PM10 e paradossi – Parte 1
E’ opinione comune che l’inquinamento dell’aria che respiriamo stia aumentando di anno in anno e che la situazione abbia ormai raggiunto un livello tale da obbligarci ad interventi d’emergenza. Una ricerca francese del 2003, tanto per fare un esempio, ha evidenziato che la maggioranza delle persone è convinta che la qualità dell’aria non sia mai stata così cattiva e problematica di oggi. Simili risultati sono riportati dalle analisi europee (come Eurobarometro). E’ uno dei tanti paradossi, non solo italiani peraltro, della questione “inquinamento atmosferico”.
La situazione nel passato, infatti, era molto peggiore di oggi. Ad ammorbare l’aria delle aree abitate ci pensavano i frequenti incendi, i fuochi domestici, le emissioni causate da condizioni igieniche penose e – con la rivoluzione industriale – le emissioni incontrollate da molteplici processi produttivi, come quelli per la produzione di energia. Dagli inizi del novecento agli anni ottanta del secolo scorso, tuttavia, si è registrata – nel mondo industrializzato – una riduzione di più di tre volte delle emissioni di polveri sottili nell’atmosfera, anche se ancora fino agli anni settanta si potevano leggere descrizioni di questo tipo:
“Nessuno si faceva mistero che quella fabbrica fosse inquinante. Tante volte accadeva che, mentre ero a scuola, arrivava una telefonata che avvertiva di non lasciare uscire i ragazzi e di chiudere bene porte e finestre perché era scappata una nube tossica dalla Sloi. La mattina era impossibile tenere aperte le finestre per arieggiare le stanze, perché arrivavano fino in città, lì a Cristo Re dove ero parroco in quegli anni (dal 1968 al 1977) ondate di aria irrespirabile”.
Testimonianza di don Mario Baldessari, tratta dal libro di Gianni Zotta “Le fabbriche di Trento“.
Venendo ai nostri giorni, dal 1990 ad oggi le emissioni di polveri sono calate del 25%, quelle di monossido di carbonio e degli ossidi d’azoto del 35%, e quelli di biossido di zolfo e di benzene addirittura del 70%. Le centraline di Milano, ad esempio, negli anni ottanta registravano valori medi delle polveri nell’aria intorno a 160-180 microgrammi per metrocubo, mentre ora i valori medi si aggirano intorno a 45-50 microgrammi per metrocubo (si veda la figura sopra; PTS sta per Polveri Sottili Totali). Tali diminuzioni hanno coinvolto, in modi più o meno eclatanti, tutte le regioni italiane (figura sotto). Le cause di questi miglioramenti sono, principalmente, l’introduzione di nuove tecnologie motoristiche, il miglioramento della qualità dei combustibili e la diffusa metanizzazione degli impianti di riscaldamento.
Il motivo della palese divergenza tra la realtà dei fatti e la percezione comune va sicuramente ricercato nella tendenza alla spettacolarizzazione mediatica della tematica inquinamento. E quando si toccano le corde dell’emotività, si sa, la razionalità fatica ad imporsi e ad esercitare il suo ruolo doverosamente moderatore e di richiamo alla realtà dei fatti. Consideriamo il caso delle ricerche epidemiologiche sulle conseguenze sanitarie delle polveri sottili (tema su cui torneremo ancora, peraltro). Sia da parte degli organi d’informazione che di molti decisori politici o commentatori scientifici, la presentazione dei risultati degli studi è sovente condotta con esagerata enfasi sugli aspetti più drammatici del problema, mentre sono decisamente ridimensionati – o trascurati – i limiti degli studi stessi, che spesso introducono forti perplessità sul loro grado di validità. Una notizia che, ogni anno, è puntualmente riportata dai giornali, riguarda il fatto che – secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Osm) – nelle maggiori città italiane ci sono quasi 9000 decessi l’anno a causa delle polveri sottili. I numeri colpiscono, e non poco. Perché sono molto alti, paragonabili ai 6500 morti l’anno per incidenti stradali o agli 8000 morti l’anno in incidenti domestici. Ma attenzione, c’è una bella differenza: mentre i decessi da incidente stradale o domestico sono reali, quelli da polveri sottili sono “presunti”. L’evidenza degli effetti negativi delle polveri sottili è, infatti, fornita solo da studi statistici; i dubbi e le incertezze – pertanto – sono all’ordine del giorno. (continua)
L’abitudine al dialogo
La “Cattedra del Confronto”, alla sua seconda edizione, affronta quest’anno tre tematiche sull’esistenza umana, che registrano spesso contrapposizioni anche intense nel dibattito pubblico, e che pertanto necessitano della ricerca infaticabile di terreni comuni su cui costruire una serena e stabile convivenza.
E’ stato soprattutto il progresso scientifico e tecnologico ad aprire, negli ultimi anni, nuove possibilità di intervento sulla vita e sull’ambiente, e quindi a destare molte speranze ma pure forti timori che sovente generano in contrasti. Il primo tema, al centro dell’incontro di giovedì 18 marzo, ha riguardato la nascita della vita umana sulla terra, ed è stato un necessario apripista al confronto.
Da una parte c’era la visione della scienza, rappresentata da Paolo Macchi, noto biologo molecolare dell’Università di Trento, che vede la nascita e lo sviluppo della vita sulla terra, compresa quella dell’uomo, come un processo guidato dalle leggi naturali dell’evoluzione. Dall’altra la prospettiva del credente, sostenuta da Fiorenzo Facchini, sacerdote e famoso paleontologo, che vede la vita – in particolare quella umana – come un dono sacro di Dio. A Macchi e Facchini è toccato il compito di proporre la prima risposta, quella più importante per le riflessioni successive: le due visioni sono così distanti come spesso si crede o hanno elementi in comune che permettono di trovare un terreno di dialogo fruttuoso? Secondo i due relatori lo spazio per il dialogo c’è, purché si evitino indebite invasioni di campo tra i due settori, quello scientifico e quello teologico, che occupano terreni ben separati tra di loro.
Certo, i momenti di contrasto non sono mancati. Per Macchi non esiste una differenza qualitativa tra gli uomini e gli animali e quindi l’ominizzazione (la comparsa dell’uomo durante l’evoluzione) è stato un evento spontaneo, determinato dal raggiungimento di un certo livello di complessità del sistema neuronale. Per Facchini, invece, c’è stata una discontinuità “forte” durante l’evoluzione: le diversità culturali e spirituali tra gli uomini e gli animali rivelano che è intervenuto qualcosa che è oltre il biologico, il terreno.
Il tema del prossimo incontro, il 15 aprile, è “esistere nella corporeità”, e tocca – tra le altre cose – le grandi sfide bioetiche sull’inizio e sulla fine della vita e il tema della fragilità della persona nella malattia. Anche in questi casi si confrontano due visioni: da una parte quella di chi pensa che la vita umana sia sacra e quindi indisponibile agli arbitrii dell’uomo; dall’altra quella di chi privilegia la “qualità della vita”, cioè considera la vita vera solo se è degna di essere vissuta. Siamo davanti ad uno scontro inconciliabile o una “terza via” è possibile? La parola verrà presa da Lucio Luzzatto, genetista e oncologo, noto anche per le sue apparizioni televisive, e Annarosa Buttarelli, filosofa.
Gli incontri della “Cattedra” hanno l’obiettivo principale di avvicinare la comunità a queste complesse tematiche, e proporre nuove prospettive di riflessione. Con la consapevolezza che è difficile trovare mediazioni semplici e immediate ma che è possibile impostare al meglio le regole della convivenza sociale se almeno c’è l’abitudine al dialogo e al confronto.
(elaborato da un articolo sul Corriere del Trentino del 17 marzo 2010)
Università, tra autonomia e responsabilità
Si è da poco insediato il comitato che ha il compito di definire i principi che dovrebbero ispirare i contenuti della delega ministeriale sull’Università di Trento data alla Provincia di Trento. Si tratta di un processo complesso e delicato, contrassegnato da diverse opzioni-chiave che toccano il ruolo futuro dell’ateneo, oltre che da interrogativi operativi, decisivi per il successo dell’intera operazione.
Il primo interrogativo riguarda l’aspetto finanziario. Si è molto parlato del fatto che – nel nome del federalismo fiscale – la Provincia di Trento si accollerà le spese di gestione dell’ateneo, finora sostenute dal Ministero. Ma questo sarà sulla base di un accordo di lungo periodo o di un “accordo di programma” da rinnovare periodicamente? Inoltre, e questo è il secondo interrogativo correlato al primo, la commissione si limiterà a fissare i termini finanziari della delega o si orienterà verso una legge più generale, che comprenda la normazione di altre attività funzionali dell’ateneo? E’ chiaro che se imboccasse la strada di rivedere alcune procedure di gestione, sorgerebbero nuovi interrogativi, che riguardano – in particolare – la collocazione dell’ateneo trentino rispetto al sistema universitario nazionale. Un esempio rilevante concerne il reclutamento del personale docente e non docente, e quindi i relativi concorsi: saranno stabilite delle modalità peculiari e autonome?
Questi interrogativi, non possiamo negarlo, alimentano speranze e preoccupazioni all’interno dell’ateneo e della comunità trentina, e – penso – anche qualche sguardo interessato dal mondo accademico nazionale (che domani potrebbe essere coinvolto in un analogo processo). Le speranze sono numerose. Riguardano l’opportunità di dare maggiore stabilità finanziaria all’ateneo e maggiore capacità – rispetto ad oggi – di eccellere in campo internazionale; di integrare meglio l’Università nel percorso formativo provinciale senza intaccarne la dimensione nazionale e internazionale; di migliorare i meccanismi che regolano la vita universitaria, tra i quali le procedure di reclutamento. Tale ultimo punto è assai importante e sentito. Come è noto, non sempre i concorsi nazionali sono realizzati con criteri meritocratici, e c’è quindi la possibilità di predisporre norme meglio improntate su criteri di trasparenza, autonomia decisionale e responsabilità. Le preoccupazioni nascono invece dalla consapevolezza che la strada per arrivare a risultati ottimali è difficile e costellata da molte incognite.
E’ lecito essere fiduciosi? Direi di si: non dobbiamo infatti dimenticare che l’ateneo trentino parte da una situazione di eccellenza (basta guardare le classifiche nazionali degli atenei), e ha l’occasione – più unica che rara – di diventare un riferimento per il sistema universitario italiano; inoltre, la Provincia di Trento ha sempre dimostrato di avere grande attenzione verso l’Università e il suo sviluppo, anche con iniziative concrete. L’auspicio è quindi che la commissione incaricata lavori in tranquillità, cogliendo anche i suggerimenti del territorio, degli studenti e dei dipendenti dell’Università, per trasformare queste speranze in realtà.
(dal Corriere del Trentino del 9 marzo 2010)
Ecco alcuni utili DOCUMENTI:
1) Documento approvato dal Senato Accademico:
Idee per lo sviluppo_2010_senato1 1
2) Documento approvato dalla Commissione per la Ricerca Scientifica:
3) Documento proposto da Claudio Della Volpe, membro del CdA dell’Università
4) Intervista al Presidente del’Università di Trento, Innocenzo Cippolletta
5) Ecco il testo della Commissione con le indicazioni alla Provincia
6) Parere dei direttori di Dipartimento
Delega_Parere_Direttori_19_10_2010
7) Legge delega alla PAT
8) Bozza Statuto (30 dicembre 2011)
Cattedra 2010
Partirà il 18 marzo 2010 la seconda edizione della Cattedra del confronto, l’iniziativa promossa dall’Ufficio cultura della Diocesi con la collaborazione di un gruppo di docenti universitari e rivolta a tutta la cittadinanza.
Come ormai noto, si tratta di un appuntamento che ha l’obiettivo di aprire uno spazio aperto e qualificato di riflessione e di dibattito su questioni esistenzialmente coinvolgenti, che interrogano le menti e le coscienze di credenti e non credenti.
Si vuole offrire un confronto sereno e costruttivo tra persone pensose e competenti su interrogativi forti, in un dibattito che rifugga le asprezze della polemica e il tecnicismo dei discorsi per addetti ai lavori, ma che offra a tutti coloro che si interrogano spunti di riflessione personale e motivi di apprezzamento per ogni sforzo di onesta ricerca.
Dopo il buon riscontro avuto lo scorso anno con Volti di Dio, volti dell’uomo, questa seconda edizione dal titolo: Dimensioni dell’esistenza: vita, corpo, terra, offre un percorso che chiamerà a confronto scienziati, filosofi e teologi per mettere in gioco spiegazioni scientifiche e ricerche di significato attorno a tre elementi portanti dell’esistenza umana: la vita, la corporeità, l’ambiente. I tre appuntamenti si terranno il giovedì sera presso l’hotel Trento in Piazza Dante a Trento, nei giorni 18 marzo, 15 aprile e 29 aprile.
Il primo incontro (18/3), con la presenza del paleontologo mons. Fiorenzo Facchini e il biologo molecolare Paolo Macchi, metterà a tema la vita, non tanto per entrare in sottili disquisizioni bioetiche, ma per tentarne una descrizione, per interrogarsi in particolare sulla vita umana e le sue caratteristiche e confrontarsi con gli interrogativi di senso che suscita per il credente e il non credente.
Il secondo incontro (15/4) affronterà la tematica del corpo interrgoandosi sulla sua duplice dimensione di “oggetto”, ma anche di principio di identità e di relazione, di modalità di esistere umanamente, esistere nella corporeità appunto. Avere un corpo o essere un corpo? Un corpo da curare, da manipolare, da rispettare, un corpo per esprimersi e comunicare; un corpo fragile e mortale…. Ne dibatteranno il prof. Lucio Luzzatto, oncologo di fama mondiale e la filosofa Annarosa Buttarelli.
Nel terzo incontro (29/4) si affronterà la questione ecologica con le responsabilità affidate all’uomo di prendersi cura dell’ambiente/creato per salvaguardarlo ma anche per assicurare una qualità di vita dignitosa per le future generazioni. A confronto l’ingegnere prof. Sergio Carrà e il fisico-teologo Simone Morandini.
(dalla presentazione della giornata a cura della Diocesi di Trento)
Il fotovoltaico e la crisi
La 34° fiera Expo Riva Hotel ha chiuso i battenti con ottimi risultati: +13% nel numero di espositori e +14% in quello dei visitatori rispetto al 2009. Sono numeri che, in tempi di crisi come quelli odierni, fanno ben sperare per il futuro, almeno per quanto riguarda l’importante comparto del turismo.
Girando per gli stand della fiera, tuttavia, oltre ad un diffuso ottimismo abbiamo scorto anche qualche timore. Nel settore dedicato agli “Eco-Hotel”, ad esempio, abbiamo percepito una notevole preoccupazione tra gli installatori di pannelli fotovoltaici. “Fino alla fine dell’anno è attivo il conto energia (cioè il Decreto che incentiva la produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica) poi si vedrà; speriamo che il governo riproponga il conto, altrimenti il rischio è che dobbiamo chiudere”. Questa era la lamentela degli addetti ai lavori.
In effetti, nonostante il calo del costo dei pannelli registrato nel 2009, la tecnologia è ancora assai costosa e trova una clientela solo in presenza di incentivi pubblici. La questione è assai complessa. Da una parte c’è la forte esigenza di ridurre consistentemente i finanziamenti pubblici, nella speranza che la tecnologia – sostenuta da anni – cominci a camminare con le sue gambe; anche perché i finanziamenti gravano sulle bollette dell’energia elettrica e sono una delle tante voci che tangono alto il costo dell’energia per le famiglie italiane. Dall’altra parte, tuttavia, c’è la fiducia che il solare fotovoltaico – sebbene sia oggi ancora una nicchia di mercato – possa esercitare un ruolo non trascurabile nella riduzione delle emissioni di gas serra, nell’ambito dell’obiettivo europeo di ridurre, entro il 2020, il 20% delle emissioni.
Qual è l’intenzione del governo? Corrono molte voci. In gennaio il sottosegretario allo sviluppo economico, Saglia, aveva garantito l’attivazione di un nuovo conto energia, come “driver per uscire dalla crisi attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro”. E’ invece di questi giorni la notizia del taglio del 25% degli incentivi per i grandi impianti, il quale – secondo l’Assosolare (l’associazione dell’industria solare fotovoltaica) – rischia di frenare duramente la crescita del mercato.
Certo, è comprensibile che in questo periodo di crisi le amministrazioni pubbliche cerchino ogni strada per limitare le spese, e ridurre gli incentivi è sicuramente una di queste. Ma hanno ragione gli installatori a chiedere chiarezza agli amministratori sui progetti futuri: l’incertezza non fa bene all’economia; e – aggiungiamo – non è neppure il modo migliore per affezionare le persone alle buone pratiche del risparmio energetico e dell’economia verde.
(dal Corriere del Trentino del 11 febbraio 2010)
Lampadine a fluorescenza: la storia continua..
Molti ricorderanno le lampadine a fluorescenza distribuite gratuitamente un paio di anni fa. Le aziende che le regalavano – ne ho già parlato qui – non agivano per beneficenza ma erano compensate dai titoli di efficienza energetica, che – per legge – erano obbligate ad acquisire. Dai resoconti si evince come la distribuzione delle lampadine a fluorescenza sia stata l’unica attività che, tra quelle possibili per guadagnare tali titoli, abbia funzionato. Come mai? Semplice: le aziende coinvolte hanno potuto acquistare milioni di lampadine a basso prezzo (meno di due euro l’una) determinando un’abbondanza di titoli di efficienza energetica e un conseguente loro deprezzamento che, di conseguenza, ha disincentivato la nascita di altre iniziative volte alla diffusione di tecnologie ad alta efficienza. Nel marzo 2008, l’Autorità di controllo ha quindi cambiato le regole, e nessuno oggi regala più le lampadine.
Ma c’è un altro risvolto della vicenda che va considerato con attenzione: numerose segnalazioni (moltissime e particolarmente interessanti proprio su questo blog) lamentano che le lampadine distribuite erano di scarsa qualità e hanno già smesso di funzionare, durando ben meno dei 6 anni previsti. Ciò ha due conseguenze negative. La prima riguarda l’effettivo risparmio economico, senz’altro inferiore alle aspettative, e il conseguente danno di immagine, visto che quella delle lampadine a basso consumo è stata una delle prime iniziative su larga scala di risparmio energetico. La seconda riguarda l’inquinamento da mercurio, che si ha se tali lampadine non sono correttamente smaltite. Le lampade a fluorescenza, infatti, contengono questo potente inquinante; una volta esaurite devono quindi essere portate nei centri di raccolta autorizzati e non buttate nei rifiuti residui, perché non possono assolutamente finire in discarica o in inceneritore. Non solo: è importante anche aver cura che non vadano in frantumi in casa, per evitare che il mercurio si diffonda nell’ambiente.
Per legge europea, dal primo settembre scorso le vecchie lampade a incandescenza (quelle col filo di tungsteno) da 100 Watt non possono più essere vendute. Entro due anni la vendita di tutti i tipi di lampade a incandescenza sarà proibita e saranno permesse solo le lampade a basso consumo; principalmente quelle a fluorescenza. Sicuramente le lampadine “di marca” sono migliori di quelle distribuite gratis. Mi auguro, tuttavia, che la vendita di queste lampadine sia accompagnata da un’adeguata informazione sul loro corretto smaltimento e sul modo di trattarle nella sfortunata circostanza che si frantumino in casa. Ciò per evitare che un’iniziativa partita con le migliori intenzioni non si riveli – nei fatti – più dannosa che vantaggiosa. Insomma, per salvare l’ambiente non bastano le buone intenzioni, ma occorrono anche iniziative ben congegnate.
(dal Corriere del Trentino del 18 febbraio 2010)











