Giovanni Straffelini's Blog

Riflessioni su società, ambiente, scienza.

Polveri e divieti

I provvedimenti di limitazione del traffico, come la circolazione a targhe alterne o il blocco domenicale, non comportano evidenti vantaggi sulla diminuzione della concentrazione di polveri sottili nell’aria. Ciononostante è ferma la volontà di molti decisori politici di imporre queste restrizioni, nei momenti di massimo allarme dell’inquinamento, per abituare la gente ad utilizzare i mezzi pubblici al posto delle proprie auto (da quest’anno tocca ai Diesel Euro 2 senza filtro antiparticolato). Tali metodi d’educazione per coercizione, tuttavia, sono poco efficaci ed andrebbero sostituiti con altri metodi di convincimento, basati sui vantaggi offerti dalle scelte virtuose – come utilizzare l’autobus – e sulla libera volontà del singolo di usufruire o meno di questi vantaggi.

Una recente ricerca dell’Arpav della Regione Veneto ha mostrato che nei giorni immediatamente successivi alle giornate con la circolazione a targhe alterne è sempre stato registrato un “effetto rimbalzo”, cioè un aumento dell’inquinamento dell’aria, fino a toccare i livelli più elevati della settimana. Insomma: chi è stato obbligato a non usare la macchina si sente in dovere di “recuperare” con gli interessi nei giorni successivi!

Certo, accanto agli interventi strutturali, la riduzione del traffico rimane un’azione utile per ridurre le polveri sottili nell’aria, perché limita sia le emissioni dirette dal tubo di scappamento sia il risollevamento delle polveri dal manto stradale che, nei centri cittadini, è responsabile di più del 30% delle polveri totali presenti nell’aria. Ma vista l’inefficacia dei metodi coercitivi, è evidentemente necessario stimolare la riduzione dell’utilizzo delle automobili in altri modi. Una possibilità potrebbe essere quella suggerita recentemente dall’Economist, e basata sulla realizzazione di un sistema che riservi dei benefici economici a chi mette in pratica comportamenti virtuosi – come, ad esempio, utilizzare l’autobus – e aggravi economici a chi utilizza l’automobile. Questo è, in buona sostanza, lo stesso principio della direttiva europea “Emissions Trading”, adottata per ridurre le emissioni in atmosfera dei gas serra in ottemperanza alle prescrizioni del Protocollo di Kyoto. In base a tale direttiva, le industrie che emettono meno CO2 di quello che sarebbe loro permesso realizzano dei vantaggi economici, mentre quelle che emettono più del lecito devono acquistare i permessi di emissione, pagandoli profumatamente. Un sistema non coercitivo dunque.

Secondo l’Economist, questo approccio dovrebbe essere generalizzato ed adottato anche per altre specifiche problematiche ambientali. E’ chiaro che nel caso dell’inquinamento da polveri sottili non è facile individuare i metodi migliori per premiare i comportamenti virtuosi e penalizzare chi inquina. Si possono comunque fare delle proposte e cominciare a ragionare in questa direzione. Ad esempio, nei periodi di maggiore inquinamento potrebbe essere applicata una sovratassa alla tariffa dei parcheggi cittadini e al pedaggio autostradale (commisurata, dove possibile, al livello di inquinamento del proprio mezzo) o, come fatto a Londra e a Milano (con alterni successi peraltro), introdurre un ticket per chi entra in città in automobile. Questo denaro andrebbe utilizzato per ridurre proporzionalmente il costo del biglietto dei mezzi pubblici. La gente sarabbe quindi posta davanti alla libera scelta di usare l’autobus o il treno ad un prezzo molto conveniente o pagare di più per utilizzare l’automobile. Sono convinto che questo sistema porterebbe un incremento dell’uso dei mezzi pubblici con notevoli benefici, in termini di riduzione dell’inquinamento ed aumento della qualità della vita, per l’intera collettività.

(dal Corriere del Trentino del 31 agosto 2005)

24 ottobre 2011 Pubblicato da | polveri sottili | Lascia un commento

Benessere e giganti

Tra le iniziative per celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia va annoverata la pubblicazione del libro “In ricchezza e in povertà, il benessere degli italiani dall’Unità ad oggi”, a cura di Giovanni Vecchi. Il testo riporta numerose ricerche tese a dimostrare come l’unificazione sia stata un sostanziale successo per gli italiani, dato che la qualità della vita – paragonabile allora a quella odierna degli abitanti del Laos o del Senegal – è aumentata negli anni notevolmente.

Come ben sappiamo, l’incremento di benessere è stato particolarmente intenso nelle regioni del Nord, comprese quelle del triveneto che hanno saputo sfruttare al meglio le opportunità che si sono create. Tra i tanti dati riportati ce n’è uno – abbastanza curioso – che è interessante richiamare: l’altezza media alla visita di leva. Benchè riferito alla sola popolazione maschile, tale parametro è un chiaro indicatore del benessere generale di una popolazione perché l’altezza effettiva dipende, oltre che da aspetti genetici che si possono trascurare considerando periodi di tempo relativamente brevi, dalla salute, dagli sforzi eseguiti nel lavoro, dalle condizioni igieniche e sanitarie. Ebbene, dai dati si evince che gli abitanti del triveneto sono sempre stati i più alti in Italia, e che gli abitanti del Trentino Alto Adige sono sempre stati secondi (da quando si hanno informazioni) solo a quelli del Friuli Venezia Giulia. Naturalmente è compito degli storici e degli economisti ricercarne le cause, anche perché il dato è un po’ sorprendente visto che ai tempi dell’unificazione le regioni del Nord-Est erano assai povere, erano terre di intensa emigrazione.

Per sfortuna nostra e degli studiosi l’altezza media non è più un parametro utilizzabile per lo studio del benessere, visto che la visita di leva è stata abolita da anni. Altri indicatori, tuttavia, sembrano confermare che la qualità della vita nella nostra regione è elevata anche oggi, e gli abitanti ne sono consapevoli. Una recente ricerca dell’Istat, ad esempio, ha mostrato che i trentini sono secondi solo agli altoatesini nella classifica delle persone che si ritengono più soddisfatte del proprio livello di vita. Ben il 71% dei trentini considera “adeguate” le proprie risorse economiche e una larga maggioranza si dice soddisfatta del proprio stato di salute.

Ma la domanda che ora tutti ci poniamo è: riusciremo a superare la tempesta della crisi economica che non sembra placarsi? Non si tratta – va da sè – di capire se riusciremo a difendere il primato di “giganti d’Italia”, ma se l’attuale livello di benessere generale potrà essere mantenuto anche nel futuro, per le generazioni che verranno. Penso che guardare al passato, ai progressi fatti dall’unificazione ad oggi così come ben descritti dal libro di Vecchi, possa essere utile a trovare convinzione e fiducia, così da affrontare nel modo migliore le sfide che non mancheranno di presentarsi.

(dal Corriere del Trentino del 1 ottobre 2011)

13 ottobre 2011 Pubblicato da | cultura, società | 1 commento

Una grande opportunità

Il distretto tecnologico di Rovereto.
Ripropongo un edit pubblicato sul Corriere del Trentino il 9 giugno 2006, che salutava una nuova importante iniziativa per il Trentino.
A che punto siamo 5 anni dopo?

Prima dell’estate verranno definite le caratteristiche operative ed i contenuti progettuali del nuovo “distretto tecnologico” che sta per nascere nella nostra provincia. Si tratta di un momento importante; se opportunamente strutturato, infatti, il nuovo distretto potrà portare una ventata di entusiasmo e d’innovazione in Trentino e proporsi quindi come un attore di primo piano per lo sviluppo industriale locale.
Il distretto tecnologico sarà incentrato sui temi dell’ambiente, del risparmio energetico e della bio-edilizia. Aggregherà industrie e centri di ricerca del nostro territorio con l’obiettivo di “fare sistema”, raggiungere cioè una massa critica che permetta di fronteggiare problemi comuni e, soprattutto, investire in progetti di ricerca e sviluppo. Per lo sviluppo tecnologico, infatti, la cooperazione tra le industrie e con gli enti di ricerca è una necessità, vista la ridotta dimensione della maggior parte delle realtà produttive italiane, che non possono permettersi numerosi ricercatori nei loro organici, né strutture di ricerca particolarmente all’avanguardia. Di questa necessità, tra gli altri, si è fatto portavoce recentemente anche Adriano Dalpez, presidente della camera di commercio, che vede nello scarso impegno delle industrie trentine e dell’ente pubblico nel campo dell’innovazione, nonché nella “scarsa propensione alla collaborazione tra aziende” alcuni dei fattori responsabili dell’attuale fase di stagnazione della nostra economia.
In quest’ottica, tuttavia, non va dimenticato che le realtà produttive trentine – industriali ed artigianali – operano principalmente con tecnologie consolidate piuttosto che con tecnologie d’avanguardia. E’ quindi auspicabile che i progetti del nuovo distretto trentino, almeno nei suoi primi anni di vita, si concentrino su temi che possano trovare un interesse abbastanza diffuso nel mondo economico provinciale e possano garantire ricadute sul mercato nel breve periodo, in modo da creare entusiasmo e partecipazione. Siano invece lasciati ad un secondo tempo, quando le potenzialità del distretto saranno ben definite, gli investimenti sui progetti più ambiziosi e con minori probabilità di successo. Il compito è sicuramente delicato, dato che le tematiche che caratterizzano il nuovo distretto tecnologico possono includere progetti con ricadute ragionevolmente ravvicinate nel tempo, come quelli inerenti l’ottimizzazione dei rendimenti energetici o lo sviluppo di nuovi materiali per l’edilizia, ed altri che invece richiedono addirittura una rivoluzione tecnologica per poter produrre dei risultati concreti, come quelli relativi alle tecnologie dell’idrogeno. Le scelte, quindi, non sono facili ma il nuovo distretto rappresenta una grande opportunità per il Trentino.
E’ compito di tutti gli attori coinvolti adoperarsi per sfruttarla al meglio.

3 ottobre 2011 Pubblicato da | sviluppo | , , | Lascia un commento

   

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