Il valore dell’acqua
Con piccolo SONDAGGIO alla fine.
Al cuore della questione ci sono gli sprechi. In Italia gli acquedotti che riforniscono le utenze domestiche hanno perdite di circa il 35%, e in agricoltura – dove è di gran lunga consumata la maggior parte dell’acqua dolce a disposizione – sono spesso impiegati impianti d’irrigazione che consumano troppo. In tutto l’arco alpino, dove la disponibilità di acqua è notevole, la situazione è meno critica che altrove. In Trentino, ad esempio, le perdite degli acquedotti sono inferiori alla media nazionale ed i sistemi agricoli d’irrigazione sono all’avanguardia. E’ un fatto, tuttavia, che tutti dovrebbero attivarsi e controllare i consumi e gli sprechi, per non andare in crisi nei momenti di siccità, che si prevede saranno sempre più frequenti in futuro.
Cosa fare? Molti ritengono sufficiente l’intervento pubblico per finanziare nuove opere di sistemazione degli acquedotti (“tappare” i buchi) o impianti d’irrigazione più efficienti in agricoltura. Molte analisi, tuttavia, evidenziano che l’operazione migliore sarebbe di trasformare la gestione dell’acqua (la sua distribuzione) in un modello di tipo industriale. Oggi l’acqua è gestita come se avesse poco valore invece che come una risorsa indispensabile e soggetta a periodi di carenza. Assegnando un adeguato valore all’acqua – che rifletta i costi di gestione e la sua scarsità, e che tenga comunque conto della necessità di fornire agli utenti una quantità essenziale di acqua a prezzo contenuto – si incentiverebbe il suo risparmio ed il suo utilizzo più efficiente. Tale obiettivo può essere perseguito adottando un modello a gestione privata della distribuzione (sulla base di specifiche concessioni), come proposto anche da una recente decreto sulla falsa riga di ciò che avviene in Francia (si veda qui un interessante commento), ma non necessariamente; può essere mantenuta la gestione in mano pubblica (come avviene in prevalenza nel mondo, e come sarà in ogni caso anche da noi in molti territori) promuovendo però una specifica attenzione all’economia gestionale.
E’ evidente che i problemi in gioco (di natura tecnica e politica) sono molti, e i recenti dibattiti li hanno ben evidenziati. Sarebbe tuttavia poco lungimirante trattare l’intera questione in modo superficiale, perché se è vero che l’acqua in Italia è abbondante, è anche vero che è una risorsa indispensabile per lo sviluppo economico e sociale (in agricoltura, nella produzione di energia idroelettrica, nell’industria, nel turismo oltre che negli usi domestici). E’ quindi fondamentale gestirla al meglio, per evitare che periodi futuri di siccità possano avere conseguenze dolorose per tutti.
(dal Corriere del Trentino del 22 maggio 2007)
Piccolo sondaggio:
Discutendo con amici ho scoperto che molti immaginano la “privatizzazione dell’acqua” come la necessità di acquistarla al supermercato. Propongo pertanto il seguente sondaggio: Quanti hanno inteso la privatizzazione dell’acqua in questo modo? Ci sono altri modi di intenderla che testimoniano una comunicazione insufficiente? Cosa ne pensate?
Riciclare? non è facile
La raccolta differenziata rappresenta un momento importante della gestione integrata dei rifiuti urbani e molti ritengono che da sola possa risolvere il problema del loro smaltimento. In realtà è praticamente impossibile raggiungere una raccolta differenziata con percentuali “effettive” molto elevate – e quindi con pochissimi rifiuti residui da smaltire in discarica o in inceneritore – a causa di una serie di difficoltà, tra le quali: gli ostacoli gestionali dovuti alle caratteristiche del territorio e alla motivazione della popolazione, l’impossibilità di differenziare molti materiali compositi e, soprattutto, l’impossibilità di ottenere un reale riciclo di tutti i materiali.
Quest’ultimo aspetto è sovente trascurato e si preferisce parlare di percentuali di raccolta differenziata raggiunta anziché di percentuali di materiale effettivamente riciclato. Ma la via verso l’effettivo riciclo è colma di problemi. Innanzitutto la fase di separazione delle diverse tipologie di materiale raccolto con i contenitori multi-materiale è assai critica, e la commistione tra le diverse frazioni limita l’efficienza che può essere raggiunta: se le impurezze sono troppe il materiale non è più idoneo al riciclo. Utilizzando specifici contenitori mono-materiale e una raccolta porta-a-porta l’efficienza migliora, ma molte difficoltà rimangono per la facile contaminazione tra materiali diversi (i costi schizzano inoltre alle stelle). Dopo questa prima fase, quindi, la percentuale di raccolta differenziata effettivamente realizzata si riduce, e sarebbe assai utile conoscere quanto materiale è inviato al riciclo e quanto, invece, è scartato e subito smaltito in discarica o in inceneritore.
Il successivo riciclo dei materiali separati rappresenta una fase ancora più critica. Se, infatti, i metalli sono riciclati da tempo con buoni risultati, lo stesso non si può dire per gli altri materiali. La carta da macero deve essere selezionata e solo quella adatta è riciclata. Durante le fasi di riciclo molto materiale (fino al 50%) è perso e diventa “fango” da smaltire. Il vetro presenta la necessità della separazione delle frazioni colorate – trasparente, verde, giallo -, e questo riduce l’efficienza del riciclo oltre che la qualità del prodotto finito. E’ difficile reperire statistiche affidabili: si può ritenere che un 20-30% del vetro raccolto diventi scarto. Per quanto riguarda le plastiche raccolte, la percentuale di utilizzo è inferiore al 50% (si riciclano solo alcuni polimeri come il Pet, il Pe e il PP); il resto è bruciato con recupero di energia, o macinato per utilizzarlo in impieghi di bassa qualità. Notare che le plastiche sono in genere riutilizzate per produrre materiali di pregio ridotto, come fibre per tappeti o per imbottiture, che poi vanno comunque smaltiti. Inoltre, sia nel caso del vetro che delle plastiche, si riciclano solo i contenitori, come le bottiglie; una finestra in vetro o un giocattolo in plastica, ad esempio, non possono essere differenziati nei centri di raccolta (i motivi sono prettamente economici: riciclare costa e i produttori di imballaggi versano ogni anno una quota proprio per il riciclo dei contenitori che producono). La situazione, infine, è critica anche per l’organico umido. Il prodotto che si ottiene dal compostaggio, infatti, non ha una consolidata collocazione sul mercato, e il suo impiego rappresenta spesso un problema.
Per valutare l’effettivo ruolo della raccolta differenziata all’interno dell’intero ciclo di gestione dei rifiuti sarebbe quindi necessario che gli enti coinvolti nelle varie fasi della filiera rendessero note le effettive quantità di materiale inviate al riciclo e le quantità che sono realmente impiegate per realizzare nuovi prodotti. Senza queste informazioni i dati riportati sui giornali e relativi ai livelli raggiunti di raccolta differenziata sono evidentemente incompleti e, comunque, insufficienti per capire in quale misura la raccolta differenziata sia in grado di far fronte al problema dello smaltimento dei rifiuti urbani.
(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 21 ottobre 2006)
Cattedra del confronto
Mai come oggi è necessario un dialogo continuo e sereno su molte problematiche cruciali che toccano, in modi diversi, la sensibilità di tutti e che assai spesso vedono contrapposti credenti e non credenti, persone sensibili agli aspetti etici e religiosi e altre più legate ad aspetti laici e scientifici.
E’ partendo da questa consapevolezza che a Trento è nata la “Cattedra del Confronto”, su iniziativa della diocesi e di un gruppo di docenti universitari. Il progetto si propone di offrire occasioni di dialogo ponendo a confronto esperti di orientamento diverso ma di provato spessore. Ogni anno è organizzato un ciclo di tre incontri: nel 2009 il tema è stato “Volti di Dio, volti dell’uomo”. Il primo incontro ha visto come protagonista la figura di Gesù di Nazareth che, fin dall’illuminismo, è al centro di discussione e critica. Gli interrogativi sono molti. La recente analisi storiografica ha indebolito la figura di Gesù e quindi molti paradigmi della fede cristiana, come sembra emergere da certe pubblicazioni recenti? Si può cogliere il vero significato della figura di Gesù solo mediante la fede o è possibile avvicinarsi anche con l’analisi storiografica?
Il secondo incontro ha toccato il tema dell’anima, un tema allo stesso tempo complesso e fondamentale. L’anima (la coscienza, il pensiero, l’Io) è un fenomeno solo naturale, che origina nel nostro cervello a seguito dell’interazione tra i neuroni? Le diversità tra uomini adulti, bambini e cellule umane appena concepite, così come quelle tra le persone e gli animali, dipendono solo dalla diversa complessità della rete neuronale? O l’anima è anche la parte più profonda di ogni persona, l’essenza sacra della vita in comunicazione continua con Dio? In altre parole, il progresso scientifico ha banalizzato l’anima, promuovendo una visione dequalificante della vita stessa, o ha finalmente permesso di raggiungere la reale consapevolezza della nostra umanità?
Il terzo incontro ha toccato il tema della giustizia e della misericordia. Anche qui gli interrogativi non mancano. Giustiza e misericordia sono alternative o riguardano solamente ambiti diversi, il pubblico per la giustizia e il privato per la misericordia? La misericordia è semplice buonismo e ha solo a che fare con l’ambito religioso? O è collegata con la dimensione propria dell’essere umano?
Molti di questi interrogativi hanno ricevuto se non riposte almeno spunti di approfondimento costruttivo dagli interventi dei relatori invitati e dai dibattiti: si consiglia pertanto di cuore la lettura degli atti della Cattedra 2009. Su uno di questi temi, quello relativo all’anima, torneremo ancora su questo blog, perchè è un tema centrale nella riflessione sul rapporto tra scienza e fede.
Il tema della Cattedra del 2010 sarà: “Dimensioni dell’esistenza”: Tra modelli di spiegazione (scientifica) e ricerche di significato (e fede). Quanto prima verrà divulgato anche su questo blog il programma e i nomi dei relatori.
(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 1 aprile 2009)
Comuni ricicloni

Trento (piazza Duomo)
Le classifiche di Legambiente sulla raccolta differenziata dei rifiuti hanno premiato, anche quest’anno, i comuni italiani più “ricicloni”. La soddisfazione delle amministrazioni premiate, molte trentine, è legittima. Non bisogna tuttavia dimenticare che queste classifiche forniscono una visione inevitabilmente parziale dell’intero sistema di gestione dei rifiuti, e quindi vanno valutate con estrema attenzione.
Un parametro trascurato dalle classifiche di Legambiente è la percentuale di effettivo riciclo dei materiali raccolti in modo differenziato. E’ un’informazione non facile da ottenere (bisogna conoscere gli scarti dei processi di riciclo dei diversi flussi di materiali) ma essenziale: i materiali scartati o ritenuti non idonei al riciclo (perché, ad esempio, troppo contaminati) finiscono infatti in discarica o nell’inceneritore, anche se raccolti in modo differenziato. Assai spesso, inoltre, tale smaltimento finale avviene lontano dal territorio dove i rifiuti sono stati raccolti. Per valutare le effettive performance dei diversi territori, perciò, andrebbero considerate anche la qualità della raccolta differenziata (cioè la riciclabilità dei materiali differenziati) e dove sono smaltiti gli scarti del riciclo.
Le classifiche di Legambiente, inoltre, non considerano (e non potrebbero farlo..) un fenomeno assai rilevante: il “turismo dei rifiuti”, che consiste nella pratica disdicevole di portare i rifiuti lontano da casa propria. Tale fenomeno è impossibile da quantificare ma incide non poco sui risultati delle classifiche anche perchè è maggiormente diffuso proprio dove è adottato il migliore sistema di tariffazione, quello commisurato alla quantità di rifiuto indifferenziato prodotto. Con tale sistema i cittadini percepiscono immediatamente gli effetti dei loro sforzi: minor produzione di rifiuti equivale a un conto più basso da pagare. Ma è evidente che tale sistema tenta, per così dire, le persone al turismo dei rifiuti, così da pagare ancora meno. Sarebbe pertanto auspicabile che la tariffazione basata sulla quantità di rifiuti conferiti venisse potenziata ed estesa quanto prima in modo omogeneo su tutto il territorio di riferimento e, allo stesso tempo, fossero perfezionate le misure di controllo e sanzionamento per chi si libera dei rifiuti in modo scorretto.
La raccolta differenziata è un’attività obbligatoria per tutti: primeggiare nelle classifiche di Legambiente è quindi un dato di cui andare fieri perché è – quanto meno – un segnale di elevato senso civico. Le classifiche, tuttavia, vanno lette in modo critico e consapevole, con l’obiettivo principale di ottenere indicazioni per ulteriori miglioramenti dell’intero sistema di gestione dei rifiuti.
(dal Corriere del Trentino del 21 luglio 2009)
Vita di campagna o vita di città?
La nostra salute corre più rischi se viviamo in città o in paesi decentrati? E’ una domanda a cui è difficile rispondere. Ci ha provato Roberto Volpi nel suo libro “L’amara medicina” , dove ha descritto i dati della mortalità di Firenze e delle province toscane. Ebbene, l’area più critica non è Firenze ma il Mugello, zona collinare e boscosa, assai defilata dalla città. E il discorso – afferma Volpi – può essere esteso a tutto il territorio nazionale: nonostante il traffico e l’affollamento, i tassi di mortalità sono più bassi nelle città rispetto ai paesi di provincia.
L’analisi, per molti aspetti sorprendente, può avere diverse giustificazioni. La prima prende in considerazione l’inquinamento ambientale. E’ percezione comune che l’inquinamento sia maggiore nelle città, ma parecchi dati sperimentali mostrano il contrario. Basti pensare all’inquinamento dell’aria, quasi sempre maggiore nei paesi di provincia (soprattutto quelli collinari o montani) a causa del diffuso uso invernale delle stufe a legna, che emettono in genere più inquinanti delle caldaie a metano. E sugli effetti sanitari dell’inquinamento nei paesi montani, il prof. Veronesi – oncologo di fama mondiale – è abbastanza chiaro: “L’inquinamento atmosferico è responsabile di una percentuale di tumori che va dall’1 al 4 per cento. Ci sono più tumori polmonari in Alto Adige e in Friuli che nel centro di Milano”.
Ma è evidente che l’inquinamento dell’aria non può – da solo – giustificare la maggiore mortalità nei paesi di “campagna”. Sia perché la sua influenza è limitata (come evidenziato da Veronesi con riferimento ai tumori polmonari), sia perché gli inquinanti, come le polveri sottili, non sono uguali dappertutto (non è ancora chiaro, ad esempio, se le polveri emesse dalla combustione delle legna abbiano gli stessi effetti di quelle emesse dalla combustione del metano o del gasolio). E’ quindi necessario considerare anche altri fattori, come l’alimentazione, l’esercizio fisico, la facilità di accesso al sistema sanitario, la qualità generale della vita. Ed è proprio sulla qualità della vita che Volpi pone un forte accento. Le città – sostiene il ricercatore – offrono maggiori opportunità dei paesi, per quanto riguarda il lavoro, la possibilità di coltivare interessi culturali e di partecipare ad iniziative sociali. Nelle città è quindi più facile intessere fruttuose relazioni che aiutano a vivere meglio; aiutano ad essere più informati, ad affrontare meglio le eventuali malattie e anche a prevenirle.
Quasi tutti gli studi epidemiologici concentrano l’attenzione sui fattori di rischio per la nostra salute (il fumo, l’assunzione di alcolici, l’inquinamento dell’aria). Penso che abbia ragione Volpi quando sostiene che bisognerebbe studiare – in modo rigoroso – anche il ruolo dei fattori positivi che concorrono a determinare la qualità della vita delle persone; e, nel limite del possibile, cercare di estendere i vantaggi delle città anche a chi abita in paesi decentrati.
(dal Corriere del Trentino del 3 aprile 2008)
Ricerca&Innovazione

Paolo Galli (a sinistra) nominato socio onorario dell'ASSIM dal Presidente Stefano Rossi.
Il sistema industriale italiano sta risentendo notevolmente dell’attuale crisi economica internazionale. Per superarla ed evitare le conseguenze più gravi, come la perdita di molti posti di lavoro, è necessario un potente e mirato rilancio della ricerca scientifica e tecnologica. “La tecnologia e la ricerca sono l’unica chiave di salvezza”, ha detto Paolo Galli – ricercatore italiano di fama mondiale – nominato sabato scorso socio onorario dell’Associazione Italiana Ingegneri dei Materiali (ASSIM).
Il confronto con gli altri stati europei evidenzia come l’attuale inferiorità italiana nella ricerca sia soprattutto dovuta a due motivi. Il primo è la ridotta partecipazione alla spesa in ricerca da parte dell’imprenditoria privata. L’analisi dei dati riportati nella relazione annuale della Banca d’Italia evidenzia, infatti, come il finanziamento pubblico alla ricerca in Italia sia in linea con quelli degli altri Stati industrializzati, mentre quello privato è limitato: lo 0.5% del Pil, quando in Francia e in Germania tale quota ammonta all’1.7 e 1.4%. Tale situazione è causata soprattutto dalla ridotta dimensione delle imprese italiane (il 99% delle imprese ha meno di 50 dipendenti) e – come già evidenziato – dalla carenza di risorse umane specificamente preparate e impiegate nel settore della ricerca e sviluppo. Il secondo motivo è dato dall’emigrazione di molti nostri laureati verso industrie o centri di ricerca stranieri (la cosiddetta “fuga di cervelli”). Una recente indagine ha evidenziato come il rapporto tra i laureati italiani che emigrano all’estero e quelli stranieri che vengono in Italia sia drammaticamente elevato, pari circa a 8 contro 1, mentre in Stati come la Francia, la Germania e anche la Spagna, per ogni laureato che emigra ce n’è uno che lo sostituisce.
Se non vogliamo trasformarci in un Paese “in via di sottosviluppo” è necessario invertire la rotta. Come? Innanzitutto è opportuno utilizzare al meglio le risorse pubbliche destinate alla ricerca, indirizzandole verso progetti in settori innovativi e con solidi legami con le competenze territoriali, predisponendo anche un efficace sistema di valutazione dei risultati. Poi bisogna coinvolgere in questi progetti – mediante forme di cofinanziamento – l’imprenditoria privata, favorendo la creazione di consorzi tra le imprese o altre forme di cooperazione tra soggetti privati e, eventualmente, pubblici, in modo da aumentare le sinergie e gli strumenti di lavoro. Infine è necessario investire nelle risorse umane, valorizzando i nostri laureati e richiamando da noi, con proposte allettanti, validi ricercatori stranieri. Tanto per fare un esempio, i progetti di ricerca industriali dovrebbero prevedere il finanziamento di borse di studio o di Dottorato di Ricerca, che impegnino direttamente i laureati nei progetti, sotto il coordinamento di un docente universitario o un ricercatore di esperienza. In questo modo viene garantita la qualità scientifica del lavoro – e quindi un’alta probabilità di successo – e viene preparata una persona con elevate capacità di inserirsi nell’azienda e proporre e coordinare ulteriori progetti di ricerca.
Tali problematiche sono emerse in tutto la loro urgenza anche nel recente incontro, promosso dall’ASSIM presso l’Ordine degli Ingegneri di Trento. L’incontro ha raccolto molte realtà industriali operanti in un importante settore dell’industria italiana, quello dell’industria alimentare (6500 imprese e oltre 450000 addetti), ed è stato onorato dalla prolusione di Paolo Galli, nuovo socio dell’Associazione. La ricerca tecnologica ci può aiutare a vincere le sfide globali, ha ripetuto con forza Galli, citando, come aneddoto, ciò che avvenne nel 1940 allorchè lo sviluppo del polietilene (una plastica oggi diffusissima) permise la costruzione dei radar e quindi, agli Alleati, di annientare l’aereonautica tedesca e vincere la Seconda Guerra Mondiale.
(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 21 settembre 2005)

Il Prof. Paolo Galli.

Un momento della giornata di studio dedicato ai materiali per l'industria alimentare.
Clima: aspettando Copenhagen
C’è molta attesa per la prossima conferenza Onu di Copenhagen sui cambiamenti climatici. Dopo le delusioni dei recenti negoziati, dal summit danese tutti si attendono delle risposte precise sullo stato del clima del pianeta, e su cosa accadrà dopo che – nel dicembre 2012 – scadranno gli accordi del Protocollo di Kyoto.
Delle numerose questioni sul tappeto, tre sono quelle principali. La prima riguarda l’atteggiamento degli USA (che non avevano aderito al Protocollo di Kyoto) e dei Paesi in via di sviluppo (che, come la Cina e l’India, ne erano stati lasciati fuori). Ma Cina, USA e India sono gli stati che emettono più CO2, il gas serra sul banco degli imputati e di cui si vogliono ridurre le emissioni. La situazione è di stallo. La Cina e l’India sono in fase di forte sviluppo economico e sociale, e non intendono frenare la loro crescita riducendo il consumo dei combustibili fossili (che sono, ancora oggi, i combustibili più economici). Difficile dar loro torto quando sostengono che prima devono raggiungere il livello di benessere occidentale, e poi possono pensare di ridurre le emissioni di CO2. Gli USA, da parte loro, non intendono aderire a politiche di riduzione della CO2 se non partecipano anche Cina e India, per non vanificare ogni sforzo. Con il miglioramento dell’efficienza tecnologica delle industrie cinesi ed indiane, sostengono, si può realizzare una concreta riduzione delle emissioni senza compromettere l’economia mondiale, già in fase di recessione. La situazione si sbloccherà a Copenhagen?
La seconda questione riguarda il ruolo dell’Unione Europea. Aderendo al Protocollo di Kyoto l’UE aveva deciso, in sostanza, di correre da sola. Ora con la recente approvazione del pacchetto 20-20-20, l’UE si impegna a ridurre di un ulteriore 20% le proprie emissioni entro il 2020. La lodevole intenzione di dare il buon esempio si scontra però con la realtà dei fatti: i costi previsti sono elevatissimi e il ritorno è minimo: anche centrando l’obiettivo, la riduzione globale sarà non più del 3-4%. Non sorprende quindi che molti stati – come la Germania, la Polonia e l’Italia – siano critici e rivendichino specifiche concessioni. Quale sarà il reale ruolo dell’UE sullo scacchiere mondiale?
La terza questione è la verifica dello stato delle conoscenze scientifiche sul tema. Il problema del riscaldamento globale è complesso e il dibattito scientifico è sovente soverchiato dalle pressioni politiche (in un senso e nell’altro). Quale è la reale comprensione attuale della situazione climatica mondiale?
E’ da anni che si parla di emergenza clima con toni più o meno preoccupati. La posta in gioco è elevata e interessa tutti direttamente. Si pensi, solo per fare un esempio, ai tanti progetti locali – regionali, provinciali e anche comunali - che si inseriscono nella politica di riduzione delle emissioni suddividendo gli oneri tra tra tutti i territori italiani. Queste sono attività impegnative, per gli enti locali e i cittadini, che sono efficaci sole se svolte all’interno di un’azione globalmente condivisa. Dai negoziati di Copenhagen ci attendiamo quindi risposte chiare alle questioni aperte, che indichino finalmente la direzione che i responsabili della governance mondiale intendono percorrere.
(dal Corriere del Trentino del 30 ottobre 2009)
La via dell’idrogeno
L’Autobrennero ha avviato, a Bolzano Sud, la realizzazione del primo di quattro impianti per la produzione e distribuzione dell’idrogeno come combustibile per autotrazione; l’obiettivo è di creare una tratta autostradale tra Monaco e Modena attrezzata con sistemi di rifornimento di idrogeno. E’ un progetto molto ambizioso, viste le notevoli incertezze che ancora caratterizzano tale tecnologia; un progetto che può tuttavia diventare un importante banco di prova per quello che da molti è considerato il “combustibile del futuro”, e che potrà avere notevoli ricadute d’immagine per l’autostrada, direttrice principale tra il mondo tedesco e l’Italia.
Nei trasporti l’idrogeno può essere utilizzato alimentando celle a combustibile o motori a combustione interna. La prima tecnologia è a emissioni zero: le celle producono elettricità emettendo solo vapore acqueo; l’elettricità alimenta quindi il motore elettrico, il quale – a sua volta – muove il veicolo. E’ tuttavia una tecnologia ancora in fase sperimentale e non si sa quando saranno pronti i primi veicoli commerciali. La seconda tecnologia è assai simile a quella dei motori a metano o GPL, e la produzione è già cominciata: una nota casa automobilistica di Monaco – ad esempio – sta già realizzando veicoli d’alta gamma (assai cari) ad idrogeno (ma funzionanti anche a benzina). Anche qui i problemi tuttavia non mancano: nel serbatoio è caricato idrogeno liquido, la cui produzione (a -253°C) è molto dispendiosa; la combustione dell’idrogeno nel motore, inoltre, non è propriamente ad impatto zero visto che sono emessi nell’ambiente ossidi di azoto (tra i precursori delle polveri sottili).
Il progetto dell’Autobrennero non può che essere orientato – almeno nelle fasi iniziali – verso l’unica tecnologia oggi disponibile, quella dell’idrogeno per combustione interna. L’obiettivo di allestire l’autostrada con distributori di idrogeno va quindi incontro al tentativo che, da qualche anno, la casa automobilistica di Monaco (produttrice dei veicoli ad idrogeno) sta portando avanti per realizzare in Europa il maggior numero possibile di reti di distribuzione, e favorire così la diffusione della tecnologia. Il progetto sarà coronato da successo? Difficile fare previsioni perché le incognite sono ancora molte. Incognite di natura tecnologica (l’idrogeno deve essere prodotto, e l’intero progetto ha pertanto senso se l’idrogeno sarà prodotto usando energia elettrica da fonti rinnovabili; l’idrogeno, inoltre, è difficile da trasportare) e di natura economica (i costi in gioco sono altissimi). Il progetto dell’Autobrennero è tuttavia una scommessa che – in un adeguato quadro di interazioni tecniche e finanziarie – ha interessanti prospettive: per le possibilità di sviluppo della tecnologia, e per le ricadute di immagine che, soprattutto nel mondo tedesco assai sensibile alle questioni ambientali, dovrebbero essere particolarmente fruttuose.
(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 25 aprile 2008)



