Don Guetti e il metodo scientifico

il libro di don Farina

Don Lorenzo Guetti è stata una personalità veramente eclettica, un grande protagonista della storia del Trentino: sacerdote d’avanguardia, giornalista, deputato al parlamento di Vienna, fine economista con ben chiara l’importanza dell’analisi statistica dei dati, vale a dire del cosiddetto “metodo scientifico”. Ed è su quest’ultimo punto che vorrei soffermare l’attenzione, dopo aver letto l’ultimo libro di Marcello Farina dedicato a don Guetti, curato di montagna.

Il poetico e scrupoloso testo di don Farina, “E per un uomo la terra” edito da Il Margine, ci presenta la straordinaria figura di don Guetti, con la sua intuizione della cooperazione in un momento – la fine dell’ottocento – contrassegnato dalla più grande crisi economica che l’Europa abbia conosciuto; una crisi che ha causato un’intensa emigrazione verso le Americhe per sfuggire ai morsi della fame. Ed è proprio analizzando il fenomeno dell’emigrazione e riflettendo se essa fosse positiva o negativa, che don Guetti ha osservato in uno dei suoi tanti scritti: “Era impossibile, od almeno assai imprudente cosa, dettare una sentenza perentoria senza aver alla mano le prove convincenti dei fatti. Erano dunque necessari in proposito dei dati statistici”. Queste righe esemplificano con chiarezza l’importanza che rivestiva per don Guetti il metodo scientifico, che richiede la raccolta di tutte le informazioni possibili, la proposta di una razionale ipotesi interpretativa dei dati, e infine la verifica delle conclusioni con le dinamiche della realtà. Un metodo rigoroso che permette di formulare al meglio le risposte alle esigenze sociali senza dover ricorrere a ipotesi fantasiose che inevitabilmente si avanzano quando manca la conoscenza dei fatti. Cosa questa, per don Guetti sicuramente improponibile vista la sua forte idea di “galantomismo” (cioè dell’essere galantuomo, onesto) soprattutto nel servizio verso gli altri.

E la visione scientifica di don Guetti si è manifestata anche nella sua attività pedagogica, come nei corsi di formazione professionale. Come si poteva passare, scrive don Farina, “a un’agricoltura specializzata, se non si sperimentavano migliori colture, migliori allevamenti, migliori tecniche, cioè nuove conoscenze?”. Era chiaro a don Guetti che nella crisi non pagava chiudersi nel fatalismo, come capitava a molti suoi compaesani, ma bisognava reagire ricercando nuove conoscenze, proponendo nuovi progetti con il rigore del metodo scientifico. E questo lui fece, nell’attività di malga, nella selezione delle specie bovina e suina, nell’apicoltura, nel credito agrario.

Il rigore del metodo scientifico, imperniato sull’esigenza di conoscere bene prima di giudicare e intervenire, è importante in ogni momento ma diventa urgente quando la crisi economica è opprimente e decisioni sbagliate possono avere tragiche conseguenze. Certo, la crisi economica che viviamo oggi è meno drammatica di quella vissuta verso la fine dell’ottocento, ma sono convinto che ci sbaglieremmo di grosso se trascurassimo l’insegnamento di don Lorenzo Guetti, che il testo di don Farina ha il merito di riproporci in tutto il suo valore.

(dal Corriere del Trentino del 27 dicembre 2011)

Annunci

La morte è la fine?

E’ il titolo del tema che verrà affrontato in un ciclo di tre incontri, organizzato dal Decanato di Tione in collaborazione con l’Amministrazione comunale.
Si tratta, con ogni evidenza, di un tema assai cruciale e complesso (forse il tema dei temi..) che non può che essere affrontato da tutte le direzioni possibili: da quella teologica (compito principale di quasi tutte le religioni è proprio quello di fornire una risposta a questa domanda), quella filosofica e anche quella scientifica.
Io ho l’incarico (terzo incontro) di affrontare il tema dal punto divisa scientifico. E’ un incarico estremamente impegnativo perché per molti scienziati il problema è già risolto in partenza: ciò che succede dopo la morte non è osservabile empiricamente, tutte le congetture che possiamo proporre non sono scientifiche, insomma la scienza non può dire nulla sul tema; e, per dirla tutta, con ogni probabilità con la morte c’è la disgregazione e dispersione materiale della persona e tutto finisce qui. E’ dunque chiaro come sia difficile il mio compito, che è quello di capire gli “spazi di manovra” lasciati dalla scienza, sia per quanto riguarda l’esistenza del divino (un ente esterno non fisico creatore e responsabile di tutto ciò che accade) e – quasi sottovoce – dell’aldilà.

Vi aspetto numerosi ai tre incontri!

Polveri: ora interventi mirati

Da un paio d’anni il problema delle polveri sottili è diventato meno urgente, se ne parla meno che nel recente passato. Ciò è dovuto all’effettivo calo del livello di inquinamento dell’aria in tutta la provincia, tanto che oggi le prescrizioni europee sono sostanzialmente rispettate. Tuttavia non è il momento di abbassare la guardia ma semmai di approntare interventi più mirati.

I dati dell’agenzia provinciale per l’ambiente (Appa) sono chiari: dal 2006 ad oggi il numero di sforamenti annuali della soglia giornaliera di 50 microgrammi al metrocubo è in diminuzione, e da un paio d’anni è inferiore al valore limite di 35. Con ogni probabilità cominciano a farsi sentire gli effetti di una serie di interventi strutturali di largo respiro, come il rinnovo del parco macchine e la realizzazione di alcune infrastrutture viarie che hanno spostato il traffico lontano dai centri cittadini. Ma se la situazione generale è mediamente migliorata, continuano a permanere specifiche situazioni di criticità. Vediamone alcune.

Una prima situazione critica emerge proprio dai dati dell’Appa, i quali confermano come i mesi con maggiore inquinamento siano quelli invernali quando le emissioni dalle caldaie dei riscaldamenti coprono la fetta maggiore delle emissioni totali. Per cui sono da continuare e migliorare le politiche che prevedono il controllo del funzionamento delle caldaie e la riduzione delle temperature negli edifici. Quelli pubblici hanno già iniziato a dare il buon esempio ma è necessario perseverare in questa direzione e promuovere riduzioni ancora più diffuse. Una seconda criticità deriva dal fatto che più vulnerabili all’inquinamento da polveri sottili sono i bambini. E’ quindi necessario rivolgere un’attenzione specifica ai bambini che si recano a scuola: individuando percorsi pedonali lontani dal traffico, o predisponendo interventi di pulizia delle strade presso lo scuole, dato che gran parte dell’inquinamento vicino ai marciapiedi proviene dal risollevamento delle polveri dal manto stradale. Inoltre, come è noto, l’inquinamento è sovente maggiore nei locali interni degli edifici che all’aperto; per cui è auspicabile intervenire anche dentro le scuole. Non so se la qualità dell’aria nelle scuole trentine è monitorata, ma uno studio europeo (la ricerca pilota Hese) ha evidenziato come nel 78% delle scuole controllate il livello di polveri sottili fosse superiore ai limiti, e che anche per gli altri inquinanti le cose non andassero meglio. Poiché l’esposizione prolungata può innescare effetti negativi sulla salute degli scolari, è necessario usare la massima attenzione e pedisporre adeguati sistemi di controllo delle ventilazione delle aule.

Il piano provinciale approntato per quest’inverno – e pertito il primo di novembre – prevede una stretta sui veicoli diesel senza filtro antiparticolato, e contiene anche indicazioni che aprono la strada a specifici interventi mirati. Se il trend generale di calo dell’inquinamento dell’aria è confermato, penso sia opportuno privilegiare i provvedimenti capaci di far fronte in profondità a specifiche situazioni critiche; qui ho riportato solo alcuni esempi, tra quelli da considerare per primi.

(dal Corriere del Trentino del 10 novembre 2011)

Sanità: serve più eccellenza

Rendering del nuovo ospedale di Trento.

Le classifiche del Sole 24 Ore sulla qualità della vita in Italia pongono spesso Trento in un’invidiata prima posizione. Tra i vari indicatori considerati, tuttavia, ce ne sono alcuni che vedono la città nelle retrovie: spicca, in particolare, quello relativo alla sanità, che posiziona Trento oltre al 90° posto. Vale sicuramente la pena approfondire tale aspetto, viste anche le critiche che – da più parti – sono mosse alla sanità trentina (anche in vista della realizzazione di un nuovo ospedale).

Va innanzitutto sottolineato come sia difficile valutare il livello dell’assistenza sanitaria di un territorio, dato che i fattori in gioco sono numerosi: l’uso di indici semplificati, quindi, non può che dare una visione parziale. L’indice usato nelle ricerche del Sole 24 Ore è la quota di utenti che si rivolge a strutture sanitarie fuori provincia. L’idea è semplice: il servizio sanitario è migliore dove poche persone avvertono l’esigenza di rivolgersi altrove. Dai dati si evince che le nostre strutture appaiono solo mediamente attraenti, visto che una consistente fetta di trentini si rivolge a strutture extra-provinciali, per necessità o per la volontà di avvalersi di centri ospedalieri di eccellenza. La seconda ipotesi non va trascurata: diverse indagini – come quella realizzata nel 2005 dall’Ispo per il settimanale Panorama o quella di Corriere Salute – non riportano nelle loro classifiche alcuna struttura locale, tranne la cardiologia del Santa Chiara, 26esima nello studio Ispo.

Molti sondaggi diretti, tuttavia, evidenziano come i trentini siano sostanzialmente soddisfatti dell’assistenza sanitaria locale. Questa percezione è confermata da altri indici, come la speranza di vita alla nascita (che è alta in Trentino e nelle regioni del Nord Italia) o la percentuale di tagli cesarei eseguiti. Quest’ultimo indice è peraltro assai controverso e la sua significatività discutibile (non è considerato nelle ricerche del Sole 24Ore); esso è basato sull’idea che quanto più bassa è la percentuale di cesarei e tanto migliore è l’assistenza sanitaria, poiché – si ritiene – le procedure mediche nella struttura ospedaliera sono eseguite al meglio. Questa percentuale è intorno al 30% in Trentino: maggiore del valore considerato ottimale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (il 20%, al quale – in Italia – si avvicina solo Bolzano), ma ben inferiore alla media nazionale del 36%.

Per avere un quadro sufficientemente definito del livello della sanità di un territorio è dunque necessario incrociare le informazioni ottenute da valutazioni diverse. Confrontando gli indicatori qui considerati (sicuramente ancora non esaustivi), possiamo tentare la seguente conclusione: il livello generale di assistenza in Trentino è buono ma, visto anche il notevole supporto provinciale, sarebbe lecito attendersi una maggiore presenza di centri di eccellenza guidati da medici di particolare rilievo, che potrebbero dare visibilità a tutta la struttura sanitaria locale e stimolare l’aumento della qualità generale.

(dal Corriere del Trentino del 27 dicembre 2007)