo ricorda proprio la Arendt e la Zambrano, dovrebbe essere pure un momento dialogico con la comunità, capace di richiamare – a tutti – la necessità di rinnovare e rinnovarsi, per interferire – con l’azione – nel flusso della vita che porta alla morte.

(dal Corriere del Trentino del 12 marzo 2014)

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Docente Facoltà di Ingegneria Università di Trento. Editorialista del Corriere del Trentino.

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