Giovanni Straffelini's Blog

Riflessioni su società, ambiente, scienza.

Università, tra autonomia e responsabilità

Si è da poco insediato il comitato che ha il compito di definire i principi che dovrebbero ispirare  i contenuti della delega ministeriale sull’Università di Trento data alla Provincia di Trento. Si tratta di un processo complesso e delicato, contrassegnato da diverse opzioni-chiave che toccano il ruolo futuro dell’ateneo, oltre che da interrogativi operativi, decisivi per il successo dell’intera operazione.

Il primo interrogativo riguarda l’aspetto finanziario. Si è molto parlato del fatto che – nel nome del federalismo fiscale – la Provincia di Trento si accollerà le spese di gestione dell’ateneo, finora sostenute dal Ministero. Ma questo sarà sulla base di un accordo di lungo periodo o di un “accordo di programma” da rinnovare periodicamente? Inoltre, e questo è il secondo interrogativo correlato al primo, la commissione si limiterà a fissare i termini finanziari della delega o si orienterà verso una legge più generale, che comprenda la normazione di altre attività funzionali dell’ateneo? E’ chiaro che se imboccasse la strada di rivedere alcune procedure di gestione, sorgerebbero nuovi interrogativi, che riguardano – in particolare – la collocazione dell’ateneo trentino rispetto al sistema universitario nazionale. Un esempio rilevante concerne il reclutamento del personale docente e non docente, e quindi i relativi concorsi: saranno stabilite delle modalità peculiari e autonome?

Questi interrogativi, non possiamo negarlo, alimentano speranze e preoccupazioni all’interno dell’ateneo e della comunità trentina, e – penso – anche qualche sguardo interessato dal mondo accademico nazionale (che domani potrebbe essere coinvolto in un analogo processo). Le speranze sono numerose. Riguardano l’opportunità di dare maggiore stabilità finanziaria all’ateneo e maggiore capacità – rispetto ad oggi – di eccellere in campo internazionale; di integrare meglio l’Università nel percorso formativo provinciale senza intaccarne la dimensione nazionale e internazionale; di migliorare i meccanismi che regolano la vita universitaria, tra i quali le procedure di reclutamento. Tale ultimo punto è assai importante e sentito. Come è noto, non sempre i concorsi nazionali sono realizzati con criteri meritocratici, e c’è quindi la possibilità di predisporre norme meglio improntate su criteri di trasparenza, autonomia decisionale e responsabilità. Le preoccupazioni nascono invece dalla consapevolezza che la strada per arrivare a risultati ottimali è difficile e costellata da molte incognite.

E’ lecito essere fiduciosi? Direi di si: non dobbiamo infatti dimenticare che l’ateneo trentino parte da una situazione di eccellenza (basta guardare le classifiche nazionali degli atenei), e ha l’occasione – più unica che rara – di diventare un riferimento per il sistema universitario italiano; inoltre, la Provincia di Trento ha sempre dimostrato di avere grande attenzione verso l’Università e il suo sviluppo, anche con iniziative concrete. L’auspicio è quindi che la commissione incaricata lavori in tranquillità, cogliendo anche i suggerimenti del territorio, degli studenti e dei dipendenti dell’Università, per trasformare queste speranze in realtà.

(dal Corriere del Trentino del 9 marzo 2010)

Ecco alcuni utili DOCUMENTI:

1) Documento approvato dal Senato Accademico:

Idee per lo sviluppo_2010_senato1 1

2) Documento approvato dalla Commissione per la Ricerca Scientifica:

documento_30 Aprile_finalex

3) Documento proposto da Claudio Della Volpe, membro del CdA dell’Università

DellaVolpe

4) Intervista al Presidente del’Università di Trento, Innocenzo Cippolletta

Cippoletta

5) Ecco il testo della Commissione con le indicazioni alla Provincia

Rapporto finale Commissione per attuazione Delega funzioni statali per Università di Trento a Provincia autonoma d i Tren… 2

6) Parere dei direttori di Dipartimento

Delega_Parere_Direttori_19_10_2010

7) Legge delega alla PAT

Legge Delega

8) Bozza Statuto (30 dicembre 2011)

Bozza_Statuto_30_12_2011

 

Facoltà di Ingegneria, 17 marzo: incontro col Rettore dell'Università di Trento.

Il Rettore, prof. Bassi, e il Preside, prof. Tubino.

18 marzo 2010 - Pubblicato da | società

22 commenti »

  1. All’incontro con il Rettore sono state date alcune risposte agli interrogativi posti:

    1)Sulla base della delega (peraltro reversibile), la Provincia di Trento dovrebbe garantire il finanziamento ordinario stabilito dal Ministero con i parametri nazionali. La Provincia può naturalmente realizzare altri finanziamenti sulla base di particolari accordi di programma, come fatto finora. Da notare la situazione critica italiana (con 20 atenei in default tecnico) e la criticità finanziaria che si prospetta per il 2012 per l’ateneo trentino, che potrebbe richiedere di intaccare il patrimonio.

    2)La delega non prevede modifiche alla governance. Tuttavia è stata incaricata una commissione per valutare modifiche di governance; ad esempio nel reclutamento, come l’impostazione di una politica di reclutamento dei ricercatori sulla base della tenure track (lungo periodo di prova prima dell’arruolamento effettivo). Un altro esempio riguarda la modifica della composizione del consiglio di amministrazione.

    3)Va notato – comunque – che l’autonomia universitaria è garantita al massimo livello, quello costituzionale. Ogni legge nazionale in merito all’Università va recepita anche dall’Università di Trento.

    Commento di giovannistraffelini | 18 marzo 2010 | Replica

  2. Tutto bene. Rimane però la constatazione che, come spesso si fa in Italia, prima si crea il contenitore (delega) e poi si decide cosa metterci dentro. Non era meglio se si costruiva un quadro di riferimento prima di delegare qualcosa? A 3 mesi dalla legge non abbiamo ancora le idee chiare sulla delega (che fra paletti costituzionali e prevalenza delle narmativa nazionale non ha poi grandi spazi di manovra), e la Provincia ha ancora da mettere a bilancio i soldi… Aspettiamo gli eventi.

    Commento di Flavio Deflorian | 18 marzo 2010 | Replica

  3. Segnalo che è possibile (ri)ascoltare l’intervento del Rettore dal portale di Ingegneria:

    http://portale.unitn.it/ingegneria/hp_event.do?HP_Request=HP_Advertisements&advertId=340945&rootchannelId=-12539

    Un elemento che emerge chiaramente dalle parole del Rettore è che la “delega” ministeriale sull’Università di Trento data alla PAT ha carattere esclusivamente finanziario in quanto 1) inserita in una legge finanziaria e 2) il quadro normativo generale relativo alle università è regolato da norme costituzionali.
    Se la questione è esclusivamente di natura economica, ossia relativa all’ammontare dei finanziamenti, ritengo che ci si possa ragionevolmente atteggiare con un certo ottimismo alla “delega”, soprattutto alla luce della desolante quadro dei finanziamenti nazionali.
    Dalle parole del Rettore (di ieri, ma anche in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico di UNITN) traspare anche la possibilità di esplorare nell’ambito della “delega” forme nuove di gestione dell’Università compatibili con le norme nazionali ma diverse rispetto alle attuali. Anche in questo caso la mia opinione è che difficilmente si riuscirà a far peggio di come siamo costretti ad operare ora, ad esempio in materia di reclutamento. Il percorso è irto di pericoli ma ricordiamo che “numquam periclum sine periclo vincitur”.

    Commento di Alessadro Pegoretti | 19 marzo 2010 | Replica

  4. Provo a fare commenti non ideologici, perchè se dovessi seguire il mio istinto direi che questo di Trento è l’esempio di una regionalizzazione di attività nazionali, che di per se non è molto utile per la collettività; mi riservo questo aspetto per un futuro commento.
    indico tre punti:

    1) se all’Università di Trento rimaniamo soggetti alla legge nazionale allora dobbiamo attendere le sorti della legge di riforma attualmente in parlamento; che senso avrebbe lavorare per mesi e poi cambiare appena entra in funzione la nuova legge?
    2) la struttura attuale della nostra governance data dalla 590 (Consiglio di Amministrazione – CdA – organo di rappresentanza con paletti sulla composizione e senato organo dei presidi) è in totale disaccordo con le previsioni della legge Gelmini o con le idee superbaronali (SB) a riguardo, come partorite recentemente (CdA tecnico con basso numero di partecipanti e senato organo delle rappresentanze addirittura senza presidi nella versione SB); fra l’altro la 590 impone un numero di componenti in totale contrasto con la Gelmini e ancor di piu’ con l’idea SB; noto di passaggio che perfino la composizione attuale 27 componenti di cui 14 dell’università, MA non accademici come imporrebbe la 590 è illegittima
    3) accollandosi l’università la Provincia Autonoma di Trento arriva ad 5-6% di spesa per università e ricerca sul proprio bilancio e ad un 2% del PIL trentino; sono numeri che non esistono in altre parti d’Europa se disaccoppiati dalla partecipazione delle grandi aziende; quanto è sostenibile tutto ciò? il rettore dice che se non ci sono i soldi la delega è reversibile; ma la nostra organizzazione e le cose che facciamo o che faremmo con la delega lo sarebbero? e che senso avrebbe tutto ciò: l’università come “altalena” del potere?

    Commento di claudio della volpe | 19 marzo 2010 | Replica

  5. Carissimo,
    non mi sono studiato la cosa in dettaglio, ma quale sarebbe il vantaggio finanziario? Se la Provincia si accolla FFO, e tutto rimane invariato, non vedo il vantaggio. Se lo moltiplica e quindi si bandiscono dei posti, come credo alla fine della fiera il Rettore voglia fare, beh francamente, lo vedo un modo furbo per saltare i paletti della Gelmini, e andare a rilanciare l’Università, quindi sono daccordo.
    Sarebbe utile parlarne in un apposito dibattito su http://www.italiansciencedebate.it
    Prof. Ing. Michele Ciavarella
    Politecnico di Bari
    Delegato del Rettore al CNR

    Commento di michele ciavarella | 20 marzo 2010 | Replica

    • Michele, il fatto è che la Provincia di Trento si accolla i costi dell’Università per non vedersi ridurre parte dei finanziamenti dell’Autonomia.

      Commento di giovannistraffelini | 20 marzo 2010 | Replica

      • Beh, questo puo’ essere e che male c’e'? Quando si e’ in due a fare una transazione, c’e’ interesse da entrambe le parti. Invece, quali sono le tue perplessita’ allora?

        Commento di michele ciavarella | 8 maggio 2010 | Replica

  6. Da alcuni ricercatori universitari ho sentito che il corso di laurea in matematica a Trento sparirà o sarà fortissimamente ridotto. E’ chiaro che un ente territoriale come una provincia deve privilegiare quei settori della ricerca che sono più vicini al territorio. La “regionalizzazione” della ricerca porta con sè il rischio inevitabile di vedere la riduzione della ricerca di base. Chi tutelerebbe questi settori fondamentali della ricerca in un futuro scenario di questo tipo? Anche in Piemonte la Bresso sta iniziando a parlare di questa possibilità trascinata probabilmente dal federalismo e dall’autonomia delle regioni.
    In questo modo alle facoltà umanistiche e alle scienze di base che fine gli facciamo fare ?
    Poi Trento è una provincia autonoma e penso che abbia conseguentemente ha una disponibilità economica molto maggiore delle altre provincie italiane.

    Commento di Benedetto Sicuro | 21 marzo 2010 | Replica

  7. segnalo un ulteriore contributo nell’intervista al Rettore pubblicata sul periodico di informazione UNITN:

    http://periodicounitn.unitn.it/113/armonizzare-due-autonomie-un-nuovo-modello

    Commento di Alessandro Pegoretti | 24 marzo 2010 | Replica

  8. Il documento “Idee per lo sviluppo”, approvato dal Senato Accademico e presentato dal Rettore al Consiglio di Amministrazione, espone alcune linee di riforma della governance (e non solo) dell’Università di Trento, che potrebbero essere seguite nella legge delega che accompagna il trasferimento delle competenze alla PAT.

    Il documento enfatizza l’importanza del concetto di “misura dei risultati” come idea guida nel delineare il modello di Università che vogliamo (un “Ateneo aperto, capace di sviluppare e diffondere la conoscenza a livello internazionale, motore di sviluppo culturale ed economico per il territorio di riferimento”), nella consapevolezza – peraltro – che non esiste un “modello vincente”.
    I temi sviluppati sono numerosi e ben articolati. Riepilogo alcuni aspetti che mi sembrano di rilievo:
    Research quality: buoni risultati nei progetti europei; necessità di fare “massa critica” con le Fondazioni e gli Enti di ricerca operanti sul territorio; ampliare il rapporto con le imprese;
    2) Teaching quality: migliorare la collaborazione con la Scuola per ottimizzare gli accessi; attrazione studenti da fuori e potenziamento degli studentati; potenziamento dell’offerta formativa in inglese;
    3) International outlook: necessità di fare network;
    4) Graduate employability: favorire incontri studenti-imprese; valorizzare il ruolo degli “alumni” (ex-laureati);
    5) III mission: avvio di start-up e spin-off (trasferimento tecnologico);
    6) Governance: Ridurre le dimensioni e rivedere il ruolo del Consiglio di Amministrazione (i componenti, tranne il Rettore, non dovrebbero essere dipendenti dell’Ateneo); ripensare il Senato accademico come organo di governo in grado di sviluppare le scelte strategiche dell’Ateneo; potenziamento del Nucleo di Valutazione;
    7) Le risorse umane: Selezione col metodo della cooptazione basata sul giudizio della comunità scientifica di riferimento; priorità ai docenti con esperienza internazionale; reclutamento dei giovani per tenure-track; separare, fino dalla fase di assegnazione delle ricerche, il reclutamento di nuovi docenti rispetto agli avanzamenti di carriera;
    8)) Modello di finanziamento: su scala pluriennale, strutturato in modo da incentivare i comportamenti virtuosi; controllo della spesa basata su indicatori rigorosi ma superando gli attuali vincoli posti a livello nazionale.

    In Consiglio di Amministrazione ho fatto tre osservazioni al testo.
    La prima prende spunto dall’auspicio di adottare criteri meritocratici anche nell’ambito della didattica. Ho osservato che si dovrebbero valutare i corsi anche sulla base del livello occupazionale dei laureati (utilizzando, ad esempio, i dati Alma Laurea).
    La seconda riguarda invece la valutazione della ricerca, imperniata esclusivamente sui progetti europei. Ho invitato a considerare anche i progetti industriali; se un’industria “paga” significa che il gruppo di ricerca è valido. Certo, manca il referaggio; ma nella valutazione dei progetti europei valgono anche le attività di lobby, per cui il referaggio non sempre è adeguatamente indicativo.
    La terza riguarda l’auspicio della cooptazione del personale. La cosa è auspicabile ma, allo stesso tempo, inscindibile da un criterio di responsabilità (a cui non si fa cenno nel testo).
    Il consigliere Della Volpe ha anche evidenziato che se il Rettore sarà l’unico rappresentante accademico nel Consiglio di Amministrazione ed è potenziato il ruolo del Senato Accademico, è notevolmente limitata la rappresentatività degli studenti e del personale non docente.

    Il 30 aprile prossimo dovrebbe aver luogo un incontro tra la commissione proposta e gliorgani dell’Università.
    In luglio, il decreto Tremonti del governo dovrebbe disporre ultriori tagli all’Università.

    Commento di giovannistraffelini | 12 aprile 2010 | Replica

  9. QUALE UNIVERSITA’ PER IL TRENTINO?
    (contributo dei Socialisti, Verdi e Leali-Liberaldemocratici di Trento)

    I rappresentanti cittadini di Socialisti, Verdi e Leali-Liberaldemocratici guardano con profonda attenzione e prendono parte con spirito costruttivo e non ideologico al dibattito sull’Università degli Studi di Trento suscitato dalla delega delle relative funzioni (compreso il relativo finanziamento) alla Provincia Autonoma (Legge n. 191/2009, Articolo 2, Comma 122). Di fronte alla complessità delle prospettive aperte da tale scenario, il nostro punto di vista non può che risultare articolato. Da un lato, infatti, salutiamo con soddisfazione l’assunzione di responsabilità da parte del governo provinciale sulla ricerca e sull’alta formazione, che dimostra la consapevolezza di quanto l’università possa contribuire, in collaborazione con le fondazioni Kessler e Mach, alla qualità della crescita culturale, sociale ed economica del territorio trentino. D’altro canto, non intendiamo sottovalutare i rischi che tale passaggio di competenze inevitabilmente comporta rispetto all’autonomia di ricerca e di sviluppo dell’università di Trento. Da parte nostra ribadiamo con convinzione quanto già affermato con chiarezza nel programma della coalizione di centrosinistra per il Comune di Trento: L’orientamento verso un’economia della conoscenza è “il” tema delle strategie di sviluppo della città nel lungo periodo. (…) Dobbiamo immaginare un’Università e un sistema della ricerca che nascono e si sviluppano non solo “nella” città, ma “con” la città, secondo un criterio di co-evoluzione che sappia originare un gioco a somma positiva di intrecci, di scambi, di interdipendenze. L’Università sarà quindi interlocutore privilegiato e strumento di sviluppo che consenta al sistema urbano di competere sul piano internazionale. (“Per un’idea condivisa di città”, pp. 36-37).

    In quest’ottica, abbiamo esaminato accuratamente il documento “Idee per lo sviluppo” approvato dal Senato Accademico il 23 marzo 2010, apprezzandone vivamente l’impostazione riformista. In particolare, condividiamo pienamente l’obiettivo di raggiungere in tutti i settori in cui sono attive le nostre scuole di dottorato di ricerca un livello che potremmo definire “ERC-grade”. L’European Research Council (ERC) è destinato a diventare, nell’arco di pochi anni, il vero benchmark per la qualità della ricerca delle università europee (doc. cit., p. 3). Tale ambizione non soltanto riempie di contenuto lo slogan altrimenti vuoto Trento città europea della conoscenza, ma permette anche di impostare il nodo del finanziamento dell’ateneo scardinando vecchie logiche clientelari e deleteri meccanismi di controllo politico. Se infatti da un lato è auspicabile che il fondo di finanziamento ordinario (prima ministeriale e ora provinciale) garantisca all’ateneo una progettualità a lungo termine, d’altra parte riteniamo opportuno sottolineare come una reale indipendenza dell’università dal potere politico si potrà ottenere solo attraverso un sistema di finanziamento misto. Il modello adottato dovrà inevitabilmente essere plurale e aperto a una dialettica fra pubblico e privato e soprattutto fra locale e globale: più concretamente, l’attività di ricerca non dipenderà solo dai fondi provinciali ma si articolerà anche in progetti di interesse nazionale (PRIN) e nella partecipazione ai programmi di ricerca europei, privilegiando in particolare i processi di selezione ERC.

    Da parte nostra auspichiamo l’applicazione di un simile criterio pluralistico anche nella riforma della governance dell’ateneo. Su questo punto specifico esprimiamo forte perplessità rispetto al documento del Senato Accademico, laddove afferma che I componenti del CdA, tranne il Rettore, non dovrebbero essere dipendenti dell’Ateneo, dovrebbero essere nominati da istituzioni esterne all’Università (doc. cit., p. 6). A questo proposito facciamo nostra l’impeccabile osservazione di Dario Antiseri: consigli saggi e proposte intelligenti possono venire da ovunque ma chi è deputato a prendere decisioni deve sopportarne la responsabilità. (…) Potere di decisione senza responsabilità è un tratto caratteristico del più irresponsabile statalismo e non una proposta liberale (“Corriere della Sera”, 29 marzo 2010, p. 10). In questa prospettiva auspichiamo che anche l’ateneo trentino recepisca la sintesi contenuta nel disegno di legge 1905 Gelmini (Titolo I, Articolo 2, Comma 2, Lettera g): non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell’ateneo a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata dell’incarico. Per quanto riguarda poi la nomina dei componenti del CdA, intendiamo portare all’attenzione generale la rilevanza del problema e la soluzione suggerita da Lorenzo Marrucci: Come fare allora per garantire ai Cda degli atenei la necessaria indipendenza e autorevolezza? In realtà, una soluzione efficace a questi problemi esiste (…) un ottimo esempio è quello offerto dalla nostra Costituzione nel definire la composizione di un alto organo dello Stato di cui è fondamentale garantire la massima indipendenza e autorevolezza: la Corte costituzionale. Qual è la soluzione adottata? La nomina dei membri è suddivisa tra vari soggetti, in modo che (…) nessun soggetto o gruppo di soggetti riconducibili a interessi simili possa nominare più di un terzo circa del consiglio (www.lavoce.info/articoli/pagina1001591.html).

    Commento di Claudio Fontanari | 29 aprile 2010 | Replica

  10. L’incontro tra il Consiglio di amministrazione e il comitato incaricato di formulare i principi per l’attivazione della delega alla Provincia di Trento, ha rivelato una chiara intenzione del comitato di indirizzare l’attività dell’Università di Trento verso le esigenze del territorio.
    Mi pare importante proporre un breve resoconto.
    Dopo che il consigliere Della Volpe ha avanzato l’opportunità che il CdA produca (anzi, bene sarebbe stato se lo avesse già prodotto) un documento sul tema (come fatto dal senato accademico e dalla commissione della ricerca scientifica), il consigliere Tamanini (della camera di commercio) ha espresso una esplicita richiesta al comitato: l’Università deve sfornare bravi laureati ma tenendo conto dei fabbisogni del territorio; anche per la ricerca, è necessario capire come l’Università interagisce col mondo economico locale.
    Il Presidente Cippoletta ha quindi risposto che non può essere solo il trasferimento finanziario e tutto come prima: bisogna creare un’organizzazione che cresca e raggiunga obiettivi di interesse locale. Regini, del comitato, ha chiarito che il contesto territoriale deve avere una ricaduta in seguito al finanziamento provinciale. Come? Un organismo senza conflitti di interesse che sorvegli il lavoro universitario che deve essere di interesse del territorio e non autoreferenziale.
    Anche Postal, sempre del comitato, ha ribadito che la delega si colloca nella linea di costruire un progetto che valorizzi la crescita dell’Università di Trento e delle politiche provinciali in confronto – in senso ampio – della ricerca e delle politiche di sviluppo del territorio. Oltre all’imprescindibile legge provinciale (quantomeno finanziaria e di bilancio), Postal ha detto che ci si orienterà verso una norma attuativa della commissione dei dodici (che – ricordo – prevede una procedura lunga ma ha un valore maggiore delle leggi dello Stato in materia di Università).
    Il consigliere Tamanini, ha infine ribadito ulteriormente che lo spostamento delle forme di finanziamento crea un problema, per cui è doveroso tenere in debito conto del territorio.
    L’incontro è stato breve (un’oretta) e non c’è stata un’ampia e approfondita discussione su tutte le idee espresse.

    Commento di giovannistraffelini | 3 maggio 2010 | Replica

    • In tutta questa discussione una cosa sorprende e un po’ sconcerta: “Bisogna tenere conto dei fabbisogni del territorio (Tamanini), l’Università deve raggiungere obiettivi di interesse locale (Cipolletta), il contesto territoriale deve avere una ricaduta in seguito al finanziamento provinciale (Regini)”.
      Ma davvero qualcuno crede che ora non sia così? Qualcuno pensa che questo non sia stato sempre una priorità dell’Università di Trento? Qualcuno pensa che la crescita economica, culturale, produttiva, sociale di questa provincia negli ultimi quarant’anni non sia dipesa (anche) dalla presenza dell’Università? Qualcuno crede veramente che lo sviluppo di industria, commercio e artigianato non sia dipeso anche dall’Ateneo trentino?
      Oppure per “ricaduta sul territorio” si intende qualcosa che mi sfugge? (o qualcosa a cui non voglio pensare). A me piace pensare che la ricaduta sul territorio sia quella a cui pensava Bruno Kessler, alla cui lungimiranza dobbiamo l’esistenza dell’Università di Trento e al cui pensiero bisognerebbe rifarsi un po’ più spesso. Invito chi si occupa istituzionalmente di questi temi a rileggersi le cose che diceva dell’Università e della sua “ricaduta sul territorio”. Che non era subalternità, ma interazione costruttiva con pari dignità e autonomia. Visione alta dell’Università, non tornaconto domani mattina (ricordo male o fu lui a volere fin dall’inizio fra i primi corsi di laurea, ambito poco adatti immediate “ricadute” come sociologia, matematica, fisica?).
      Oppure qualcuno crede che neanche Bruno Kessler era interessato alle “ricadute sul territorio” e vuole insegnarglielo?
      Insomma se posso riassumere in due righe: diffidare degli accademici che pontificano dicendo al “territorio” cosa deve fare, diffidare dagli “esponenti del territorio” che dicono all’Università cosa deve fare.

      Commento di Flavio Deflorian | 3 maggio 2010 | Replica

  11. Oggi è stata pubblicata un’interessante intervista al presidente dell’Università di Trento Cipolletta (è scaricabile dai DOCUMENTI UTILI, si veda sopra).
    Riporto qui le frasi che, leggendola, ho segnato con l’evidenziatore:

    Oggi il limite dell’università italiana sono le risorse limitate e il sistema di controllo centralista che stabilisce risorse e regole di spesa uguali per tutti. Ciò penalizza le università migliori, che offrono le performance di maggiore qualità come Trento.
    L’Università di Trento avrà una forte connotazione territoriale ma anche di autonomia.
    Avremo docenti a chiamata e la possibilità di pagare diversamente i professori in modo da disporre di una forte capacità attrattiva.
    Avremo un consiglio di amministrazione che avrà una forte derivazione da parte della Provincia di Trento. Avrà più l’aspetto di un centro decisionale e gestionale, che assembleare.
    L’Università dovrà concordare con la Provincia l’obiettivo di carattere generale a cui si vuole tendere. Sarà poi libera di trovare le modalità per raggiungere gli obiettivi indicati. Ma gli obiettivi li deve raggiungere.
    Il modello – in tale senso – è quello dell’Università della California.

    Commento di giovannistraffelini | 6 maggio 2010 | Replica

  12. A mio avviso quelli del Rettore Bassi, che pure attira tutte le critiche di CRUI e del mondo universitario italiano, salvo eccezioni, sono esperimenti da tentare.

    Il primo problema mi pare sia che voi siete “ricchi”, e ciononostante il ministero ha messo il blocco al turn-over.

    E’ giusto avere autonomia, sperando di fare autonomamente scelte giuste, tanto le scelte del Ministero finora sono state abbastanza utopistiche demagogiche. E’ chiaro altresi’ che c’e’ sempre il peggio, e le spinte … federalistico-autonomistico rischiano di far vincere le baronie che vogliano lavorare per le “caste”.

    Ma si e’ provato per 40 anni a frenarle con i “Paletti” penalizzando piu’ gli altri che le baronie, tanto vale provare il contrario!

    Vedasi il link al mio articolo commento di oggi su SCIRE
    http://www.lascienzainrete.it/node/2498#comment-246

    #1 La Riforma dovrebbe ripartire se inserita come “Grande OPERA” 6 maggio, 2010 – 07:36 da Michele Ciavarella

    Peraltro trattasi di commento ad un autorevole auture, un prorettore di UniMI, e lo stesso Regini che a Trento mi hanno detto fa parte della commissione mista PAT-Università per la delega dell’Università alla provincia; nell’unico contatto ufficiale che ha avuto con CdA mi dicono ha parlato di eliminare “la torre d’avorio”. Non so se queste sono contraddizioni dialettiche…

    Saluti, Michele

    Commento di michele ciavarella | 7 maggio 2010 | Replica

  13. Interessante, a proposito di rinnovamenti delle università

    http://www.unita.it/news/scienza_recensioni/98290/la_vecchia_universit_morta_e_la_nuova_sta_nascendo

    La vecchia università è morta. E la nuova sta nascendo
    di Pietro Grecotutti gli articoli dell’autore

    L’università sta cambiando. In tutta l’Europa (in tutto il mondo). È finita – per sempre – l’università “per pochi”, quella nata nell’Ottocento per formare le classi dirigenti in una società fondata sull’economia industriale fordista. Sta nascendo – è in parte già nata – l’università “per molti”, quella richiesta dalla società fondata sull’economia della conoscenza.
    La transizione è caratterizzata sia da un processo di significativa (anche se non totale) convergenza tra i sistemi universitari dei diversi paesi europei, sia da un processo di differenziazione e stratificazione all’interno dei singoli paesi.
    E tuttavia il futuro dell’università è ancora tutto da scrivere. Il punto d’approdo della “nuova università” non è unico e, in ogni caso, non è stato già definito.
    Sono questi i punti salienti del libro «Torri d’avorio in frantumi? Dove vanno le università europee» (pagg. 310, euro 24,00) uscito di recente per la casa editrice Il Mulino a cura di Roberto Moscati (sociologo dell’università Milano Bicocca), Marino Regini (sociologo dell’Università Statale di Milano) e Michele Rostan (sociologo dell’Università di Pavia). Il libro è la sintesi di una ricerca scientifica – realizzata da un gruppo di ricercatori del nuovo Centro interuniversitario UNIRES per la ricerca sulle università e i sistemi di alta educazione istituito dalle università di Milano, Pavia e Bologna – sui sistemi universitari dei sei maggiori paesi dell’Europa occidentale: Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Spagna e Olanda. E ha il grande merito di uscire dalle discussioni contingenti e un po’ provinciali sull’università italiana popolata da baroni e/o fannulloni e di offrire una panoramica chiara a scala continentale di un processo profondo.
    Il processo profondo, a nostro avviso, è la nascita a scala globale della società e dell’economia della conoscenza. Caratterizzata dalla vasta produzione di beni e servizi ad alto valore, appunto, di conoscenza aggiunto e dalla domanda di lavoratori sempre più qualificati. Questo processo ha modificato la struttura della ricchezza della nazioni: prima della seconda guerra mondiale la gran parte di questa ricchezza era costituita da beni tangibili (case, fabbriche, macchine), oggi la maggior è costituita da beni intangibili (sistemi di comunicazione, di ricerca, di formazione). Ha modificato la natura dei rapporti tra scienza e società: prima della seconda guerra mondiale le comunità scientifiche avevano poche risorse e vivevano in “torri d’avorio” separate dalla società; oggi hanno risorse finanziarie e umane di due o tre ordini di grandezza superiori – mai ci sono stati tanti scienziati sulla Terra e mai hanno avuto tante risorse a disposizione. Sta modificando, appunto, la natura e le funzioni dei centri di alta formazione – in primo luogo delle università.
    Fino a prima della seconda guerra mondiale le università, anche se erano pubbliche come nella maggior parte dei paesi europei, formavano sistemi che si autoregolavano. Erano “torri d’avorio”, appunto. La maggior parte delle decisioni rilevanti in merito alla ricerca e alla didattica all’interno delle università erano prese in autonomia dalla comunità docente. Dopo, quando hanno iniziato ad assumere un ruolo strategico per la società e per l’economia, lo stato è intervenuto in maniera più rilevante nei processi decisionali. Finché negli ultimi trent’anni non è intervenuto il mercato.
    I processi in atto in Europa – sostengono Moscati, Regini e Rostan – sono essenzialmente tre.
    L’università diventa sempre più aperta. Ha cessato di essere un’università di elite ed è diventata definitivamente un’università di massa. Qualche decennio fa si iscriveva all’università una percentuale minima dei giovani in età di studio (intorno al 10-15%). Oggi si iscrive all’università oltre il 60% dei giovani in età.
    L’università diventa sempre più internazionale. Sia perché c’è una maggiore integrazione delle comunità scientifiche del pianeta. Sia perché gli atenei di diversi paesi stipulano accordi e formano reti. Sia perché si sta formando in maniera più o meno spontanea un sistema di analisi comparativa tra le università del mondo che le mette in competizione.
    L’università diventa sempre più legata alla società. Si è intensificato il rapporto tra università e stati, tra università e imprese, tra università e famiglie degli studenti, tra università e società nel suo complesso. Ciò ha determinato una serie di cambiamenti nella gestione e nella stessa natura delle università caratterizzata da fenomeni anche contraddittori (anche se spesso la contraddizione è solo apparente): crescita dell’autonomia; creazione di sistemi di valutazione; spinta all’affermazione di una cultura di mercato. Ma anche – un aspetto su cui il libro forse non si sofferma abbastanza – spinta sempre più forte alla partecipazione delle università a “reti sociali”. Tutto questo sta determinando una progressiva diversificazione e stratificazione delle università: per esempio tra università centrate sempre più sulla ricerca e università centrate sempre più sulla didattica; tra centri di eccellenza e università non di eccellenza; tra università specializzate e generaliste.
    La presenza di tanti attori “esterni” che agiscono sull’università – gli stati che chiedono un contributo allo sviluppo del sistema paese; le imprese che chiedono formazione di personale qualificato e produzione di nuova conoscenza per interessi più locali; gli studenti e le loro famiglie che chiedono una formazione per una carriera di lavoro migliore; la società nel suo complesso che propone domande le più diverse – rende più difficile non solo la gestione, ma anche la definizione della natura stessa delle università. Nella vecchia università prevaleva “l’offerta”: il sistema universitario offriva per ogni disciplina ciò che pensava fosse il meglio in sé. Nella nuova università è forte la presenza della “domanda” (degli stati, delle imprese, degli studenti e delle loro famiglie, della società nel suo complesso), con richieste molto specifiche altre da quella della “cultura in sé”.
    Tenendo conto di tutte queste trasformazioni in atto, è possibile prevedere dove approderà l’università europea?
    In primo luogo bisogna dire che in ciascun paese esistono tradizioni diverse ed equilibri diversi tra le varie spinte. Cosicché il processo di convergenza delle università europee – favorito anche da linee guida politiche, come il «processo di Bologna» – esiste e andrà avanti, ma non è e non sarà probabilmente mai tale da annullare le differenze nazionali e regionali.
    Ma, anche al netto, delle differenze nazionali il futuro dell’università europea non è già scritto. Probabilmente, il sistema tenderà a spalmarsi all’interno di un quadrilatero i cui vertici sono stati ben definiti da Marino Regini. Se prevarranno gli attori esterni all’università e la domanda sull’offerta, avremo una riorganizzazione di tipo aziendalista dell’università. Se prevarranno sempre gli attori esterni, ma la logica dell’offerta avrà la meglio su quella della domanda, avremo una riorganizzazione di tipo competitivo (con una sempre maggiore differenziazione e stratificazione delle università). Se, invece, a prevalere saranno gli attori interni (i docenti) e la domanda, avremo una riorganizzazione espansiva: un’università sempre più di massa e sempre più aperta alla società. Se, infine, a prevalere saranno gli attori interni e l’offerta, avremo un’università autoreferenziale, dove ciò che conta di più è “la cultura in sé” e la produzione di cultura a prescindere da esigenze altre.
    Ciascuno di noi può scegliere tra queste possibilità e lavorare perché prevalga l’una o l’altra. Chi scrive, per parlar chiaro, amerebbe un’università che riconosce la conoscenza sia come “valore in sé”, sia come “bene comune”; un’università sempre più di massa e disponibile a concorrere alla soluzione dei problemi dell’intera società. Certo nessuno può immaginare – come pure fanno alcuni intellettuali con largo accesso ai media e persino alcuni politici – che l’università torni a essere quella elitaria e chiusa dell’Ottocento.
    Un’ultima notazione sull’Italia. Sono di questi giorni sia le valutazioni della Corte dei Conti sui risultati della “riforma Berlinguer” sia il Disegno di legge Gelmini per una nuova riforma dell’università. Non è questa la sede per entrare nel merito delle due notizie proposte dall’attualità. Tuttavia una cosa è certa: ogni analisi del passato e ogni azione per il futuro non possono prescindere dal quadro, davvero illuminante, offerto dal libro curato da Roberto Moscati, Marino Regini e Michele Rostan.

    Commento di michele ciavarella | 8 maggio 2010 | Replica

  14. Grazie della segnalazione. Noto che Marino Regini – uno degli autori del libro commentato – fa parte del comitato incaricato a fissare i principi che dovrebbero governare la delega alla Provincia di Trento.

    Commento di giovannistraffelini | 8 maggio 2010 | Replica

  15. Per chi volesse, ho messo la possibilità di scaricare il testo predisposto dalla Commissione incaricata a determinare le linee di indirizzo per la PAT.
    A caldo mi pare che i punti principali del documento siano i seguenti:

    1) Modello di Università. “Research-intensive” secondo i livelli di qualità eruoperi (ERC-grade). UniTN elabora quindi un “progetto strategico” per ciascuna articolazione dell’ateneo e dovranno poi essere valutati i risultati raggiunti (secondo il principio del customer satisfaction, degli utilizzatori dell’Università). Nell’elaborazione del progetto i diversi organi dell’Università operano in autonomia e responsabilità.

    2) Governo dell’Università.
    a) Consiglio di Amministrazione (CdA). Meno di 10 membri. Le candidature sono vagliate da un “Autorità indipendente” e poi la nomina è fatta dalla Provincia (PAT).
    b) Autorità indipendente. Costituito da 3 o 5 membri nominati dalla PAT.
    c) Rettore. Eletto dal corpo accademico scegliendo tra candidature vagliate da un comitato di selezione nominato dal CdA e dla Senato accademico.
    d) Nucleo di valutazione.
    e) Consiglio degli studenti.
    f) Assemblea degli Stakeholder. Aperta alle componenti locali.

    3) Reclutamento. Per cooptazioni da parte di opportuni “Comitati di Reclutamento”.
    Per quanto riguarda il personale tecnico-amministrativo, “andranno superati tutti quei vincoli imposti da norme dello Stato” “per evitare che la gestione delle risorse umane sia dettata essenzialmente da obiettivi di contenimento della spesa pubblica statale”.

    4) Diritto allo studio. Prestiti d’onore, numero chiuso, meritocrazia.

    5) Finanziamento. 4 voci:
    a) quota base; in via transitoria in proporzione alle entrate storiche
    b) quota premiale; sulla base dei risultati dell’Ateneo (sulla falsariga dell’attuale “7%”)
    c) quota programmatica; per “grandi progetti di sviluppo pluriennale condivisi con la PAT”; tale quota è anche intesa a promuovere una “fattiva collaborazione tra l’Università di Trento e le altre istituzionilocali della ricerca”
    d) fondo edilizia (+ fondo patrimoniale)

    6) Rapporti col sistema locale di Alta Formazione e Ricerca. Si legge: “E’ pertanto auspicabile che l’Università intensifichi le proprie attività con riferimento al trasferimento di tecnologia e alle ricadute sul territorio, e che le istituzioni di ricerca collaborino sistematicamente con il sistema universitario trentino e non trentino nell’alta formazione (stages, master, dottorati di ricerca, postdottorati, ecc.)” “Si potrebbe ipotizzare un processo di convergenza di tutti i soggetti coinvolti nel sistema verso assetti condivisi di programmazione in ambito scientifico e tecnologico” “E’ auspicabile fin da subito una fase di coordinamento a livello provinciale”.

    7) Percorso giuridico. Opprotuna una Norma di Attuazione (senza la PAT sarebbe solo finanziatrice dell’Università).

    Commento di giovannistraffelini | 24 luglio 2010 | Replica

  16. [...] creato 29/07/10 */ google_ad_slot = "7811674670"; google_ad_width = 468; google_ad_height = 60; Università, tra autonomia e responsabilità « Giovanni …Potrebbero interessarti anche i seguenti articoli: Morto Giovanni Ventura: nella sua tomba il [...]

    Pingback di Università, tra autonomia e responsabilità « Giovanni … | Trentinoweb | 11 agosto 2010 | Replica

  17. Vi invitamo alla seconda assemblea di Ateneo (giovedì 21 ottobre, ore 18, Facoltà di Sociologia).

    La discussione sul Disegno di Legge sulla riforma universitaria si è momentaneamente arrestata. In questa occasione vorremmo quindi concentrarci sulla Delega delle funzioni statali per l’Università di Trento alla Provincia.

    L’invito è rivolto ai docenti, personale tecnico- amministrativo , dottorand*, postdoc, contrattist* e tutt* coloro che sono preoccupat* per le conseguenze del DdL Gelmini, dei tagli all’Università, e della delega delle funzioni statali per l’Università di Trento alla Provincia.

    L’Assemblea permanente di Scienze Cognitive
    e i Ricercatori Universitari aderenti alla Rete 29 aprile

    Commento di maria micaela coppola | 21 ottobre 2010 | Replica

  18. Interessante. In effetti volevo scrivere anche io un post sull’argomento sul mio blog
    http://unimediapisa.wordpress.com/

    Ma devo ancora riordinare le idee …

    Commento di unimediapisa | 3 novembre 2010 | Replica

  19. Segnalo che ho aggiornato i documenti utili scaricabili, inserendo la legge delega alla Provincia di Trento, e la recente Bozza dello Statuto preparata dalla commissione incaricata.

    Commento di giovannistraffelini | 12 gennaio 2012 | Replica


Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.