Giovanni Straffelini's Blog

Riflessioni su società, ambiente, scienza.

Un corridoio per il Trentino

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Al centro, il direttore del Corsera Ferruccio de Bortoli e il presidente della Provincia di Trento Lorenzo Dellai, al convegno "Italie: la bussola del Trentino"

Il Trentino è una delle province italiane con la migliore qualità della vita. Ma per mantenere questo benessere e se possibile rivitalizzare socialmente ed economicamente il territorio, è necessario agire lungo diverse linee d’azione, come ben emerso durante il convegno organizzato dal Corsera “Italie: la bussola del Trentino”: sul fronte interno (mobilità, welfare, grandi opere culturali), ma anche – soprattutto – verso l’esterno.

Evidentemente molte cose sono state fatte negli ultimi anni. Mi riferisco, in particolare, alle diverse attività svolte per attrarre capitale umano e risorse economiche dall’esterno, alla creazione di riconosciuti centri di ricerca e poli museali, alla realizzazione di valide infrastrutture stradali per l’industria e il turismo (come evidenziato anche dal prof. Raffaele Mauro dell’Università di Trento, al recente incontro su “Metroland”). Ma ciò non basta. Per crescere economicamente e socialmente verso l’eccellenza, un territorio ha bisogno di superare i propri limiti e integrarsi in un’area più ampia: in un “corridoio” economico, per usare la definizione proposta da Irene Tinagli nel suo libro “Talento da svendere”. E un corridoio si crea quando diverse realtà limitrofe interagiscono tra loro in modo sinergico invece che operare ognuna per proprio conto. Il Trentino (ma il discorso vale per ogni territorio nazionale) dovrebbe quindi rafforzare con sempre maggiore vivacità le reti di relazioni e scambi economici con i territori vicini.

Verso quale direzione? Qui è la politica che deve dare una risposta. Se consolidare i rapporti verso nord (Alto Adige e Tirolo austriaco, con i quali c’è già una storica collaborazione nell’ambito dell’Euregione); se orientarsi con maggiore decisione verso sud, cioè verso Verona (anche se questo mi pare difficile, visto che Verona è già inserita nel robusto corridoio padano); o se trovare fruttuose sinergie volgendo lo sguardo verso est, verso la parte del Veneto più vicina a noi. Penso al vicentino, al bellunese e alla zona di Bassano, aree con notevoli capacità di crescita e con un tessuto industriale diverso dal nostro ma facilmente integrabile con il nostro. Già oggi le interazioni sono molte, sia in campo industriale che universitario: la maggior parte degli studenti non trentini che frequentano Ingegneria a Trento, ad esempio, provengono proprio da queste zone del Veneto. E’ chiaro che per creare un corridoio è necessario intensificare gli scambi, proporre e realizzare progetti comuni, potenziare le infrastrutture di collegamento. Se si intende puntare anche verso est è necessario capire i propositi sull’eventuale realizzazione della Valdastico o – in alternativa – come si intende realisticamente favorire gli interscambi in questa direzione.

Come spiegato dalla Tinagli con numerosi esempi, per favorire lo sviluppo di un territorio bisogna evitare che si isoli con l’illusione di poter contare solo sulle proprie specificità, ma deve saper allargare la propria area di sviluppo, così da favorire gli scambi e accrescere le opportunità.

(elaborato da un articolo sul Corriere del Trentino del 16 dicembre 2008)

28 ottobre 2009 Pubblicato da | sviluppo | , , | Lascia un commento

I rifiuti, una storia..

IMG_1723Per gran parte della sua storia, l’umanità non ha mai avuto problemi a liberarsi dei rifiuti: semplicemente li abbandonava dove erano prodotti.

Con la nascita delle città, tuttavia, le cose cominciarono a cambiare. Durante l’Impero Romano, a Roma i rifiuti erano un problema; essi venivano lanciati dalla finestra e poi ogni tanto raccolti e trasportati via con carri. Le abitudini non cambiarono nel Medioevo (tranne che i rifiuti venivano lanciati di notte ed i passanti dovevano segnalare la loro presenza agitando una torcia). La pulizia delle strade era realizzata solo nei momenti importanti, in occasione della visita di una personalità politica o religiosa. La situazione migliorò nel Settecento e nell’Ottocento, anche se le strade continuarono ad essere usate come discariche. La “questione rifiuti” si aggravò con la rivoluzione industriale ed il conseguente sviluppo urbano ed economico. Solo la paura delle malattie fece in modo che la rimozione dei rifiuti diventasse una vera e propria attività pubblica. E’ stata Londra, nel 1848, a istituire il primo servizio pubblico di raccolta dei rifiuti. Dove venivano smaltiti? In mare, nei fiumi, trasportandoli in altri territori.

Da allora la produzione dei rifiuti è cresciuta di pari passo con lo sviluppo economico, favorita anche dall’uso degli imballaggi (che oggi costituiscono circa il 40% di tutti i rifiuti urbani), dalla filosofia “usa e getta” e dalla comparsa di sempre nuove abitudini (si pensi agli odierni computer o ai telefonini, che vengono gettati via, per l’80% dei casi ancora funzionanti, in media ogni 18 mesi di utilizzo). Dal 1990 al 2005 la quantità di rifiuti urbani prodotti nella UE è aumentata del 25%, e le stime prevedono aumenti anche nel futuro.

In Italia la produzione annuale di rifiuti è intorno a 32 milioni di tonnellate, con un tasso di crescita annuo di circa il 2.5%. Nel 2007 la produzione pro-capite annua è stata di circa 630 kg al Centro, 539 kg al Nord e 508 kg al Sud. La raccolta dei rifiuti, per legge, va fatta in modo differenziato, così da permettere il successivo riciclo delle diverse frazioni. I materiali raccolti in modo differenziato sono: i metalli (costituiscono circa il 5% dei rifiuti urbani), il vetro (circa il 7%), la carta ed i cartoni (circa il 27%), la plastica e la gomma (circa il 14%), l’organico umido (circa il 30%). I livelli più elevati di raccolta differenziata sono registrati in Trentino Alto-Adige (53.4%), in Veneto (51.4%), in Piemonte (44.8%), e in Lombardia (44.5%). Secondo il “sistema integrato di gestione dei rifiuti”, promosso dall’Unione Europea, il rifiuto rimanente della raccolta differenziata e del riciclo dovrebbe essere smaltito in inceneritore (con valorizzazione dell’energia prodotta) e solo il residuo finale in discarica.

La storia dei rifiuti, qui appena accennata, è lunga e complessa, e si è ulteriormente intricata negli ultimi anni. Qualcosa è stato già detto parlando del principio di prossimità; di altre problematiche parleremo sicuramente ancora in questo blog.

(elaborato da Che aria tira in città?, temi editrice, 2006)

25 ottobre 2009 Pubblicato da | rifiuti | , | Lascia un commento

Ricercatori e manager

Ricercatori al Laboratorio di Metallurgia dell'Università di Trento

Ricercatori al Laboratorio di Metallurgia dell'Università di Trento

Tutti sono d’accordo nel ritenere che – in questo periodo di recessione economica – il rilancio del sistema industriale può essere promosso con un forte impulso alla ricerca scientifica e tecnologica. Ma i dati sulla capacità di ricerca in Italia sono sempre sconfortanti. Solo per fare un esempio, i finanziamenti europei alla ricerca italiana sono molto inferiori alla quota che l’Italia versa all’Unione Europea, mentre paesi come la Gran Bretagna e Svezia riescono a realizzare progetti che ottengono finanziamenti per un ammontare pari al 10 e il 50% in più di quanto versano. Cosa serve alle imprese italiane per migliorare la loro capacità di fare ricerca e innovazione?

Per fare ricerca di alto livello, capace cioè di attrarre finanziamenti rilevanti ed avere significative ricadute industriali, servono ricercatori giovani e ben preparati, e manager con una mentalità orientata all’innovazione e quindi in grado di spingere la ricerca con fantasia e passione, anche in collaborazione con centri di ricerca specializzati. In Italia, purtroppo, siamo abbastanza carenti in entrambi questi requisiti. La cultura scientifica, infatti, non gode di buona salute: mentre in Europa 30 laureati su 100 provengono da Facoltà Scientifiche, da noi solo 10 laureati su 100 provengono da questo tipo di Facoltà, e quindi la disponibilità per le imprese di laureati in Ingeneria o in Fisica, ad esempio, è limitata. Inoltre, diverse indagini statistiche evidenziano come i giovani laureati abbiano molte difficoltà a farsi largo nelle aziende, bloccati da barriere alla concorrenza poste da un sistema manageriale con un’età media sui 50 anni. E’ evidente che la capacità di ricerca ed innovazione delle industrie è limitata se i ricercatori sono pochi, e quei pochi faticano a farsi largo nel sistema dirigenziale.

Qual’è il profilo del tipico manager di un’azienda europea leader nell’innovazione? E’ quello di un laureato che, innanzitutto, ha fatto ricerca in prima persona, all’inizio della carriera, quando l’inventiva è massima. E che poi è diventato un dirigente mantenendo – nel proprio Dna – la consapevolezza dell’importanza della ricerca e, quindi, la giusta mentalità per promuoverla, puntando su nuove idee e giovani ricercatori.

In Italia la situazione è assai diversa nella maggioranza delle aziende. Il diffuso timore verso le innovazioni, che rischiano di mutare i privilegi e le rendite di posizione, frena le carriere dei giovani ricercatori e, di conseguenza, pone dei freni allo sviluppo del nostro tessuto industriale. Ma è solo valorizzando la ricerca industriale ed i giovani ricercatori che si potrà invertire la rotta e rinnovare, potenziandolo, il nostro sistema produttivo.

(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 14 dicembre 2005)

23 ottobre 2009 Pubblicato da | scienza, sviluppo | , , | Lascia un commento

Nobel tecnologici

Alfred Nobel (1833-1896)

Alfred Nobel (1833-1896)

Quest’anno il premio Nobel per la fisica ha un sapore “tecnologico”: è stato infatti assegnato ai ricercatori che hanno svolto un ruolo decisivo nello sviluppo dei semiconduttori per i sensori fotografici e delle fibre ottiche per telecomunicazioni. I giurati dell’Accademia Reale Svedese hanno forse voluto stimolare un nuovo atteggiamento verso la ricerca scientifica?

I premi Nobel scientifici – quelli per la fisica, la chimica e la medicina – hanno negli anni consacrato, quasi sempre, le ricerche di base. Sono sempre stati molto apprezzati dai giurati gli studi sulla struttura della materia, l’universo, i meccanismi della vita, la biologia. Fino ad oggi sono stati insomma premiati gli scopritori dei principi di base che governano il nostro mondo: quest’anno si è premiato chi ha utilizzato tali principi per realizzare applicazioni utili di uso comune, “invenzioni” che possiamo toccare con mano nella vita quotidiana. Con una ricerca impegnativa, peraltro: c’è stato bisogno di un’intensa attività per sviluppare e produrre i sensori delle videocamere o delle fotocamere digitali, così come le fibre di vetro ultrapure per le reti di comunicazioni odierne, sfruttando i principi dell’effetto fotoelettrico e della riflessione delle onde elettromagnetiche.

Sia la ricerca di base che quella applicativa sono quindi fondamentali per lo sviluppo sociale ed economico. Ma la ricerca tecnologica gode ancora di poca considerazione e scarso appeal presso il grande pubblico. Sia le riviste scientifiche più prestigiose che le sezioni dedicate alla scienza dei quotidiani, preferiscono trattare le tematiche di base, che destano un maggiore coinvolgimento emotivo. Tanto che quando si parla di futuro della ricerca scientifica, ci si riferisce alla fisica o alla medicina, dimenticando, tra l’altro, che anche i più recenti sviluppi in campo medico devono molto alla tecnologia. Si pensi alla realizzazione dei molti strumenti diagnostici o chirurgici che oggi abbiamo a disposizione e che sono dei veri e propri gioielli della tecnologia.

Che i giurati dell’Accademia Reale Svedese abbiano voluto riabilitare, se così si può dire, gli studi tecnologici e applicativi, e promuovere una nuova visione della ricerca, dove la componente tecnologica non è più la parente povera di quella di base? Difficile dirlo ma mi piace pensarlo. La ricerca (ogni tipo di ricerca) ha bisogno di capitale umano e risorse finanziarie. E’ buona cosa se si diffonde la consapevolezza che anche lo sviluppo di un nuovo tipo di air-bag o di un nuovo televisore a basso consumo sono attività di ricerca che meritano considerazione e, perché no, anche un forte riconoscimento sociale come il premio Nobel.

(dal Corriere del Trentino del 17 ottobre 2009)

21 ottobre 2009 Pubblicato da | cultura, scienza, sviluppo | , , | 1 commento

Fare la scelta giusta

lampadaDal primo luglio 2007 il mercato dell’energia elettrica è liberalizzato anche in Italia, e ogni famiglia può scegliere da quale venditore acquistare l’energia che consuma. Quante famiglie hanno sfruttato tale opportunità? Con quali conseguenze?

Finora poche famiglie italiane hanno optato per il mercato: dei 27 milioni di utenti, solo il 6% è passato dalla vecchia tariffa regolata ad un nuovo piano tariffario e, di questi, solo una quota esigua si è orientata verso una società non collegata al distributore precedente. Tale scarsa adesione al mercato non è dovuta a mancanza di informazione, come mostrato da una recente indagine statistica, ma piuttosto a una certa confusione sui piani tariffari proposti e – soprattutto – alla percezione di un risparmio ancora limitato, se confrontato col possibile rischio di fare la scelta sbagliata. In effetti, tale percezione non è del tutto errata. Se andiamo a vedere le diverse offerte in Trentino Alto Adige, ad esempio, ci accorgiamo che una famiglia che consuma mediamente 2800 kWh l’anno, scegliendo l’offerta migliore può realizzare un risparmio intorno al 12%: una percentuale non trascurabile ma affettivamente ancora poco allettante. In genere è necessaria una convenienza di almeno il 15-20% per vincere la resistenza psicologica al cambiamento.

E’ chiaro – tuttavia – che se la concorrenza non si sviluppa in modo più deciso anche i previsti effetti della liberalizzazione – in primis la riduzione generale delle tariffe – faticano a farsi vedere. E affinché il mercato si sblocchi, serve una spinta dall’alto, cioè da chi produce e commercializza l’energia elettrica, e dal basso, cioè da parte dei consumatori. E’ quindi innanzitutto auspicabile una maggiore concorrenza nel settore della produzione dell’energia, che da sola incide per il 60% circa sul costo della bolletta. Tale obiettivo può essere perseguito favorendo l’ingresso sul mercato di nuovi produttori e permettendo la diversificazione del mix produttivo, in Italia ancora fortemente dominato dalla centrali termoelettriche a gas. Ma è auspicabile anche uno sforzo concreto da parte degli utenti, dei cittadini. Se aumenta sensibilmente la quota delle famiglie che si rivolgono al mercato, infatti, la concorrenza è stimolata con benefici per tutti. Oggi ci sono gli strumenti adatti; da qualche tempo, infatti, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha predisposto, sul suo sito internet, un semplice programma per la valutazione comparativa delle diverse offerte, e se si stimano bene i propri consumi medi annuali, i rischi di sbagliare nella scelta di un nuovo venditore sono sostanzialmente minimi. In questo momento di crisi economica è interesse di tutti orientarsi verso le proposte economicamente più vantaggiose (pure se il risparmio è “solo” del 10-15%), anche nell’acquisto dell’energia elettrica.

(dal Corriere del Trentino del 17 ottobre 2009)

18 ottobre 2009 Pubblicato da | energia, società | , , | 2 commenti

Il giardino dell’egoista

Secondo il princiorganicopio di prossimità, i rifiuti dovrebbero essere smaltiti nelle regioni dove sono prodotti. E’ un principio ragionevole ed eticamente corretto: lo smaltimento dei rifiuti è un’operazione per molti aspetti fastidiosa ed è giusto che ogni comunità lo realizzi nel territorio in cui vive.

Le principali criticità nella gestione dei rifiuti sono due: il trattamento dell’organico umido e lo smaltimento della parte residua. Com’è noto, l’organico è prevalentemente trattato negli impianti di compostaggio, la cui gestione è assai delicata, a causa del forte pericolo di produrre cattivi odori nelle zone circostanti. Quando il livello di raccolta differenziata è elevato, si creano elevati quantitativi di organico umido che vanno smaltiti secondo il principio di prossimità; non sempre però è così. In Trentino, ad esempio, la raccolta differenziata è molto alta (più del 60%) e quasi tutto l’organico è portato in Veneto, visto che mancano gli impianti per trattare tutto il materiale raccolto. E con costi (di trasporto e smaltimento) non proprio indifferenti.

Consideriamo ora i rifiuti residui. Questi possono essere smaltiti in discarica o bruciati. Le discariche trentine, come quelle di molte altre regioni, si stanno esaurendo. In loro sostituzione si dovrebbe realizzare un termovalorizzatore ma i dubbi e i dibattiti sono all’ordine del giorno. Tra le proposte ricorrenti c’è la realizzazione, al posto del termovalorizzatore, di un impianto per la produzione del CDR (combustibile da rifiuti): in tale impianto il rifiuto è convertito in un combustibile povero – appunto il CDR – che va poi bruciato in impianti industriali, come i cementifici o le centrali termoelettriche. I problemi tecnici per bruciare il CDR non sono pochi, e ci sono dubbi concreti che le industrie del Trentino siano in grado di utilizzarlo. La prospettiva, quindi, è che il CDR eventualmente prodotto venga bruciato fuori  provincia, con buona pace – anche stavolta – del principio di prossimità.

La gestione dei rifiuti, lo sappiamo, è molto complessa e coinvolge attività assai impattanti: nelle diverse fasi di raccolta, trattamento dell’umido, riciclo e incenerimento del residuo. Diverse regioni italiane non l’hanno ancora ottimizzata e sono pertanto obbligate a portare “fuori” gran parte dei loro rifiuti, sotto forma di organico, scarti di lavorazione (ciò che rimane da una differenziata fatta male), CDR o altro.  Tra questi territori c’è anche  il Trentino che da l’impressione, in buona sostanza, di voler estendere a tutta la provincia il ben noto principio “Nimby” (“Not in my backyard”, ossia “non nel mio giardino”), che prevede di lasciare gli impianti fastidiosi “lontani dai propri cortili”. La complessità della gestione dei rifiuti, tuttavia, non dovrebbe impedire ad ogni territorio di assumersi le proprie responsabilità, e smaltire i propri rifiuti.

(dal Corriere del Trentino del 29 luglio 2006)

17 ottobre 2009 Pubblicato da | rifiuti | , , | 7 commenti

Immigrazione di ritorno

irlanda

Il cielo (e la montagna) d'Irlanda

L’Irlanda è un Paese con limitate risorse naturali e un bel territorio; ha relativamente pochi abitanti e una notevole coesione sociale; in passato ha vissuto periodi di difficoltà economica che hanno causato un’intensa emigrazione. Negli ultimi anni l’Irlanda è stata protagonista di una notevole crescita economica, i cui segreti vanno ricercati nell’afflusso di elevati investimenti stranieri, nella creazione di centri di ricerca di alto livello e nell’aver puntato sulla cosiddetta “immigrazione di ritorno”, cioè sull’immigrazione di persone di elevata preparazione professionale, figli dei suoi emigrati.

Penso che tante regioni italiane avrebbero molto da imparare dall’esperienza irlandese. Sfruttando le bellezze del territorio e la spesso notevole organizzazione economica e sociale, molte regioni potrebbero attrarre numerose iniziative dall’estero e, come gli irlandesi, anche risorse umane qualificate attingendo ai figli dell’emigrazione italiana. Non bisogna dimenticare, infatti, che il potenziale umano è il motore primo della ricerca e dell’innovazione industriale, elementi alla base dello sviluppo economico e sociale di un territorio. I figli degli emigrati potrebbero diventare una risorsa reale, visto che non avrebbero eccessive difficoltà di integrazione culturale e, in molti casi, linguistica, e che moltissimi di loro desiderano tornare nella terra dei padri: lo farebbero subito se stimolati ed aiutati.

La Provincia di Trento – per fare un esempio – da anni supporta associazioni ed iniziative che hanno l’obiettivo di creare un ponte con i “trentini nel mondo” attraverso scambi culturali ed economici. Anche l’università di Trento ha impostato una serie di progetti con atenei in Paesi dove si è avuta una notevole emigrazione dal Trentino, come l’America Latina. Penso che sarebbe importante spingere sull’acceleratore in questa direzione e, come ha fatto l’Irlanda, puntare con decisione sull’immigrazione di ritorno di studenti o laureati qualificati. In un’epoca globalizzata – dove molti nostri “cervelli” purtroppo “fuggono” all’estero – dovremmo attivarci anche noi per attrarre le migliori intelligenze. I figli dei nostri emigrati potrebbero costituire una carta importante da giocare.

(dal Corriere del Trentino del 21 novembre 2006)

15 ottobre 2009 Pubblicato da | cultura, società, sviluppo | , , , | 3 commenti

Andiamo a piedi! (se possibile)

Corriere

Conviene usare la bici o andare a piedi al lavoro, se l’aria che respiriamo è inquinata e sono predisposti sempre più spesso piani di intervento per contenere gli sforamenti dei limiti alle “famigerate” polveri sottili?

La domanda non è banale: chi va a piedi o in bicicletta respira più inquinanti rispetto a chi si muove in macchina. Gli spostamenti in auto, infatti, sono più veloci e nell’abitacolo la concentrazione di polveri sottili è inferiore che all’esterno se si tengono i finestrini chiusi e si usa un normale sistema di filtrazione. Un recente studio condotto a Londra – usando degli strumenti portatili – ha evidenziato come l’esposizione media alle PM10 per chi cammina a piedi sia più di dieci volte superiore a quella di chi si sposta in automobile. Studi simili sono stati condotti anche da noi come mostrato dall’articolo del Corriere in figura o da indagini di altroconsumo.

E’ anche vero, tuttavia, che la concentrazione dei principali inquinanti è da anni in calo e nelle nostre città ha ormai raggiunto valori medi assai bassi. I dati di Legambiente, ad esempio, mostrano come le emissioni di PM10 siano diminuite del 26% dal 1995 al 2005, e come siano calate notevolmente anche le emissioni degli altri inquinanti. Recenti dati Istat, inoltre, mostrano un notevole calo della mortalità causata da malattie del sistema circolatorio e dell’apparato respiratorio, le due patologie maggiormente influenzate dall’inquinamento dell’aria: addirittura del 50% negli uomini e del 66% nelle donne nel periodo 1970-1992. A questo vero e proprio crollo ha contribuito sicuramente il continuo miglioramento delle condizioni di vita delle persone (come la riduzione dell’abitudine al fumo e una migliore assistenza medica) ma anche, con ogni probabilità, la diminuzione dell’inquinamento atmosferico.

Mi pare, quindi, che i benefici dell’utilizzo della bicicletta o di andare a piedi nei brevi spostamenti siano senz’altro superiori agli svantaggi causati da una maggiore esposizione all’inquinamento. Mi riferisco alle ben note virtù dell’attività fisica contro i malanni dell’eccessiva sedentarietà, alla riduzione del congestionamento del traffico automobilistico e – da non trascurare – alle maggiori occasioni di socializzazione. Ecco, se volessimo essere proprio prudenti, si potrebbe suggerire di individuare percorsi pedonali e ciclabili adeguatamente lontani delle strade più trafficate (già ad una distanza di dieci metri dalla strada la concentrazione delle polveri più fini è assai più bassa che presso il marciapiede), soprattutto per i bambini, che sono più esposti degli adulti agli inquinanti emessi dalle automobili.

(dal Corriere del Trentino del 20 dicembre 2008)

13 ottobre 2009 Pubblicato da | polveri sottili | , | 2 commenti

Clima: catastrofisti e negazionisti

terraConsiderimo il caldo anomalo di questo autunno o la recente alluvione di Messina: per molti sul banco degli imputati c’è il “riscaldamento globale”, cioè il riscaldamento della terra che ha visto aumentare di 0,7°C la sua temperatura media negli ultimi 100 anni. E’ vero?

Il fenomeno, si sa, è alquanto complesso. Guardiamo ai ghiacciai. Da anni si assiste ad una riduzione dell’estensione dei ghiacciai artici ed alpini, e molte evidenze indicano una riduzione della copertura nevosa delle Alpi. Proprio in seguito al ritiro del ghiacciaio dell’Adamello, ad esempio, sono riemersi parecchi reperti della prima guerra mondiale. Tuttavia, va pure considerato che negli anni scorsi, l’inverno è stato assai freddo e nevoso, e che nel 1999 è affiorata dal ghiacciaio dell’Adamello anche una baracca di legno, a testimonianza che il ghiacciaio durante la prima guerra era, almeno in quell’area, più arretrato di oggi. Ciò per dire che il clima varia di anno in anno e da regione a regione, essendo largamente determinato da fattori casuali. Le alte temperature di questo periodo, quindi, non possono essere attribuite con certezza al fenomeno del riscaldamento globale e, di conseguenza, non sono necessariamente l’avvisaglia di future emergenze climatiche.

L’influenza del riscaldamento globale sul ripetersi di stagioni calde o su aventi meteorologici estremi va insomma valutata in modo statistico, considerando molti eventi su un lungo periodo di tempo. Solo in questo modo si può capire cosa sta succedendo al clima e, forse, cosa potrà succedere in futuro. Tali analisi, d’altra parte, presentano molte difficoltà e c’è notevole disaccordo tra chi teme, per il futuro, un aumento dei fenomeni meteorologici molto impattanti (i cosiddetti “catastrofisti” che, peraltro, sono la maggioranza degli scienziati), e chi invece considera il clima un sistema troppo complicato perchè sia possibile fare delle previsioni sufficientemente attendibili (in questo caso, gli scienziati più battaglieri sono, un po’ offensivamente devo dire, chiamati “negazionisti”).

A mio avviso è necessario mantenere un atteggiamento di equilibrio. Da una parte, non è corretto lasciarsi prendere dall’emozione di un singolo evento – come la mitezza di questo autunno – per drammatizzare la questione. Dall’altra, sarebbe un errore fare le spallucce davanti al fenomeno del riscaldamento globale o arrendersi di fronte alle difficoltà della sua comprensione, perché i cambiamenti climatici sono una cosa seria, da valutare con prudenza e lungimiranza.

Per chi vuole tenersi aggiornato, consiglio la consultazione dei seguenti siti sicuramente seri: sulla linea catastrofista qui e sulla linea negazionista qui . Ci sono anche due siti italiani posizionati sulle “due sponde”: questo e questo.

(elaborato da un editoriale del Corriere del Trentino del 20 gennaio 2007)

12 ottobre 2009 Pubblicato da | clima | , , , , | 8 commenti

Rottamare con giudizio

Honda

Rottamata quest'anno, dopo 15 anni di onorata carriera.

Si susseguono – sia come misura contro l’inquinamento atmosferico che come sostegno all’economia – gli incentivi per la rottamazione di automobili vecchie. Ma fino a che punto è giusto adottare politiche che si prefiggono di scoraggiare l’uso di automobili datate in favore di mezzi più “moderni”?

Gli aspetti da tenere in considerazione sono parecchi. Molto dibattuti sono quelli economici (questi incentivi andranno a gravare sulla tassazione generale) ed etici (non tutti potranno accedervi, perché non tutti dispongono delle risorse per acquistare un’automobile nuova). Ma ci sono anche aspetti “tecnici”, che sono in contrapposizione tra loro e che richiedono la ricerca di un punto di equilibrio.

Il primo aspetto riguarda la necessità di allungare il ciclo di vita di ogni bene, per avere la minor quantità possibile di rifiuti da smaltire. I rifiuti – si sa – sono un problema, e la via principale per affrontarlo è quello di ridurne la produzione. Di conseguenza, quanto più a lungo si usa la propria automobile prima di rottamarla, tanto minore è la quantità di rifiuti che si producono; rifiuti che derivano dalle parti che non si riescono a riciclare e, soprattutto, dagli scarti dei processi industriali. D’altro canto – e veniamo ora al secondo aspetto – lo sviluppo tecnologico permette di ottenere prodotti sempre più efficienti, più sicuri e meno inquinanti. In campo automobilistico questo è palese: i nuovi modelli consumano meno, sono dotati di sistemi di sicurezza migliori, sono meno inquinanti di quelli più vecchi. Insomma, prolungare troppo la vita utile di un bene non è sempre una cosa saggia, ed è quindi necessario trovare un punto di equilibrio, che venga incontro a tutte le esigenze.

Appare peraltro evidente quanto sia difficile trovare questo equilibrio perché, in base alle proprie convinzioni, ognuno tende ad assegnare pesi diversi ai molteplici fattori in gioco. A mio parere, un superamento di questa contrapposizione potrebbe essere trovato nel miglioramento delle procedure di controllo degli scarichi dei veicoli. Procedure che già ci sono e che, se opportunamente calibrate, potrebbero contribuire alla lotta contro l’inquinamento atmosferico, obbligando i veicoli inquinanti a specifici interventi o, se il caso, fermandoli proprio. Non tutti i veicoli vecchi, infatti, sono particolarmente inquinanti, e non appare quindi sensato disincentivare l’uso di mezzi provatamente in buono stato, che possono continuare a svolgere il loro compito e diventare rifiuti da smaltire il più tardi possibile.

(dal Corriere del Trentino del 8 novembre 2006)

12 ottobre 2009 Pubblicato da | polveri sottili, rifiuti | , , | 5 commenti

Eventi estremi

cignoLa nostra vita è fortemente influenzata da eventi estremi imprevedibili, sia positivi che negativi. Di eventi estremi negativi – purtroppo – abbiamo molti esempi: la recente alluvione di Messina o il terremoto in Abruzzo; eventi tragici, che improvvisamente hanno stravolto la vita di moltissime persone. Altri esempi sono lo tsunami asiatico o il tracollo finanziario delle banche, con la conseguente crisi economica che nessun economista aveva immaginato. Ma accadono anche eventi estremi positivi che – in modo altrettanto imprevedibile – cambiano in meglio la nostra vita. Penso a certe innovazioni tecnologiche, come internet e il telefonino; o a singoli colpi di fortuna, come una vittoria alla lotteria, la scoperta dell’amore.

Tuttavia, noi tutti viviamo come se gli eventi estremi non capitassero mai, e quando accadono sono come un fulmine a ciel sereno. In effetti è impossibile – come spiega bene Nicholas Taleb, autore del fortunato libro “Il cigno nero” – prevedere una calamità naturale o un grave incidente stradale, così come è impossibile conoscere in anticipo il numero vincente di una lotteria, le azioni finanziarie su cui puntare o quale nuova tecnologia si imporrà nei prossimi anni e farà la fortuna dei suoi inventori. Dobbiamo ammetterlo: non ci sono esperti o “guru” in grado di prevedere eventi che dipendono dalle leggi del caso.

Quello che tuttavia dovremmo fare – raccomanda Taleb – è tenere ben presente che un evento negativo potrebbe essere dietro l’angolo, ed essere quindi sempre estremamente prudenti, per scansarlo o ridurne gli effetti più drammatici. Per cui, solo per fare alcuni esempi: costruire edifici antisismici nelle zone a rischio terremoti; guidare l’automobile con tutte le sicurezze ben attive; ridurre al minimo le scommesse speculative. Allo stesso tempo, però, dovremmo anche preparare il terreno per gli eventi estremi positivi: anch’essi potrebbero essere dietro l’angolo. Come? Cercando innanzitutto di guardare al mondo senza pregiudizi e senza ricette preconfezionate, perché non sappiamo da quale parte potrà venire il colpo di fortuna; investendo poi in preparazione, cioè in cultura e ricerca, in ogni direzione (anche controcorrente), e instaurando proficue reti e collaborazioni tra persone, enti, territori.

La ricetta è quindi di allargare le nostre opportunità alla ricerca di eventi imprevisti positivi. Con una consapevolezza: così come le calamità non si possono prevedere, anche gli eventi favorevoli non si possono programmare o indicare dall’alto (nessuna scoperta tecnologica di rilievo è stata pianificata in anticipo!). Possono solo nascere dal basso, dall’illuminazione e dalla creatività di ognuno.

(dal Corriere del Trentino del 14 aprile 2009)

11 ottobre 2009 Pubblicato da | cultura, società | , , | 1 commento

Bastards Sons of Dioniso

Nietzsche (1844-1900)

Nietzsche (1844-1900)

Si è tornato a parlare, in questi giorni, del gruppo musicale dei “Bastards Sons of Dioniso” che stanno iniziando la nuova tournèe. I tre componenti del gruppo sono molto bravi e nonostante la loro giovane età formano una delle migliori band del panorama musicale pop-rock trentino. Un panorama popolato da una serie di validi gruppi, che ogni tanto vedono le luci della ribalta (come alla festa di Mesiano) e molto più frequentemente rimangono confinati negli interessi e nei gusti di pochi appassionati. Grazie al programma televisivo X-Factor, i “Bastards” sono riusciti a mostrare la loro bravura e ad acquisire una forte visibilità sul palcoscenico nazionale. Sinceramente non penso che il loro successo sia l’avvisaglia di una speciale attività culturale che sta lentamente emergendo nella nostra provincia, come qualcuno ha suggerito, ma sia piuttosto il risultato di un evento favorevole, che i tre musicisti valsuganotti hanno reso possibile con la loro bravura ed il loro coraggio. Il successo dei “Bastards” va quindi innanzitutto accolto con la speranza che diventi un esempio concreto, per altri gruppi musicali e – più in generale – per altre iniziative culturali ed imprenditoriali, di come la bravura, l’impegno e la determinazione possono portare a risultati eclatanti.

Ora, tuttavia, il gruppo è chiamato alla prova più difficile: consolidare il successo e, soprattutto, fare della buona musica. È questo ciò che si aspettano i fan e coloro che seguono con affetto ed interesse la musica giovanile. Il loro nome, molto impegnativo, mi spinge a formulare un auspicio speciale. Nella filosofia di Nietzsche, Apollo rappresenta l’anima razionale di ogni uomo, mentre Dioniso rappresenta lo spirito creativo, vitale, gioioso, che nella musica trova la sua massima espressione. Furono proprio Nietzsche e Rousseau a riscoprire la forza della musica come espressione della vitalità emotiva, dopo che l’illuminismo pensava fosse possibile controllare ogni spinta emozionale con la regolazione razionale. L’auspicio, quindi, è che i “Bastards Sons of Dioniso” (cioè i “Figli Bastardi di Dioniso”), più che gli eccessi dell’ebbrezza dionisiaca sappiano trasmettere ai loro fan i giusti stimoli per liberare – tramite la musica – le loro energie ed entusiasmi migliori; che si ispirino – insomma – un po’ anche ad Aristotele, che vedeva nella musica la strada per raggiungere il giusto equilibrio tra passione e ragione, e quindi il gusto della bellezza e dell’armonia.

(dal Corriere del Trentino del 28 aprile 2009)

10 ottobre 2009 Pubblicato da | cultura | , , , | 3 commenti

Obama e la scienza

Barack Obama (1961-)

Barack Obama (1961-)

“Oggi più che mai la scienza possiede le chiavi per la nostra sicurezza e prosperità come nazione. E’ il momento di rimettere la scienza in cima alla nostra agenda e lavorare per riaffermare il ruolo dell’America come leader mondiale nella scienza e nella tecnologia”. Sono parole di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti e fresco premio Nobel per la pace. Le ha indirizzate ai propri collaboratori quando si è insediato alla presidenza, per spronarli a perseguire la massima trasparenza contro le pressioni politiche di ogni genere. Mi auguro che siano ascoltate e seguite anche dagli amministratori nostrani.

Sono infatti molteplici le questioni politico-sociali che chiamano in causa la scienza. Penso al problema dell’energia (con la necessità di costruire nuove centrali e diversificare le fonti), a quello dell’inquinamento e della gestione dei rifiuti (con la necessità di controllare le emissioni in ambiente e di chiudere il ciclo dei rifiuti con la termovalorizzazione), ai problemi medici e biotecnologici (come quelli relativi alla ricerca sulle cellule staminali e degli organismi geneticamente modificati). Tutte questioni che possono essere affrontate al meglio utilizzando gli strumenti che la scianza offre, tra cui, in primis, il metodo scientifico. Non si tratta, va ribadito, di affidarsi sic et sempliciter al parere di “esperti” che – dall’alto – indicano caso per caso la strada da seguire. No. Non sarebbe neanche possibile, perché la scienza non ha sempre risposte sicure ad ogni domanda, soprattutto nel caso di problematiche molto complesse. Si tratta piuttosto di essere disposti ad applicare il metodo scientifico quando le circostanze lo richiedono. E quindi, caso per caso, di fare riferimento agli studi scientifici più recenti e più seri, pubblicati sulle riviste più prestigiose e condotti in laboratori di fama riconosciuta a livello internazionale.

Il richiamo di Obama è pertanto assai opportuno, perché sono sempre più diffusi, sia negli Stati Uniti che da noi, sentimenti di sufficienza verso la scienza, tanto che il metodo scientifico è spesso equiparato – anche da valenti studiosi e politologi – a una delle tanti opinioni che possono nascere intorno ad una tematica. Tali atteggiamenti sono però molto pericolosi: è infatti sempre possibile scavalcare il metodo scientifico e trovare un qualche vecchio studio, incompleto o pubblicato su qualche rivista poco significativa, che sostiene e conferma ogni convinzione. Per cui è sempre forte il pericolo che gruppi di pressione si attivino per difendere, con poca trasparenza, i propri interessi a scapito di quelli della comunità.

Il metodo scientifico non equipara tutti i punti di vista, e a volte dà indicazioni che non piacciono, perché non coincidono con i propri interessi. Ma permette di individuare le migliori linee guida da tenere di fronte ad un ogni questione scientifica che tocca gli interessi di tutti. La rinuncia alla solidità intellettuale del metodo scientifico è la confusione e, quasi sempre, il prevalere della legge del più forte (o di chi grida di più) invece della legge della giustizia sociale.

(dal Corriere del Trentino del 22 agosto 2009)

10 ottobre 2009 Pubblicato da | scienza | | 7 commenti

   

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