Ambiente e responsabilità
L’ultimo incontro della “Cattedra del Confronto 2010”, organizzato dalla diocesi di Trento e tenutosi ieri sera, aveva per tema: “Ambiente e responsabilità”. Seguendo uno schema ormai collaudato, si sono confrontati due relatori: Sergio Carrà, esperto di tematiche ambientali e accademico dei Lincei, e Simone Morandini, teologo e scienziato esperto di ecologia.
Il tema del rapporto dell’uomo con l’ambiente è da tempo al centro delle riflessioni e dei dibattiti. Anche Papa Benedetto XVI ha dedicato parte della sua ultima enciclica, Caritas in veritate, alla responsabilità degli uomini verso il creato, alla necessità di instaurare una nuova alleanza “tra essere umano e ambiente”. Alla base di questi auspici, condivisi da molti, sta la crescente consapevolezza della criticità del rapporto uomo-ambiente, dovuta all’uso forse esasperato delle risorse disponibili, e all’inquinamento con gli scarti e le emissioni.
Se all’inizio della sua avventura sulla terra, l’uomo era essenzialmente un cacciatore-raccoglitore e gli bastava l’acqua e i frutti delle piante, con l’avvento dell’agricoltura e della stanzialità l’uomo ha cominciato ad usare il suo ingegno per “creare” nuove tecnologie, e quindi le comodità tecnologiche, il benessere e il tempo libero, di cui oggi possiamo disporre. Ma come è avvenuto questo progresso? A quali costi ambientali? Come dobbiamo porci davanti al possibile esaurimento delle risorse che oggi usiamo? Fino a che punto è lecito mantenere la fiducia nella capacità dell’uomo di “creare” nuove risorse, e quindi nuovo sviluppo? Sono, questi, alcuni dei quesiti affrontati dal “tecnico” Sergio Carrà. Certo, da lui non potevamo aspettarci delle risposte definitive (che nessuno può dare) ma alcuni indicazioni sugli scenari futuri sono sicuramente venute. Carrà si è mostrato fiducioso nella capacità dell’uomo a promuovere il progresso tecnologico necessario a vincere le sfide ambientali di domani. E un aiuto potrebbe venire, ha spiegato il professore, dal previsto calo (o assestamento) della popolazione mondiale dopo il 2050; se ciò avvenisse, è chiaro, la pressione dell’uomo sull’ambiente calerebbe e il progresso tecnologico potrebbe contenere gli effetti più negativi.
Ma la riflessione non può essere, con ogni evidenza, solo tecnica. Molti hanno visto proprio in alcune parole della Bibbia, “..riempite la terra; soggiogatela e dominate..”, un esplicito invito rivolto all’uomo, affinché domini e controlli la natura, e usi le risorse disponibili per la propria crescita. E’ così? Quanto ha inciso la tradizione ebraico-cristiana sullo sviluppo dell’attuale comportamento dell’uomo nella gestione dell’ambiente? Stavolta è stato compito di Simone Morandini proporre delle risposte a questi interrogativi. Morandini ha spiegato che le parole della Bibbia sono state sovente mal interpretate (e mal tradotte in italiano), e che invece proprio nella teologia della creazione si può attingere la spinta per cambiare il rapporto uomo-ambiente. La paura delle possibili catastrofi ambientali di domani, ha spiegato Morandini, non è abbastanza per cambiare il comportamento degli uomini. Serve una forza interiore più intensa, che può venire solo dalla consapevolezza che la terra è un dono del creatore, è la casa della famiglia umana.
Il metodo della Cattedra del Confronto è quello del dialogo rispettoso e costruttivo. I temi sul tappeto, come quelli del rapporto uomo-ambiente, sono spesso delicati e vedono contrapposte – in modo anche emotivo – posizioni diverse, che riflettono doversi modi di vedere il mondo. Ma è evidente che gli atteggiamenti estremi generano quasi sempre avversione e conducono solo al consolidamento delle rispettive posizioni: solo col confronto serio e pacato si può invitare alla riflessione profonda, e alla maturazione personale della necessaria consapevolezza su temi così delicati e cruciali.
(elaborato da un articolo sul Corriere del Trentino del 29 aprile 2010)
Chili di troppo
Con l’arrivo della bella stagione torna – per molti – il desiderio di dimagrire un po’ dopo l’appesantimento invernale. Ma per inseguire modelli vincenti basati su magrezza e supersalutismo, tanti sono disposti ad affrontare anche diete difficili e spesso pericolose. Ne vale veramente la pena?
Le persone con indice di massa corporea (ottenuto dividendo il peso per l’altezza al quadrato) superiore a 35 sono obese e quindi – le statistiche sono chiare – maggiormente predisposte verso il diabete, l’ipertensione e disturbi di ordine psicologico e sociale. Per queste persone è spesso necessaria l’assistenza medica per evitare problemi di salute. Ma le persone con indice di massa corporea tra 25 e 30 sono solo “sovrappeso” e i rischi sanitari connessi a tale stato sono meno chiari. Una famosa e ampia ricerca statistica pubblicata sulla prestigiosa rivista “The Lancet” ha evidenziato come le persone un po’ sovrappeso non vivono meno di quelle considerate normali, anzi. Forse che qualche chilo in più fa bene alla salute? Difficile dirlo. Molto più probabilmente si tratta di una questione di limiti: basterebbe aumentare l’indice di massa corporea così che le persone lievemente sovrappeso rientrino nei limiti della normalità e tutto si aggiusterebbe. Notare che in base ai limiti attuali anche un atleta come Totti è sovrappeso, per cui alzare i limiti non è un’idea così balzana. Ma è un’idea difficile da mettere in pratica; in genere diversi interessi economici spingono semmai ad abbassare i limiti, in modo da incrementare il numero di persone che necessitano di cure (e devono quindi affrontare spese per sostenerle).
In Trentino la situazione è invidiabile. Sia la quota di obesi che quella di persone sovrappeso è la più bassa in Italia. Non so se è una questione di alimentazione particolarmente sana, se è la conformazione del territorio che stimola l’attività motoria o se è proprio l’attitudine degli abitanti a curare la dieta e l’attività fisica con costanza (stante anche il numero record di palestre); in ogni caso per molti trentini basterà un po’ di moto in più e un minimo controllo delle calorie per rientrare alla svelta nei limiti e affrontare con serenità la primaverile prova maglietta o l’estiva prova costume.
Penso però che l’esercizio più importante da fare – in ogni stagione – sia quello di sforzarsi di mantenere un certo distacco dai clichè della moda e del mondo dell’immagine, e allenarsi a stare bene – fisicamente e spiritualmente – soprattutto con se stessi, accettando di convivere, se il caso, anche con qualche (ma non troppo) chilo in più.
(dal Corriere del Trentino del 26 marzo 2010)
Discariche al collasso
Sta per raggiungere tutte le zone del Trentino la raccolta differenziata porta a porta “spinta” dei rifiuti urbani. Questo tema è oggetto di molte discussioni tra i cittadini e sui giornali (“Caos rifiuti”, è un titolo ricorrente che da bene l’idea della questione), per cui mi sembra utile presentare un contributo generale alla discussione, con l’obiettivo di evidenziare come la raccolta differenziata svolga un ruolo importante nella gestione dei rifiuti ma, da sola, non sia sufficiente a risolvere il problema del loro smaltimento.
Come è noto, mediante la raccolta differenziata vengono separati i materiali nocivi, come le batterie, per evitare che inquinino l’ambiente e, soprattutto, sono suddivise alcune tipologie di rifiuti, come il vetro, la carta e l’organico umido, per i successivi processi di riciclo, cioè di riutilizzo dei materiali in altri impieghi. E’ necessario tuttavia chiarire che la finalità principale della raccolta differenziata è la riduzione della quantità di rifiuti da smaltire nelle discariche o mediante gli inceneritori, mentre rivestono un’importanza sicuramente inferiore sia la prospettiva di realizzare guadagni economici con la vendita del materiale riciclato (solo il riciclo dei metalli è particolarmente conveniente) che la possibilità di risparmio di energia o materie prime (il vetro, ad esempio, può essere prodotto da minerali presenti in quantità praticamente inesauribile sulla terra, senza la necessità di ricorrere al vetro riciclato).
In Italia, e anche in Trentino, la maggioranza dei rifiuti raccolti è portata nelle discariche. Questa procedura, tuttavia, può diventare un problema nel prossimo futuro, perché le discariche attuali si stanno esaurendo e le normative, europee ed italiane, pongono limiti molto restrittivi al loro utilizzo. La raccolta differenziata riduce evidentemente il quantitativo di rifiuti da conferire nelle discariche, in modo tanto più efficace quanto maggiore è il livello di differenziazione. L’ottenimento di elevati livelli di raccolta differenziata, tuttavia, è reso difficoltoso da diversi fattori, come l’impossibilità di separare alcuni tipi di rifiuti costituiti da materiali molto diversi tra loro, gli elevati costi di gestione e la difficoltà a riciclare effettivamente molti materiali differenziati. Inoltre, una significativa parte dei rifiuti differenziati è costituita dalla frazione organica umida, che è di gestione oltremodo difficile nei centri di compostaggio e questo può costituire un ulteriore limite per il raggiungimento di elevati livelli di raccolta differenziata.
La raccolta differenziata porta a porta costituisce, quindi, una fase importante nella complessa gestione dei rifiuti ma, da sola, non è in grado di risolvere il problema delle discariche, che è il motivo principale per cui viene realizzata. Di questo andrebbe tenuto conto nel predisporre le procedure di raccolta e il relativo impatto sul comportamento dei cittadini. La risoluzione del problema della gestione dei rifiuti deve passare attraverso la realizzazione di un sistema integrato di gestione, che preveda, a monte, la riduzione della quantità di rifiuti prodotti (riducendo soprattutto gli imballaggi e promuovendo l’abitudine al riuso) e, a valle, il corretto smaltimento dell’inevitabile parte residua, mediante, ad esempio, l’incenerimento o altre tecniche di termo-distruzione dei rifiuti.
(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino el 12 agosto 2005)
Il paradosso dei laureati italiani
E’ uno dei tanti paradossi italiani: il nostro è il paese – tra quelli più industrializzati – con il minor numero di laureati e, allo stesso tempo, il maggior numero di laureati disoccupati. E’ un’anomalia su cui è necessario riflettere e che bisogna cercare di correggere: lo scarso impiego di laureati nel mondo del lavoro limita infatti notevolmente la possibilità d’innovazione e la competitività delle aziende italiane.
Alla base del paradosso ci sono due motivazioni principali. La prima è la ridotta attitudine delle aziende italiane ad assumere laureati. Si pensi che in Italia sono assunti, ogni anno, 14 mila ingegneri, contro i 33 mila assunti in Francia e i 56 mila in Germania. E in Trentino la situazione non è migliore che altrove, anzi: una ricerca presentata l’anno scorso ha evidenziato che solo il 3.1% delle imprese della provincia di Trento richiede figure professionali con preparazione universitaria; una percentuale veramente esigua, se confrontata al 7.2% del nordest e alla media nazionale che arriva al 8.5%. Il motivo di questa situazione va senz’altro ricercato nelle caratteristiche del sistema economico italiano, dominato da piccole e medie imprese, molte delle quali ritengono di potere fare a meno dei laureati, soprattutto quando la produzione coinvolge settori consolidati.
La seconda motivazione è invece legata alle caratteristiche dei profili professionali dei laureati, che non sempre rispondono alle effettive esigenze del mercato del lavoro. Questo riguarda sia i contenuti dei corsi proposti, sia la loro tipologia; si consideri che solo nei settori dell’economia, dell’ingegneria e della medicina non c’è, oggi, un eccesso di offerta di laureati rispetto alla richiesta, mentre negli altri settori – ed in particolare in ambito umanistico – l’offerta supera sicuramente la domanda. Tali squilibri hanno diverse cause; una di queste è la carenza di comunicazione tra il mondo accademico e quello delle aziende.
Per rilanciare la competitività delle nostre imprese serve una forte spinta innovativa: nei processi produttivi, nella gestione economica, nel design dei prodotti, nel marketing. Tale spinta può venire solo dal “capitale umano”, e quindi da figure professionali di elevato profilo, come i laureati. Il mondo produttivo e quello accademico dovrebbero attivarsi maggiormente per favorire una crescente presenza di laureati nel mondo del lavoro, ed aiutare così il sistema Italia ad uscire da questa lunga fase di stagnazione economica.
(dal Corriere del Trentino del 25 luglio 2008)
L’anima e il diavoletto
Gli interrogativi intorno al tema dell’anima (già introdotto qui e qui) sono tanti. Qui ne pongo alcuni – impegnativi, diabolici direi.. – ma necessari per la riflessione. Fanno riferimento al secondo principio della termodinamica che afferma perentorio: l’entropia dell’universo (cioè il suo grado di disordine) è in continuo aumento.
Consideriamo il seguente sistema: un robot è alimentato da un pannello solare fotovoltaico capace di trasformare la radiazione solare in energia elettrica; in particolare tale energia alimenta dei motorini elettrici che permettono al robot di fare attività ordinatrice al suo interno (come riposizionare una qualche sua parte danneggiata) o verso l’esterno (come prendere una caramella o un cioccolatino da un cesto dove sono raccolti alla rinfusa e di riporli in modo ordinato su piani separati). Per questo l’energia elettrica alimenta anche una serie di sensori che, governati da un opportuno programma, permettono al robot di distinguere le cose che deve scegliere e movimentare.
E’ rispettato il secondo principio della termodinamica? Certo: l’energia assorbita dal sensore (e parte di quella assorbita dai bracci meccanici che spostano i cioccolatini a velocità finita) è dissipata in calore (e quindi in energia più degradata, cioè disordinata, della radiazione solare che arriva ai pannelli fotovoltaici) e riceduta all’ambiente esterno aumentando il suo livello di entropia. Localmente c’è un aumento dell’ordine ma se consideriamo anche l’ambiente esterno l’entropia dell’universo aumenta.
I sensori del robot svolgono il compito ordinatore sfruttando la loro capacità conoscitiva, basata su un opportuno programma. Svolgono quindi la funzione del cosiddetto diavoletto di Maxwell. La metafora del diavoletto di Maxwell è stata introdotta in termodinamica per descrivere il seguente esperimento mentale. Immaginiamo che ci siano due stanze comunicanti tramite una porta (si veda la figura sopra). Nelle due stanze (che indichiamo con A e B) ci sia del gas alla stessa temperatura. La temperatura di un gas, lo ricordiamo, dipende dalla velocità media delle sue molecole. Se la porta viene aperta e sulla soglia ci fosse un diavoletto che lascia passare, diciamo dalla stanza A alla B, solo le molecole più veloci (cioè con velocità superiore ad un certo valore, ad esempio quelle rosse in figura), entro breve tempo la temperatura del gas nella stanza B sarebbe maggiore di quella del gas nella stanza A. Ciò comporterebbe la creazione di una differenza di temperatura (con la conseguente possibilità di svolgere un lavoro meccanico) e un maggiore ordinamento dell’intero sistema, in contrasto col secondo principio della termodinamica. Dov’è l’inghippo? La questione è stata spiegata considerando che il diavoletto svolge a sua volta un lavoro per fare l’attività conoscitiva e quindi consuma energia che è dissipata in calore. Va peraltro osservato che con a disposizione un tempo sufficientemente lungo, si può ritenere possibile che il gradiente di temperatura tra i gas nelle due stanze si realizzi in modo spontaneo, cioè senza la presenza del diavoletto: è infatti possibile pensare che nel lunghissimo periodo si possa raggiungere un istante durante il quale si realizza una migrazione casuale di molecole veloci dalla stanza A alla stanza B.
Possiamo ora analizzare l’analogia tra gli esseri viventi, considerabili biologicamente come macchine chimiche costituite da organi integrati tra di loro, e il robot appena descritto: anche gli esseri viventi sono capaci di attività ordinatrice al loro interno (durante la crescita, ad esempio, o nella rimarginazione di una ferita) e verso l’esterno (quando si mette in ordine il proprio ufficio, ad esempio). Ecco quindi gli interrogativi diabolici:
- Chi ha programmato il robot per fargli fare l’attività ordinatrice? Chi interviene per la sua manutenzione ed il suo aggiornamento, rendendolo capace, ad esempio, di altre funzioni? E quindi, applicando l’analogia agli esseri viventi: chi fornisce le giuste informazioni operative alle cellule che si stanno fecondando, successivamente durante la crescita verso complessità morfologiche maggiori, e nel passaggio da anima vegetale/animale a quella intellettiva?
- E ancora prima: chi ha pensato e realizzato il robot? Cioè: come ha avuto origine la vita (e quindi l’anima della materia vivente, nelle sue diverse forme)? Come ha fatto l’estropia a vincere sulla natura senza vita, in un universo che procede verso l’aumento continuo del disordine?
(continua qui per le prime risposte..)
(tratto da “La questione dell’anima”, Il Margine, n° 10, 2009)
PM10 e paradossi – Parte 2
Gli studi epidemiologici sugli effetti sanitari delle polveri sottili – e sugli inquinanti dell’aria in generale – sono colmi (purtroppo) di evidenti punti deboli che dovrebbero essere motivo d’approfondimento, discussione e ricerca (come avviene puntualmente negli Stati Uniti, dove sono stati condotti la maggior parte degli studi sul tema) e che, invece – e questo è un altro paradosso – sono sottaciuti, con la conseguenza di accettare passivamente le normative sulla qualità dell’aria e tutti i divieti alla circolazione (targhe alterne, blocchi agli Euro 0, Euro 1, Diesel, domeniche ecologiche) che ne conseguono.
Elenco solo alcuni aspetti, tanto per dare l’idea della questione. Le misure delle concentrazioni esterne di polveri nell’aria, quelle delle centraline stradali, non sono adeguatamente rappresentative delle concentrazioni di polveri cui le persone sono effettivamente soggette, come dimostrato da numerose sperimentazioni condotte con “centraline portatili”; si pensi, a tal proposito, che le persone trascorrono la maggior parte del tempo all’interno degli edifici dove la concentrazione delle polveri è diversa, quasi sempre maggiore, di quella esterna. Inoltre, per poter utilizzare, negli studi, i dati provenienti da diverse città (nelle cosiddette “meta-analisi”) sono spesso usati dei fattori di conversione che introducono ulteriori incertezze. C’è poi l’effetto della temperatura. In estate un aumento della temperatura causa in genere un aumento della concentrazione delle polveri sottili e, in modo diretto, un aumento dei ricoveri e dei decessi. Come distinguere tra l’effetto dell’inquinamento e quello del “caldo”? E’ molto difficile determinare i fattori correttivi in grado di depurare l’analisi da questo fattore “confondente”. Purtroppo, i fattori confondenti sono tanti (si pensi alle abitudini delle persone o alle influenze virali, tanto per fare due esempi) ed è difficile tenerne conto adeguatamente. Questo complica non poco le cose, visto che si sta parlando di livelli di rischio molto bassi e la scelta delle correzioni incide quindi pesantemente sul risultato.
La questione degli studi epidemiologici s’intreccia intimamente con quella dei limiti sulla qualità dell’aria, stabiliti dalle normative europee. Limiti che, tra l’altro, sono molto severi e difficilmente rispettati dai comuni italiani ed europei, tanto che gli sforamenti sono all’ordine del giorno, con il conseguente clamore mediatico (“polveri killer” è uno degli slogan preferiti), che contribuisce alla spettacolarizzazione di cui si è già parlato nella Parte 1. Se gli studi epidemiologici sono pieni d’incognite, la determinazione dei limiti è un’operazione ancora più ardua. E’ questo, del resto, uno scoglio che riguarda tutti gli studi epidemiologici. Si consideri, ad esempio, il problema dell’ipertensione. Secondo l’Oms, i valori della pressione del sangue ottimali in un adulto sono inferiori 120/80 mmHg. Chi ha valori superiori è malato d’ipertensione e, secondo molte ricerche epidemiologiche, più soggetto a rischio di ictus. Negli anni 30 e 40 i valori limite erano più elevati: 150/90-95. E’ chiaro che abbassando i valori limite si amplifica la gravità del problema e si moltiplica il numero dei malati. Insomma, fissare i limiti (alle polveri sottili come alla pressione sanguigna, al colesterolo e al peso delle persone, tanto per fare altri esempi) è una questione delicatissima, con conseguenze sanitarie, economiche, politiche e sociali di grande rilevanza.
E’ evidente che non si intende sostenere che le polveri sottili non hanno conseguenze sanitarie, che possiamo fare finta di niente e girarci dall’altra parte. No, come sono molte le evidenze sperimentali sulle conseguenze negative dell’ipertensione o dell’obesità, sono anche numerose le evidenze sperimentali degli effetti negativi delle polveri sottili presenti nell’aria che respiriamo. E di questo dobbiamo tener conto, nelle politiche d’intervento e nei comportamenti personali. E’ fondamentale, tuttavia, aver presente anche le conseguenze che si corrono se si trascurano le molte questioni aperte, alcune delle quali – come visto – addirittura paradossali. Ne evidenzio due. La prima è di tipo economico e finisce per pesare, evidentemente, sulle tasche dei cittadini. Come gli errori di valutazione nel campo dell’ipertensione o degli effetti del sovrappeso possono causare esborsi ingiustificati in cure farmacologiche (magari pure controproducenti), anche gli interventi coercitivi di limitazione al traffico per diminuire – se mai fosse possibile – la concentrazione delle polveri nell’aria e rispettare le normative hanno costi sociali ed economici rilevanti. La seconda è culturale e ancora più importante. E riguarda il rischio di perdere di vista il ruolo del progresso tecnologico nella crescita sociale ed economica della società. Non riconoscere che il progresso tecnologico sviluppa anche gli strumenti per contenere l’inquinamento atmosferico, e ritenere invece che causi un inevitabile e continuo peggioramento delle condizioni ambientali, porta ad una visione distorta della realtà che conduce di sicuro a scelte politiche errate o, quantomeno, non in accordo con la scala delle priorità.
(tratto da “Energia”, marzo 2007)





