Il progresso che spaventa
Da alcuni anni si sta diffondendo nella nostra società un crescente timore verso il progresso scientifico e tecnologico, che assai spesso si manifesta nel rifiuto di grandi progetti in settori chiave della vita economica e sociale del Paese: nella produzione di energia, nei trasporti, in ambito civile e nella ricerca. Ne deriva un pericoloso stato d’indecisione, superabile solo mediante un’azione incisiva della classe politica.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico è responsabile di gran parte del nostro attuale benessere (“Viviamo di più grazie al frigorifero”, ha dichiarato recentemente un premio Nobel per la medicina). Eppure larghi settori della società sono sempre più convinti: questo sviluppo porta con sé più rischi per la salute e la qualità della vita che vantaggi. Ne consegue che molti, spinti sovente da un disorientamento derivante da informazioni contrastanti o incerte, oppongono resistenza a progetti ritenuti pericolosi per l’intera comunità; in Italia, caso abbastanza unico tra i Paesi più industrializzati, il numero di grandi opere osteggiate negli ultimi anni è veramente elevato.
La realizzazione di un grande progetto, quindi, è oggi subordinata al consenso sociale, e solo il mondo politico può acquisire tale consenso, attraverso il dialogo con i cittadini. Dialogo che deve essere impostato – è questo il salto di qualità richiesto al mondo politico – sulle solide basi di un sistema condiviso di regole, che riconosca la forza e l’autorevolezza del metodo scientifico. Ogni progetto strategico, predisposto dai tecnici più accreditati e con le metodologie più aggiornate, deve essere discusso sulla base di dati oggettivi e sperimentalmente verificati, coinvolgendo anche il mondo scientifico più competente. In questo modo i cittadini possano accettare il progetto con convinzione, proporre obiezioni ragionevoli o anche osteggiarlo; ma a ragion veduta, con il rigore delle argomentazioni scientifiche.
Il pericolo è evidente: una società che trascura il metodo scientifico e frena ogni progetto perché disorientata o sfiduciata, rischia di cadere nell’inazione e nella decrescita, e di perdere un po’ alla volta quello stato di diffuso benessere di cui oggi – in gran parte grazie allo sviluppo tecnologico – può beneficiare. Riuscirà la classe politica a rimboccarsi le maniche ed invertire questa tendenza?
(da un editoriale sul Corriere del Trentino del 9 ottobre 2007)
Piscine sostenibili
Estate. Il giornale oggi ci racconta delle piscine, un “accessorio” popolare. Una, da 45mila Euro, ha un rivestimento nero che dona un blu profondo all’acqua. Noi, con ancora in testa le raccomandazioni dei referendum, siamo un po’ costernati: le piscine, si sa, consumano e sprecano tanta acqua, ma tanta! Perchè pubblicizzare le piscine con così tanta enfasi? Ma poi il giornalista ci rassicura: piccolo – oltre al prezzo (!) – è anche il consumo di anidride carbonica emessa durante la produzione dei materiali utilizzati e del trasporto. E tiriamo un grosso sospiro di sollievo.
Ingegneria e test di ingresso
L’ultimo rapporto CISIA raccoglie i risultati delle prove di ingresso alle facoltà di ingegneria italiane dell’ultimo triennio, e fornisce utili spunti di riflessione anche sul sistema formativo trentino.
Per iscriversi alla facoltà di ingegneria, come a molte altre facoltà, il diplomato della scuola media superiore è chiamato ad affrontare un test di ingresso, la cui finalità è peraltro principalmente orientativa. Il test è organizzato da un consorzio – il CISIA – ed è uniforme a livello nazionale. I risultati ottenuti permettono dunque di eseguire dei confronti con gli atenei di altre regioni italiane e ottenere così preziose informazioni. Certo l’indagine è limitata alla facoltà di ingegneria ma è lecito ritenere che il confronto con le altre regioni possa dare indicazioni in qualche misura di validità generale.
Un primo risultato di rilievo riguarda le note differenze Nord-Sud. I diplomati delle regioni del Sud conseguono voti medi maggiori di quelli delle regioni del Nord, ma il test CISIA ribalta la graduatoria. Non solo: il punteggio medio dei diplomati trentini/altoatesini che hanno partecipato al test CISIA locale è risultato il più alto in Italia: 29.5, contro, ad esempio, 23.1 dei diplomati pugliesi che hanno la media più elevata del voto di diploma; ciò dimostra come il livello di preparazione sia molto alto, anche se i voti alla maturità sono relativamente bassi. E questo risultato è confermato anche dalle ottime prestazioni che i diplomati del Trentino-Alto Adige registrano nei test eseguiti fuori regione.
Un secondo dato eclatante riguarda i risultati dei test dei diplomati provenienti da fuori regione. Al test CISIA svolto a Trento questi diplomati hanno conseguito il voto medio più elevato: 29.4. Ciò significa che alla facoltà di ingegneria di Trento intendono iscriversi, proveniendo da fuori regione, gli studenti mediamente più bravi, a conferma dell’accresciuta attrattività registrata negli ultimi anni dell’intero ateneo trentino, sospinto senza dubbio dai continui successi nelle diverse classifiche Censis sulle Università italiane.
I diplomati che vengono a studiare a Trento sono pertanto assai motivati (considerando anche i costi non indifferenti che devono sostenere per studiare lontano da casa), e si aggiungono ai diplomati locali con ottima preparazione di base. Pertanto, considerando l’elevata qualità dell’ateneo trentino si può ragionevolmente ritenere che i laureati locali siano di ottimo livello, e questa è una buona notizia anche per il tessuto economico e sociale locale. Possiamo rallegrarci di questi risultati? Naturalmente si, senza però nascondersi l’obiettivo che appare più impegnativo, che è quello di gestire al meglio questo capitale umano, creando un terreno fertile capace di stimolare la creatività e, perché no, anche l’imprenditorialità dei nostri laureati.
(dal Corriere del Trentino del 16 giugno 2011)
Pit Stop 2011
Continuando la tradizione, propongo gli articoli più cliccati nei primi sei mesi del 2011. Buona lettura e grazie ancora a tutti coloro che frequentano il blog!
2) Lo strano caso delle lampadine fluorescenti
3) Innovazione estetica 2.o
4) La cistite, questa (s)conosciuta
6) Università, tra autonomia e responsabilità
7) Vita di campagna o vita di città?
Nuovi rischi, vecchi timori
La paura causata dall’influenza aviaria, si ricorderà, aveva spinto molte persone ad evitare il consumo di carni avicole. A detta degli esperti, tuttavia, la possibilità di contagio mangiando la carne cotta non esisteva; è stata quindi solo un’esagerata valutazione del rischio ad ingenerare questo comportamento di rifiuto. Non è un caso isolato questo. Sono infatti molte le paure legate ad una esagerata percezione dei rischi; si pensi al timore delle centrali nucleari – timore molto attuale visto l’allarme suscitato dal recente serio incidente alla centrale di Fukushima – o a quello, molto sentito un po’ in tutta Italia, dei termovalorizzatori.
Lucia Savadori, della Facoltà di Scienze Cognitive dell’Università di Trento, nel suo libro “Nuovi rischi, vecchie paure” (il Mulino) ha ben spiegato come la conoscenza di eventi drammatici del passato, sovente enfatizzati dai mezzi di informazione, modifica la capacità di misurare correttamente i rischi connessi a situazioni analoghe del presente. E’ quindi il richiamo ai milioni di morti causati dall’influenza spagnola che ha impedito una corretta valutazione del problema dell’aviaria, così come sono le immagini emotive evocate dagli incidenti di Chernobyl e di Seveso a risvegliare l’incubo del contagio nucleare o di quello chimico da diossine. La percezione dei pericoli è legata alla spinta delle emozioni, prodotte anche da un solo evento negativo, e alla moderazione del ragionamento logico, che tuttavia fatica ad imporsi. Modificare le opinioni negative, spiega la Savadori, è infatti molto difficile, perché la nostra mente preferisce giocare sempre in difesa: nel dubbio, perché consumare carne di pollo quando sono disponibili altri alimenti? perché costruire centrali nucleari o termovalorizzatori quando sono disponibili altre fonti di energia o le discariche per i rifiuti?
L’eccessiva valutazione dei rischi e – più in generale – l’incapacità a convivere con i rischi, tuttavia, può avere serie conseguenze economiche e sociali. Si pensi alla crisi passata dagli operatori del settore avicolo, alla perenne crisi energetica nazionale o all’incapacità di risolvere il problema della gestione dei rifiuti. Sarebbe quindi auspicabile che gli attori coinvolti nella gestione di situazioni potenzialmente rischiose – ossia i politici, i tecnici, i mezzi di informazione – riuscissero sempre ad operare con razionalità ed equilibrio, onde evitare che alle giuste valutazioni dettate dalla prudenza si impongano comportamenti dettati piuttosto dalle emozioni negative, sempre presenti – in modo più o meno latente – nell’immaginario collettivo.
(elaborato da un editoriale sul Corriere del Trentino del 2 marzo 2006)


