Giovanni Straffelini's Blog

Riflessioni su società, ambiente, scienza.

Comunicare la scienza

“Ah, io di matematica non ho mai capito nulla”, disse tempo fa un famoso scrittore durante una trasmissione televisiva. E lo disse pure con soddisfatta fierezza, guadagnandosi gli applausi convinti del pubblico. Questo piccolo episodio evidenzia assai bene come la matematica e la scienza in generale siano percepite da moltissime persone: un mondo da guardare con distacco e da lasciare agli addetti ai lavori. E una buona parte di responsabilità di questo è proprio degli addetti ai lavori, che non sanno comunicare la scienza e, va detto, spesso non si impegnano a farlo.
Non possiamo quindi che guardare con simpatia e favore al talent show scientifico “FameLab”, promosso dal British Council e approdato quest’anno anche in Italia in quattro città, tra le quali Trento. Si tratta di una vera e propria gara di comunicazione della scienza, alla quale partecipano scienziati, ricercatori, insegnanti, medici e studenti, sotto la guida e supervisione di esperti del settore. Un’occasione ghiotta per chi vuole imparare o affinare la propria abilità in una attività non facile. Infatti, è complicato conquistarsi l’attenzione del pubblico quando si parla di scienza o tecnologia, visto che non basta avere buone cose da dire, ma bisogna saperle dire catturando emozionalmente gli ascoltatori, con al forza delle narrazioni coinvolgenti. Chi comunica la scienza, inoltre, deve sapersi guadagnare la fiducia del pubblico. Molto spesso i temi scientifici sono presentati in modo sensazionalistico o con eccessiva alterigia, così che l’ascoltatore diventa diffidente o si mette sulla difensiva. Per una buona comunicazione, è necessario entrare in sintonia col pubblico e saper stimolare interesse ed entusiasmo.
Abbiamo bisogno che la scienza e la tecnologia siano comunicate bene e siano quindi ben percepite, perché sempre più spesso pervadono la nostra vita quotidiana; inoltre, molte scelte strategiche che coinvolgono opere tecnologiche o problemi scientifici, possono essere accolte dalla società solo col consenso generale, il quale si ottiene esclusivamente con una giusta comunicazione. Il “FameLab”, che a Trento è organizzato dal Museo delle Scienze, è un’occasione – che ci auguriamo si possa ripetere con regolarità – per stimolare persone che si occupano di scienza e tecnica a mettersi in gioco, e a prepararsi per diventare buoni divulgatori di scienza; ed è pure una bella opportunità per coinvolgere la cittadinanza in un festival di partecipazione curiosa e di dialogo.
Scienza e società devono andare d’accordo, e possono farlo bene se gli “addetti ai lavori” sentono il dovere di comunicare efficacemente la loro attività, e imparano a farlo nel modo migliore.

(dal Corriere del Trentino del 7 aprile 2012)

12 aprile 2012 Pubblicato da | clima, scienza&fede | Lascia un commento

Il riscaldamento globale si è fermato?

Riprendo  un editoriale pubblicato sul Corriere del Trentino il 19 febbraio 2008. E’ interessante rivederlo e commentarlo due anni dopo..


Il mese appena passato è stato uno dei più freddi e nevosi degli ultimi anni. Considerando che da qualche anno la temperatura media della terra non aumenta più, in molti si stanno chiedendo: il riscaldamento globale – di cui tanto si parla con preoccupazione – si è fermato? Evidentemente: no. Per inquadrare il fenomeno del riscaldamento globale, infatti, è necessario considerare periodi di tempo molto lunghi, senza prestare troppa attenzione al singolo evento meteorologico, o a quello che succede da un anno all’altro. Dall’inizio del secolo è in atto un aumento continuo della temperatura media della terra (con una stasi nel periodo 1940-70) e oggi non abbiamo sicuramente elementi per pensare che tale andamento si sia interrotto o addirittura invertito.

In effetti, oggi non sono più sicuro di questo perentorio “Evidentemente: no”. Come si nota in figura, dal 2000 il riscaldamento globale appare infatti fermato. Lo confermano anche gli scienziati del clima. Scrive Guido Visconti (noto scienziato italiano del clima): “La Solomon (si riferisce a Susan Solomon, leader dell’agenzia americana per l’atmosfera e l’oceano) è uno dei vice chair-man dell’IPCC e quindi è importante che riconosca come il riscaldamento si sia fermato negli ultimi dieci anni (cosa poco nota al grande pubblico)”.

Tuttavia non possiamo nascondere che il fenomeno del riscaldamento globale è estremamente complesso e le domande sul tappeto sono ancora molte. Ad esempio: il riscaldamento in atto è un fenomeno anomalo (particolarmente veloce) o rientra nei lunghi cicli naturali di riscaldamento e raffreddamento del globo terrestre? E poi: quale influenza ha l’uomo, con le sue emissioni di anidride carbonica, sul riscaldamento globale? A queste domande è difficile dare risposte sicure ed il mondo scientifico è in continua attività per cercare di gettare nuova luce sulle questioni aperte. Ma la ricerca non è facile. La stima delle temperature del passato è complicata dalla necessità di utilizzare incerte valutazioni indirette, come la dimensione degli anelli nei tronchi degli alberi o la crescita delle stalagmiti nelle grotte alpine. Inoltre i modelli teorici, sviluppati per prevedere l’andamento delle temperature e valutare il ruolo delle emissioni di gas serra dovute alle attività umane, sono limitati ed è arduo capire la loro reale affidabilità.

E queste difficoltà sussistono ancora oggi. Lo dimostra – purtroppo – anche i recenti misfatti, che hanno visto protagonisti alcuni importanti scienziati del clima che guidano le politiche dell’IPCC (cioè l’organismo dell’Onu deputato a studiare il riscaldamento globale), tra cui l’occultamento di alcuni dati scientifici con l’obiettivo di calcare la mano sui risvolti più catastrofici del problema.

In questa situazione d’incertezza scientifica, molti continuano a cavalcare le emozioni suscitate da singoli eventi climatici per confermare le proprie convinzioni, allontanandosi così dalla via maestra del metodo scientifico. Per cui un periodo particolarmente freddo diventa il pretesto per mostrare un distaccato scetticismo verso tutta la problematica, e un’estate torrida o un uragano tropicale intenso diventano invece la scusa per denunciare con eccessiva enfasi la gravità della situazione. Chi ne risente, evidentemente, è l’opinione pubblica, che fatica a definire i reali contorni della questione, soprattutto quando sono gli stessi esperti a lasciarsi coinvolgere emotivamente.

Il summit Onu di Copenhagen era l’occasione giusta per rimettere l’aspetto scientifica del tema al centro dell’attenzione. Ciò non è stato fatto e questo è, a mio avviso, il risvolto più grave del flop della conferenza, e il motivo dello stallo generale su tutta la questione.

22 febbraio 2010 Pubblicato da | clima | 13 commenti

Clima: e dopo Copenhagen?

La storia insegna che c’è una relazione chiara tra ricchezza e attenzione all’ambiente. Solo quando gli abitanti di uno Stato hanno superato una certa soglia di reddito cominciano a prestare attenzione e energie alla tutela dell’ambiente; prima pensano soprattutto a procurarsi i mezzi per sopravvivere e crescere.

Per molti osservatori tale evidenza storica spiega anche il sostanziale fallimento del recente vertice Onu sul clima di Copenhagen, che nelle intenzioni doveva inaugurare una nuova stagione (il “dopo Kyoto”) di controllo mondiale delle emissioni di gas serra. La posizione di Cina, India e Brasile è nota ed è stata ribadita nella capitale danese: prima raggiungono il livello di benessere dei paesi occidentali, poi possono orientarsi verso politiche di riduzione delle emissioni. I primi decisi passi in questa direzione dovrebbero farli, pertanto, i paesi ricchi. Ma questi, nonostante la pressione dell’opinione pubblica, tentennano, perché ridurre le emissioni significa ridurre l’uso dei combustibili fossili nella produzione di energia; la qual cosa comporta costi molto elevati che in questa fase di recessione economica nessuno vuole affrontare. Il rischio, lo ha spiegato bene Massimo Gaggi sul Corriere, è di mettere a repentaglio numerosi posti di lavoro, soprattutto nel settore industriale. Quando fu stipulato il protocollo di Kyoto, nel 1997, la rinuncia a qualche attività industriale in nome dell’ambiente raccolse vasti consensi tra i paesi ricchi; ora, scrive Gaggi, Usa e Europa hanno però scoperto che “l’industria non è da buttare”, “è un polmone insostituibile per la creazione di posti di lavoro”.

Questa esigenza di salvaguardare l’ambiente senza compromettere le attività industriali si ripropone – fatte le debite proporzioni – anche a livello locale. Vediamo due esempi tra i tanti che riguardano il Trentino. L’Acciaieria Valsugana, che dà lavoro a 120 dipendenti, è sotto indagine e rischia la chiusura per l’accusa di aver inquinato la valle con incontrollate emissioni di diossina e altri microinquinanti. Anche qui, da una parte c’è l’opinione pubblica giustamente preoccupata dell’ambiente e della propria salute e, dall’altra, il mondo dell’industria e del lavoro con un atteggiamento più prudente, improntato alla necessità di capire se si possono salvaguardare i posti di lavoro.

Un altro esempio riguarda le centrali idroelettriche. L’anno scorso è stato raddoppiato il deflusso minimo vitale di acqua nei fiumi; ciò significa maggiore rispetto dell’ambiente ma anche minore produzione di energia e, quindi, posti di lavoro in pericolo. Sia gli industriali sia i sindacati hanno espresso forti preoccupazioni mentre gli ambientalisti sono di altro avviso. “Il sindacato deve difendere i posti di lavoro, ma dovrebbe anche pensare di difendere i diritti di tutti i cittadini”, ha dichiarato Roberto Bombarda dei Verdi.

Vista la crisi economica che stenta ad attenuarsi, è facile prevedere che questa tensione si ripeterà – sia a livello globale che locale – sempre più spesso in futuro. Come affrontarla? Sicuramente lo sviluppo scientifico e tecnologico farà la sua parte – è da prevederlo – nel ridurre sempre più gli impatti ambientali delle diverse attività e allentre quindi la tensione; ma solo una maggiore consapevolezza e responsabilità nei comportamenti di tutti può permettere di raggiungere – caso per caso, a scala globale o locale – il giusto equilibrio tra sviluppo economico e rispetto dell’ambiente.

(dal Corriere del Trentino del 23 gennaio 2010)

1 febbraio 2010 Pubblicato da | clima, sviluppo | , , , | 4 commenti

Clima: aspettando Copenhagen

copenhagenC’è molta attesa per la prossima conferenza Onu di Copenhagen sui cambiamenti climatici. Dopo le delusioni dei recenti negoziati, dal summit danese tutti si attendono delle risposte precise sullo stato del clima del pianeta, e su cosa accadrà dopo che – nel dicembre 2012 – scadranno gli accordi del Protocollo di Kyoto.

Delle numerose questioni sul tappeto, tre sono quelle principali. La prima riguarda l’atteggiamento degli USA (che non avevano aderito al Protocollo di Kyoto) e dei Paesi in via di sviluppo (che, come la Cina e l’India, ne erano stati lasciati fuori). Ma Cina, USA e India sono gli stati che emettono più CO2, il gas serra sul banco degli imputati e di cui si vogliono ridurre le emissioni. La situazione è di stallo. La Cina e l’India sono in fase di forte sviluppo economico e sociale, e non intendono frenare la loro crescita riducendo il consumo dei combustibili fossili (che sono, ancora oggi, i combustibili più economici). Difficile dar loro torto quando sostengono che prima devono raggiungere il livello di benessere occidentale, e poi possono pensare di ridurre le emissioni di CO2. Gli USA, da parte loro, non intendono aderire a politiche di riduzione della CO2 se non partecipano anche Cina e India, per non vanificare ogni sforzo. Con il miglioramento dell’efficienza tecnologica delle industrie cinesi ed indiane, sostengono, si può realizzare una concreta riduzione delle emissioni senza compromettere l’economia mondiale, già in fase di recessione. La situazione si sbloccherà a Copenhagen?

La seconda questione riguarda il ruolo dell’Unione Europea. Aderendo al Protocollo di Kyoto l’UE aveva deciso, in sostanza, di correre da sola. Ora con la recente approvazione del pacchetto 20-20-20, l’UE si impegna a ridurre di un ulteriore 20% le proprie emissioni entro il 2020. La lodevole intenzione di dare il buon esempio si scontra però con la realtà dei fatti: i costi previsti sono elevatissimi e il ritorno è minimo: anche centrando l’obiettivo, la riduzione globale sarà non più del 3-4%. Non sorprende quindi che molti stati – come la Germania, la Polonia e l’Italia – siano critici e rivendichino specifiche concessioni. Quale sarà il reale ruolo dell’UE sullo scacchiere mondiale?

La terza questione è la verifica dello stato delle conoscenze scientifiche sul tema. Il problema del riscaldamento globale è complesso e il dibattito scientifico è sovente soverchiato dalle pressioni politiche (in un senso e nell’altro). Quale è la reale comprensione attuale della situazione climatica mondiale?

E’ da anni che si parla di emergenza clima con toni più o meno preoccupati. La posta in gioco è elevata e interessa tutti direttamente. Si pensi, solo per fare un esempio, ai tanti progetti locali – regionali, provinciali e anche comunali -  che si inseriscono nella politica di riduzione delle emissioni suddividendo gli oneri tra tra tutti i territori italiani. Queste sono attività impegnative, per gli enti locali e i cittadini, che sono efficaci sole se svolte all’interno di un’azione globalmente condivisa. Dai negoziati di Copenhagen ci attendiamo quindi risposte chiare alle questioni aperte, che indichino finalmente la direzione che i responsabili della governance mondiale intendono percorrere.

(dal Corriere del Trentino del 30 ottobre 2009)

4 novembre 2009 Pubblicato da | clima | , , , | 8 commenti

Clima: catastrofisti e negazionisti

terraConsiderimo il caldo anomalo di questo autunno o la recente alluvione di Messina: per molti sul banco degli imputati c’è il “riscaldamento globale”, cioè il riscaldamento della terra che ha visto aumentare di 0,7°C la sua temperatura media negli ultimi 100 anni. E’ vero?

Il fenomeno, si sa, è alquanto complesso. Guardiamo ai ghiacciai. Da anni si assiste ad una riduzione dell’estensione dei ghiacciai artici ed alpini, e molte evidenze indicano una riduzione della copertura nevosa delle Alpi. Proprio in seguito al ritiro del ghiacciaio dell’Adamello, ad esempio, sono riemersi parecchi reperti della prima guerra mondiale. Tuttavia, va pure considerato che negli anni scorsi, l’inverno è stato assai freddo e nevoso, e che nel 1999 è affiorata dal ghiacciaio dell’Adamello anche una baracca di legno, a testimonianza che il ghiacciaio durante la prima guerra era, almeno in quell’area, più arretrato di oggi. Ciò per dire che il clima varia di anno in anno e da regione a regione, essendo largamente determinato da fattori casuali. Le alte temperature di questo periodo, quindi, non possono essere attribuite con certezza al fenomeno del riscaldamento globale e, di conseguenza, non sono necessariamente l’avvisaglia di future emergenze climatiche.

L’influenza del riscaldamento globale sul ripetersi di stagioni calde o su aventi meteorologici estremi va insomma valutata in modo statistico, considerando molti eventi su un lungo periodo di tempo. Solo in questo modo si può capire cosa sta succedendo al clima e, forse, cosa potrà succedere in futuro. Tali analisi, d’altra parte, presentano molte difficoltà e c’è notevole disaccordo tra chi teme, per il futuro, un aumento dei fenomeni meteorologici molto impattanti (i cosiddetti “catastrofisti” che, peraltro, sono la maggioranza degli scienziati), e chi invece considera il clima un sistema troppo complicato perchè sia possibile fare delle previsioni sufficientemente attendibili (in questo caso, gli scienziati più battaglieri sono, un po’ offensivamente devo dire, chiamati “negazionisti”).

A mio avviso è necessario mantenere un atteggiamento di equilibrio. Da una parte, non è corretto lasciarsi prendere dall’emozione di un singolo evento – come la mitezza di questo autunno – per drammatizzare la questione. Dall’altra, sarebbe un errore fare le spallucce davanti al fenomeno del riscaldamento globale o arrendersi di fronte alle difficoltà della sua comprensione, perché i cambiamenti climatici sono una cosa seria, da valutare con prudenza e lungimiranza.

Per chi vuole tenersi aggiornato, consiglio la consultazione dei seguenti siti sicuramente seri: sulla linea catastrofista qui e sulla linea negazionista qui . Ci sono anche due siti italiani posizionati sulle “due sponde”: questo e questo.

(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 20 gennaio 2007)

12 ottobre 2009 Pubblicato da | clima | , , , , | 8 commenti

   

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