Spalle robuste per il futuro

Numerosi studi, come quelli dell’Ocse e di Eurobarometro, dimostrano come i paesi che stanno contrastando al meglio la crisi sono quelli dotati di un elevato “potenziale umano”, orientato all’innovazione tecnologica e all’apertura verso i nuovi mercati. Sulla base degli stessi indicatori (che comprendono: il livello medio delle conoscenze scientifiche, l’interesse verso la tecnologia, l’abilità scolastica, la presenza di validi centri di studio e ricerca), anche molte province e regioni italiane dovrebbero mostrare eccellenti prestazioni economiche, senz’altro superiori a quelle invece riscontrate nei fatti. Emblematico è il caso del Trentino, dove si è investito tantissimo nella ricerca ma, come denunciato spesso da alcuni economisti dell’Università di Trento e da importanti rappresentanti del mondo economico locale, le ricadute sono inferiori alle aspettative.

I dati mostrano che nella provincia di Trento non sono sfruttate al meglio le potenzialità esistenti, ed è pertanto necessario aggiornare, almeno in parte, l’attuale modello di sviluppo per far emergere le potenzialità inespresse. Cominciando da un riesame del modo con cui sono impiegate le risorse economiche del finanziamento pubblico. Molti dei sostegni finora erogati hanno avuto come principale conseguenza l’accelerazione di investimenti che le imprese avrebbero comunque fatto. Questo non basta più: è urgente puntare con crescente decisione su attività veramente innovative (comprese quelle correlate al design) e sulla nuova imprenditoria, evitando – in particolare – di frenare il ricambio tecnologico e l’ingresso di nuovi attori imprenditoriali. Tale ultimo aspetto è assai critico. Si spensi al sostegno di aziende in crisi: se, da una parte, esso riduce le tensioni sociali, dall’altra rallenta il necessario ammodernamento del sistema industriale. E’ necessario quindi trovare – caso per caso – la soluzione più efficace.

E’ poi necessario creare le condizioni ideali affinché le nuove attività imprenditoriali possano agevolmente nascere ed esprimersi; è fondamentale – ad esempio – allentare i vincoli della burocrazia. Nelle classifiche Ocse sugli Stati dove è più facile fare impresa occupiamo – stavolta – le ultime posizioni: da noi servono ancora troppo tempo e troppi passaggi burocratici per creare una nuova attività (industriale, commerciale o artigianale) e, secondo l’Ocse, questo è probabilmente il principale ostacolo allo sviluppo della nostra competitività. A tale proposito va notato che alcune aziende italiane hanno cominciato a spostare le loro sedi amministrative e lavorative in altri Stati europei, come la Francia, dove le politiche promosse dal governo Sarkozy hanno puntato con decisione all’allentamento dei vincoli burocratici per gli investimenti industriali, e alla determinazione della certezza nei tempi delle procedure burocratiche.

Dopo aver investito molti sforzi nella creazione dei migliori presupposti alla crescita (realizzando un sistema scolastico ed universitario di buon livello, un’ottima attività di ricerca ed una diffusa consapevolezza scientifico-tecnologica), molti territori del sistema Italia, ivi compreso il Trentino, non riescono ancora a esprimere completamente le relative potenzialità; serve quindi un ultimo sforzo – forse quello più difficile e per molti aspetti delicato – per incanalare al meglio le risorse, così da affrontare con spalle più robuste le sfide economiche attuali e quelle del futuro.

(elaborato da un editoriale sul Corriere del Trentino del 28 marzo 2008)

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Il riscaldamento globale si è fermato?

Riprendo  un editoriale pubblicato sul Corriere del Trentino il 19 febbraio 2008. E’ interessante rivederlo e commentarlo due anni dopo..


Il mese appena passato è stato uno dei più freddi e nevosi degli ultimi anni. Considerando che da qualche anno la temperatura media della terra non aumenta più, in molti si stanno chiedendo: il riscaldamento globale – di cui tanto si parla con preoccupazione – si è fermato? Evidentemente: no. Per inquadrare il fenomeno del riscaldamento globale, infatti, è necessario considerare periodi di tempo molto lunghi, senza prestare troppa attenzione al singolo evento meteorologico, o a quello che succede da un anno all’altro. Dall’inizio del secolo è in atto un aumento continuo della temperatura media della terra (con una stasi nel periodo 1940-70) e oggi non abbiamo sicuramente elementi per pensare che tale andamento si sia interrotto o addirittura invertito.

In effetti, oggi non sono più sicuro di questo perentorio “Evidentemente: no”. Come si nota in figura, dal 2000 il riscaldamento globale appare infatti fermato. Lo confermano anche gli scienziati del clima. Scrive Guido Visconti (noto scienziato italiano del clima): “La Solomon (si riferisce a Susan Solomon, leader dell’agenzia americana per l’atmosfera e l’oceano) è uno dei vice chair-man dell’IPCC e quindi è importante che riconosca come il riscaldamento si sia fermato negli ultimi dieci anni (cosa poco nota al grande pubblico)”.

Tuttavia non possiamo nascondere che il fenomeno del riscaldamento globale è estremamente complesso e le domande sul tappeto sono ancora molte. Ad esempio: il riscaldamento in atto è un fenomeno anomalo (particolarmente veloce) o rientra nei lunghi cicli naturali di riscaldamento e raffreddamento del globo terrestre? E poi: quale influenza ha l’uomo, con le sue emissioni di anidride carbonica, sul riscaldamento globale? A queste domande è difficile dare risposte sicure ed il mondo scientifico è in continua attività per cercare di gettare nuova luce sulle questioni aperte. Ma la ricerca non è facile. La stima delle temperature del passato è complicata dalla necessità di utilizzare incerte valutazioni indirette, come la dimensione degli anelli nei tronchi degli alberi o la crescita delle stalagmiti nelle grotte alpine. Inoltre i modelli teorici, sviluppati per prevedere l’andamento delle temperature e valutare il ruolo delle emissioni di gas serra dovute alle attività umane, sono limitati ed è arduo capire la loro reale affidabilità.

E queste difficoltà sussistono ancora oggi. Lo dimostra – purtroppo – anche i recenti misfatti, che hanno visto protagonisti alcuni importanti scienziati del clima che guidano le politiche dell’IPCC (cioè l’organismo dell’Onu deputato a studiare il riscaldamento globale), tra cui l’occultamento di alcuni dati scientifici con l’obiettivo di calcare la mano sui risvolti più catastrofici del problema.

In questa situazione d’incertezza scientifica, molti continuano a cavalcare le emozioni suscitate da singoli eventi climatici per confermare le proprie convinzioni, allontanandosi così dalla via maestra del metodo scientifico. Per cui un periodo particolarmente freddo diventa il pretesto per mostrare un distaccato scetticismo verso tutta la problematica, e un’estate torrida o un uragano tropicale intenso diventano invece la scusa per denunciare con eccessiva enfasi la gravità della situazione. Chi ne risente, evidentemente, è l’opinione pubblica, che fatica a definire i reali contorni della questione, soprattutto quando sono gli stessi esperti a lasciarsi coinvolgere emotivamente.

Il summit Onu di Copenhagen era l’occasione giusta per rimettere l’aspetto scientifica del tema al centro dell’attenzione. Ciò non è stato fatto e questo è, a mio avviso, il risvolto più grave del flop della conferenza, e il motivo dello stallo generale su tutta la questione.

Ecomobili e fiducia ecologica

Alcune auto elettriche – dette anche “ecomobili” – sono messe a disposizione dei cittadini di Trento per circolare in centro città. L’iniziativa si ispira ad un progetto analogo iniziato a Vicenza; ma nonostante l’uso dei mezzi sia gratuito, le ecomobili non stanno sicuramente facendo breccia nel cuore dei cittadini. L’argomento merita sicuramente una breve riflessione, dato che riguarda lo sviluppo sostenibile delle città.

La causa principale dell’uso ridotto delle auto elettriche va ricercata nel fatto che – assai spesso – ogni luogo del centro cittadino è accessibile a tutti piuttosto facilmente (ciò vale sicuramente per Trento). Perchè affrontare, quindi, il disagio di prenotare e andare a prendere un’auto elettrica al garage per accedere al centro, quando la stessa operazione può essere svolta, abbastanza comodamente, con la propria automobile? Insomma, in assenza di chiari vantaggi la gente continua a seguire le proprie abitudini e pochi usano le ecomobili.

Accanto a questo aspetto, tuttavia, ce n’è un altro che non dev’essere trascurato. L’auto elettrica è – di per sè – un progetto che, nonostante le molte aspettative che ancora oggi promette, non è mai decollato, sia a livello nazionale che mondiale. E’ passato “direttamente dal futuro al passato, senza essere mai transitato dal presente”, come osservato da Orecchini e Naso nel loro bel libro “La società no oil”. I motivi sono abbastanza noti. Accanto ad una serie di indubbi vantaggi, queste automobili hanno costi elevati (soprattutto per la sostituzione delle batterie), scarse prestazioni, poca autonomia, e montano batterie ingombranti, pesanti e con tempi lunghi di ricarica. E’ evidente che tali limiti introducono un palese disincentivo all’uso diffuso delle auto elettriche e – soprattutto – rischiano di indurre in molti cittadini una diffusa sfiducia nelle proposte di mobilità “ecologica”.

Fermo restando che è ancora presto per stilare un giudizio definitivo sull’iniziativa del comune di Trento (anche se ormai l’iniziativa è partita da qualche anno…), penso che in futuro il progetto dovrebbe essere rimodulato: dal punto di vista organizzativo e anche rivolgendosi a tecnologie a basso impatto ambientale ma più efficaci e già in fase di buona penetrazione sul mercato, come le auto a metano o le auto “ibride”. Queste ultime sono dotate di due motori, uno elettrico e uno a scoppio, e – secondo molti osservatori – rappresentano una soluzione promettente per quanto riguarda la riduzione del consumo di combustibile e degli scarichi inquinanti. Con un approccio più mirato e realistico sarà più facile catturare le simpatie dei cittadini e modificare le loro abitudini, evitando il pericolo di perdere la loro fiducia nelle proposte di mobilità ecologica. La posta in gioco è troppo alta per correre un rischio di questo tipo.

(dal Corriere del Trentino del 19 dicembre 2006)

Inquinamento a domicilio

Ognuno di noi trascorre gran parte del tempo all’interno di un edificio dove, contrariamente alla percezione comune, l’inquinamento dell’aria è in genere maggiore che all’esterno, a tal punto che circa il 90% delle sostanze inquinanti che respiriamo giornalmente provengono proprio dall’interno degli edifici. Paradossalmente, tuttavia, la nostra attenzione si concentra quasi esclusivamente sull’inquinamento esterno. Anche la pressione normativa sul controllo dell’inquinamento esterno è elevata – si pensi, ad esempio, ai limiti sulle concentrazioni delle polveri sottili -, mentre è praticamente assente per quanto riguarda il controllo dell’inquinamento domestico.

Consideriamo inizialmente le polveri sottili. In mancanza di particolari attività, la concentrazione delle polveri nei luoghi chiusi è il 50-70% di quella all’aperto, dato che esse si infiltrano in casa agevolmente. Le polveri nelle case – tuttavia – si accumulano facilmente e sono facilmente risollevate (dai caloriferi ad esempio); ma, soprattutto, la loro concentrazione è notevolmente incrementata da specifiche attività, tra cui spiccano quelle svolte in cucina: durante la preparazione del cibo, infatti, la concentrazione di polveri ultra-sottili aumenta normalmente di ben quattro-dieci volte rispetto ai valori normali. Altre possibili fonti di polveri domestiche sono il fumo delle sigarette, quello delle candele o delle stufe a legna (dove ci sono ancora..).

Accanto alle polveri, nei luoghi chiusi ci sono anche altri inquinanti. Particolarmente pericolosi sono l’ossido di carbonio, proveniente da processi di combustione mal controllati (le sue fuoriuscite sono spesso causa di ben noti drammi domestici), e il gas radon, molto meno noto ma spesso presente nei piani bassi delle abitazioni o nelle cantine, tanto da essere responsabile – si stima – di addirittura il 9% delle morti per tumore ai polmoni. Assai nocivi sono anche i composti organici volatili e il benzene, che possono essere presenti in deodoranti per l’ambiente (compresi, ebbene si, anche quelli per l’aromaterapia..), i disinfettanti, i cosmetici, le vernici, i solventi e gli insetticidi. Nei diversi prodotti, tutti questi inquinanti non sono controllati da adeguate regolamentazioni. Non esiste, ad esempio, l’obbligo di indicare sulle etichette dei profumi o dei deodoranti gli ingredienti presenti, e sotto il generico termine di “fragranze” si possono nascondere sostanze assai pericolose.

Nella lotta contro l’inquinamento dell’aria sarebbe quindi opportuno focalizzare maggiormente l’attenzione sul controllo degli agenti inquinanti cui ognuno è effettivamente esposto, mediante misurazioni delle sostanze nocive che, mediamente, sono respirate nel corso della giornata. Alcuni studi in questa direzione sono stati fatti (si veda ad esempio qui), ma molto c’è ancora da fare. In attesa, quindi, di regolamentazioni più mirate ed efficaci (che tocchino pertanto anche le fonti di inquinamento indoor), la cosa migliore da fare è adottare personalmente dei comportamenti virtuosi, come:

– in cucina usare cappe di aspirazione e stufe controllate;

– controllare il livello di radon in casa,

– limitare l’uso di deodoranti o cosmetici;

– evitare il fumo negli ambienti chiusi;

– arieggiare le stanze (con attenzione, tuttavia, nei casi in cui le finestre si affaccino su una strada a traffico elevato); tale indicazione è raccomandata soprattutto negli edifici moderni che sono “a tenuta stagna” per motivi di risparmio energetico e hanno quindi scarsissima ventilazione.

La responsabilità individuale è la strada principale per gestire al meglio la salubrità della propria vita quando le regolamentazioni mancano e/o quelle esistenti sono poco efficaci se non controproducenti.

(dal Corriere del Trentino del 2 novembre 2005)

Innovazione estetica

La costante innovazione del prodotto è – in tutti i settori dell’economia – un’operazione necessaria per guadagnare competitività e nuove quote di mercato. Oltre alla ricerca scientifica e tecnologica c’è anche un’altra strada per innovare che potrebbe essere battuta con maggiore convinzione: la strada del “design” del prodotto.

E’ la storia economica dell’Italia ad indicarci tale opportunità. Gli ambiti industriali dove, negli ultimi decenni, la nostra economia ha mantenuto posizioni di preminenza sul mercato mondiale sono soprattutto il tessile, le calzature, l’arredo, il lusso, cioè quelli dove è richiesta elevata creatività e capacità di realizzare prodotti che piacciono e colpiscono la sensibilità delle persone. Perché non esplorare la possibilità di trasferire questo modo di innovare, che è poi quello che si è guadagnato la fama del “made in Italy”, anche negli altri settori?

In effetti, nel mondo d’oggi la funzionalità spesso non è sufficiente per decretare il successo di un prodotto: bisogna infatti conferirgli anche tutta una serie di attributi immateriali (come l’espressività estetica e sensoriale, o la capacità di dare soddisfazione al possessore), che possono diventare una leva di formidabile differenziazione sul mercato. Si pensi ad un’apparecchiatura medica con una forma capace di rassicurare il paziente ansioso. O ad un computer targato Ferrari: uguale agli altri dal punto di vista funzionale ma in grado di dare la sensazione di maneggiare un prodotto migliore. Ci sono aziende del “made in Italy” che negli ultimi decenni hanno fatto del design la loro forza, altre che hanno semplicemente coniugato estetica e facilità d’uso, altre ancora che hanno legato il prodotto alla tradizione locale o che hanno fuso design e tecnologia, realizzando un mix tra nuove tecnologie e creatività.

Certo, la logica del design non può essere applicata a tutti i prodotti. Ma sono sicuramente molti quelli che potrebbero trarne vantaggio, e appare quindi un po’ strano che proprio in Italia sia il mondo imprenditoriale sia le istituzioni non supportino con la necessaria decisione questa cultura, organizzando scuole, agenzie di sostegno alle aziende, o fondazioni in grado di promuovere il design, facendo anche leva sul patrimonio di creatività e tradizione culturale del territorio.

Il notevole – e forse inaspettato –  successo di partecipazione alla recente giornata di studio “Superfici e il design” – presso l’Università di Trento – conferma che c’è una diffusa consapevolezza della spinta all’innovazione che può venire dalla combinazione design e tecnologia: l’auspicio, quindi, è che tale spinta venga colta – sia nell’ambito industriale-professionale, sia nell’ambito dell’insagnamento universitario –  per contribuire così, passo dopo passo, al rilancio della nostra economia.

(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 31 ottobre 2007)

La presentazione della giornata "Superfici e design" (organizzata dal prof. Stefano Rossi) da parte del prof. Tubino, preside della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Trento.

Più di 200 partecipanti!

Design-Workshop-2011

Le polveri in tribunale

Praticamente tutti i vertici politici lombardi (presidente ed ex-presidente della provincia di Milano, governatore della Lombardia, sindaco di Milano) sono indagati per non aver impedito gli eccessivi sforamenti dei limiti giornalieri delle polveri sottili. L’iniziativa è particolarmente eclatante anche se non costituisce certo una novità, dato che anche altre Procure, come quelle di Firenze e di Trento, stanno conducendo, o hanno già condotto, indagini su questo tema, mettendo il dito in una piaga scoperta in molte realtà italiane ed europee.

Com’è noto, la legge parla chiaro: il limite giornaliero di 50 microgrammi per metrocubo per le PM10 non può essere superato per più di 35 volte l’anno. Ma altrettanto noto è che questi limiti sono disattesi in numerose realtà locali, sia in Italia che in Europa. Tanto per fare alcuni esempi, nel 2003 ci sono stati circa 120 sforamenti a Berlino e a Rotterdam, e nel 2004 gli sforamenti a Londra sono stati quasi 100 e a Parigi più di 80. Proprio perchè molti comuni europei hanno difficoltà a rispettare i limiti, l’Unione Europea ha predisposto una piattaforma che raccoglie le diverse esperienze e consiglia le metodologie d’intervento ottimali. Nei momenti d’emergenza, comunque, non c’è molta scelta, e gli unici interventi possibili (nelle grandi città) sono quelli di limitazione al traffico, che hanno un’efficacia notoriamente limitata.

Una riduzione sostanziale della concentrazione di polveri sottili nell’aria può essere ottenuta solo con interventi strutturali e di lungo periodo. I limiti fissati dall’Unione Europea – entrati in vigore nel gennaio del 2005 – avevano il chiaro obiettivo di costringere i governi locali a predisporre – per tempo – questo tipo d’interventi ma le amministrazioni locali hanno agito in molti casi con poca convinzione. Va peraltro evidenziato come i limiti stessi appaiono assai restrittivi (molte polveri sono d’origine naturale e molte provengono da regioni lontane). Non può insomma sorprendere se all’entrata in vigore della normativa europea i nodi sono venuti al pettine e sempre più spesso le Procure sono indotte ad intervenire (l’inchiesta lombarda, in particolare, è stata avviata su esposto del Codacons).

L’auspicio è che le indagini delle varie Procure non abbiano conseguenze drammatiche – c’è chi paventa blocchi dalle autostrade o altre azioni eclatanti – ma suscitino comunque un certo clamore in modo da stimolare gli amministratori locali a predisporre i necessari interventi strutturali in tutta Italia, e – allo stesso tempo – da impegnare anche i politici italiani ed europei ad un riesame critico delle normative; esse sono infatti assai severe e in molte regioni d’Europa (come la pianura padana, il Benelux, l’est europeo, alcune zone della Spagna, e – con varie gradazioni – le grandi città), molto difficilmente possono essere rispettate; inoltre, dovrebbero essere ricalibrate considerando le diverse realtà locali – comprese, evidentemente, le caratteristiche delle polveri e il loro effettivo grado di pericolosità.

(dal Corriere del Trentino del 3 gennaio 2007)

I pallini rossi indicano più di 50 giorni di sforamenti in un anno (il 2006).

Clima: e dopo Copenhagen?

La storia insegna che c’è una relazione chiara tra ricchezza e attenzione all’ambiente. Solo quando gli abitanti di uno Stato hanno superato una certa soglia di reddito cominciano a prestare attenzione e energie alla tutela dell’ambiente; prima pensano soprattutto a procurarsi i mezzi per sopravvivere e crescere.

Per molti osservatori tale evidenza storica spiega anche il sostanziale fallimento del recente vertice Onu sul clima di Copenhagen, che nelle intenzioni doveva inaugurare una nuova stagione (il “dopo Kyoto”) di controllo mondiale delle emissioni di gas serra. La posizione di Cina, India e Brasile è nota ed è stata ribadita nella capitale danese: prima raggiungono il livello di benessere dei paesi occidentali, poi possono orientarsi verso politiche di riduzione delle emissioni. I primi decisi passi in questa direzione dovrebbero farli, pertanto, i paesi ricchi. Ma questi, nonostante la pressione dell’opinione pubblica, tentennano, perché ridurre le emissioni significa ridurre l’uso dei combustibili fossili nella produzione di energia; la qual cosa comporta costi molto elevati che in questa fase di recessione economica nessuno vuole affrontare. Il rischio, lo ha spiegato bene Massimo Gaggi sul Corriere, è di mettere a repentaglio numerosi posti di lavoro, soprattutto nel settore industriale. Quando fu stipulato il protocollo di Kyoto, nel 1997, la rinuncia a qualche attività industriale in nome dell’ambiente raccolse vasti consensi tra i paesi ricchi; ora, scrive Gaggi, Usa e Europa hanno però scoperto che “l’industria non è da buttare”, “è un polmone insostituibile per la creazione di posti di lavoro”.

Questa esigenza di salvaguardare l’ambiente senza compromettere le attività industriali si ripropone – fatte le debite proporzioni – anche a livello locale. Vediamo due esempi tra i tanti che riguardano il Trentino. L’Acciaieria Valsugana, che dà lavoro a 120 dipendenti, è sotto indagine e rischia la chiusura per l’accusa di aver inquinato la valle con incontrollate emissioni di diossina e altri microinquinanti. Anche qui, da una parte c’è l’opinione pubblica giustamente preoccupata dell’ambiente e della propria salute e, dall’altra, il mondo dell’industria e del lavoro con un atteggiamento più prudente, improntato alla necessità di capire se si possono salvaguardare i posti di lavoro.

Un altro esempio riguarda le centrali idroelettriche. L’anno scorso è stato raddoppiato il deflusso minimo vitale di acqua nei fiumi; ciò significa maggiore rispetto dell’ambiente ma anche minore produzione di energia e, quindi, posti di lavoro in pericolo. Sia gli industriali sia i sindacati hanno espresso forti preoccupazioni mentre gli ambientalisti sono di altro avviso. “Il sindacato deve difendere i posti di lavoro, ma dovrebbe anche pensare di difendere i diritti di tutti i cittadini”, ha dichiarato Roberto Bombarda dei Verdi.

Vista la crisi economica che stenta ad attenuarsi, è facile prevedere che questa tensione si ripeterà – sia a livello globale che locale – sempre più spesso in futuro. Come affrontarla? Sicuramente lo sviluppo scientifico e tecnologico farà la sua parte – è da prevederlo – nel ridurre sempre più gli impatti ambientali delle diverse attività e allentre quindi la tensione; ma solo una maggiore consapevolezza e responsabilità nei comportamenti di tutti può permettere di raggiungere – caso per caso, a scala globale o locale – il giusto equilibrio tra sviluppo economico e rispetto dell’ambiente.

(dal Corriere del Trentino del 23 gennaio 2010)