Vita di campagna o vita di città?

caminoLa nostra salute corre più rischi se viviamo in città o in paesi decentrati? E’ una domanda a cui è difficile rispondere. Ci ha provato Roberto Volpi nel suo libro “L’amara medicina” , dove ha descritto i dati della mortalità di Firenze e delle province toscane. Ebbene, l’area più critica non è Firenze ma il Mugello, zona collinare e boscosa, assai defilata dalla città. E il discorso – afferma Volpi – può essere esteso a tutto il territorio nazionale: nonostante il traffico e l’affollamento, i tassi di mortalità sono più bassi nelle città rispetto ai paesi di provincia.

L’analisi, per molti aspetti sorprendente, può avere diverse giustificazioni. La prima prende in considerazione l’inquinamento ambientale. E’ percezione comune che l’inquinamento sia maggiore nelle città, ma parecchi dati sperimentali mostrano il contrario. Basti pensare all’inquinamento dell’aria, quasi sempre maggiore nei paesi di provincia (soprattutto quelli collinari o montani) a causa del diffuso uso invernale delle stufe a legna, che emettono in genere più inquinanti delle caldaie a metano. E sugli effetti sanitari dell’inquinamento nei paesi montani, il prof. Veronesi – oncologo di fama mondiale – è abbastanza chiaro: “L’inquinamento atmosferico è responsabile di una percentuale di tumori che va dall’1 al 4 per cento. Ci sono più tumori polmonari in Alto Adige e in Friuli che nel centro di Milano”.

Ma è evidente che l’inquinamento dell’aria non può – da solo – giustificare la maggiore mortalità nei paesi di “campagna”. Sia perché la sua influenza è limitata (come evidenziato da Veronesi con riferimento ai tumori polmonari), sia perché gli inquinanti, come le polveri sottili, non sono uguali dappertutto (non è ancora chiaro, ad esempio, se le polveri emesse dalla combustione delle legna abbiano gli stessi effetti di quelle emesse dalla combustione del metano o del gasolio). E’ quindi necessario considerare anche altri fattori, come l’alimentazione, l’esercizio fisico, la facilità di accesso al sistema sanitario, la qualità generale della vita. Ed è proprio sulla qualità della vita che Volpi pone un forte accento. Le città – sostiene il ricercatore – offrono maggiori opportunità dei paesi, per quanto riguarda il lavoro, la possibilità di coltivare interessi culturali e di partecipare ad iniziative sociali. Nelle città è quindi più facile intessere fruttuose relazioni che aiutano a vivere meglio; aiutano ad essere più informati, ad affrontare meglio le eventuali malattie e anche a prevenirle.

Quasi tutti gli studi epidemiologici concentrano l’attenzione sui fattori di rischio per la nostra salute (il fumo, l’assunzione di alcolici, l’inquinamento dell’aria). Penso che abbia ragione Volpi quando sostiene che bisognerebbe studiare – in modo rigoroso – anche il ruolo dei fattori positivi che concorrono a determinare la qualità della vita delle persone; e, nel limite del possibile, cercare di estendere i vantaggi delle città anche a chi abita in paesi decentrati.

(dal Corriere del Trentino del 3 aprile 2008)

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Docente Facoltà di Ingegneria Università di Trento. Editorialista del Corriere del Trentino.

2 Responses to Vita di campagna o vita di città?

  1. Stefano says:

    Mi chiedo se nello studio si controlla rispetto alla distribuzione di età. Presumibilmente in campagna la popolazione è più anziana, dato che ci sono meno opportunità di lavoro e studio, e quindi i giovani si spostano in città.

  2. Grazie Stefano dell’osservazione
    In effetti, dopo aver letto il libro di Volpi avevo formularo le due seguenti domande al ricercatore:

    “Il primo punto riguarda la mortalità per tumore negli ultimi 100 anni. Lei considera inizialmente la media annuale dei morti (tav.8, pag.55) e poi, più correttamente (a mio avviso), il tasso standardizzato che tiene conto dall’aumento della popolazione negli anni. Addirittura, penso – ed è su questo punto che chiedo il suo parere – che sarebbe opportuno considerare il tasso adeguato per l’età, per tener conto che il tumore colpisce soprattutto le persone più anziane (e la vita media delle persone si allunga).
    Il secondo punto riguarda l’analisi (capitolo otto) sulla mortalità nelle città e nelle campagne (Firenze e Toscana). Il mio dubbio è questo: non è che la dimensione dei territori considerati sia piccola per avere un’adeguata significatività statistica? Quando la popolazione è intorno al milione è facile che pochi casi spostino la valutazione da eccellente a pessima. E’ questa una preoccupazione sbagliata?

    Questo seccondo punto si intreccia con il tema dell’incidenza dei diversi tipi di tumore in territori di piccola dimensione. Penso ad esempio al Trentino, dove vivo. Spesso leggo di statistiche che riportano come in Trentino sia più diffuso in tipo di tumore (rispetto alla media nazionale) e meno diffuso un altro, e si leggono quindi discorsi sulle politiche sanitarie che si dovrebbero adottare per combattere i tipi di tumori prevalenti. Sulla base dell’osservazione fatta sopra mi pare che queste valutazioni siano pericolose, dal momento che la popolazione è troppo limitata (Trento ha 100mila abitanti!).”

    Non posso riportare la gentile risposta del dr Volpi (di carattere personale). Riassumendo, il dr Volpi concorda con la necessità di riferirsi al tasso standardizzato, ma ribadisce che l’analisi semplificata da lui condotta nel libro – per non renderlo troppo tecnico – è in perfetta linea con le valutazioni statisticamente più complete.
    Analogamente, i modelli statistici possono ben tener conto – dice Volpi – della dimensione dei campioni; sicuramente ciò è stato fato nel caso delle studio toscano.

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