Turismo e ambiente

Per ridurre il negativo impatto ambientale di molte attività economiche, possono essere adottati strumenti coercitivi – come norme o imposizioni fiscali – o strumenti basati su comportamenti volontari, capaci di attivare un circolo virtuoso di domanda e offerta attento al rispetto dell’ambiente. Tali strumenti stanno ottenendo un buon successo anche nel settore del turismo, uno dei comparti trainanti della nostra economia.

Le certificazioni ambientali su base volontaria più diffuse sono le ISO 14001, l’EMAS e il marchio Ecolabel, attribuito a prodotti con un ciclo di vita a ridotto impatto ambientale. I certificati EMAS e ISO 14001 sono sostanzialmente simili e sono intesi al miglioramento continuo delle performance ambientali di industrie o altre attività (produttive o organizzative), riducendo la produzione di rifiuti e l’emissione di inquinanti nell’ambiente, o favorendo l’impiego in modo più efficiente dell’energia e delle materie prime. L’obiettivo è molteplice: ridurre l’impatto ambientale, ottenere un risparmio diretto, coinvolgere anche gli altri soggetti interessati (come i fornitori e clienti) in comportamenti virtuosi, acquisire nuove quote di mercato. Il sistema EMAS, in particolare, prevede la divulgazione del progetto e quindi chi lo adotta ottiene anche uno specifico ritorno di immagine (come fatto in Trentino, ad esempio, dal Comune di Dro).

Da qualche anno la certificazione ambientale su base volontaria sta coinvolgendo anche il settore del turismo, per via dell’attrazione esercitata dalle cosiddette forme di “turismo consapevole”, sempre più diffuse. Le più recenti soluzioni tecnologiche in questi settori sono presentate ogni anno al salone “Eco Hotel”, all’interno dell’Expo Riva Hotel, che si tiene all’inizio di febbraio a Riva del Garda.

Se si considera che nel settore alberghiero italiano il consumo energetico per presenza è circa quattro volte superiore al consumo giornaliero per persona nelle abitazioni civili, si evince che tale certificazione non è solo una questione di marketing o di moda “eco-chic” ma anche una strada efficace per contenere i consumi. Gli interventi sono peraltro assai impegnativi, soprattutto se si tratta della ristrutturazione di immobili tradizionali, perché non si possono limitare ad azioni isolate ma devono rivedere l’intera progettazione della costruzione. Oltre che impegnativi, gli interventi necessari per ottenere le certificazioni volontarie sono anche costosi. Gli investimenti, tuttavia, sono ripagati nel tempo dai risparmi realizzati e dal ritorno di immagine, e possono servire anche a mitigare un po’ gli elevati impatti ambientali che molte strutture turistiche inevitabilmente hanno.

(dal Corriere del Trentino del 2 gennaio 2009)

Post scriptum: La figura qui sotto mostra come nella provincia di Trento si abbia la maggior diffusione di strutture turistiche con marchio Ecolabel in Italia. La speranza dei trentini, ovviamente, è che tanto sforzo economico sia premiato da un’elevata affluenza turistica.

Strutture turistiche in possesso di marchio Ecolabel in Italia al 31 dicembre 2008 - ISPRA.

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Pit stop

Sui giornali si parla spesso di classifiche: incuriosiscono e a volte raccontano qualche verità. Dopo quasi 4 mesi di vita del blog propongo una pausa (un pit stop), con la graduatoria degli articoli finora più cliccati, seguita da una breve riflessione. Eccola:

  1. Clima: catastrofisti e negazionisti
  2. Clima: aspettando Copenhagen
  3. Bastards Sons of Dioniso
  4. Obama e la scienza
  5. Vita di campagna o vita di città?
  6. Il giardino dell’egoista
  7. Ricerca&Innovazione
  8. Cattedra del confronto
  9. Il valore dell’acqua
  10. La scienza in classe

Sorpresi? Penso di si.

Certo, gli articoli pubblicati per primi hanno avuto più possibilità di essere cliccati. Ciò spiega senz’altro il terzo posto dell’editoriale sui “Bastards Sons of Dioniso”, uscito nel primo mese di vita del blog e molto cliccato da visitatori che cercavano soprattutto informazioni sulla band trentina. Ma non spiega gli altri risultati.

Ai primi due posti infatti svettano – con ampio vantaggio sul terzo – due articoli sullo stesso argomento: il clima. Il primo pubblicato molto tempo fa, il secondo molto recente. Con ogni evidenza, le due medaglie più ambite sono state vinte da un tema molto sentito. La questione clima, infatti, è molto emozionale: si parla della salvezza del pianeta. Non solo. La società è spaccata, se così si può dire, tra scettici e catastrofisti, e gli argomenti portati a giustificazione dell’una o dell’altra tesi toccano spesso temi profondi, che riguardano il modo di interpretare il senso della vita.

Al 4°, 5° e 6° posto ci sono tre articoli su scienza, inquinamento e gestione dei rifiuti; temi che ricorrono spesso in ciò che scrivo, dato che sono quelli più direttamente correlati alle mie conoscenze. Significa che gli argomenti tecnico-scientifici sono molto apprezzati? Non proprio. Ne è prova che un altro argomento tecnico molto trattato – quello dell’energia – è fuori classifica, e che gli editoriali dal 7° al 10° posto trattano argomenti più generali, su cui – in un caso, quello della Cattedra – ho scritto una sola volta. Piuttosto si evince la seguente verità: gli argomenti tecnico-scientifici riscuotono interesse e scalano le classifiche solo se “trainati” da riferimenti che toccano le corde dell’emozione. Come il riferimento ad Obama e al suo atteggiamento verso la scienza nell’articolo al 4° posto; all’inquinamento in funzione delle scelte di vita (meglio in campagna o meglio in città?) nell’articolo al 5° posto; all’egoismo nelle gestione dei rifiuti nell’articolo al 6° posto. Se si vogliono veicolare informazioni tecnico-scientifiche bisogna far vibrare, almeno un po’, le corde emozionali del lettore. Non è, in effetti, una grande scoperta, ma una significativa conferma.

Ma c’è anche un’altra indicazione evidente. I lettori, dunque i cittadini, sono molto interessati a tutto quanto riguarda il clima e l’inquinamento, ossia allo stato dell’ambiente nel quale viviamo. C’è però da sperare che l’aspetto emozionale non prevalga mai su quello razionale-scientifico.

(dal Corriere del Trentino del 21 gennaio 2010)

Lo strano caso delle lampadine fluorescenti

Propongo, senza modifiche, un articolo pubblicato sul Corriere del Trentino il 9 febbraio 2007. Aggiungo quindi una riflessione e – soprattutto – una cruciale domanda: una specie di sondaggio, rispondete numerosi!

Un paio di mesi fa un’azienda ha regalato a moltissimi trentini un kit di 3 lampadine a fluorescenza, cioè a basso consumo. Lampadine che, in negozio, costano qualche decina di euro. Non è stata un’iniziativa isolata. Altre aziende e consorzi stanno ora distribuendo dei buoni per ritirare, gratis, altri kit di lampadine, con un successo enorme. Com’è possibile? Dov’è il trucco? Il trucco c’è, ovviamente, ed i costi delle lampadine – alla fine – li paghiamo tutti noi. Ma, a conti fatti, sono soldi spesi bene. Vediamo perché.

Con i decreti sull’energia del 2004, le società di distribuzione dell’energia elettrica e del gas devono perseguire obiettivi di efficienza energetica, potendo ribaltare sui consumatori i relativi costi degli interventi adottati. In pratica, queste società devono acquisire un certo numero di titoli di efficienza energetica, in ragione della loro quota di mercato. Possono agire direttamente oppure acquistare i titoli da aziende, le ESCO, adibite alla promozione del risparmio energetico. Per accumulare i titoli, le aziende devono svolgere attività che comportano una riduzione dei consumi. Sono molte quelle che possono essere realizzate. Una di queste è, appunto, la distribuzione di lampadine a fluorescenza. Poiché i titoli hanno un notevole valore economico e le lampadine costano poco al distributore se acquistate in grandi quantità, le aziende possono guadagnarci anche distribuendo le lampadine gratuitamente.
Come detto, le società di distribuzione dell’energia elettrica incrementeranno la tariffa del chilowattora per rientrare dalle spese di acquisto dei titoli. E’ quindi evidente che conviene a tutti ritirare il kit ed installare subito le lampadine, in modo da risparmiare energia (le lampadine a fluorescenza consumano meno e durano di più di quelle normali) e contenere il costo della bolletta.

L’importanza dell’iniziativa, tuttavia, non risiede solo in questo piccolo – in fondo – risparmio, ma riguarda l’abitudine al risparmio energetico, che è la strada migliore per ridurre il consumo delle risorse necessarie per la produzione dell’energia e, al contempo, ridurre l’inquinamento. L’iniziativa, insomma, è semplice ed attraente e si trasformerà in un vero successo se riuscirà ad instillare in tutti noi anche solo un pizzico di consapevolezza dell’importanza e dell’utilità del risparmio energetico.

Commento

Dai resoconti tecnici si evince che l’iniziativa delle lampadine è l’unica, all’interno delle iniziative possibili per accumulare i titoli (detti anche “certificati bianchi”), che ha funzionato: il 60% dei risparmi di energia vengono dalla distribuzione della lampadine; solo il 6% dagli interventi nel settore industriale.

Domanda cruciale

Noi abbiamo installato in cucina due di queste lampadine a fluorescenza. Ebbene sono durate appena 2 anni: a distanza di un mese sono saltate tutte e due. Ma non dovevano durare almeno 6 anni? A qualcuno sono durate di più?

Le domande non sono da poco, perchè il risparmio economico è reale se le lampadine durano alcuni anni. Ora: qui c’è  in gioco anche la fiducia della gente verso le proposte di risparmio energetico, e le proposte “verdi” più in generale, no? Che consapevolezza si instilla se se poi le iniziative più semplici e dirette si rivelano un mezzo flop?

Investire in tempo di crisi

L’attuale crisi economica non sta purtroppo dando segnali di cedimento e le prospettive nel breve periodo – soprattutto nel comparto industriale – non appaiono particolarmente rosee. La strada da seguire per rivitalizzare l’economia è chiara a tutti: è la strada dell’innovazione. Ma come può un particolare territorio affrontarla al meglio? La crisi sta suggerendo particolari atteggiamenti da adottare?

L’innovazione, si sa, si fa con la ricerca scientifica e tecnologica. Affinchè la ricerca comporti delle ricadute dirette sull’economia di un territorio, deve essere realizzata soprattutto dalle aziende che vi lavorano. Ora, fare ricerca è possibile sicuramente per le imprese di grandi dimensioni, dotate di un proprio centro di ricerca e sviluppo, ma è più difficile per quelle di dimensioni più piccole, che costituiscono la grande maggioranza delle imprese italiane (e sono senz’altro prevalenti in territori come il Trentino); queste devono necessariamente organizzarsi in reti di collaborazione su tematiche di interesse comune. L’Università e i centri di ricerca operanti sul territorio possono senz’altro interagire con le ricerche industriali locali, aiutarle a fare rete, fornire competenze, idee preliminari, strumentazioni specifiche.

In tale contesto, l’ente pubblico ha un ruolo decisivo nella promozione dell’innovazione del territorio, potendo agire almeno in due direzioni chiave:

1) In primo luogo, collaborando al finanziamento della ricerca stessa. La ricerca, infatti, costa molto, e siccome genera benefici di cui, prima o dopo, tutta la filiera produttiva si avvantaggia, ogni azienda tende a delegarla agli altri. L’intervento pubblico è quindi necessario per sbloccare l’impasse e avviare un processo virtuoso.

2) In secondo luogo, favorendo la nascita di reti tra le industrie di dimensioni più piccole, e le interazioni con l’Università e i centri di ricerca.

Per essere realmente efficaci, tuttavia, gli interventi dell’ente pubblico (locale o nazionale) dovrebbero tener ben presenti due forti parole d’ordine, oggi un po’ trascurate: “sperimentazione” e “cultura del risultato”. Sperimentazione, perché è necessario sostenere non tanto (o non solo) i settori più tradizionali ma piuttosto quelli con maggiori possibilità di espansione e diversificazione dei prodotti e dei servizi. Cultura del risultato (dell’output, come ben argomentato dall’economista Alfonso Gambardella in un suo recente saggio), perché è necessaria la verifica concreta dei risultati delle ricerche cofinanziate.

E’ proprio l’attuale crisi finanziaria a suggerire l’urgenza dell’adozione di una nuova cultura del sostegno alla ricerca, che minimizzi gli sprechi e massimizzi i risultati. Una cultura che misuri la ricerca non solo in termini di finanziamenti accordati o di metri quadrati di laboratori realizzati, ma con la quantificazione chiara dell’output in rapporto alle aspettative e all’entità dei finanziamenti sostenuti.

(dal Corriere del Trentino del 25 giugno 2009)

Re magi (o Re maghi?)

I Re Magi nel presepio di casa.

Probabilmente erano dei Maghi, ma un monaco pio ha pensato di chiamarli Magi, un nome ben più dignitoso visto che i maghi non hanno mai goduto di buona fama. Secondo la tradizione cristiana erano dei re che hanno attraversato i deserti guidati solo da una stella per andare ad adorare un Bambino, il Messia, nato poverissimo in una grotta.

Il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, molti hanno festeggiato per l’ennesima volta questo viaggio quasi incredibile, raccontato nel Vangelo di Matteo. E molti sicuramente ancora si chiedono: sono esistiti veramente questi personaggi che, rischiando la loro vita e i loro beni, hanno affrontato un’avventura così audace e azzardata?

L’evangelista Matteo ci spiega ben poco dei Magi; è chiaro che a lui non interessava fare un resoconto storico ma trasmettere un messaggio di fede. Non sorprende quindi se molti non credono proprio all’esistenza dei Magi. Nei secoli, peraltro, sono sorte molte interpretazioni diverse su di loro anche tra le comunità cristiane. Umberto Eco, nel suo romanzo “Baudolino”, ci presenta un divertente racconto sull’interpretazione “storica” della figura dei Magi: forse non erano tre ma dodici, forse si chiamavano Baldassarre, Melchiorre e Gaspare solo perchè erano i nomi “più facili da pronunciare” nella lista dei possibili. D’altro canto ci sono anche astronomi che hanno fatto calcoli precisi: la stella di Betlemme sarebbe una supernova che, nel primo decennio a.C., è passata, con la sua nube di gas in espansione, dallo zenit a Betlemme. Per molti, insomma, la vicenda dei Magi guidati da una stella non solo è vera, ma ha anche solide basi scientifiche.

Sono convinto, tuttavia, che non sia importante sapere se i re Magi, o re Maghi che dir si voglia, siano esistiti veramente o siano solo frutto di fantasia. Penso piuttosto che la storia dei Magi abbia un significato universale, religioso e laico, perché invita tutti noi a porci – ogni anno alla festa della befana – una semplice ed essenziale domanda: siamo capaci di affrontare l’ignoto e le fatiche per seguire un’intuizione? siamo capaci di rischiare noi stessi per cercare qualcosa di grande che ci illumini la vita? o – presi da mille occupazioni o semplicemente perché troppo pigri – non abbiamo il tempo per i grandi slanci, per dare una possibilità di realizzazione ai nostri sogni?

(dal Corriere del Trentino del 6 gennaio 2010)

L’anima secondo la scienza

n. 10 – 2009 (in vendita a Trento presso: “Artigianelli”, “Centro Paolino”, “La Rivisteria”, “Benigni”; a Rovereto presso “Libreria Rosmini”)

(una trattazione completa del tema è affrontata nel libro: “L’anima e i confini dell’umano“).
Il tema dell’anima, cioè della sua identificazione, origine e destinazione, è da sempre al centro della riflessione di filosofi e teologi, in quanto centrale nella comprensione dell’essenza della vita. Nella “Cattedra del Confronto” del 2009 è stata dedicata una giornata proprio a questo cruciale argomento.

Negli ultimi due secoli, le scoperte nel campo della della termodinamica, della biologia e delle scienze cognitive hanno portato nuova linfa alla riflessione, proponendo spunti di analisi che hanno condotto ad una vera e propria contrapposizione tra la visione filosofica/teologica e quella scientifica. Recentemente il dibattito sull’anima ha varcato i ristretti ambiti accademici e culturali per coinvolgere estesamente l’opinione pubblica, grazie alla pubblicazione del testo “L’anima e il suo destino”, del teologo Vito Mancuso, che ha riscosso un notevolissimo successo editoriale e anche molte critiche, sia dalla parte scientifica che quella teologica.

Il tema, ovviamente, non è nuovo. Già Aristotele e Tommaso d’Aquino avevano introdotto i concetti di anima vegetativa, sensitiva e intellettiva per indicare e qualificare il complesso sistema capace di gestire l’organizzazione vitale delle piante (le funzioni di nutrimento e di generazione), degli animali (capaci anche di avere sensazioni come il piacere, la paura o il dolore) e degli esseri umani (capaci anche del pensiero e di avere coscienza della propria natura). Tra gli scienziati, c’è chi parla precisamente di “gradi di possesso d’anima” o “di animatezza” per quantificare la diversa dimensione dell’anima negli esseri viventi e ravvisa una crescita passando dalle cellule fecondate verso i gradi sempre più elevati dello sviluppo. Qualcuno si chiede addirittura se tra le persone adulte non si abbiano diversi gradi di animatezza, ma il terreno è – evidentemente – scivoloso. Su questo piano ha invece meno tentennamenti il teologo Mancuso che non esita a introdurre l’idea di anima spirituale, capace di produrre “l’emozione dell’intelligenza” e quindi le vette creative nell’arte, la musica, il pensiero e la scienza; e l’idea di anima come spirito santo, quella degli uomini capaci solo del bene.

Sviluppando idee precedenti, il neuropsichiatra Tononi ha recentemente porposto la teoria del complesso cosciente. Secondo tale teoria l’anima è un sistema complesso, formato da molti elementi (le cellule del sistema neurale) integrati tra di loro e “ad elevata complessità”. Su tali basi anche Tononi può affermare che un “po’ di coscienza è presente un po’ dappertutto nella natura”. Ma nei batteri, nelle piante e nei funghi, mancando il cervello, “le opportunità di trovare complessi degni di questo nome sono assai remote”: l’anima è dunque “vegetativa”. In altri animali la possibilità “che ci siano complessi dignitosi aumentano”: l’anima è dunque “sensitiva”. Tra gli animali, i gatti, le scimmie e i cani sono forse quelli con un’anima sensitiva di livello più alto, vista la complessità del loro sistema talamocorticale. Pertanto, secondo la scienza l’anima è un epifenomeno, cioè un fenomeno emergente da un sistema complesso e ad alta complessità, costituito da unità elementari che ubbidiscono alle leggi della natura. E’ un po’ come un’immagine televisiva, tanto per fare un’analogia semplificata, che emerge da un sistema di diodi che si accendono o spengono sullo schermo; ogni diodo segue una precisa legge fisica ma non ha alcuna consapevolezza dell’immagine creata. Gli stati mentali che caratterizzano l’anima intellettiva non coincidono pertanto con gli stati fisici, cioè con le diverse configurazioni assunte del sistema nervoso, ma sono realizzati da essi e comunque ad essi intimamente collegati.

In questo contesto scientifico, c’è ancora spazio per un ente esterno, per Dio? La scienza ha inevitabilmente cancellato l’idea tradizionale di anima?

I libri e le trattazioni su questo tema non mancano certamente! La riflessione, qui appena impostata, continua qui. Il testo completo è sul numero 10/2009 della rivista “Il Margine”.

(tratto da “La questione dell’anima”, Il Margine, n° 10, 2009)

Diossina in Valsugana

E’ veramente intricata la vicenda dell’Acciaieria Valsugana di Borgo. Si parla di analisi contraffatte, di emissioni inquinanti sopra i limiti, di pericoli per la salute degli abitanti della valle, di chiusura dello stabilimento (che dà lavoro – è bene ricordarlo – a 120 dipendenti).

Sul banco degli imputati c’è soprattutto la diossina, fonte di notevole preoccupazione ambientale e sanitaria. Questa sostanza (che, in realtà, è un insieme di composti), è prodotta dai processi di combustione, anche naturali come gli incendi. Negli impianti industriali di combustione, i fumi di scarico sono pertanto trattati in modo da evitare che elevate quantità di diossina e altri microinquinanti possano disperdersi nell’ambiente, depositarsi sui terreni circostanti e accumularsi nella catena alimentare. Per impianti come gli inceneritori, le normative che regolano le emissioni sono particolarmente restrittive, anche per evitare picchi di emissioni dovuti a incertezze sulla composizione dei rifiuti; per le industrie, invece, le norme sono meno severe (anche se le norme italiane e europee non appaiono perfettamente armonizzate), per via del maggior controllo sulle materie prime.

La spinta verso la riduzione dei limiti di emissioni per alcuni tipi di industrie, come le acciaierie, tuttavia è forte. In tali stabilimenti, infatti, si può avere la combustione di plastiche e oli presenti come residui nel rottame, che è la materia prima del processo e proviene dal riciclo dell’acciaio. Ben note sono le proteste verso l’acciaieria Ilva di Taranto, accusata di inquinamento da diossina di molti capi di bestiame della zona, e di acciaierie del bresciano e del torinese. Sicuramente le migliori tecnologie oggi disponibili permettono di ottenere livelli di emissione molto bassi, paragonabili a quelle degli inceneritori, e molte acciaierie italiane si sono già tecnologicamente attrezzate con sforzi economici notevoli. Non bisogna peraltro dimenticare che le emissioni totali dipendono anche dalla dimensione dell’impianto, e che la concentrazione degli inquinanti al suolo è pure determinata dall’altezza del camino e dall’azione dei venti.

Per capire i reali contorni della vicenda che riguarda l’Acciaieria Valsugana non resta che attendere i risultati dell’inchiesta ufficiale. Appare comunque già evidente che si dovrà condurre al più presto le analisi dei terreni interessati alle emissioni e verificare la bontà tecnologica dell’impianto di contenimento delle emissioni installato recentemente dall’Acciaieria. Se queste verifiche fossero superate e l’inchiesta non dovesse portare alla chiusura dello stabilimento, appare anche auspicabile inaugurare una nuova “stagione della comunicazione”, contrassegnata dalla periodica diffusione dei risultati degli esami dei microinquinanti emessi dagli impianti e delle concentrazioni nei terreni, in modo da garantire la salute e la serenità dei lavoratori dell’Acciaieria e degli abitanti di Borgo Valsugana.

(dal Corriere del Trentino del 30 dicembre 2009)

Post Scriptum: una descrizione dettagliata della vicenda è riportata qui.