Osservazioni ai commenti di Andrea Facci

Presentazione del libro all'Hotel Majestic Miramonti di Cortina.

Presentazione del libro all’Hotel Majestic Miramonti di Cortina insieme a Rosanna Raffaelli Ghedina.

Ringrazio tantissimo Andrea Facci per i commenti molto precisi e puntuali. Cerco di rispondere su alcuni aspetti, seguendo – più o meno – lo sviluppo del suo discorso.

Sul tema dell’origine dell’Universo, il primo Big Bang, lei sostiene l’argomento del Dio delle lacune: “non avere delle risposte ora lascia molto aperto il campo a possibili risposte future”. Ora, nessuno sa prevedere il futuro ma sono convinto che l’uomo non riuscirà mai a spiegare i tre Big Bang, che sono – a mio avviso, e tutti insieme – dei segni che indicano una strada verso Dio. Qui non si tratta di lacune ma di buchi neri: siamo davanti a limiti conoscitivi – come anche lei scrive. Sul primo Big Bang si continuerà a formulare ipotesi che superano, o meno, lo scoglio della singolarità, ma sempre ipotesi saranno perché non si potrà mai impostare una verifica sperimentale che sappia mostrare quale ipotesi è quella giusta. Ciò vale anche per la comparsa della vita (mai sapremo simulare le condizioni del brodo primordiale; correttamente lei scrive “nessuno ha mai visto da dove deriva ciò che vediamo”), e per la comparsa dell’uomo (avvenuta peraltro in tempi evoluzionisticamente molto – troppo? – brevi). Insomma si tratta di temi per i quali ogni scoperta aprirà nuove incognite e nuove domande, e non si giungerà mai (questa è la mia convinzione) a risposte convincenti e definitive.
Il tema della comparsa dell’uomo col suo speciale cervello (terzo Big Bang) mi spinge a fare un salto nel suo scritto, laddove scrive: “ci sono ancora lacune da colmare, ma forse in futuro avremo una spiegazione scientifica soddisfacente. Perché non possiamo pensare che la dimensione “spirituale” dell’uomo, lo spirito, emerga dallo stesso processo?”.
Anche il mistero del rapporto mente/cervello non verrà mai risolto, ne sono convinto. E’ vero che siamo davanti a un cervello che studia un altro cervello, ma le potenzialità/capacità del primo – quello che studia – sono analoghe a quelle del secondo – quello studiato – e – anche in questo caso – vedo un limite invalicabile nella possibilità di successo. La risposta alla sua domanda, poi, non può essere che negativa: la scienza è rigorosamente riduzionista e per magia non emerge nulla da niente.
I tre Big Bang rimandano per analogia all’esistenza di un progettista esterno che ha assemblato la materia (dopo averla eventualmente creata) usando delle specifiche informazioni (leggi etc.). Certo, le analogie hanno dei limiti, lo sappiamo bene. Però è evidente che non si tratta solo di pochezza intellettuale ma di capire quanto forte è questo rimando a Dio sulla base della propria sensibilità di comprensione del mondo e dei tre Big Bang che hanno condotto ad esso.
Mi piacciono, a questo proposito, alcune argomentazioni di William James, in base alle quali una cosa è considerabile “vera” da una persona se è accompagnata da un assenso emotivo. E’ un discorso poco scientifico, se vogliamo, ma molto umano. Si consideri che anche gli scienziati (pure molto umani) considerano “più vera” una teoria se essa appare elegante, bella esteticamente; se, in parole povere, fornisce un assenso emotivo. Per cui, non trovo nulla di sbagliato (anzi!) se qualcuno, in base ad una riflessione razionale e scientifica intorno alla creazione (vale a dire ai tre passaggi fondamentali), acquisisce dei rimandi a Dio che, per analogia, gli permettono di formulare un modello di Dio (creatore) il quale poi gli dona un assenso emotivo, così da fargli affermare: si, è così! Un modello che gli permette pure di vedere il mondo con una nuova capacità conoscitiva, tale da fargli inquadrare molti aspetti critici (la libertà, il male…) con nuovi strumenti (quelli, appunto, della fede).

Più sotto, sempre nella prima pagina, lei scrive che se consideriamo Dio come l’idea di un essere necessario, allora “potremmo allo stesso modo considerare come necessario anche una ipotetica energia, o principio, o forza, o processo…”. Attenzione: immagino lei non pensi a una ciarlataneria alla Mancuso (con energie esoteriche e altre amenità) ma all’ipotesi di lavoro di una teoria del tutto. Una teoria che dovrebbe spiegare anche se stessa… Ma, a me pare che la fisica sia lontanissima anni luce da una simile teoria, che poi dopo andrebbe peraltro in qualche modo verificata, e che ha – come detto – un grave intoppo logico al suo interno. E che comunque non escluderebbe completamente Dio (anche se ne ridimensionerebbe notevolmente l’eventuale azione).

Vorrei saltare ora la tema dell’evoluzione della vita e della nascita dell’uomo.
Come ho scritto nel libro, penso che Dio abbia guidato di nascosto l’evoluzione indirizzandola verso specifiche forme viventi e alla fine pure verso l’uomo. “Perché mai”, lei si chiede, “un Dio onnipotente e omniscente non abbia creato direttamente animali e uomini senza passare attraverso un processo di milioni di anni”. Non ho una risposta precisa. Forse perché non è onnipotente come lo intendiamo noi (mi pare troppo ingenuo immaginarlo come un maghetto con la bacchetta magica); forse lo era prima della creazione (Ockam dixit), poi ha donato una certa libertà alla creazione di seguire percorsi evolutivi che Lui ha semmai guidato/indirizzato dall’esterno, intervenendo senza modificare le sue leggi (in particolare senza modificare quella di conservazione dell’energia), senza introdurre più caos di quello tollerabile, senza farsi notare dagli uomini (cosa che minerebbe la nostra libertà). Forse questo era l’unico modo che aveva per creare quello che aveva in mente.

Poi c’è il tema del caso (intrecciato a quello precedente). Ecco, penso che il caso sia la “porta stretta” (per usare un’immagine biblica al rovescio) attraverso la quale Dio può interagire nel mondo (e quindi indirizzare l’evoluzione, o rendere possibile la nostra anima-coscienza) senza dover modificare le sue leggi, etc. etc.

E infine – dulcis in fundo – ci sono i temi della libertà e del male.
Vediamo prima quello della libertà che per me rappresenta la chiave di lettura della nostra esistenza. A me pare che le argomentazioni di S. Weil (che parlano di Dio-amore; a mio avviso, tuttavia, e seguendo Jurgen Moltmann, si dovrebbe parlare di Dio-amore-appassionato) e di Kant siano ragionevoli, e trovo invece gli argomenti di Comte e Nozick alquanto debolini.
In ogni caso, il problema è più ampio, perché le neuroscienze ci avvisano che la libertà che noi avvertiamo è solo illusoria, è uno scherzo della natura. Ogni nostro processo mentale/conoscitivo (anche riflettere sull’esistenza di Dio) è un processo cerebrale, e basta. Quindi il discorso sulla libertà (necessariamente legato al mistero della consapevolezza) è più radicale, e va affrontato risalendo più a monte.
Ma – è evidente – siamo di fronte ad una circolarità (Dio <-> libertà), che in qualche modo dobbiamo “attaccare”. Ecco, nel libro propongo di entrare nella circolarità dalla riflessione sui tre Big Bang, per capire se essa ci può portare a credere in Dio, secondo il lungo schema di analogie e conclusivo assenso emotivo (dell’ultimo chilometro…) che ho descritto in precedenza. In tale modo possiamo “cercare spontaneamente Dio” (come lei scrive) avvicinandoci tanto o poco, e con l’eventuale assenso emotivo, “trovarlo”. Se ciò accade, allora possiamo guardare il mondo con nuovi occhi, e, da subito, vedere che la libertà che avvertiamo è vera, non illusoria, perché ci è donata da Dio (che interviene nella profondità dei processi quantistici alle nostre sinapsi per renderla possibile). Dunque: Dio -> libertà. E poi vedere che questa libertà che avvertiamo è centrale nel discorso sull’umano tanto da dover interessare pure la stessa libertà che ci ha spinto a rivolgerci spontaneamente verso Dio (libertà -> Dio).

Infine c’è il tema del male, il quale, a mio avviso, è abbastanza disgiunto dal tema dell’esistenza di Dio (e quindi non dovrebbe interferire – come ho argomentato nel libro – nel tentativo di attaccare la circolarità). Infatti, la riflessione sull’esistenza o meno del progettista (fatta guardando ai tre Big Bang) mi pare dovrebbe essere staccata dalla valutazione morale delle sue opere (è ingannevole pensare che Dio sia “buono” dando a “buono” il significato che più ci aggrada).
Lei accenna anche al tema della teodicea e alla passione di Cristo, nel quale però non vorrei qui entrare.
Vorrei però concludere con una sua interessante osservazione: “Ma se Dio non esistesse, la sofferenza rimarrebbe inutile, si soffrirebbe per niente, perché se finisse tutto con la morte, non avremmo alcuna spiegazione sulla sua eventuale necessità e non potrebbe essere riscattata in un’altra vita definitivamente felice in Dio”.
Condivido in pieno la sua riflessione, tanto che, per accennare al “dopo” nel mio libro, ho lasciato l’ultima parola a un filosofo polacco che apprezzo molto, Leszek Kolakowski. Se Dio esiste c’è anche il dopo, spiega il filosofo, perché se l’eternità fosse solo per Lui allora “Dio stesso non diventa migliore né più ricco in seguito alle fatiche e alle sofferenze umane”. Sembra quasi (anche se non penso che Kolakowski intendesse questo) che il tema del male richiami anch’esso – paradossalmente! – a Dio. Della serie: già c’è il male e la sofferenza che rendono la nostra vita una tragedia, se poi non ci fosse neanche Dio…

Caro Andrea, grazie dei tuoi stimoli alla riflessione (sono passato al tu, spero me lo concederai), su temi che comunque continueranno a tormentarci (e a tormentare tutti, o tanti, anche nel futuro). Queste continue riflessioni sono utilissime e stimolanti, anche se non penso riusciranno a far cambiare idea alle persone. Chi crede continuerà a credere, e viceversa. Io col libro mi sono rivolto agli scettici ma non troppo, sapendo che questi però sono pochissimi, e ognuno è comunque geloso della sua idea della vita, della sua narrazione. Siamo fatti così.

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Info giovannistraffelini
Docente Facoltà di Ingegneria Università di Trento. Editorialista del Corriere del Trentino.

3 Responses to Osservazioni ai commenti di Andrea Facci

  1. catenotempio says:

    Carissimo Giovanni,
    sai già quanto io apprezzi la tua schiettezza, ossia il tuo modo di ragionare chiaro e sincero. Sai pure, tuttavia, quanto distante io sia dalle tue posizioni. Chiudi la tua controrisposta sostenendo che probabilmente ognuno resterà nella propria convinzione. Forse è vero; ma non sono infrequenti casi di conversioni, talora repentine e inaspettate, altre volte lungamente meditate (ma chi è che medita a lungo, oggidì?).
    Non entro nel merito, ma pongo una questione di metodo. Sai cosa non condivido assolutamente della tua impostazione? Come immaginerai è il fatto che sia completamente inscritta nella teologia cristiana: un Dio creatore più o meno onnipotente e onnisciente, l’uomo dotato di una libertà forse illusoria ma che quindi risale più a monte (ma come conciliare le due cose?), un dopo ossia un’eternità garantita da Dio, la questione del “male”…
    Son cose a cui non credo punto. Sia a causa di quei pochi ragionamenti di cui sono capace, sia a motivo di ciò che anche tu chiami “assenso emotivo”.
    La mia domanda di fondo è sempre quella: posto che si debbano affrontare tali problemi (che fino a non moltissimi anni fa mi hanno interessato tantissimo, ma ai quali forse sono sempre meno interessato), perché li si deve inquadrare in un’ottica “cristiana”? Non è un’impostazione troppo stratificata, troppo viziata da una visione del mondo preconcetta, troppo immersa in disquisizioni che ogni volta tirano in ballo un evento soprannaturale se non si è capaci di risposta razionale?
    Come sempre, alcune tue considerazioni mi fanno riflettere. Spero sia così anche per quanto ti dico io, nel mio piccolo.
    Avremo sempre tante occasioni e tanti stimoli per confrontarci; è sempre un piacere.
    Un caro abbraccio,
    Cateno.

    • Grazie Cateno dei tuoi commenti! Si, il discorso su Dio è generale, diciamo, e non necessariamente legato alla visione cristiana. Ed è quello che ho cercato di fare nel libro, il Manifesto per scettici. Probabilmente, come dici, senza riuscirci tanto, rifletterò ancora sui temi che caratterizzano la visione cristiana influenzando una visione più generale di Dio.
      Nel libro, peraltro, ho cercato di ragionare soprattutto intorno all’idea di Dio Creatore; che è un’idea cristiana ma non solo, direi. A parte i greci (e altre religioni, che magari non conosco) mi pare che l’idea di Dio-creatore sia un universale umano, visto che anche le neuroscienze ci dicono che è innato in tutti pensare a una causa prima di tutte le cose.
      Anche il tema della libertà è al centro della discussione neuroscientifica e quindi non poteva essere trascurato. Rimane il “dopo”… su questo hai sicuramente ragione… Però concedimi che sul dopo ho dedicato solo due righe proprio al termine del libro, lasciando peraltro la parola a un filosofo che apprezzo molto.
      spero di sentirti ancora, buone cose
      Giovanni

  2. Andrea Facci says:

    Gentile Giovanni, le invio un breve riscontro finale alle sue osservazioni ai miei commenti.
    Lei è convinto che l’uomo non potrà mai spiegare l’origine dell’universo, della vita, la comparsa dell’uomo (con le sue qualità mentali); per lei questi sono misteri che rimandano ad un Mistero trascendente e creatore. Io rimango più scettico di lei, in quanto contemplo la possibilità di altre alternative, rispetto a quella di “Dio” per spiegare il tutto, come quelle del caso, della necessità o degli infiniti universi. Detto questo, però, è anche vero che in effetti non è che una di queste altre possibilità sia ad oggi, per quel che so, intrinsecamente più probabile delle altre, compresa quella di “Dio”; quindi, pur essendo possibili le alternative naturalistiche, non è detto che siano più realistiche o plausibili di quella teistica. E rimandare al futuro per conferme o nuove scoperte o spiegazioni, è certo possibile ma forse realisticamente poco promettente. Tenendo conto di ciò, forse l’ipotesi teistica potrebbe riacquistare più realismo… Mi riprometto di riconsiderare la questione!
    Mi soffermo ora di più sui temi della libertà e del male.
    Lei (come altri) è convinto che Dio, se esiste, deve comunque rimanere nascosto all’uomo per salvaguardare la sua libertà, e non condivide invece la mia (e di altri) idea che l’uomo avrebbe anche il diritto di sapere, e non solo di sperare nel dubbio, chi è e qual è il suo destino, perché è la conoscenza che rende liberi per/capaci di realizzarsi, perché l’uomo possa vivere in modo più consapevole la propria vita, e perché possa sopportare, inquadrandole in un significato trascendente, le troppe sofferenze che può sperimentare.
    Riguardo al tema del male, lei lo considera abbastanza disgiunto dal tema dell’esistenza di Dio, perché l’esistenza o meno di Dio sarebbe altra cosa rispetto alle sue opere. Il teismo classico attribuisce a Dio l’onnipotenza, l’onniscienza, la bontà, la giustizia, ecc., ma – sembra dire lei, con parole mie – non è detto che Dio abbia necessariamente queste proprietà o non nel modo in cui siamo abituati o possiamo intenderle noi. Sono d’accordo, ma sono convinto che questo non ci porti molto lontano. Infatti possiamo ben dire che intorno alle caratteristiche di un eventuale Dio non possiamo dire nulla (qualcuno ha detto, per es. che “Dio non è né giusto, né ingiusto, è Dio”, sic!), che Dio ci è assolutamente incomprensibile, e quindi rimane sempre possibile che possa sensatamente permettere il male, senza che noi possiamo giudicarlo, perché non lo conosciamo (Dio) e non vediamo la realtà con i suoi occhi. Ma così si incorre nel problema che il concetto di Dio diventa non falsificabile, cioè compatibile con qualunque osservazione, e come dice anche lei riguardo ad un modello scientifico “la sua falsificabilità è necessaria perché altrimenti sarebbe capace di spiegare una cosa e anche il suo contrario, e sarebbe pertanto inutile”: in altri termini, “Dio” diventa inconfutabile, ma a scapito della sua significatività (per l’uomo), che si indebolisce.
    Inoltre, cosa più importante e che vale anche per il tema della libertà: dire che il tema del male è disgiunto da quello dell’esistenza di Dio, porta allora a dire che, il male-dolore, più che un argomento contro Dio, diventa un argomento contro l’accettazione della vita nella sofferenza, quando il suo senso non è palese, perché non è palese Dio, che solo potrebbe darle un senso. In altri termini: l’uomo non può giudicare Dio e il suo operato (perché gli sono incomprensibili e quindi rimangono possibili, inconfutabili) ma può ben giudicare la condizione in cui si trova, che vive, e che può considerare, al limite, indegna di essere vissuta, perché priva dei requisiti di significato per essere accettata e vissuta. Lo stesso per l’“argomento della libertà”: si può pur dire, come lei è convinto, che Dio, se esiste, deve comunque rimanere nascosto all’uomo per salvaguardare la sua libertà – o anche, che forse questa vita diventerebbe un’altra cosa rispetto a quella che invece avrebbe pensato Dio per noi (= non sarebbero possibili certi beni o valori) – ma se questo è vero e giusto per Dio, per l’uomo è altrettanto vero e giusto che possa e debba giudicare la sua propria condizione di vita, per come si ritrova, nell’incertezza su Dio (poca o tanta) e anche, eventualmente, nella sofferenza.
    In generale dico anche che certamente l’uomo non vive solo di conoscenza intellettuale, dell’aspetto della ricerca della verità, ma anche di quello della ricerca di senso e significato, due aspetti fondamentali che coesistono nell’uomo. Come anche dell’assenso emotivo. E bisogna tener conto di tutto, e rimanere aperti…
    Termino con una citazione del grande teologo (e cardinale) Walter Kasper (nella sua Introduzione alla fede): “Siamo partiti dalla questione come si possa oggi in modo onesto dal punto di vista intellettuale ed in modo responsabile aver fede in Dio. Abbiamo addotto nessuna prova di Dio. Questo modo di procedere ci è vietato non da ultimo dall’esperienza della sofferenza e dei limiti dell’uomo. Devono essere prese sul serio sia le esperienze dell’assenza di senso come i segni e le tracce di Dio. Per questo possiamo assumere un senso assoluto solo nel modo della speranza”. E aggiungo io: con tutte le possibilità e i limiti che ciò comporta.
    Grazie per lo scambio perché mi ha fatto ulteriormente riflettere… E le lascio l’ultima parola… Andrea

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