Festival dell’economia
Giovedì inizia il Festival dell’Economia di Trento e anche quest’anno le aspettative sono tante. Le personalità invitate – economisti, imprenditori, giornalisti, premi Nobel – sono di assoluto rilievo e da loro tutti si attendono qualche riflessione speciale, qualche analisi innovativa (un po’ “eretica”?) sull’attuale crisi economica e sul modo di affrontarla al meglio.
Il tema del Festival è “Informazioni, scelte e sviluppo”, e tocca inevitabilmente da vicino la situazione economica attuale e la crisi che nessun economista aveva saputo prevedere o immaginare (né durante le edizioni precedenti del Festival, né in altre occasioni); tanto che sono in tanti oggi a chiedersi: sono realmente efficaci gli strumenti e le teorie economiche usate per prevedere e affrontare eventi estremi come le crisi economiche?
La domanda è giustificata, in primis, dal senno di poi, cioè dalla semplice constatazione che se numerosi analisti economici avevano minimizzato o snobbato le prime avvisaglie della crisi, significa che qualcosa non funziona nei loro strumenti di analisi (solo per fare un esempio, Alberto Alesina aveva scritto sulla Stampa nell’agosto 2007: “Quella in atto è una correzione come ce ne sono tante altre”). Ma la domanda è giustificata anche dalla consapevolezza scientifica di molti osservatori i quali, di fronte a sistemi complessi come quello costituito dal mondo economico-finanziario, ritengono che gli eventi estremi – cioè le crisi – possano essere affrontati solo con strumenti di analisi (anche matematica) non convenzionali che necessitano un vero e proprio cambio di mentalità.
Certo, gli economisti si difendono dicendo che è solo una questione – appunto – di infomazione: non avevano previsto la crisi perchè non avevano accesso alle “giuste” informazioni. E’ veramente così? O, come detto, sono gli strumenti di analisi che devono essere aggiornati?
E’ evidente che il quadro generale è decisamente articolato come pure che sia assai difficile cambiare o anche solo modificare teorie e procedure che in numerosi casi si sono rivelate efficaci. Ma di fronte alla gravità della crisi attuale è giusto chiedere agli esperti economici – coloro che in fin dei conti dettano le politiche economiche degli stati e dei governi locali – uno sforzo particolare, una riflessione forte e se il caso coraggiosa. Ecco perché da questo Festival ci attendiamo un segnale di vitalità propositiva anche fuori le righe, un atteggiamento che dia alla gente una fiducia rinnovata verso il sistema economico-finanziario e chi lo dirige.
(elaborato da un editoriale sul Corriere del Trentino del 27 maggio 2009)
La cistite, questa (s)conosciuta
di Fabiana
C’è una malattia molto dolorosa che colpisce le donne e che mi pare un po’ trascurata dalla medicina tradizionale: la cistite. Anch’io ho sofferto di cistite e il mio ginecologo mi ha sempre prescritto gli antibiotici. Con poco successo, purtroppo: li ho presi per tanto tempo ma gli attacchi si sono sempre ripetuti puntualmente, ogni 3 settimane.
Di fronte all’inefficacia delle cure tradizionali mi sono rivolta all’omeopatia. Mi è stata prescritta una dieta specifica e una serie di medicine. Per una spesa non indifferente: 100 Euro al mese, tra un prodotto e l’altro. Risultati? Niente. Certo, servono tempi lunghi mi è stato detto. E io ho dato tempo al tempo, ma un paio di mesi di cure omeopatiche non hanno neanche allentato la morsa degli attacchi. Ovviamente ciò non dimostra l’inutilità dell’omeopatia; mostra però che – almeno nel mio caso – l’omeopatia non è servita (e mi ha fatto spendere tanti soldi per niente).
Poi mi sono decisa a navigare in internet, in cerca di informazioni e di esperienze condivise. E ho scoperto un nuovo principio attivo (il “d-mannosio”, uno zucchero) e un sito dedicato alla cistite: www.cistite.info (gestito da Rosanna di Bolzano). Qui molte donne raccontano le proprie esperienze e i tentativi di automedicazione, e il d-mannosio pare proprio funzionare. Io l’ho provato, seguendo la posologia consigliata, e da 6 mesi ormai non ho più attacchi di cistite. Ancora una volta: ciò non dimostra che questa cura è quella giusta; forse il mio è uno dei tanti casi fortunati descritti anche sul sito…
Gli attacchi di cistite fanno molto male. Spero di non sbagliarmi (me lo auguro e lo auguro di cuore a tutte le donne che soffrono di cistite), ma penso che la cura a base di d-mannosio sia quella giusta. Auspico che siano realizzati quanto prima i test clinici per verificarlo e che, se i risultati sono positivi, i farmaci a base di-mannosio siano recepiti dal sistema medico nazionale, così da diffonderli con i canali ufficiali e – perché no – ridurne anche il loro costo.
(lettera al Corriere del Trentino del 18 maggio 2010)
La diffidenza omeopatica
Tempo fa, un’ampia ricerca scientifica – riportata dalla rivista Lancet – ha documentato la sostanziale inutilità delle cure omeopatiche: secondo lo studio produrrebbero risultati clinici simili a quelli ottenibili con l’effetto placebo. L’argomento è controverso (l’ultimo “attacco” all’omeopatia è proprio di questi giorni) e le reazioni non si fanno mai attendere quando sono pubblicate ricerche di questo tipo. La vicenda è l’occasione per riflettere sulla scienza ed il metodo scientifico.
Per sua natura la scienza raramente dà riposte esatte ai problemi ma procede con continue verifiche, sperimentazioni, correzioni: lo scienziato è uno “scettico” di natura. Questo è tanto più evidente quanto più complesso è il tema in esame. Se in matematica due più due fa “sicuramente” quattro, già in ingegneria dobbiamo usare molte approssimazioni per sopperire alle incertezze. In medicina – poi – la complessità è estrema e i dubbi molti. Tali difficoltà, tuttavia, non possono giustificare il rifiuto della scienza o l’abbandono del metodo scientifico – basato sull’uso rigoroso di protocolli controllati ed oggettivi – come troppo spesso capita di osservare. Ricordo solo alcuni esempi. Qualche anno fa il governo italiano aveva dovuto affrontare a furor di popolo il caso della cura Di Bella, ritenuta da molti efficace contro alcune forme di tumore, nonostante il mondo scientifico sapesse bene della sua inutilità. Era stato quindi realizzato un protocollo di prove che – come atteso – aveva dato esito negativo. Poi si è verificato il problema dell’aviaria. Nonostante gli esperti assicurassero che mangiare carne avicola cotta non comportasse alcun problema sanitario, la gente non si fidava: ancora l’anno scorso il 38% della popolazione italiana dichiarava di non mangiare carne di pollo per timore dell’aviaria. Anche i farmaci generici sono peridociamente sotto osservazione: nonostante le assicurazioni sulla loro uguaglianza a quelli di marca con medesimo principio attivo, sono praticamente evitati dagli italiani.
All’origine di queste diffidenze sta la scarsa fiducia nel metodo e nelle istituzioni scientifiche. Anche il dibattito sull’omeopatia va inquadrato in questo contesto. L’atteggiamento frequente è ben rappresentato dalla seguente affermazione: “Non ci sono prove scientifiche ma ci sono riscontri clinici ”. Vale a dire: sono più importanti le percezioni personali e le singole esperienze, dei risultati ottenuti con rigorose (e statistiche) indagini scientifiche. Certo, altre prove sono necessarie per avere delle risposte definitive su questo tema complesso, ma rinunciare al metodo scientifico per far largo alle percezioni personali ha delle conseguenze che non possono essere trascurate. Nel migliore dei casi significa coltivare delle illusioni; nel peggiore, significa affrontare elevati ed inutili esborsi finanziari o, addirittura, rinunciare a cure consolidate e realmente efficaci.
Piccolo sondaggio: chi ha esperienze personali da raccontare relativamente a cure omeopatiche?
(dal Corriere del Trentino del 18 dicembre 2007)
Elezioni & energia
In maggio, in molti comuni del Trentino avranno luogo le elezioni amministrative e da qualche tempo le diverse liste stanno presentando i loro programmi elettorali. Alcuni programmi prevedono progetti di sviluppo delle energie rinnovabili, con l’obiettivo di contribuire a fronteggiare la sfida energetica e ambientale che abbiamo davanti e che riguarda tutti noi.
Le fonti di energia rinnovabile, come noto, si pongono in alternativa alle fonti fossili, come il petrolio e il metano, che sono relativamente inquinanti e in via di esaurimento. Naturalmente l’impostazione di una politica energetica è compito precipuo del governo nazionale, a causa delle delicate scelte strategiche e degli ingenti costi di investimento necessari. Cosa possono quindi fare gli enti locali in concreto?
In questo periodo di ristrettezze economiche è difficile pensare che i comuni possano – nel breve periodo – destinare ingenti risorse economiche per investimenti nel settore dell’energia, compreso quello delle fonti rinnovabili. Quante amministrazioni locali se la sentono, ad esempio, di imitare Carano, che nel 2007 ha affrontato il notevole investimento di 3,2 milioni di Euro – così dicono le cronache – per realizzare un impianto fotovoltaico dalla potenza di 500 kilowatt? O affrontare investimenti ancora maggiori per disporre di potenze più elevate?
Vorrei sbagliarmi, ma penso non molti. Tuttavia, sono convinto che le amministrazioni comunali – le quali operano a stretto contatto con i cittadini – hanno senza dubbio il compito di promuovere la cultura del rispetto dell’ambiente e l’impegno in campo energetico, ed è quindi bene che tali temi occupino il giusto spazio nei progetti comunali. Cominciando dal risparmio energetico e quindi dalla messa a punto e diffusione di tutte quelle buone pratiche che conducono alla riduzione dei consumi di energia, dell’inquinamento e dei costi associati. E continuando con la promozione delle fonti energetiche rinnovabili peculiari del territorio, come l’energia idroelettrica (si pensi al recupero delle minicentrali dimesse) e l’energia dalle biomasse (si pensi alla realizzazione di impianti di teleriscaldamento). In tale contesto un’ottima carta da giocare è data dall’istituzione di imprese cooperative – come i consorzi elettrici, dei quali abbiamo una storica presenza in Trentino – nelle quali siano coinvolte diverse entità economiche del territorio compresi gli abitanti, così da stimolare una larga partecipazione (con la creazione anche di nuove opportunità di lavoro) e la formazione di una diffusa “responsabilizzazione energetica”. Il tutto, naturalmente, mantenendo ben salda l’attenzione all’ambiente e alla buona gestione delle (probabilmente sempre più limitate) risorse pubbliche.
(dal Corriere del Trentino del 24 aprile 2010)
La “tensione” università-territorio
Il tessuto produttivo di un territorio ha bisogno di ricerca e innovazione per svilupparsi e reggere la concorrenza del mercato. La ricerca universitaria può e deve giocare un ruolo di primo piano nel favorire la crescita delle realtà economiche locali. Ma il dialogo tra Università e territorio non è sempre facile: ci sono diversità “strutturali”, delle quali è necessario tener conto per poter stabilire relazioni proficue.
Molti studiosi parlano proprio di “tensione” tra la ricerca “globale” condotta nelle Università, e le esigenze “locali” degli attori economici operanti sul territorio. La ricerca universitaria, infatti, è necessariamente rivolta al mondo scientifico internazionale: per favorire la propria crescita culturale nonché la propria carriera, ogni ricercatore deve pubblicare il lavoro svolto su riviste scientifiche internazionali e presentarlo ai maggiori convegni scientifici. E’ quindi inevitabile che i suoi filoni di ricerca seguano le linee di maggiore rilievo internazionale e siano centrati su settori molto specializzati: solo in questo modo può raggiungere un’eccellenza riconosciuta dal mondo scientifico. Di conseguenza, solo in questo modo i relativi gruppi di ricerca, i dipartimenti e gli Atenei possono diventare dei centri d’eccellenza.
E’ chiaro che tale impostazione non si concilia al meglio con le esigenze del territorio. L’innovazione d’impresa richiede la soluzione, preferibilmente in tempi brevi, di problematiche che hanno spesso un limitato contenuto scientifico e sono sovente lontane dai temi studiati nei dipartimenti universitari. Nascono appunto così le “tensioni” che l’Università ha cercato di allentare in questi ultimi anni creando delle strutture adibite al trasferimento delle conoscenze, e realizzando i cosiddetti “spin-off accademici” (i primi spin-off accademici trentini sono nati da poco ad altri sono in programma), ossia piccole imprese che avviano un’attività produttiva sfruttando i risultati delle ricerche. Si tratta, in ogni caso, di tentativi mirati a dare una ricaduta sul territorio di ricerche svolte all’interno dell’Università, con i criteri “globali” tipici del mondo accademico.
Si può, tuttavia, cercare di seguire anche la direzione opposta: far sì che – almeno su alcune tematiche – siano le esigenze del territorio a proporre nuovi filoni di ricerca universitaria. Questo obiettivo può essere perseguito formando specifici gruppi di ricerca all’interno dell’Università che si occupino di progetti individuati dagli attori economici locali. Tale approccio è molto seguito nel mondo anglosassone, dove numerose aziende private sostengono gruppi di ricerca (finanziando docenti, “cattedre”, ricercatori, dottorandi e l’acquisto di strumenti) su tematiche di loro interesse. Si realizza così un’attività continuativa nel tempo, che permette ai ricercatori di crescere culturalmente e pubblicare su riviste di rilievo internazionale e – a chi la promuove – di disporre di innovazione e costante aggiornamento ai massimi livelli.
(dal Corriere del Trentino del 6 maggio 2008)



