Ordine e disordine nell’Universo

L’Universo può essere visto come un immenso sistema complesso, contenente una quantità enorme di parti: stelle, pianeti, buchi neri … Un’importante legge della fisica – talmente importante da essere assunta al rango di principio – afferma che “l’entropia dell’Universo è in continuo aumento”. Cosa significa? E che importanza riveste tale principio nell’ottica del discorso sulle luci che indicano il divino?

L’entropia è un parametro che in modo semplice misura il livello di disordine di un sistema. Pensiamo ad un sistema noto a tutti: la nostra stanza, contenente diversi oggetti e delimitata dalla sue pareti. Ora, questi oggetti possono essere disposti in modo ordinato (in posti precisi secondo i nostri intendimenti) oppure essere disposti più o meno alla rinfusa. Se il disordine è elevato significa che l’entropia della stanza è elevata, e viceversa. Infatti ordine significa posti precisi mentre disordine significa che gli oggetti possono stare in tutti gli altri posti disponibili che sono molti di più, come sappiamo bene! Quindi il disordine è più probabile dell’ordine e un sistema chiuso (come la propria stanza con porte e finestre chiuse) può evolvere nel tempo con maggiore probabilità verso il disordine che verso l’ordine, in accordo col principio che abbiamo appena enunciato. Può succedere, ad esempio, che prima o poi il lampadario si stacchi dal soffitto; cadendo può andare a sbattere contro la scrivania scaraventando lontano tutti gli oggetti che vi erano ben allineati. E il disordine è bell’e fatto. E se il sistema fosse aperto? In un sistema aperto l’ordine può aumentare, ma ciò può avvenire solo se si crea disordine da un’altra parte così che l’entropia totale dell’Universo comunque aumenti. Ad esempio, se entro nella mia stanza e vi metto ordine, l’entropia nella stanza diminuisce. Ma nel fare ciò consumo energia, e tale consumo provoca (o ha provocato qualche tempo prima) disordine nell’Universo; ad esempio, l’energia che consumo è stata introdotta nel mio organismo col cibo per la cui produzione è stato fatto del disordine dove è stato prodotto. In ogni caso tale aumento di entropia è maggiore del calo di entropia nella mia stanza, e quindi l’entropia dell’Universo aumenta sempre.
Bene: quali sono le conseguenze di questo principio della fisica? Almeno tre. La prima è che l’Universo deve aver avuto un inizio nel tempo; se fosse infinito, infatti, l’entropia sarebbe aumentata così tanto da causare il massimo disordine possibile che corrisponde alla morte termica dell’Universo stesso. Siccome viviamo in un mondo caratterizzato da ordine (anche la vita è ordine, come vedremo) significa che l’Universo non ha ancora raggiunto la morte termica e non può dunque esistere da sempre.
La seconda conseguenza è che all’inizio dell’Universo il grado di ordine doveva essere elevatissimo, vista che esso cala continuamente mano a mano che il tempo passa. Ma ciò appare incompatibile con l’idea che il Big Bang abbia determinato una situazione estremamente caotica, come già visto. Come si spiega tale apparente paradosso? Il fatto è che l’Universo è un sistema aperto, e i processi di ordinamento locale (come quelli che portarono alla formazione delle stelle) sono stati più che compensati dall’aumento di disordine (dell’entropia) nelle nuove zone dell’Universo in espansione. Pertanto, l’entropia totale dell’Universo è sempre aumentata fin dalle fasi iniziali perché l’espansione dell’Universo ha creato una maggiore possibilità di disordine che ha compensato la creazione locale di ordine, dovuto alla formazione dei diversi corpi celesti.
Ma è la terza conseguenza quella più intrigante. Noi sappiamo che l’idea di entropia è correlata a quella di informazione. Se in un sistema – ad esempio la nostra stanza – l’entropia diminuisce significa che è stato fatto ordine secondo un determinato criterio, seguendo cioè una certa informazione. L’entropia – possiamo anche dire – è una misura della nostra ignoranza (vale a dire della mancanza di informazione) sullo stato preciso di un sistema (cioè sulla conoscenza di dove sono precisamente gli oggetti nella stanza). Senza dimenticare peraltro che l’ordine appare tale se chi osserva la stanza parla lo stesso linguaggio del padrone della stanza, cioè se chi riceve l’informazione parla lo stesso linguaggio di chi la trasmette: un alieno che non conosce il nostro linguaggio non capisce l’ordine che c’è nella nostra stanza! Ma se ora proviamo a mettere in analogia i sistemi complessi naturali con quelli creati dall’uomo, sorgono spontaneamente alcune domande stuzzicanti: da dove è venuta l’informazione che ha permesso la creazione di ordine nell’Universo in espansione? chi (o che cosa) ha determinato le leggi che danno ordine all’Universo? L’Universo è un sistema complesso costituito da materia (i mattoncini) e informazione (il progetto): chi è il progettista? E perché noi capiamo l’ordine dell’Universo, vale a dire riusciamo a interpretare le leggi della natura (che sono espresse con il linguaggio della matematica)? Significa che parliamo lo stesso linguaggio del progettista?

(da “Manifesto per scettici – ma non troppo – in cerca di Dio”, Lindau, 2015)

Evoluzionismo e fede cristiana

Prima del 1859 – anno di pubblicazione de L’origine della specie da parte di Charles Darwin – era difficile contestare san Paolo, laddove nella lettera ai Romani decantava l’intelletto umano capace di contemplare la potenza di Dio nelle opere da lui compiute. Chi poteva aver creato le bellezze della natura se non Dio? Dopo di allora qualcosa è cambiato, e sono apparsi nuovi argomenti per non credere, e pure per contestare l’insegnamento della Chiesa. Ma l’evoluzionismo darwiniano pregiudica veramente l’autorità della Bibbia? Mette realmente in dubbio l’idea della Creazione divina secondo l’interpretazione cristiana? Vediamo che in realtà non è così, anzi.

Senza dubbio, dal 1859 si è accentuato il conflitto tra credenti – in particolare cristiani – e atei perché molte argomentazioni darwiniane sono state percepite dai credenti come un attacco alla Bibbia e alla propria fede in generale. E non mi riferisco tanto al tema della creazione in sette giorni descritto dalla Genesi, ma piuttosto all’idea devastante che l’uomo non sia niente altro che un animale. L’equazione uomo=scimmia nuda con buona ragione infastidisce e irrita il credente che intende l’uomo fatto a immagine e somiglianza – per quanto imperfetta – di Dio. Tuttavia i contrasti non si superano certo mantenendo i magisteri separati: della serie tutti fanno i fatti propri. Serve piuttosto il dialogo o, meglio, l’integrazione delle due visioni. Del resto la nostra mente non è divisa in compartimenti stagni e ogni suddivisione in piani interpretativi è artificiosa; inoltre la scienza solleva spesso interrogativi che hanno una portata anche teologica (penso pure alla bioetica, che oggi solleva nuove domande per tutti) ai quali non si può voltare le spalle. Il credente deve dunque misurarsi con gli avanzamenti della scienza e secondo l’insegnamento di sant’Agostino essere pure pronto a modificare la propria interpretazione di alcuni passi della Bibbia se l’evidenza scientifica dovesse spingere in questa direzione. Del resto la Bibbia non ci indica come funzioni il Cielo, ma come si vada in Cielo (Galileo dixit).

Senza dubbio nell’ottica del modello del dialogo si è mosso papa Giovanni Paolo II, che in tema di evoluzionismo ha dichiarato in un discorso del 26 aprile 1985:

La fede nella creazione rettamente compresa e la teoria dell’evoluzione rettamente intesa non si intralciano a vicenda: l’evoluzione infatti presuppone la creazione; la creazione si pone nella luce dell’evoluzione come un avvenimento che si estende nel tempo – come una creatio continua – in cui Dio diventa visibile agli occhi del credente come Creatore del cielo e della terra.

Penso che ogni cristiano possa riconoscersi in questa visione di Dio, Creatore dell’Universo e coinvolto nella creazione continua – nel tempo – degli esseri viventi, attraverso i meccanismi dell’evoluzione per selezione naturale. Vediamo allora brevemente i tratti salienti di tali meccanismi.

La teoria dell’evoluzione per selezione naturale, proposta da Darwin e poi affinata da diversi scienziati nella cosiddetta sintesi moderna, cerca di spiegare la diversificazione degli esseri viventi a partire dalla cellula procariota originale (non la nascita della vita dal brodo primordiale, intendiamoci), attraverso due processi che avvengono in successione. Dapprima si ha un processo diffusivo, con la creazione casuale – nelle nuove generazioni – di piccole diversità di caratteri come conseguenza di modificazioni nella struttura del genoma tra originale e copia. Poi si ha un processo orientato dall’ambiente, che favorisce gli individui che riescono a dare una prole più numerosa (e dunque caratterizzati da un vantaggio evolutivo). Naturalmente i punti critici sono numerosi, ma qui vale la pena soffermarsi solo sul ruolo giocato dal caso nei processi diffusivi. Diverse indagini mostrano chiaramente come esso implichi tempi inaccettabilmente lunghi per giungere alla formazione di particolari caratteri o organi biologici. Perfino il noto darwinista ateo Richard Dawkins è d’accordo: “non serve essere matematici o fisici”, ha scritto, “per calcolare che un occhio o una molecola di emoglobina impiegherebbero da qui all’infinito per assemblarsi da sé mediante una fortuna bella e buona in mezzo al caos”. Ma allora, come si sono formati e diversificati gli esseri viventi che conosciamo? C’è stato qualcosa che ha agevolato o aiutato i processi dell’evoluzione per ridurre i tempi in gioco?

La risposta è si, e tutti sono d’accordo sul possibile meccanismo ma non sulla sua interpretazione. Il meccanismo proposto da Dawkins e altri è più o meno il seguente. Si immagini il genoma come un libro di istruzioni, e dunque una certa frase obiettivo – ad esempio “la vita è bella” – come un particolare gene. Si immagini ora un sistema casuale di generazione delle 12 lettere che compongono la frase, e un meccanismo di copiatura che mantenga le lettere giuste nelle rispettive posizione. Simulazioni al computer mostrano che si può così ottenere la frase obiettivo in tempi ragionevoli. Ma se il ragionamento di Dawkins e soci qui si ferma, altri potrebbero chiedersi: chi ha fissato la frase obiettivo? Chi è intervenuto privilegiando nella copiatura le lettere giuste al posto giusto? E’ chiaro che questo meccanismo può benissimo indicare l’esistenza di una mente sovrannaturale (Dio) che ha progettato gli obiettivi da raggiungere, e che ha perseguito il loro raggiungimento intervenendo nei meccanismi propri dell’evoluzione, cioè indirizzando la casualità degli eventi nella giusta direzione. Nessuno vieta di pensare che una serie di eventi singolarmente casuali e che conducano ad un certo risultato, si possano vedere – a posteriori – come guidati da una mente esterna, che ha trasferito la necessaria informazione (Logos) per raggiungere l’obiettivo. Un Dio dunque nascosto, che è intervenuto e interviene nel mondo senza farsi sorprendere, e senza dunque limitare la libertà dell’uomo. Se riavvolgessimo il nastro della storia della vita, ha dichiarato il noto paleontologo ateo Stephen Jay Gould, le cose andrebbero in modo del tutto diverso, perché tutto si è evoluto in modo puramente casuale; ma un credente potrebbe invece pensare che tutto andrebbe, più o meno, ancora allo stesso modo, perché così è previsto nel benevolo progetto di Dio, e da Lui realizzato attraverso la creatio continua dell’evoluzione.

Rimane da capire – e integrare nella visione cristiana – la grande criticità (il mistero?) della comparsa dell’uomo nel corso del percorso evolutivo. Può venire in aiuto ancora Giovanni Paolo II, che nel 1986 scrisse:

Dal punto di vista della dottrina della fede, non si vedono difficoltà nello spiegare l’origine dell’uomo, in quanto corpo, mediante l’ipotesi dell’evoluzionismo…. E’ cioè possibile che il corpo umano seguendo l’ordine impresso dal Creatore.. sia stato gradatamente preparato nelle forme di esseri viventi antecedenti. L’anima umana, però, da cui dipende in definitiva l’umanità dell’uomo essendo spirituale non può essere emersa dalla materia”.

Anche l’uomo, come tutti gli esseri viventi, è un sistema complesso, chimico, coerente e dotato di un programma che è inscritto nel genoma e che permette la costruzione, per così dire, di tutti gli organi al loro posto, e pure il loro funzionamento. Si, perché il genoma inscrive nei pattern neuronali del cervello anche le istruzioni base per permettere ad ogni uomo di diventare quello che è, con la sua capacità di parlare, capire le altre persone, ragionare, decidere, provare sentimenti, insomma con tutto il mondo della sua umanità. Tra le caratteristiche peculiari dell’uomo c’è naturalmente la libertà, e dunque anche la razionalità per poter decidere in modo ponderato; e dunque pure la consapevolezza, per essere bene presente a se stessi nel momento della libera decisione. Ma questa triade magnifica e misteriosa, libertà – razionalità – consapevolezza, che il credente identifica, insieme alle altre caratteristiche spirituali dell’uomo, nell’idea di anima, come ha potuto formarsi nel cammino dell’evoluzione?

La scienza ha alcune risposte che sono però insufficienti. Si limita a constatare che la coscienza (così è chiamata dalle neuroscienze la triade misteriosa, vale e dire la capacità dell’uomo di rispondere opportunamente alle sollecitazioni ambientali) ha a che fare con il cervello. Ma dire che la coscienza è un epifonemeno del cervello, vale a dire un suo misterioso prodotto emergente, è come dire nulla. Si perché gli impulsi elettrochimici alle sinapsi dei neuroni cerebrali causano solo onde elettromagnetiche, che sono uguali in tutto e per tutto a quelle generate da altri impulsi che scaturiscono da sostanze materiali. Da dove deriva allora l’anima/coscienza? Le leggi della fisica (dell’elettrodinamica quantistica, in questo caso) non riescono neanche in linea di principio a spiegare le vita spirituale degli uomini.

Penso che non sia assolutamente vero che gli esseri umani non siano nient’altro che animali. La differenze con gli animali, che non possiedono la triade misteriosa della libertà-razionalità-consapevolezza, non sono solo di grado come pensava Darwin ma rappresentano un vero e proprio salto di qualità. C’è una differenza qualitativa (o semantica, come si dice) tra le informazioni contenute nel genoma dell’uomo da quelle contenute nel genoma degli altri animali, compresi quelli più vicini a noi nella scala evolutiva (le scimmie antropomorfe).

Vorrei concludere questa breve riflessione riportando un’affermazione di sir Ronald Fisher, uno dei padri della sintesi darwiniana moderna (un matematico-biologo credente, come credente cristiano era pure Theodosius Dobzhanski, altro padre dell’evoluzionismo; questo per evidenziare come non ci sia contrasto tra evoluzionismo e fede, come ho anche cercato di mostrare in queste semplici note):

Per le persone religiose, la novità essenziale introdotta dalla teoria dell’evoluzione della vita organica è che la creazione non finì affatto molto tempo fa; al contrario, è tuttora in corso. Nel linguaggio della Genesi, siamo al sesto giorno, probabilmente di mattina presto, e l’artista divino non ha ancora concluso la sua opera e dichiarata “molto buona”. Forse questo diventerà possibile solo quando la molto imperfetta immagine di Dio diverrà più adeguata a governare le vicende del pianeta di cui ha controllo.

E per il cristiano, naturalmente, questo potrà avvenire solo sotto la guida dell’insegnamento di Cristo, mandato apposta da Dio a correggere l’umanità che non ha fatto propriamente buon uso della libertà originaria che gli è stata accordata.

(pubblicato su: Il Margine, Anno 36, 2016, no. 10, p. 10)

Cattedra del confronto 2017

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La presentazione dei laboratori del DII

dii-labsIn questo ultimo numero del DII News (dii-news-laboratori), sono presentati i nuovi laboratori, nella nuova sede di Povo al Polo Scientifico Tecnologico F. Ferrari.

L’organizzazione dei laboratori è finalizzata a garantire la funzionalità degli strumenti e la corretta conduzione delle ricerche scientifiche in corso, favorendo il più possibile l’accesso agli strumenti da parte di tutti i docenti e i ricercatori coinvolti. Con il trasferimento nelle nuove strutture, infatti, si è colta l’occasione per ristrutturare i laboratori in aree di attività, in modo da permettere scambi fruttuosi e sinergici tra i ricercatori dei diversi campi di studio.

Nei laboratori a piano terra, vale a dire localizzati allo stesso piano degli uffici dei docenti, sono posizionate prevalentemente attrezzature delicate, mentre nei laboratori interrati sono installate sia attrezzature delicate che attrezzature pesanti, come strumenti per prove meccaniche, macchine di processing e di misura, robot antropomorfi, banchi per la prototipazione, simulatori di guida, centro di fresatura, solo per fare alcuni esempi.

I laboratori del DII sono suddivisi in tre sezioni (materiali, meccatronica, e ricerca operativa; il laboratorio di ricerca operativa è parte dei laboratori leggeri a piano terra), che riflettono le tre anime del dipartimento; la struttura e organizzazione dei laboratori, tuttavia, è orientata a favorire l’integrazione delle diverse attività, che hanno il comune obiettivo della ricerca in ambito industriale.

Scienza e fede in dialogo a Tuenno

tuennoIl tema della 14° Settimana culturale di Tuenno sarà, quest’anno, dedicato ad un tema antico e modernissimo che, come in passato ha posto, anche oggi pone problemi, suscita interrogativi, innesca dibattiti vivacissimi e, a volte, scontri (pacifici ma asperrimi) tra due opposte opinioni: chi ritiene che tra fede e scienza non possa che esserci inconciliabilità totale, e quindi scontro teoretico permanente, e chi pensa, invece, che un dialogo proficuo sia possibile; possibile e fecondo. Del resto, vi sono stati, e vi sono, scienziati che si proclamano atei, e altri che invece, si dicono credenti. Per alcuni è “senza senso” credere nella Trascendenza, perché basterebbe la Scienza a spiegare tutto; il di più, affermano, è superstizione. Per altri, invece, la Scienza, da sola, non basta a rispondere alle grandi domande dell’esistenza, e l’ipotesi Dio rimane decisiva per una vita “di senso”.
Con una carrellata storica che guarderemo al passato (come dimenticare il processo al quale l’Inquisizione sottopose il grande Galileo?), ma anche agli eventi più recenti, alle aperture del Concilio Vaticano II, ai dibattiti in altre religioni (dall’Ebraismo all’Islam), all’attualità. Saremo accompagnati e guidati da esperti di varia provenienza culturale, storica, filosofica e religiosa: e perciò la Settimana del prossimo novembre offrirà ai suoi affezionati “abbonati” un ventaglio di opinioni, riflessioni, prospettive che certamente arricchiranno gli ascoltatori.
Uno spettacolo finale, il sabato conclusivo, offrirà un teatro, o un film che illustrerà un aspetto particolare del rapporto fede-scienza nella storia dell’Occidente. Un modo per continuare a dibattere un tema inesauribile…

Programma:

Lunedì 7 novembre – ore 20.30 INTRODUZIONE ALLA SETTIMANA DI STUDIO

Maria Teresa Giuriato, assessore alla Cultura Comune di Ville d’Anaunia FEDE E SCIENZA

Dott.ssa Milena Mariani (teologa) Prof. Renzo Leonardi (fisico) Moderatore:Prof. Francesco Ghia

Martedì 8 novembre – ore 20.30 EVOLUZIONISMO o CREAZIONISMO

Prof.Giovanni Straffelini (direttore vicario del Dipartimento di ingegneria industriale) Prof. Giorgio Vallortigara (neuroscienziato, prorettore alla ricerca) Moderatore: Prof. Marco Andreatta (matematico, Presidente del MUSE)

Mercoledì 9 novembre – ore 20.30 IL CASO GALILEI

Prof.ssaSelene Zorzi (teologa) Luigi Sandri (giornalista ed esperto di questioni bibliche ed ecumeniche)

Giovedì 10 novembre – ore 20.30 CONFLITTO, INDIFFERENZA, ALLEANZA

Prof. Paul Renner (teologo) Avv. Alexander Schuster (docente univ.) Moderatore: Luigi Giuriato

Venerdì 11 novembre – ore 20.30 DIALOGO TRA FEDE E SCIENZA

Prof.ssa Simonetta Giovannini Dott.ssa Batul Hanife Avv. Mauro Bondi Moderatore: Luigi Sandri

Sabato 12 novembre – ore 20.30 CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI STUDIO LA TEORIA DEL TUTTO un film di James Marsh

Quello che avreste voluto sapere del calcio (ma non avete mai osato chiedere)

calcioIn attesa del Campionato di calcio, propongo alcuni numero tratti dall’ottimo libro “Tutti i numeri del calcio”, di C. Anderson e D. Sally (Mondadori). Molte cose sono sicuramente note agli appassionati, ma molte altre sono forse nuove, magari inaspettate, sicuramente intriganti.

Per cominciare:

1) E’ vero che una squadra che ha segnato un gol ne subisce facilmente subito uno?
No: i minuti successivi al gol sono quelli in cui è meno probabile che la squadra che ha segnato subisca un gol.
2) Sono utili i calci d’angolo?
No: non c’è correlazione tra corner battuti e gol fatti. I corner sono sostanzialmente inutili, solo uno su 5 frutta un tiro in porta! Una squadra segna su corner una volta ogni 10 partite… (meglio batter corto e tenere il possesso per evitare i contropiedi, come molte squadre oggi effettivamente fanno).

Bravura e… fortuna!
Nel calcio conta la fortuna & la bravura. E’ vero che più i giocatori sono bravi (e pagati) e più numerosi sono i tiri in porta, ma solo un tiro in porta su 8 finisce in gol… Dunque, di norma non vince chi tira più in porta o completa più passaggi: la squadra più forte (sia nel senso di più quotata sulla carta, sia che tira più volte in porta) vince in media la metà delle partite che gioca.

Attaccanti e gol
Il 44% dei gol sono “fortunati” cioè conseguenza di deviazioni fortuite, cross lunghi, contrasti sbagliati, palla che rimbalza storta…
Il punteggio più comune è 1-1 (seguito da: 1-0, 2-1, 2-0, 0-0, 0-1). Più del 30% delle partite finisce con al massimo 1 gol. In media si segna 2.6 gol a partita.
I gol non sono tutti uguali:
• 1 gol rende in media 1 punto (e dunque segnare almeno un gol a partita garantisce la salvezza)
• 2 gol rendono 2 punti
• 3 gol rendono 2,5 punti (il secondo gol è quindi quello più prezioso e la squadra che mira a vincere il campionato dovrebbe puntare a fare due gol a partita)
• 4 gol: vittoria pressoché sicura (farne di più non serve).
• 0 gol? Rendono circa ¼ di punto.
I gol dunque non sono tutti uguali e la bravura di un giocatore (attaccante) dovrebbe essere pesata sul “valore” del gol fatto.
Nel 1995, la Fifa ha portato da 2 a 3 i punti per ogni vittoria: sono aumentati i cartellini gialli (cioè il gioco offensivo) ma non i gol.

Difensori e gol subiti
Le squadre che segnano di più vincono il campionato nel 50% dei casi. E naturalmente chi ha la difesa più efficace (subisce meno gol) ha 50% (55% in Italia) probabilità di vincere il campionato.
Ma attenzione:
• segnare 10 gol in più riduce il numero di sconfitte del 1.76%
• subire 10 gol in meno riduce il numero di sconfitte del 2.35%
Quindi: avere una buona difesa è fondamentale se si vuole vincere il campionato.
Gol subiti a partita:
• 0 gol, in media frutta 2.5 punti (più del doppio che fare un gol!)
• 1 gol, in media frutta 1,5 punti (più che fare un gol!)
• 2 gol, in media frutta 0,5 punti
Nonostante gli attaccanti siano preferiti ai difensori, una buona difesa è più vantaggiosa di un buon attacco (e i difensori migliori non entrano mai in tackle). Insomma è meglio non perdere che vincere, anche se sembra il contrario.
In media in 90 minuti:
• un difensore tocca la palla: 63 volte
• un centrocampista tocca la palla: 73 volte
• un attaccante tocca la palla: 51 volte (soltanto..)

Quanto è importante il possesso palla?
Più che di possesso palla si dovrebbe parlare di controllo della palla; la stragrande maggioranza delle cose che un giocatore fa, le fa senza palla (in media un giocatore tocca palla per 1% del tempo che trascorre in campo). Il possesso palla è uno sforzo collettivo e denota l’abilità della squadra più che la bravura del singolo; la bravura più importante del singolo è quella di farsi trovare nel posto giusto per ricevere il passaggio.
Le squadre che passano meglio (75 – 80% dei passaggi completati), tengono più la palla, non la cedono dunque all’avversario, sono meno inclini ai contropiedi, fanno più tiri in porta e dunque più gol, e tendono ad essere vincenti.
Completare tanti passaggi è dunque una buona cosa, anche se l’arma più potente è: evitare di perdere palla (che può condurre facilmente alla sconfitta).
In ogni caso per vincere il campionato non basta la massima efficienza (fare poco ma farlo bene), occorre fare molto: molto possesso palla (più dell’avversario, dunque più del 50% in media), finalizzato ai tiri in porta (ovviamente l’efficienza non guasta..).

Gli stipendi dei giocatori
I soldi contano: spendere in un anno meno della media delle squadre del campionato significa alta probabilità di retrocessione.
I giocatori bravi costano di più (più gli attaccanti dei difensori..), ma la criticità maggiore è l’anello debole. Sono più influenti i giocatori scarsi che quelli forti. Dunque è più importante investire (pagare di più) nel ruolo più debole che sostituire un giocatore già adeguatamente forte (trascurando naturalmente l’effetto di indebolimento dell’avversario).
Stipendi dei giocatori e posizione in classifica vanni di pari passo con una dipendenza lineare e molto significativa.

Le espulsioni
Sono dannosissime. Subire un’espulsione riduce di 1/3 l’aspettativa media di punti ad incontro. Giocare in 10 contro 11 significa spesso la sconfitta.
I giocatori più scarsi (meno precisi nei passaggi, etc.) sono quelli che in media ricevono più cartellini rossi (anche i giocatori provenienti da stati poveri e con alto conflitto sociale tendono ad essere più fallosi in campo).
Un’espulsione pesa tanto quanto il fattore campo.

Le sostituzioni (e allenatore)
Quando una squadra è in svantaggio, l’allenatore dovrebbe fare il primo cambio entro il 58° minuto, il secondo entro il 73°, il terzo entro il 79°. Se una squadra non sta perdendo, non è importante quando è fatta lo sostituzione.
Infatti, una situazione di svantaggio è spesso dovuta all’anello debole che va dunque individuato e sostituito (almeno con un cambio fresco) prima possibile.
Con questa regola c’è il 52% di probabilità di rimontare (almeno al pareggio).
In ogni caso, l’allenatore non svolge un ruolo particolarmente importante, e può incidere per un 19% dei punti totalizzati da una squadra (nel breve periodo del campionato; sul lungo termine l’allenatore può contare di più, scoprendo e formando i giocatori).
Notare che anche nel calcio vale il principio della ‘regressione verso la media’: se un allenatore (ma anche un giocatore, e la squadra) un anno fa particolarmente bene, è assai probabile che l’anno successivo faccia meno bene, tendendo verso un comportamento medio generale (in riferimento alla categoria).
Da questo punto di vista serve poco cambiare l’allenatore: in genere si sostituisce dopo una striscia di sconfitte consecutive, per cui è normale che – dopo la sostituzione ma indipendentemente dalla sostituzione – la squadra cominci a migliorare. In genere sostituire l’allenatore comporta solo un effetto placebo.

Calci di rigore
8% dei gol (66% su azione; 2.8% su punizione; molti casuali..)
probabiltià di segnare da un tiro in porta su azione: 12%
probabilità di segnare su rigore: 77%
Il giocatore che ha paura sbaglia di più: la paura si veda da cosa fa dopo che ha posizionato la palla: se il giocatore non si gira ma indietreggia rimanendo rivolto verso il portiere in senso di sfida ha maggiore probabilità di segnare.
“Lotteria dei calci di rigore”: la squadra che batte per prima vince in oltre il 60% dei casi.

Un libro per Erdogan

foglioAl direttore del Foglio – M’intriga sapere quale libro l’ottima Mancuso consiglierebbe a Erdogan. E’ previsto un supplemento alla pagina odierna?

“Ancòra”, di Hakan Gunday, scrittore turco: la storia di un ragazzino che fa passare i migranti e che gioca con loro come se fossero personaggi di un videogioco.

(da Il Foglio del 5 agosto)

Peccato originale e preesistenza del male nel mondo

peccato originaleGentile teologo
C’è un aspetto della dottrina cristiana che mi mette in crisi e riguarda il tema della Caduta (e quindi della comparsa del male nel mondo). Dal punto di vista scientifico (mi riferisco all’evoluzione per selezione naturale) il male era già presente alla comparsa dell’uomo (intendo la nostra specie homo sapiens) essendosi formato, diciamo così, nei due milioni di anni di evoluzione degli ominidi. Leggendo Genesi 1 mi pare di intravvedere come il male, raffigurato dal serpente tentatore, fosse in effetti già presente alla comparsa dell’uomo, e che con la
disubbidienza a Dio si sia realizzato simbolicamente l’ingresso nel mondo del male consapevole. In tale ottica l’atto della mela potrebbe essere visto come il simbolo del passaggio dal mondo animale (caratterizzato da
istinti inconsapevoli) al mondo vero dell’uomo, caratterizzato da libertà e consapevolezza. Dopo aver mangiato la mela, “videro che erano nudi”, vale a dire Adamo ed Eva ebbero improvvisamente consapevolezza di sé; non
solo: Dio vide che erano diventati come Lui, vale a dire avevano acquisito il dono distintivo della libertà e della consapevolezza. Cosa ne pensa? Avrebbe senso questa interpretazione o dal punto di vista
cristiano non è proprio accettabile?

La risposta del teologo Pino Lorizio su Famiglia Cristiana del 26 giugno 2016:

Possiamo chiarire il problema se riflettiamo sul senso che attribuiamo alla parola che designa il negativo e le sue molteplici forme, senza la pretesa di riuscire a illuminare in maniera esauriente e definitiva. Il primo sneso su cui ci porta a riflettere la struttura stessa del cosmo è quello del limite creaturale, per cui piuttosto che di ‘male’ in senso proprio dobbiamo riferirci al fatto che l’universo e l’uomo non hanno in sé la perfezione assoluta, che appartiene solo a Dio, ma ne portano la traccia: vestigia, immagine e somiglianza. Questa limitatezz strutturale non è causata dalla scelta dell’uomo, ma è insita nella creazione stessa, nella quale l’infinito pone in essere il finito. Poi dobbiamo pensare il male, nella sua radice storica e antropologica, come ‘peccato’. Esso è generato dalla scelta dell’uomo, che noi riportiamo al peccato originale, che non è solo il primo peccato in senso cronologico, ma introduce nell’universo e nella storia qualcosa di nuovo in senso negativo, per cui ciascuno di noi nasce in un contesto abitato dal peccato e solo con la grazia possiamo vincerlo e così illuminare le tenebre del mondo.

UN SISTEMA FRENANTE A BASSO IMPATTO AMBIENTALE

Le ricadute industriali del progetto di ricerca Lowbrasys finanziato dal Programma europeo Horizon 2020

Claudio Nidasio
di Claudio Nidasio
Lavora presso la Divisione Supporto alla Ricerca Scientifica e al Trasferimento Tecnologico dell’Università di Trento.

Intervista di Claudio Nidasio a Giovanni Straffelini 

Sinergia, innovazione e competenze internazionali sono gli elementi vincenti di Lowbrasys (a LOW environmental impact BRAke SYStem), un nuovo progetto di ricerca che coinvolge anche l’Università di Trento con l’obiettivo di sviluppare un sistema frenante

innovativo a basso impatto ambientale. Il progetto, che ha ottenuto i finanziamenti del prestigioso bando Horizon 2020 della Commissione Europea con un importo di 7 milioni di euro, nasce dalla collaborazione di realtà industriali e accademiche. Ne parliamo con il responsabile locale Giovanni Straffelini, professore ordinario del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento.

Professor Straffelini, ci può riassumere i principali obiettivi del progetto Lowbrasys?

L’obiettivo di Lowbrasys è duplice: sviluppare un sistema intelligente all’interno del quale applicare materiali più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati e realizzare un sistema frenante “smart”. Sì, perché ogni frenata produce delle piccole particelle di usura, molte delle quali cadono per terra o, come sappiamo bene, sul cerchione della ruota, ma molte, quelle più piccole, entrano in atmosfera e poi le respiriamo. L’obiettivo è dunque quello di studiare strumenti, comportamenti e procedure di guida capaci di produrre meno emissioni in atmosfera dal sistema frenante, mediante lo sviluppo di una nuova generazione di tecnologie, materiali, consigli e proposte legislative che possano migliorare l’impatto della guida sulla salute e sull’ambiente.
Lowbrasys darà vita a un sistema e a una filiera intelligenti all’interno dei quali sviluppare e applicare materiali che possano essere più efficienti dal punto di vista delle emissioni di particolati per realizzare un sistema frenante altamente intelligente. Il progetto ha anche lo scopo di studiare strumenti, comportamenti e verificare le procedure affinché, guidando meglio, si possano avere meno emissioni.

Il progetto è risultato vincitore del bando Horizon 2020 nell’ambito della Call “Mobility for Growth” finanziato dalla Commissione europea. Qual è l’impatto che i risultati del progetto potranno avere a livello europeo?

Noi speriamo che il progetto possa avere un impatto rilevante nell’area europea, poiché indirizza l’innovazione verso un trasporto più pulito ed efficiente. Inoltre, esso intende contribuire alla transizione verso veicoli a zero emissioni negli agglomerati urbani per migliorare la qualità dell’aria nelle città nel medio periodo, creando standard ‘Super Low Emission Vehicles’. Inoltre cercherà di migliorare la conoscenza del processo del sistema di frenata per renderlo più efficiente anche dal punto di vista ambientale.

Il progetto coinvolge un parternariato pubblico e privato composto da università, centri di ricerca e industria. Quali sono le competenze dei diversi attori?

Cinque tra le più autorevoli realtà in campo industriale automotive e cinque tra i più importanti istituti di ricerca ed università internazionali hanno dato vita al progetto. In particolare l’idea nasce dalla collaborazione di Brembo, leader mondiale nella progettazione, sviluppo e produzione di sistemi frenanti, Ford, Continental Teves, Federal Mogul, Flame Spray, insieme all’Istituto Mario Negri impegnato nella ricerca biomedica e sull’impatto degli inquinanti su ambiente e salute, alla Technical University of Ostrava, al KTH Royal Institute of Technology, al Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento e al Joint Research Centre della Commissione Europea. È inoltre coinvolto il parco scientifico e tecnologico Kilometro Rosso che ospita al suo interno due dei dieci partner del progetto (Brembo che ne è capofila e l’Istituto Mario Negri).

Da un punto di vista tecnico quali sono le competenze che verranno messe in gioco?

Lowbrasys è un progetto di sviluppo pre-industriale, che partendo dall’attuale processo di produzione del sistema frenante e dall’utilizzo dei veicoli su strada, va ad operare in sintesi in diverse aree: riduzione, prevenzione, simulazione, test, validazioni e raccomandazioni, un processo rigoroso per identificare materiali intelligenti e sistemi che, affiancati ad un comportamento ottimale su strada, possano portare a una riduzione del 50% dei particolati.
Le principali tecnologie che verranno sviluppate riguarderanno: i nuovi materiali per i dischi e le pastiglie dei freni, al fine di ridurre le particelle e avere un minore impatto; una nuova strategia di controllo del sistema frenante; una tecnologia di svolta per catturare le micro e nano particelle vicino a dove vengono emesse, in modo da non disperderle. Lowbrasys prevede anche lo sviluppo di un approccio integrato tra il nuovo sistema frenante, i componenti e il controllo di sistema da poter installare sul cruscotto; il miglioramento delle tecniche di misurazione e di conoscenza dell’effetto dei materiali del sistema frenante e uno studio sulle migliori pratiche di comportamento nella guida.
Segnalo infine che nell’ambito del progetto di ricerca verrà organizzato un workshop a Trento presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale (29-30 settembre 2016) di analisi e confronto tecnico scientifico dal titolo: “New materials and technology for disc-pad brake system”.

(da UniTN KNOWTRANSFER, numero 15, anno 6, luglio 2016)

Ultimo DII News!

DII NewsEcco l’ultimo numero del DII News. Buona lettura!

DII News6

La logica sbagliata degli anti-creazionisti

Cioccolatini,jpgIl fisico Guido Tonelli sulla Lettura del Corriere della Sera parla di “choc culturale” causato dal futuro incontro con gli extraterrestri… Meglio aspettare seduti, mi verrebbe da dire… Ma il punto è un altro, ben evidenziato dal titolo a dir poco sconvolgente dell’articolo di Tonelli: “C’è vita nell’universo, molta vita”.
Qui il tema è chiaro e richiama la nota posizione dello scienziato ateo Richard Dawkins che per spiegare l’impossibilità statistica delle vita sulla Terra si rifà alla “magia dei grandi numeri”. Ai numeri “che fanno impressione”, come dice Tonelli, ai “miliardi di miliardi” di Terre simili alla nostra che esistono nell’universo per cui “non c’è motivo di credere che acqua e materia organica siano componenti ultra rari”. E quindi – ecco il passaggio scientificamente inaccettabile ma ben caro a tanti divulgatori stranieri e nostrani – “c’è molta vita nell’universo” e non ci dovremmo certo meravigliare se è pure comparsa sulla nostra Terra. Altro che Creatore!

Scienza, religione e comportamento morale

Giovanni Straffelini & Piergiorgio Cattani
I metodi della scienza possono essere usati con successo anche per indagare il comportamento dell’uomo, compreso quello religioso. L’importante è usarli con accortezza ed evitare – per quanto possibile – valutazioni eccessivamente semplificate o parziali, come quelle esposte da Girotto e Vallortigara nel loro articolo “Così è nato il timor di Dio” (10 aprile 2016).
Il tema riguarda la nascita delle religioni e, in particolare, il senso morale insito in determinate credenze. La visione scientifica più diffusa sostiene che la prospettiva religiosa sarebbe scaturita da una visione fortemente antropomorfa dei nostri progenitori, che li spingeva ad interpretare ogni evento naturale come intenzionale, e dunque causato da una o più divinità. Naturalmente ciò che destava maggiore coinvolgimento e inquietudine erano soprattutto gli eventi negativi, quelli che comportavano disgrazie o sfortune. Essi dipingevano dunque le divinità come irascibili e vendicative, che potevano essere rabbonite solo con sacrifici, ritualità e atteggiamenti di ossequio e sottomissione. La concezione del divino – spiegano Girotto e Vallortigara nell’articolo citato – subì una notevolmente trasformazione nel periodo tra il 500 e il 300 a.C., con la nascita di nuove dottrine, come il confucianesimo, l’induismo e lo stoicismo, che misero in primo piano il comportamento morale dell’uomo, caratterizzato da compassione verso il prossimo, moderazione, vita quotidiana disciplinata. L’interpretazione classica attribuisce tale cambiamento al comportamento cooperativo all’interno dei gruppi sociali, favorito dalle prescrizioni di queste dottrine che sostenevano i comportamenti morali; esso avrebbe reso tali gruppi più coesi, fornendo loro un notevole vantaggio competitivo rispetto ai gruppi indeboliti da lotte intestine per il potere e l’acquisizione di vantaggi e privilegi di vario tipo.
Girotto e Vallortigara sostengono che la “freccia causale” potrebbe però andare nell’altra direzione: “si potrebbe in effetti pensare che all’origine delle religioni morali vi sia lo sviluppo umano e non il contrario”. Non furono dunque i codici morali sostenuti dalle religioni (e, per il credente, instillati da Dio nella coscienza dell’uomo, mediante una rivelazione dall’esterno o un’intuizione interiore) a favorire comportamenti vantaggiosi per sé e per il gruppo di appartenenza, ma sarebbe stata la crescita economica e la conseguente ricchezza a favorire la comparsa delle dottrine morali. Tale idea sarebbe supportata da una recente ricerca, coordinata dallo psicologo francese Nicolas Baumard, che ha studiato proprio i fattori economici e sociali alla base del grande cambiamento osservato nel 500/300 a.C. in diverse regioni del mondo. Ma perché una maggiore ricchezza avrebbe favorito la nascita di religioni morali? Girotto e Vallortigara condividono una delle proposte di Baumard e collaboratori, e ritengono che vivere in ambienti poveri favorisce strategie a breve termine (meglio l’uovo oggi, si potrebbe dire), mentre una maggiore ricchezza stimolerebbe comportamenti a lungo termine (la cooperazione, in attesa, ad esempio, della gallina domani).
Ora, è evidente che questa interpretazione, come un po’ tutte quelle proposte da questo tipo di studi, è abbastanza controversa, e proprio il metodo scientifico dovrebbe stimolare maggiore approfondimenti prima di trarre conclusioni troppo semplicistiche in un verso o nell’altro. Un editoriale sullo stesso numero di “Current Biology”, la rivista che ha pubblicato il lavoro di Baumard, evidenzia come un recente lavoro di Botero e collaboratori abbia mostrato come la credenza in divinità moralizzanti sia prevalente in società povere, suggerendo dunque come le religioni a sfondo morale nascono dove la sopravvivenza è più difficile rispetto a un contesto dove ci sono maggiori agi e ricchezze. Una visione opposta a quella sponsorizzata da Girotto e Vallortigara. Tale considerazione appare peraltro in accordo con la situazione attuale: la sensibilità religiosa è più diffusa nelle società povere che in quelle ricche. Altre valutazioni propendono per una direzione causale tra atteggiamento morale e vantaggio economico. Ad esempio, è facile mostrare come tale causalità comporti una maggiore cooperazione tra i membri del gruppo grazie ai vantaggi dovuti a soluzioni del dilemma del prigioniero promossi dalla visione religiosa e morale (in tale contesto si parla anche di “etica efficiente”).
Per il credente, naturalmente, tutte queste osservazioni sono interessanti ma non decisive per quanto riguarda la sua fede. Nulla impedisce, infatti, di vedere nei meccanismi dell’evoluzione per selezione naturale – comunque si siano dispiegati nel tempo – il modo tramite il quale Dio ha indirizzato il suo Logos creativo. E nulla vieta di pensare – anzi! – che l’evoluzione culturale dell’uomo abbia aiutato, e aiuti ancora, a perfezionare la comprensione di Dio (prima vendicativo, poi amorevole). Quello che desta maggiori perplessità è però l’approccio generale di questi studi e che pure i due studiosi sembrano avere nei confronti delle religioni, in particolare dell’atteggiamento dei credenti. È abbastanza limitativo pensare – ad esempio – che una persona di fede si comporti in un determinato modo semplicemente perché ha timore che Dio le infligga una punizione ora o nell’aldilà, oppure per ottenere un premio. Sottesa a questa impostazione sta un sottile pregiudizio verso i credenti, giudicati alla stregua di bambini, a fronte degli “adulti” scienziati. Ciò non fa bene al dibattito intellettuale.

(tratto da IL MARGINE, anno 36, 2016, 5, 25-28)

Il mito della dieta

Mito dietaSpesso i suggerimenti delle diete si basano su prove insufficienti e c’è riluttanza a cambiare linea quando le evidenze indicano nuove prospettive, diverse dalle convinzioni consolidate; per questo in giro c’è tanta confusione! Il libro di Tim Spector, “Il mito della dieta” (Bollati Boringhieri, 2015), mette chiarezza scientifica sulle diete e molti aspetti del tema fondamentale cibo-salute. Qui sono riportati alcuni punti che a mio avviso sono particolarmente interessanti.
La tendenza ad ingrassare dipende naturalmente dalla quantità di cibo che si mangia giornalmente e dal moto che si fa; poi dipende dai geni e dal microbioma, il mondo dei minuscoli microbi che abitano il nostro intestino.
La maggior parte dei microbi sono fondamentali per la nostra salute; nonostante la cattiva fama, solo una piccola parte delle milioni di specie esistenti sono nocive per l’uomo. Tutti nasciamo senza microbi ma tale condizione dura pochi millisecondi; già durante la nascita siamo contaminati da molti (utili) microbi. Da adulti abbiamo qualche chilogrammo di microbi nell’intestino crasso. Differenze minime tra i microbi dell’intestino possono spiegare molti legami tra dieta e salute; ad esempio perché una dieta povera di grassi ad alcuni fa bene e ad altri fa male. Il digiuno intermittente può stimolare i microbi buoni se noi giorni in cui si mangia si fa una dieta varia e povera di cibi industriali (troppo raffinati).

I grassi
Non bisogna certo esagerare coi grassi ma alcuni grassi nella dieta sono essenziali. Il grasso rappresenta un terzo del nostro peso e non potremmo vivere senza grassi.
I grassi sono di vari tipi: saturi, insaturi, trans (con numerosi sottotipi).
Grassi saturi: da carne e latticini, tradizionalmente identificati come cattivi. I trigliceridi sono un sottogruppo (si trovano in olio di palma e di cocco, quest’ultimo inspiegabilmente celebrato come benefico).
I formaggi contengono il 30-40% di grassi saturi, e molti microbi benefici (come i lattobacilli). Più artigianale è la lavorazione e più vari sono i microbi che crescono dentro e sopra i formaggi (e che possono preservare il microbioma a chi deve assumere antibiotici). Nb: i formaggi industriali contengono solo tracce di batteri vivi.
Non c’è legame tra i grassi saturi assunti e l’insorgenza di malattie cardiache. Anzi i formaggi tradizionali (ma non il burro) proteggono dalle malattie cardiache.
Anche lo yoghurt è una fonte di grassi saturi. Gli yoghurt sono anche probiotici perché contengono molti batteri “amici dell’intestino” (lattobacilli & bifidobatteri). Sono benefici anche se il loro effetto non va enfatizzato troppo (anche perché i geni svolgono un ruolo importante sul numero e tipo di batteri che crescono meglio nel nostro intestino). Comunque meglio che lo yoghurt sia naturale (e povero di zuccheri).
Riepilogando, non bisogna evitare a tutti i costi i cibi con grassi saturi, come i latticini; anzi, essi contengono microbi che fanno bene, soprattutto se prodotti in modo artigianale e con pochi zuccheri; è probabile che anche gli stessi grassi saturi svolgano un effetto positivo sulla salute.
Grassi insaturi: dalla carne (che contiene grassi saturi, insaturi e proteine), oli vegetali come l’olio d’oliva, la frutta secca. L’evidente successo della dieta mediterranea mostra come l’olio di oliva extravergine sia altamente benefico (cosa confermata anche da numerosi studi).
Grassi polinsaturi: come gli omega 3, omega 6, ritenuti buoni anche se omega 6 è meglio del più celebrato omega 3.
Grassi trans: sono i peggiori; si trovano nei cibi industriali (ricchi di grassi trans, zuccheri e sale), nella margarina e nei fritti. Da evitare! (cibo spazzatura).
Le proteine
Da animali (manzo, pollo: 30%; pesce come salmone-tonno: >20%), da vegetali (legumi e frutta secco: 24%, soia: 12%), da latte (3%).
Basandosi si valutazioni evoluzionistiche (l’ominizzazione è avvenuta con l’adozione di una dieta ricca di carne), esistono diete per dimagrire, come la dieta Atkins, che consigliano di mangiare molta carne e pochi carboidrati. I dati sono però dubbi perché come sempre ogni persona reagisce diversamente alle diete (dipendentemente dai geni, microbioma e qualità della vita in generale).
La carne contiene sostanze essenziali come la vitamina B12, zinco e ferro che scarseggiano in frutta e verdura (il mancato consumo di carne provoca una grave carenza di vitamina B12). Tuttavia molti studi osservazionali (non trial randomizzati) hanno mostrato che il consumo di carne rossa aumenta il rischio di malattie cardiache e del cancro, mentre non è chiaro il ruolo del pollame (tranne naturalmente quello contenuto in prodotti industriali; in genere i prodotti industriali come salsicce, prosciutto e salame sono sempre più dannosi). “Mangiare in sandwich con la pancetta o un hot dog al giorno riduce la speranza di vita di due anni”.
La colpa non è però dei grassi della carne ma probabilmente dei microbi intestinali che trasformano la L-carnitina in TMAO tossico.
Pesce: certo non fa male ed è ricco di nutrienti ma non fa meglio di altri tipi di carne.
Consiglio spannometrico: mangiare carne rossa una volta alla settimana o una volta ogni due settimane; mangiare pesce una o due volte alla settimana. E’ inoltre fondamentale una lunga masticazione prima di inghiottire.
Chi non mangia carne può assumere le proteine dai vegetali che forniscono quasi tutti i nutrienti assunti dai carnivori tranne la vitamina B12.
Il latte vaccino contiene il 3% di proteine, 2-3% di grassi saturi, molti nutrienti tra cui il calcio e calorie. Dove si beve più latte la statura degli abitanti è più elevata (attualmente il record è dell’Olanda) e per molti (come l’OMS) la statura media lata è indice di buona salute (in media).
Carboidrati: zuccheri
Zucchero (saccarosio): 50% glucosio e 50% fruttosio. Troppo zucchero fa male (è una delle cause di accumulo di grasso nel corpo) e il fruttosio è il componente “cattivo”. A tutti piace le zucchero perché cercare i frutti dolci (e quindi non velenosi) è un istinto naturale dell’uomo.
Il problema è che oggi ingeriamo troppo zucchero perché è dappertutto. Una lattina da 33cc di Coca Cola contiene 140 calorie e più di 8 cucchiai di zucchero (la maggioranza dei succhi di frutta ne contiene ancora di più; stesso dicasi per le bibite gassate). Il 70% dei cibi industriali contiene zucchero aggiunto.
La tendenza all’obesità è strettamente legata al consumo di zucchero e la preferenza verso lo zucchero ha una forte componente genetica.
Inoltre lo zucchero marcisce i denti perché un microbo, lo Strep. Mutans, ne è molto ghiotto e produce acido lattico che buca lo smalto (e il colluttorio uccide i microbi buoni).
(attenzione al “mito della colazione”; saltare due pasti, e dunque cenare soltanto, con grande assortimento, potrebbe essere assai vantaggioso).
Fibre
Le fibre sono le parti del cibo che non vengono digerite; possono essere solubili (come nei fagioli e la frutta, le fibre fermentano nel colon) o insolubili (cereali integrali, frutta secca, semi, bucce..). Le fibre fanno bene: assorbono l’acqua e favoriscono il transito intestinale (anche se non è confermato che la mancanza di fibre favorisca l’insorgere del tumore al colon).
Perché le fibre fanno bene alla salute? Il fatto è che sono prebiotici, cioè sostanze che fertilizzano i microbi del colon (soprattutto i bifidobatteri). Le fibre non digerite permettono dunque ai microbi di proliferare. I cibi che contengono più prebiotici (come l’inuluna) sono: radice di cicoria, topinambur, foglie di tarassico, porri, cipolle, aglio, asparagi, crusca di grano, broccoli, banane, alcuni tipi di frutta secca (inulina: 65% nella cicoria, 1% nella banana). Bastano 6 g al giorno (10 banane o 1 cucchiaio di cicoria o topinambur a dadini).
Ci sono prebiotici anche nel pane e nel pancarrè.
Cacao e caffeina
Ci sono prove affidabili (ma non certe) che il cacao presente nel cioccolato aiuti a ridurre i fattori di rischio cardiaco. Il cacao contiene flavonoidi, grassi insaturi, e i microbi se ne nutrono fabbricando utili sottoprodotti come il butirrato. Naturalmente meglio mangiare il cioccolato fondente.
La caffeina è la sostanza psicoattiva più diffusa. Pare che bere fino a 6 tazze di caffè al giorno non faccia male (non bisogna esagerare perché può dare dipendenza); un consumo moderato (3-4 tazzine) riduce il rischio di mortalità del 8% e il rischio di malattie cardiache del 20%. Il caffè contiene molti grassi insaturi (polifenoli) e fibre (mezzo grammo per tazza; il tè non contiene le fibre).
Anche la preferenza per il caffè ha una forte componente genetica.
Alcol
L’eccesso di alcol fa male, favorendo le malattie cardiache e i tumori. Tuttavia il consumo con moderazione può fare bene al cuore, perché favorisce un aumento della diversità microbica.
Spannometricamente: un bicchiere di vino (pieno di polifenoli) va bene; i superalcolici no.
Vitamine
E’ fondamentale mantenere il livello normale di vitamine nell’organismo: dieta bilanciata con frutta e verdure, e un po’ di carne di tanto in tanto. Gli integratori multivitaminici non apportano benefici di alcun tipo. Neppure l’assunzione di vitamina C rafforza le difese immunitarie o riduce il rischio di prendere il raffreddore.
Vitamina D: stare al sole 10-15 minuti al giorno in estate e mangiare pesce azzurro in inverno (evitando le scottature; paradossalmente la carenza di vitamina D favorisce la recidiva dei melanomi).
Ultime osservazioni
Non esagerare con gli antibiotici che riducono il microbioma. Attenzione anche alle carni di produzione industriale (compresi i pollami) cresciuti con mangimi “speciali” contenenti antibiotici.
Evitare l’ossessione per l’igiene: troppa igiene può favorire le allergie. Le indicazioni sulle etichette degli apporti calorici non sono indicative; sia perché l’informazione (le calorie) sono calcolate con relazioni vecchie sia perché l’informazione in sé è poco utile, nel senso che non è esaustiva. Il colesterolo non è un pericoloso criminale (e non è un buon indicatore dei grassi nel sangue; più che il colesterolo sarebbe utile determinare la proteina apoB nel sangue).
In generale, le persone magre non diventano grasse, sono quelle leggermente sovrappeso che rischiano di diventare obese con tutte le conseguenze che ne possono derivare.

 

 

Manifesto per scettici: Una critica interessante

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(recensione di Carmine Speranza)

 

 

 

Ancora su religione e scienza (la recensione di Andrea Aguti)

Riporto qui un estratto della recensione di Andrea Aguti, pubblicata negli Annali di studi religiosi della fondazione Fbk di Trento, del testo: Manifesto per scettici (ma non troppo) in cerca di Dio, Lindau, Torino 2014. Andrea Aguti è docente di filosofia della religione presso l’Università di Urbino, autore – tra l’altro – di numerosi saggi e libri sul rapporto scienza e fede (segnalo, in particolare, l’ottimo testo: Filosofia della religione, Storia, temi, problemi, 2013, La Scuola). Il testo completo della recensione è scaricabile qui.

annaliNegli ultimi anni il tema del rapporto tra religione e scienza sta riscuotendo una rinnovato interesse per una serie di motivi, alcuni oggettivi, altri occasionali. Fra quelli oggettivi sta senz’altro il perenne fascino intellettuale che una tale tematica esercita almeno quando si riesca a trovare ancora significative le grandi questioni dell’esistenza umana, quali quelle sull’origine e il senso del cosmo e della vita, sul destino dell’essere umano, sull’esistenza di Dio ecc. Tra quelli occasionali, il fatto che in anni recenti alcuni esponenti del naturalismo contemporaneo hanno rilanciato il modello conflittuale tra religione e scienza, utilizzando argomenti tratti dalla scienza per criticare la religione e tentare di rinnovare lo stereotipo, storicamente falso, del connubio tra scienza e ateismo.

Il libro di Giovanni Straffelini, ingegnere, ordinario di Metallurgia nell’Università di Trento, si inserisce nel contesto di questa discussione in modo appropriato. Esso manifesta da un lato l’interesse intellettuale che uno studioso di formazione scientifica può legittimamente nutrire per le questioni religiose e dall’altro indica una modalità di rapporto tra religione e scienza diversa da quella conflittuale e sicuramente molto più produttiva. Straffelini cerca infatti di evincere dall’ambito della scienza quelle “luci” che possono illuminare la strada che porta a affermare l’esistenza di Dio, una strada su cui si trovano tanto quei credenti che affermano Dio per fede, ma ricercano delle ragioni per farlo, quanto quegli scettici che non hanno trovato sufficiente evidenza per la fede, ma che sono ancora in ricerca. Scettici, dunque, ma non troppo, secondo la felice formulazione del titolo, cioè scettici che sono autenticamente in ricerca e che non rendono, in modo auto-contraddittorio, il loro scetticismo una posizione acquisita.

Le “luci” che costellano questo cammino sono tre: quella originaria del Big Bang, quella della nascita della vita sulla Terra e quella della presenza nell’uomo dell’anima. In modo chiaro e stilisticamente efficace, Straffelini richiama le teoria cosmologica del Big Bang e mette il lettore davanti a una serie di interrogativi (cfr. p. 28): da dove viene l’informazione che ha permesso l’ordine in un universo in espansione? Qual è l’origine delle leggi che stanno alla base di un simile ordine? Come è possibile che siamo in grado di conoscere l’ordine dell’universo? Esiste forse una similarità tra la nostra mente e quella che potrebbe aver progettato l’universo? Tali interrogativi suggeriscono che la risposta che l’argomento cosmologico ha dato a tali questioni, cioè che Dio è la causa prima e il Progettista dell’universo, è una risposta che non è smentita dalla scienza. Straffelini sa bene che la teoria del Big Bang non è l’unica e che oggi molti scienziati ricercano teorie alternative come quella dei multiversi, ma egli ritiene che queste ultime non possiedano un valore esplicativo migliore della prima né siano meglio fondate empiricamente, cosicché essa consente di sostenere l’ipotesi di un Progettista esterno all’universo come un’ipotesi plausibile e sensata.

La seconda “luce”, o il secondo Big Bang, è costituita dalla nascita e dallo sviluppo della vita sulla Terra nella enorme varietà e complessità delle sue forme. Anche in questo caso le tappe che hanno scandito questo processo sono richiamate sinteticamente da Straffelini, così come è richiamata la differenza tra vita e non-vita, ma il punto qualificante a questo riguardo è dato dal rilievo dell’enorme improbabilità che la vita abbia avuto un’origine casuale. Sappiamo, infatti, che sono moltissimi i fattori che hanno determinato la nascita della vita, che essi si sono dovuti combinare nel modo giusto per dare il risultato che hanno dato e che invocare il caso per spiegare questa combinazione non è affatto una spiegazione. Nell’alternativa tra il caso cieco che vede nella nascita della vita, secondo una nota immagine usata da J. Monod, l’uscita del numero fortunato nella lotteria cosmica e il disegno di un Progettista soprannaturale che, per mezzo di vie che ci rimangono sconosciute, ha guidato il processo evolutivo, Straffelini ritiene più plausibile quest’ultima. Anche in questo caso si tratta di una ripresa peculiare del classico argomento finalistico, che, da una parte, fa a meno di teoria come quella dell‘Intelligent Design, poiché la complessità degli organismi degli esseri viventi potrebbe non essere affatto irriducibile, e dall’altra del creazionismo, che entra in collisione con i dati scientifici sull’età della Terra.

libro nuovo2La terza “luce” è costituita dalla nascita e dallo sviluppo della vita cosciente e in particolare di quella autocosciente che connota l’essere umano, una sorta, come lo chiama ancora Straffelini, di terzo Big Bang. La presenza nell’uomo di un elemento spirituale, dell’anima o della mente, è oggetto di discussione sin dall’inizio del pensiero filosofico, ma il dibattito sulla natura dell’anima o della mente è oggi particolarmente accesso in virtù della tendenza di una parte significativa della filosofia della mente a sostenere un monismo materialistico che nega una distinzione tra mente e cervello o riduce gli eventi mentali a epifenomeni di quelli cerebrali. Questa tendenza si accompagna, più in generale, a un’altra, proveniente dalla teoria dell’evoluzione darwiniana, che non vede alcuna differenza qualitativa fra l’uomo e gli animali, bensì soltanto una differenza di gradi. Straffelini non intende mettere in discussione il monismo materialistico mediante un diverso modello di rapporto tra mente e cervello, quello dualistico, bensì richiamare l’attenzione sul fatto che lo studio scientifico del cervello non ci offre alcuna esplicazione esaustiva degli eventi mentali e entra in contraddizione con l’esperienza comune che tutti noi facciamo (o crediamo di fare) della libertà del volere, mentre, per altro verso, la spiegazione in termini di vantaggio evolutivo delle capacità cognitive dell’uomo non rende affatto conto di specifici comportamenti come quelli altruistici o che implicano un sacrificio di sé e di specifiche forme simboliche, come appunto quella religiosa. L’insufficienza esplicativa della scienza su questo punto, come sui precedenti, può essere considerata un dato provvisorio che prelude a una fase futura in cui tutto sarà compreso, ma può legittimamente indurre, e questa è la strada che Straffelini indica, a considerare questi misteri come luci che ci conducono verso Dio.

Nel percorso nitido che Straffelini intraprende nel suo testo rimangono alcune zone d’ombra che meritano almeno di essere accennate. Straffelini, nelle pagine iniziali, parla di un “doppio binario” (p. 7) su cui può svilupparsi la comprensione della realtà, quello scientifico, basato sul riduzionismo metodologico (non metafisico), e quello della fede, e scrive che la fede non è necessaria “per vivere in modo positivo e soddisfacente né per ammirare le bellezze della natura e la sua eleganza”. Si tratta di rilievi condivisibili che affermano la legittima autonomia alla scienza e la differenza tra una visione religiosa del mondo e una non religiosa, ma viene da chiedersi se proprio l’interesse che lo scienziato mostra verso la religione non sia indice del fatto che il metodo riduzionistico della scienza risulta in fondo insoddisfacente per chi si apra a una comprensione non parziale della realtà. Un volta, poi, che lo scienziato avverta la significanza delle questioni ultime che ho richiamato in precedenza e constatato che la scienza può dirci poco a tale riguardo, il placido sguardo di ammirazione verso l’ordine e l’armonia della natura può turbarsi non poco, perché si carica di tutto il pathos delle domande decisive per l’esistenza umana. La fede religiosa, sotto questo punto di vista, raramente è qualcosa che si aggiunge per successivo accumulo a qualcos’altro, più spesso è qualcosa che trasforma in profondità ciò che esiste in precedenza. Non è semplicemente una speranza in più, come scrive Straffelini (p. 102), ma la condizione di possibilità della speranza stessa. Questo rilievo è utile, a mio giudizio, anche per comprendere meglio la natura del rapporto tra religione e scienza. Se si intende veramente superare il modello conflittuale, non basta dichiarare una reciproca indipendenza fra esse, ma entrare in un dialogo in cui entrambe le parti si mettono realmente in gioco. Questo dovrebbe portare la religione a non considerare indifferente ciò che la scienza ci dice sulla realtà e la scienza a non tenersi ferma soltanto a quello che il proprio metodo di ricerca consente di vedere.

Una seconda zona d’ombra riguarda la condiscendenza che Straffelini mostra verso la conclusione che la scienza indirizzi univocamente verso un monismo materialistico nella questione del rapporto mente-cervello, ovvero che non esista alcuno “spettro nella macchina”, secondo la famosa espressione di G. Ryle. Straffelini interpreta in questo senso i numerosi esperimenti che la neuroscienze contemporanee ci mettono a disposizione e che sembrano indicare come la consapevolezza e la libertà del volere siano fenomeni illusori dietro ai quali si celano soltanto eventi cerebrali. A mio giudizio questa conclusione non è scientifica, ma filosofica; gli esperimenti più spesso menzionati (fra tutti quelli oramai molto noti di B. Libet) indirizzano univocamente a questa conclusione perché si è assunto a priori che così debba essere. In realtà, esperimenti del genere confermano soltanto quanto stretto sia il vincolo che unisce il cervello alla mente. Straffelini nota che se assumiamo la tesi del monismo materialistico, che postula in ultimo il determinismo e quindi la negazione della libertà del volere, entriamo in contraddizione con l’esperienza che noi abitualmente facciamo della nostra libertà e questo porta o a considerare questa consapevolezza come illusoria o a divaricare in modo insostenibile la scienza dal senso comune. Per risolvere tale dilemma Straffelini ammette l’esistenza di Dio e la possibilità che egli intervenga nei processi causali del cervello per assicurare, se non una libertà positiva, almeno una libertà negativa legata al diritto di veto (cfr. pp. 83-84). La soluzione è tuttavia molto problematica: se la nostra libertà dipende da un continuo intervento di Dio sui nostri neuroni e sulle nostre sinapsi, essa non è più libertà in senso proprio, cioè autonomia del volere, ma espressione di una diversa forma di determinismo. Per sostenere la tesi della libertà del volere occorre invece sostenere una concezione dualistica in senso lato del rapporto tra mente e cervello, che ammette la presenza nell’uomo di una sostanza spirituale, la quale, almeno nella prospettiva del teismo, è creata da Dio. Esistono validi argomenti (fra i quali quello dell’identità personale, dei qualia, dell’intenzionalità) che consentono di sostenere una simile concezione dal punto di vista filosofico, che si uniscono a altri argomenti, richiamati anche da Straffelini, circa l’insufficienza delle spiegazioni scientifiche a illuminare il mistero dell’anima.

Un terza e ultima zona d’ombra è legata alle sintetiche considerazioni che Straffelini fa in conclusione del suo testo sull’esistenza di Dio e il problema del male, in particolare del male naturale. Straffelini riprende l’opinione oramai diffusa anche tra molti teologi cristiani che Dio, nel creare un universo fatto di materia e di energia in continua evoluzione, non abbia potuto e non possa fare a meno che in esso si presenti una certa quantità di mali e di relative sofferenze che sono tuttavia giustificate dal dono della libertà all’uomo e da un disegno cosmico che, afferma Straffelini, non soltanto è per noi imperscrutabile, ma “al quale Dio stesso si è sottomesso” (p. 88). Questa concezione mi appare tuttavia problematica: da una parte essa non rende più ragione della prevedibile corrispondenza tra l’esistenza di un Dio onnipotente e buono e la creazione di un mondo dove il male e la sofferenza, almeno in origine, non dovrebbero esistere. E’ chiaro che un Dio onnipotente e buono ha il dovere morale di creare un mondo dove la realtà del male (non la sua possibilità) è assente; meno chiaro è che un Dio onnipotente e buono crei un mondo costellato da mali naturali e da un’indicibile mole di sofferenze che si genera nel processo di adattamento degli esseri viventi a un ambiente ostile. Un simile Dio o non è buono o non è onnipotente. Certo, Dio non è onnipotente in senso assoluto, perché la sua azione trova anch’essa dei limiti (quello della contraddizione logica, del compiere il male, del violare la libertà umana), ma affermare che Dio, nel creare l’universo, si sottomette ad un disegno di cui non è in grado di controllare gli effetti, fa intendere che egli sia un Progettista maldestro o forse uno che ama giocare a dadi. Due concezioni che, a mio avviso, sono indegne di un concetto autentico di Dio.

Anime Divine

animaE’ proprio vero che la scienza ha ormai messo in soffitta l’idea di anima? Che ogni uomo è solamente ciò che il suo cervello ‘decide’ di fare per lui, senza lasciargli alcuna libertà d’azione? Insomma, è vero che ogni uomo è solo un sistema chimico-fisico molto complesso ma nulla di più?
Sembrerebbe di sì. Almeno questo è il quadretto sconsolante che ci è offerto dalle neuroscienze cognitive, con molti punti fermi ormai assodati ma – anche – molti dubbi e misteri.
Sì, perché non tutto è chiaro, a cominciare dalla questione fondamentale: come fa la massa grigia del cervello a produrre le bellezze e i colori delle nostre sensazioni e delle nostre emozioni? Ebbene: non lo sappiamo, e – con ogni probabilità – non lo sapremo mai. Così come, facendo un passettino all’indietro, difficilmente comprenderemo come sia comparso sulla terra l’uomo con il suo cervello meraviglioso. E difficilmente comprenderemo pure come è iniziato il tutto, vale a dire come sia nata la vita sulla terra e, ancora prima, come sia cominciato l’universo. Siamo, infatti, davanti a dei limiti conoscitivi dell’uomo, e a infinite matrioske: appena crediamo di aver capito qualcosa di nuovo, ecco che un altro mistero si ripresenta davanti a noi.
Sono convinto che questi tre decisivi e misteriosi Big Bang (la nascita dell’universo, la nascita della vita sulla terra, la comparsa dell’uomo) siano tre segni che indicano il divino. Segni che non rimandano peraltro a un motore immobile, come pensavano i filosofi greci o Albert Einstein, bensì a un Dio attivo nell’evoluzione continua della vita e – soprattutto – presente nelle pieghe del nostro cervello a donarci i colori delle nostre percezioni, e un soffio di vera libertà.
E’ – questa – una consapevolezza che trasfigura il mio modo di guardare il mondo, e che mi permette di scorgere, nella profondità degli occhi di mia moglie e di mia figlia, il bagliore delle loro anime, modellate dal tocco sapiente di Dio (da: “anima, emozioni e sentimenti, a cura di Gianna Santoni, 2014)

Gli studenti del DII

dii-nEcco l’ultimo numero del DII News (scarica DII News n9_2) dedicato agli studenti del DII. Buona lettura!

Lettera a Pier sulla Laudato Si

Caro Piergiorgio
Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si”. Il Papa critica il cosiddetto “paradigma tecnocratico”, vale a dire la pretesa dell’uomo di controllare la natura mettendo così a repentaglio la sostenibilità del pianeta. Non mi piace molto come il Papa ha affrontato questo tema. Cito, ad esempio, quanto Francesco scrive al paragrafo 20 a proposito di inquinamento: “Ci si ammala, per esempio, a causa di inalazioni di elevate quantità di fumo prodotto da combustibili per cucinare o per riscaldarsi”. Leggendo queste parole ho pensato che il Papa avrebbe poi suggerito di esportare i prodotti tecnologici migliori verso i paesi in via di sviluppo dove l’inquinamento è drammatico e la mortalità delle persone per problemi ambientali è molto alta. In fondo mangiare e stare al caldo sono funzioni di base di ogni persona, mica lussi sfrenati o esagerazioni dello stile di vita… E invece no. Subito dopo scrive il Papa: “la tecnologia.. a volte a volte risolve un problema creandone altri”.
Penso che il richiamo del Papa alle coscienze illuminate e altruistiche possa essere efficace solo se associato allo stimolo verso la diffusione nel mondo – soprattutto nei paesi poveri – delle migliori tecnologie oggi disponibili; diffusione fatta certo in modo ragionevole e non sconsiderato, per ridurre l’inquinamento, migliorare l’approvvigionamento energetico, la mobilità e così via.

(lettera alla nuova rubrica di Piergiorgio Cattani su Vita Trentina; qui sotto la risposta di Piergiorgio)

 

pier