Giovanni Straffelini's Blog

Riflessioni su società, ambiente, scienza.

A tutto gas..

Negli ultimi mesi si è registrato un generale calo delle emissioni inquinanti, comprese quelle di CO2, il noto gas serra. Responsabile di ciò è – in gran parte – la crisi economica, che ha ridotto il consumo di combustibili fossili. E’ evidente che non è il caso di rallegrarsi troppo: la crisi non fa bene a nessuno, e appena l’economia si riprenderà le emissioni ricominceranno a crescere se non si promuovono efficaci strategie di contenimento.

Il tema dell’approvvigionamento energetico e dell’inquinamento dovuto alla produzione di energia è assai intricato, e coinvolge la gestione delle fonti fossili – che coprono gran parte del fabbisogno ma sono in via di esaurimento e sono inquinanti – la produzione da fonti rinnovabili e il risparmio energetico. La crisi economica pone pesanti vincoli di bilancio che inducono a riflettere sulle diverse politiche energetiche adottate sia a livello nazionale che locale. Per chiarire la questione vorrei focalizzare l’attenzione su due esempi eclatanti.

Il primo riguarda una “nuova” fonte rinnovabile, il fotovoltaico, su cui si è molto puntato negli anni recenti con una nutrita serie di incentivi (il Conto Energia) visto che la tecnologia non è economicamente competitiva. Ora la crisi sta colpendo anche le maggiori aziende europee del settore, per cui siamo al paradosso che gli incentivi pubblici stanno favorendo soprattutto le industrie cinesi. Penso pertanto che sarebbe saggio rimodulare gli obiettivi e privilegiare una politica di lungo periodo che punti soprattutto sulla ricerca scientifica, in modo da concorrere allo sviluppo di soluzioni che possano rivelarsi realmente competitive in un prossimo futuro (che si spera non troppo lontano). Il secondo esempio riguarda una risorsa matura ma molto versatile: il metano. Il metano è un combustibile fossile e pertanto la sua combustione emette CO2. Ma il suo impatto ambientale è assai inferiore a quello dei derivati del petrolio e del carbone. Inoltre è ancora disponibile in grande quantità e, grazie alla rivoluzione introdotta da un nuovo metodo di trasporto basato sul metano “liquido”, può essere importato in modo sempre più diversificato. Il metano è oggi largamente usato negli impianti domestici e nella produzione di energia elettrica, e potrebbe essere usato più proficuamente anche nei trasporti, con indubbi vantaggi economici e ambientali. La diffusione delle automobili a metano è infatti assai limitata per diversi motivi, non ultimo la scarsa disponibilità di stazioni di rifornimento. Certo, l’uso dei veicoli a metano è già ora in qualche modo favorito (le automobili a metano, ad esempio, non sono in genere fermate nei giorni di criticità per inquinamento da polveri sottili) ma molto può essere ancora fatto: favorendo la costruzione di nuovi centri di distribuzione e promuovendo ulteriormente l’uso di veicoli a metano nel trasporto pubblico; ciò costituirebbe un vantaggio immediato per l’inquinamento e anche una modo per promuovere la tecnologia.

Il problema energetico e delle emissioni inquinanti è una delle sfide più importanti che abbiamo davanti. La crisi che stiamo vivendo spinge tutti a razionalizzare al meglio le risorse disponibili: penso possa essere oculato puntare sulla ricerca scientifica nel caso delle tecnologie più promettenti per il futuro, e promuovere con convinzione l’uso pratico delle migliori tecnologie consolidate – come il metano – anche se tali tecnologie non sono la soluzione ideale.

(dal Corriere del Trentino del 27 gennaio 2012)

23 febbraio 2012 Pubblicato da | ambiente, energia | 4 commenti

Una politica energetica

Tra i numerosi temi “urgenti” discussi al recente Festival dell’Economia di Trento, c’è stato anche quello dell’approvvigionamento energetico e, in particolare, della necessità di contenere la nostra dipendenza energetica dall’estero. Cosa può fare ogni singolo territorio per affrontare questo problema?

Mentre gli interventi di lungo periodo, riguardanti la diversificazione delle fonti energetiche, sono compito dallo Stato, e quelli di breve periodo, come la riduzione della temperatura degli appartamenti, sono semplici azioni da realizzarsi a livello di gestione famigliare o condominiale, le amministrazioni locali possono svolgere un ruolo di primo piano favorendo gli interventi di medio periodo, che richiedono alcuni anni per diventare efficaci. Tra questi tipi d’intervento ce ne sono due particolarmente promettenti: il teleriscaldamento e l’isolazione termica degli edifici.

Il teleriscaldamento è molto diffuso nelle regioni fredde, come il nord Europa, ed è apprezzato sempre più anche in Italia. Ha cominciato Brescia dopo la crisi energetica degli anni settanta ed ora sono attivi impianti in molte altre città, come Torino e Verona. Col teleriscaldamento viene utilizzato il calore residuo di centrali di produzione dell’energia o il calore prodotto dalla combustione di biomasse – come scarti di legna – e rifiuti urbani, per produrre acqua calda che viene distribuita ai termosifoni delle abitazioni. A Brescia, ad esempio, in questo modo è riscaldato il 60% degli edifici cittadini, riducendo così di molto la dipendenza della città dalle forniture di metano.
Con il miglioramento dell’isolazione termica degli edifici si possono, invece, ridurre in modo considerevole i consumi di combustibile. Si pensi che negli edifici italiani si consumano, per il riscaldamento, 200-300 kWh/m2 all’anno, mentre negli edifici in stati del nord Europa dove c’è attenzione al risparmio energetico, il consumo è 4 o 5 volte inferiore. Per favorire una progettazione termicamente efficiente degli edifici è chiaramente necessario introdurre delle specifiche norme provinciali, come la certificazione energetica degli edifici già adottata in provincia di Bolzano. Con la certificazione i maggiori costi di investimento iniziali, che oggi frenano questo tipo di interventi, sono compensati dai risparmi realizzati e dall’incremento del valore dell’immobile.

Poiché la diversificazione delle risorse energetiche potrebbe richiedere, in Italia, tempi troppo lunghi, è importante che le amministrazioni locali affrontino di petto il problema energetico con efficaci interventi sul medio periodo, cominciando con il teleriscaldamento ed il miglioramento dell’isolamento termico degli edifici.

(dal Corriere del Trentino del 8 febbraio 2006)

23 luglio 2011 Pubblicato da | energia | 3 commenti

Un solare realismo

Con un quadro politico sempre più intricato (crisi libica ma non solo) i rischi per l’approvvigionamento del petrolio e degli altri combustibili fossili sono sempre più concreti (e minacciosi per il nostro sistema economico-sociale). Si apprende quindi con piacere che i comuni del Trentino Alto Adige sono anche quest’anno quelli più attenti alle fonti energetiche rinnovabili, che sono alternative ai combustibili fossili. Secondo Legambiente, nei comuni di Trento e Bolzano si ha la maggiore diffusione in Italia di fonti rinnovabili, e diversi comuni della regione primeggiano, in particolare, per l’impiego di pannelli solari. Quanto dobbiamo rallegrarci, in prospettiva futura, di questo risultato?

La realtà, purtroppo, è caratterizzata da molte ombre e qualche luce. I costi elevati, infatti, frenano notevolmente lo sviluppo delle fonti rinnovabili e, in particolare, di quelle che sfruttano la radiazione del sole. Il successo dei pannelli solari in molte regioni del nord Italia – sia per il solare termico che per il fotovoltaico – è largamente dovuto ai generosi contributi pubblici, senza i quali la loro diffusione sarebbe simile a quella del resto d’Italia. Basti pensare che anche i trentini hanno un atteggiamento tiepido verso i pannelli fotovoltaici, quando i finanziamenti nazionali, previsti dal programma d’incentivazione chiamato “conto energia”, e quelli locali, della Provincia, sono andati esauriti.

In effetti, tranne l’idroelettrico, le fonti rinnovabili sopravvivono grazie ai sussidi pubblici: dal 1981 al 2002 in Italia sono stati spesi 99mila miliardi di lire per sostenerle. Con risultati ben inferiori alle aspettative: insieme, le nuove fonti rinnovabili, e cioè il solare, l’eolico, i biocombustibili ed il combustibile ricavato dai rifiuti, coprono solo lo 0.2% del fabbisogno complessivo di energia in Italia. Purtroppo la necessità di sostenere artificialmente queste tecnologie non finirà in tempi brevi, perché non basta l’aumento del prezzo del petrolio o i rischi nella sua forniura a renderle competitive; nel caso del solare fotovoltaico, in particolare, sono necessari anche notevoli progressi tecnologici, che oggi non appaiono dietro l’angolo.

L’auspicio, quindi, è che si continui a scommettere sulle fonti rinnovabili e, tra queste, sul solare, mantenendo tuttavia i piedi per terra. Oltre al petrolio, anche il debito pubblico e i costi industriali (larga parte delle incentivazioni gravano sul costo della bolletta elettrica) stanno schizzando alle stelle e gli interventi d’incentivazione, per forza sempre più limitati, dovranno essere usati con crescente accortezza, favorendo i progetti più promettenti; ad esempio, quelli che contemplano anche interventi di risparmio energetico o che possono fungere da traino all’attività di ricerca e sviluppo che potrebbe indurre interessanti ricadute occupazionali nel futuro.

(rielaborato da un editoriale sul Corriere del Trentino del 5 maggio 2006)

1 aprile 2011 Pubblicato da | energia | 1 commento

Rivoluzione copernicana

Turchia: tutti i tetti delle case nuove (e molti di quelle vecchie) sono ricoperti di pannelli termici "low-cost"

I pannelli solari possono essere termici, per riscaldare l’acqua per impieghi domestici, o fotovoltaici, per produrre elettricità. Meglio incentivare la diffusione dei panneli termici o di quelli fotovoltaici?

Penso che sarebbe sicuramente opportuno sfruttare al meglio la cosiddetta “rivoluzione copernicana” proposta dalla Direttiva europea 20-20-20, e optare con decisione verso un uso più esteso dei pannelli solari termici e dell’energia termica in generale.

Finora, nell’ambito dell’energia solare ha prevalso la visione “elettrocentrica”, perché l’energia elettrica è pregiata (ha cioè molteplici utilizzi) ed è più facile da sostenere economicamente. Gli incentivi come il Conto Energia, infatti, sono basati sulla semplice contabilizzazione dell’energia elettrica prodotta dai pannelli fotovoltaici e poi immessa nelle rete. Nel caso dell’energia termica tale computo è difficile ed è necessario escogitare metodi più complessi per erogare i contributi. Tuttavia la produzione di energia termica (coi pannelli solari ma anche con la biomassa e la geotermia) è economicamente più conveniente rispetto alla produzione di energia elettrica coi moduli fotovoltaici, e l’incentivazione dell’energia termica permette di ottenere risultati migliori, in termini di energia prodotta e emissioni evitate. Per questo la Direttiva europea 20-20-20, che obbliga gli stati membri a produrre il 20% dell’energia che consumano da fonti rinnovabili, ha allargato il computo anche alle fonti termiche di energia.

Certo, l'impatto "visivo" non è dei migliori...

Il solare termico è molto diffuso, manco a dirlo, in Germania, dove sono installati la metà degli impianti europei, e in forte diffusione in stati mediterranei molto soleggiati, come la Spagna e la Turchia. Recentemente sono stato proprio in Turchia e ho potuto constatare come quasi tutti i tetti delle nuove costruzioni sono ricoperti di pannelli solari, peraltro di tipo “low-cost”, per la produzione di acqua calda. In Turchia l’energia è molto costosa e il governo non distribuisce particolari incentivi per l’energia solare. E’ quindi la spinta del vantaggioso rapporto costi/benefici a determinare la spontanea proliferazione di pannelli solari termici. Pannelli – va detto – che non possono sostituire le caldaie ma che possono senz’altro contribuire a limitare i consumi.

Da noi il costo dell’energia non è (ancora) così alto da spingere verso una larga e spontanea diffusione dei pannelli termici, ma i vincoli e le opportunità poste dalla Direttiva europea dovrebbero spingere verso una maggiore promozione dell’energia termica: mediante una ricalibrazione degli incentivi, una migliore diffusione delle conoscenze e una semplificazione degli iter burocratici. L’energia dal sole non ci permetterà di risolvere il problema energetico che abbiamo davanti, ma può contribuire a ridurre almeno un po’ la nostra fame di energia e ad affrontare in modo concreto gli impegni presi in ambito europeo.

(dal Corriere del Trentino del 27 luglio 2010)

5 settembre 2010 Pubblicato da | ambiente, energia | , | Lascia un commento

Elezioni & energia

In maggio, in molti comuni del Trentino avranno luogo le elezioni amministrative e da qualche tempo le diverse liste stanno presentando i loro programmi elettorali. Alcuni programmi prevedono progetti di sviluppo delle energie rinnovabili, con l’obiettivo di contribuire a fronteggiare la sfida energetica e ambientale che abbiamo davanti e che riguarda tutti noi.

Le fonti di energia rinnovabile, come noto, si pongono in alternativa alle fonti fossili, come il petrolio e il metano, che sono relativamente inquinanti e in via di esaurimento. Naturalmente l’impostazione di una politica energetica è compito precipuo del governo nazionale, a causa delle delicate scelte strategiche e degli ingenti costi di investimento necessari. Cosa possono quindi fare gli enti locali in concreto?

In questo periodo di ristrettezze economiche è difficile pensare che i comuni possano – nel breve periodo – destinare ingenti risorse economiche per investimenti nel settore dell’energia, compreso quello delle fonti rinnovabili. Quante amministrazioni locali se la sentono, ad esempio, di imitare Carano, che nel 2007 ha affrontato il notevole investimento di 3,2 milioni di Euro – così dicono le cronache – per realizzare un impianto fotovoltaico dalla potenza di 500 kilowatt? O affrontare investimenti ancora maggiori per disporre di potenze più elevate?

Vorrei sbagliarmi, ma penso non molti. Tuttavia, sono convinto che le amministrazioni comunali – le quali operano a stretto contatto con i cittadini – hanno senza dubbio il compito di promuovere la cultura del rispetto dell’ambiente e l’impegno in campo energetico, ed è quindi bene che tali temi occupino il giusto spazio nei progetti comunali. Cominciando dal risparmio energetico e quindi dalla messa a punto e diffusione di tutte quelle buone pratiche che conducono alla riduzione dei consumi di energia, dell’inquinamento e dei costi associati. E continuando con la promozione delle fonti energetiche rinnovabili peculiari del territorio, come l’energia idroelettrica (si pensi al recupero delle minicentrali dimesse) e l’energia dalle biomasse (si pensi alla realizzazione di impianti di teleriscaldamento). In tale contesto un’ottima carta da giocare è data dall’istituzione di imprese cooperative – come i consorzi elettrici, dei quali abbiamo una storica presenza in Trentino – nelle quali siano coinvolte diverse entità economiche del territorio compresi gli abitanti, così da stimolare una larga partecipazione (con la creazione anche di nuove opportunità di lavoro) e la formazione di una diffusa “responsabilizzazione energetica”. Il tutto, naturalmente, mantenendo ben salda l’attenzione all’ambiente e alla buona gestione delle (probabilmente sempre più limitate) risorse pubbliche.

(dal Corriere del Trentino del 24 aprile 2010)

12 maggio 2010 Pubblicato da | ambiente, energia, società | , , | Lascia un commento

Il fotovoltaico e la crisi

Pannelli fotovoltaici su una casa in ristrutturazione (con orientazione peraltro non ottimale)

La 34° fiera Expo Riva Hotel ha chiuso i battenti con ottimi risultati: +13% nel numero di espositori e +14% in quello dei visitatori rispetto al 2009. Sono numeri che, in tempi di crisi come quelli odierni, fanno ben sperare per il futuro, almeno per quanto riguarda l’importante comparto del turismo.

Girando per gli stand della fiera, tuttavia, oltre ad un diffuso ottimismo abbiamo scorto anche qualche timore. Nel settore dedicato agli “Eco-Hotel”, ad esempio, abbiamo percepito una notevole preoccupazione tra gli installatori di pannelli fotovoltaici. “Fino alla fine dell’anno è attivo il conto energia (cioè il Decreto che incentiva la produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica) poi si vedrà; speriamo che il governo riproponga il conto, altrimenti il rischio è che dobbiamo chiudere”. Questa era la lamentela degli addetti ai lavori.

In effetti, nonostante il calo del costo dei pannelli registrato nel 2009, la tecnologia è ancora assai costosa e trova una clientela solo in presenza di incentivi pubblici. La questione è assai complessa. Da una parte c’è la forte esigenza di ridurre consistentemente i finanziamenti pubblici, nella speranza che la tecnologia – sostenuta da anni – cominci a camminare con le sue gambe; anche perché i finanziamenti gravano sulle bollette dell’energia elettrica e sono una delle tante voci che tangono alto il costo dell’energia per le famiglie italiane. Dall’altra parte, tuttavia, c’è la fiducia che il solare fotovoltaico – sebbene sia oggi ancora una nicchia di mercato – possa esercitare un ruolo non trascurabile nella riduzione delle emissioni di gas serra, nell’ambito dell’obiettivo europeo di ridurre, entro il 2020, il 20% delle emissioni.

Qual è l’intenzione del governo? Corrono molte voci. In gennaio il sottosegretario allo sviluppo economico, Saglia, aveva garantito l’attivazione di un nuovo conto energia, come “driver per uscire dalla crisi attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro”. E’ invece di questi giorni la notizia del taglio del 25% degli incentivi per i grandi impianti, il quale – secondo l’Assosolare (l’associazione dell’industria solare fotovoltaica) – rischia di frenare duramente la crescita del mercato.

Certo, è comprensibile che in questo periodo di crisi le amministrazioni pubbliche cerchino ogni strada per limitare le spese, e ridurre gli incentivi è sicuramente una di queste. Ma hanno ragione gli installatori a chiedere chiarezza agli amministratori sui progetti futuri: l’incertezza non fa bene all’economia; e – aggiungiamo – non è neppure il modo migliore per affezionare le persone alle buone pratiche del risparmio energetico e dell’economia verde.

(dal Corriere del Trentino del 11 febbraio 2010)

8 marzo 2010 Pubblicato da | energia | 5 commenti

Lo strano caso delle lampadine fluorescenti

Propongo, senza modifiche, un articolo pubblicato sul Corriere del Trentino il 9 febbraio 2007. Aggiungo quindi una riflessione e – soprattutto – una cruciale domanda: una specie di sondaggio, rispondete numerosi!

Un paio di mesi fa un’azienda ha regalato a moltissimi trentini un kit di 3 lampadine a fluorescenza, cioè a basso consumo. Lampadine che, in negozio, costano qualche decina di euro. Non è stata un’iniziativa isolata. Altre aziende e consorzi stanno ora distribuendo dei buoni per ritirare, gratis, altri kit di lampadine, con un successo enorme. Com’è possibile? Dov’è il trucco? Il trucco c’è, ovviamente, ed i costi delle lampadine – alla fine – li paghiamo tutti noi. Ma, a conti fatti, sono soldi spesi bene. Vediamo perché.

Con i decreti sull’energia del 2004, le società di distribuzione dell’energia elettrica e del gas devono perseguire obiettivi di efficienza energetica, potendo ribaltare sui consumatori i relativi costi degli interventi adottati. In pratica, queste società devono acquisire un certo numero di titoli di efficienza energetica, in ragione della loro quota di mercato. Possono agire direttamente oppure acquistare i titoli da aziende, le ESCO, adibite alla promozione del risparmio energetico. Per accumulare i titoli, le aziende devono svolgere attività che comportano una riduzione dei consumi. Sono molte quelle che possono essere realizzate. Una di queste è, appunto, la distribuzione di lampadine a fluorescenza. Poiché i titoli hanno un notevole valore economico e le lampadine costano poco al distributore se acquistate in grandi quantità, le aziende possono guadagnarci anche distribuendo le lampadine gratuitamente.
Come detto, le società di distribuzione dell’energia elettrica incrementeranno la tariffa del chilowattora per rientrare dalle spese di acquisto dei titoli. E’ quindi evidente che conviene a tutti ritirare il kit ed installare subito le lampadine, in modo da risparmiare energia (le lampadine a fluorescenza consumano meno e durano di più di quelle normali) e contenere il costo della bolletta.

L’importanza dell’iniziativa, tuttavia, non risiede solo in questo piccolo – in fondo – risparmio, ma riguarda l’abitudine al risparmio energetico, che è la strada migliore per ridurre il consumo delle risorse necessarie per la produzione dell’energia e, al contempo, ridurre l’inquinamento. L’iniziativa, insomma, è semplice ed attraente e si trasformerà in un vero successo se riuscirà ad instillare in tutti noi anche solo un pizzico di consapevolezza dell’importanza e dell’utilità del risparmio energetico.

Commento

Dai resoconti tecnici si evince che l’iniziativa delle lampadine è l’unica, all’interno delle iniziative possibili per accumulare i titoli (detti anche “certificati bianchi”), che ha funzionato: il 60% dei risparmi di energia vengono dalla distribuzione della lampadine; solo il 6% dagli interventi nel settore industriale.

Domanda cruciale

Noi abbiamo installato in cucina due di queste lampadine a fluorescenza. Ebbene sono durate appena 2 anni: a distanza di un mese sono saltate tutte e due. Ma non dovevano durare almeno 6 anni? A qualcuno sono durate di più?

Le domande non sono da poco, perchè il risparmio economico è reale se le lampadine durano alcuni anni. Ora: qui c’è  in gioco anche la fiducia della gente verso le proposte di risparmio energetico, e le proposte “verdi” più in generale, no? Che consapevolezza si instilla se se poi le iniziative più semplici e dirette si rivelano un mezzo flop?

20 gennaio 2010 Pubblicato da | ambiente, energia | , , | 35 commenti

Mini-centrali

fies

La centrale di Fies, oggi dismessa. Ogni anno si tengono le manifestazioni Drodesera e Vedrò.

Da qualche anno sono aumentate in tutto l’arco alpino le opere di ripristino e ammodernamento di centrali idroelettriche di piccole dimensioni. Si tratta di interventi che, se correttamente gestiti, permettono di produrre in modo pulito una notevole quantità di energia elettrica, con ricadute economiche non trascurabili per il territorio.

In Trentino, ad esempio, ci sono ben 286 centrali idroelettriche, la cui produzione di energia elettrica corrisponde al fabbisogno provinciale. Per il territorio alpino la possibilità di ottenere energia dai corsi d’acqua o dai bacini montani è sempre stata una grande risorsa, tanto che fino a qualche decina d’anni fa anche i corsi d’acqua più piccoli venivano sfruttati per alimentare numerose utenze, come molini e officine meccaniche. Ora questo non è più possibile, perché l’acqua dei corsi troppo piccoli non ha la forza per far funzionare le moderne apparecchiature elettriche. In Trentino, tuttavia, accanto a corsi d’acqua molto piccoli e a corsi e bacini di portata elevata che alimentano una quarantina di grandi centrali, esistono anche moltissimi corsi in grado d’alimentare centrali di piccole dimensioni, le cosiddette “mini-centrali”.

Molte di queste mini-centrali, tuttavia, sono oggi inutilizzate o impiegate al di sotto delle loro potenzialità, perché di vecchia costruzione e bisognose di costosi interventi di miglioramento. Con l’obiettivo di favorire la produzione di energia da fonti rinnovabili, sono state quindi introdotte una serie di agevolazioni economiche che hanno favorito lo sviluppo di un’intensa attività di rifacimento di questi impianti e, parallelamente, anche di ricerca di nuovi corsi da utilizzare. Tale processo, tuttavia, è sovente rallentato da incertezze burocratiche e, soprattutto, da vincoli ambientali, peraltro indispensabili per tutelare il governo delle acque; per garantire, cioè, che i corsi mantengano un deflusso minimo, necessario per rispettare l’equilibrio ecologico dei sistemi naturali ed anche il loro valore paesaggistico.

E’ quindi auspicabile che si raggiunga un giusto punto di equilibrio tra l’opportunità di recuperare le mini-centrali esistenti o di crearne di nuove, e la necessità di rispettare il valore ecologico dei corsi d’acqua coinvolti. La cosa non è facile. Ma è necessaria, perché l’energia idroelettrica offre molti vantaggi: è rinnovabile, ha un basso impatto ambientale, è prodotta da impianti distribuiti sul territorio e quindi vicini alle utenze. Ed è una risorsa naturale che in tutte le regioni montane ha sempre garantito la crescita economica dei suoi abitanti e può continuare a farlo anche in futuro.

(dal Corriere del Trentino del 14 marzo 2007)

14 dicembre 2009 Pubblicato da | energia | , , | Lascia un commento

La via dell’idrogeno

idrogenoL’Autobrennero ha avviato, a Bolzano Sud, la realizzazione del primo di quattro impianti per la produzione e distribuzione dell’idrogeno come combustibile per autotrazione; l’obiettivo è di creare una tratta autostradale tra Monaco e Modena attrezzata con sistemi di rifornimento di idrogeno. E’ un progetto molto ambizioso, viste le notevoli incertezze che ancora caratterizzano tale tecnologia; un progetto che può tuttavia diventare un importante banco di prova per quello che da molti è considerato il “combustibile del futuro”, e che potrà avere notevoli ricadute d’immagine per l’autostrada, direttrice principale tra il mondo tedesco e l’Italia.

Nei trasporti l’idrogeno può essere utilizzato alimentando celle a combustibile o motori a combustione interna. La prima tecnologia è a emissioni zero: le celle producono elettricità emettendo solo vapore acqueo; l’elettricità alimenta quindi il motore elettrico, il quale – a sua volta – muove il veicolo. E’ tuttavia una tecnologia ancora in fase sperimentale e non si sa quando saranno pronti i primi veicoli commerciali. La seconda tecnologia è assai simile a quella dei motori a metano o GPL, e la produzione è già cominciata: una nota casa automobilistica di Monaco – ad esempio – sta già realizzando veicoli d’alta gamma (assai cari) ad idrogeno (ma funzionanti anche a benzina). Anche qui i problemi tuttavia non mancano: nel serbatoio è caricato idrogeno liquido, la cui produzione (a -253°C) è molto dispendiosa; la combustione dell’idrogeno nel motore, inoltre, non è propriamente ad impatto zero visto che sono emessi nell’ambiente ossidi di azoto (tra i precursori delle polveri sottili).

Il progetto dell’Autobrennero non può che essere orientato – almeno nelle fasi iniziali – verso l’unica tecnologia oggi disponibile, quella dell’idrogeno per combustione interna. L’obiettivo di allestire l’autostrada con distributori di idrogeno va quindi incontro al tentativo che, da qualche anno, la casa automobilistica di Monaco (produttrice dei veicoli ad idrogeno) sta portando avanti per realizzare in Europa il maggior numero possibile di reti di distribuzione, e favorire così la diffusione della tecnologia. Il progetto sarà coronato da successo? Difficile fare previsioni perché le incognite sono ancora molte. Incognite di natura tecnologica (l’idrogeno deve essere prodotto, e l’intero progetto ha pertanto senso se l’idrogeno sarà prodotto usando energia elettrica da fonti rinnovabili; l’idrogeno, inoltre, è difficile da trasportare) e di natura economica (i costi in gioco sono altissimi). Il progetto dell’Autobrennero è tuttavia una scommessa che – in un adeguato quadro di interazioni tecniche e finanziarie – ha interessanti prospettive: per le possibilità di sviluppo della tecnologia, e per le ricadute di immagine che, soprattutto nel mondo tedesco assai sensibile alle questioni ambientali, dovrebbero essere particolarmente fruttuose.

(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 25 aprile 2008)

1 novembre 2009 Pubblicato da | energia | , | 2 commenti

Fare la scelta giusta

lampadaDal primo luglio 2007 il mercato dell’energia elettrica è liberalizzato anche in Italia, e ogni famiglia può scegliere da quale venditore acquistare l’energia che consuma. Quante famiglie hanno sfruttato tale opportunità? Con quali conseguenze?

Finora poche famiglie italiane hanno optato per il mercato: dei 27 milioni di utenti, solo il 6% è passato dalla vecchia tariffa regolata ad un nuovo piano tariffario e, di questi, solo una quota esigua si è orientata verso una società non collegata al distributore precedente. Tale scarsa adesione al mercato non è dovuta a mancanza di informazione, come mostrato da una recente indagine statistica, ma piuttosto a una certa confusione sui piani tariffari proposti e – soprattutto – alla percezione di un risparmio ancora limitato, se confrontato col possibile rischio di fare la scelta sbagliata. In effetti, tale percezione non è del tutto errata. Se andiamo a vedere le diverse offerte in Trentino Alto Adige, ad esempio, ci accorgiamo che una famiglia che consuma mediamente 2800 kWh l’anno, scegliendo l’offerta migliore può realizzare un risparmio intorno al 12%: una percentuale non trascurabile ma affettivamente ancora poco allettante. In genere è necessaria una convenienza di almeno il 15-20% per vincere la resistenza psicologica al cambiamento.

E’ chiaro – tuttavia – che se la concorrenza non si sviluppa in modo più deciso anche i previsti effetti della liberalizzazione – in primis la riduzione generale delle tariffe – faticano a farsi vedere. E affinché il mercato si sblocchi, serve una spinta dall’alto, cioè da chi produce e commercializza l’energia elettrica, e dal basso, cioè da parte dei consumatori. E’ quindi innanzitutto auspicabile una maggiore concorrenza nel settore della produzione dell’energia, che da sola incide per il 60% circa sul costo della bolletta. Tale obiettivo può essere perseguito favorendo l’ingresso sul mercato di nuovi produttori e permettendo la diversificazione del mix produttivo, in Italia ancora fortemente dominato dalla centrali termoelettriche a gas. Ma è auspicabile anche uno sforzo concreto da parte degli utenti, dei cittadini. Se aumenta sensibilmente la quota delle famiglie che si rivolgono al mercato, infatti, la concorrenza è stimolata con benefici per tutti. Oggi ci sono gli strumenti adatti; da qualche tempo, infatti, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha predisposto, sul suo sito internet, un semplice programma per la valutazione comparativa delle diverse offerte, e se si stimano bene i propri consumi medi annuali, i rischi di sbagliare nella scelta di un nuovo venditore sono sostanzialmente minimi. In questo momento di crisi economica è interesse di tutti orientarsi verso le proposte economicamente più vantaggiose (pure se il risparmio è “solo” del 10-15%), anche nell’acquisto dell’energia elettrica.

(dal Corriere del Trentino del 17 ottobre 2009)

18 ottobre 2009 Pubblicato da | energia, società | , , | 2 commenti

   

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